Agonia.
E claustrofobia.
Sono malato e ferito.
Il dolore è anche nei sogni.
È nel buio. Nel buco del mio stomaco.
Mi sveglio e urlo in una mano gentile.
Scorgo qualcuno.
«Eo?» sussurro il suo nome e mi protendo. La mia mano fangosa le sporca la faccia. Il viso di angelo. È venuta per portarmi alla valle. I suoi capelli sono diventati oro. Ho sempre pensato potesse essere una Oro. Il Colore dalle ali dorate. Nessun sigillo Rosso sulle mani. Se li è presi la morte.
Sudo nonostante la pioggia e la neve che cade. Qualcosa mi protegge. Rabbrividisco. Mi tengo stretta la banda scarlatta. Ho perso l’haemanthus. Quando è successo di nuovo? Ho del fango nei capelli. Eo lo lava via. Mi strofina gentilmente la fronte. La amo. Qualcosa dentro di me sanguina. Sento Eo parlare tra sé. Parlare a qualcuno. Non lo faccio da così tanto tempo. Ma ne possiedo, di tempo? Sono nella valle? C’è della nebbia. Ci sono il cielo e un grande albero. Fuoco. Fumo.
Tremo e sudo. Marcisci all’inferno, Cassio. Ero tuo amico. Posso aver ucciso tuo fratello, ma non avevo scelta. Tu sì. Arrogante schifoso. Lo odio. Odio Augustus. Li vedo impiccare insieme Eo. Si prendono gioco di me. Ridono di me. Odio Antonia, odio Fitchner. Odio Tito. Odio. Odio. Sto bruciando, sono pazzo e in un bagno di sudore. Odio lo Sciacallo. I Censori. Odio. Odio me stesso per quello che ho fatto. Tutto quello che ho fatto. Per cosa? Per vincere un gioco. Vincere un gioco per qualcuno che non saprà mai niente di quello che ho fatto. Eo è morta. Non potrà mai tornare a vedere ciò che ho fatto per lei.
Morta.
Poi mi sveglio. Avverto del dolore alle viscere. Mi attraversa. Ma non sto più sudando. La febbre è passata, e le linee rosso acceso dell’infezione sono sbiadite. Mi trovo nell’imboccatura di una cava. Ci sono un piccolo fuoco e una ragazza addormentata a pochi centimetri di distanza. Coperta di pellicce. Respira piano nell’aria fumosa. Ha i capelli arruffati e dorati. Non è Eo. Mustang.
Piango in silenzio. Voglio Eo. Perché non posso averla? Perché non posso averla nuovamente viva? Voglio Eo. Non voglio questa ragazza accanto a me. Fa più male della ferita. Non potrò mai riparare ciò che è successo a Eo. Non avrei potuto guidare il mio esercito. Non potevo vincere. Non potevo battere Cassio, figuriamoci lo Sciacallo. Ero il SubInfero migliore. Qui non sono niente. Il mondo è troppo grande e freddo. Sono troppo piccolo. Il mondo ha dimenticato Eo. Ha già dimenticato il suo sacrificio. Non resta più nulla.
Dormo ancora.
Quando mi sveglio, Mustang è seduta accanto al fuoco. Sa che sono sveglio ma mi lascia fingere. Giaccio a occhi chiusi, ascoltandola canticchiare. È una canzone che conosco. Un canto che odo nei miei sogni. L’eco della morte del mio amore. La canzone di colei che chiamano Persefone. Quello che sta canticchiando un’Aurea, è un’eco del sogno di Eo.
Piango. Se ho mai sentito che esiste un Dio, è adesso, mentre ascolto quelle note dolenti. Mia moglie è morta, ma qualcosa di lei resiste ancora.
La mattina dopo parlo a Mustang.
«Dove hai sentito quella canzone?» le domando, senza tirarmi su.
«Dall’HC» dice lei, arrossendo. «La cantava una ragazzina. È… riposante.»
«È triste.»
«Come la maggior parte delle cose.»
Sono passate quattro settimane, mi dice Mustang. Cassio è il Primus. L’inverno è arrivato. Cerere non è più sotto assedio. Certe volte i soldati di Giove giungono nella foresta. Ci sono rumori di battaglia tra le due superpotenze del nord, Giove e Marte. Giove a ovest, Marte a est. Da quando il fiume si è gelato, hanno potuto attraversarlo e farsi delle incursioni a vicenda. Le nostre alci sono uscite dalle gole invernali. Di notte i lupi ululano affamati. I corvi giungono a frotte dal sud. Ma in effetti Mustang sa molto poco, e con lei mi faccio sempre più impaziente.
«Continuare a farti respirare mi ha distratta un po’» mi rammenta lei. Il suo vessillo giace sotto una coperta vicino ai miei piedi. È l’ultima della Casa Minerva. Eppure non è stata domata. E non mi ha fatto diventare schiavo.
«Gli schiavi sono stupidi» dice lei. «E tu sei già un invalido. Perché farti diventare pure stupido?»
Passano giorni prima che riesca a camminare. Mi domando dove siano adesso quelle MedTeam tanto svelte. A curare qualcuno che piaccia ai Censori, di sicuro. Ho vinto il Primus e non me lo hanno mai conferito. Adesso capisco perché lo Sciacallo vincerà. Si stanno sbarazzando della sua concorrenza.
Mustang caccia per i boschi con me nelle settimane successive. Mi muovo impacciato nella neve spessa ma sto tornando in forze. Lei dà il merito alle medicine che aveva trovato ben in vista sotto un cespuglio. Messe lì da un Censore amichevole. Ci arrestiamo quando scorgiamo il cervo. Tendo l’arco, ma non riesco a portare la corda all’orecchio. La ferita mi fa male. Mustang mi osserva. Tento ancora. Dentro di me provo un profondo dolore. Lascio volare la freccia. Lo manco. Quella sera mangiamo avanzi di coniglio. Ha un sapore strano e mi fa venire i crampi. Adesso li ho sempre. È anche per via dell’acqua. Non abbiamo niente per bollirla. Niente iodio. Solo neve e un piccolo torrente da cui bere. Certe volte non riusciamo ad accendere un fuoco.
«Avresti dovuto uccidere Cassio o scacciarlo» mi dice Mustang.
«Ti facevo più nobile di così» dico.
«Mi piace vincere. Una caratteristica di famiglia. E certe volte barare è la regola aurea.» Sorride. «Ottieni una barra ogni volta che ricatturi il tuo vessillo. Così ho fatto in modo che qualcun altro lo perdesse diverse volte a vantaggio di Casa Diana. Poi cavalcavo a catturarlo. Sono diventata Primus in una settimana.»
«Un bel tiro mancino. Eppure piacevi al tuo esercito» dico.
«Piaccio a tutti. Adesso mangia il tuo dannato coniglio. Sei magro come un razor.»
L’inverno si fa più freddo. Viviamo nei boschi del profondo nord, molto più a settentrione di Cerere, a nord-ovest delle mie vecchie alture. Non ho ancora visto un soldato di Marte. Non so cosa farei se dovesse succedere.
«Mi sono nascosta da tutti tranne te» dice Mustang. «Ciò mi tiene in vita e allerta.»
«Qual è il tuo piano?» chiedo.
Lei ride tra sé. «Restare vivi e allerta.»
«In questo sei più brava di me.»
«Che vuoi dire?»
«Nessuno della tua Casa ti avrebbe tradito.»
«Perché non comandavo come te» spiega lei. «Devi ricordare che alla gente non piace sentirsi dire cosa fare. Tratta i tuoi amici come servi e ti ameranno, ma di’ loro che sono dei servi e ti uccideranno. E in ogni caso, hai dato troppo peso a gerarchia e paura.»
«Io?»
«Chi altri? Potevo vederlo a un chilometro di distanza. Ti importava solo della tua missione, qualunque fosse. Sei come una freccia scoccata da un’ombra davvero deprimente. La prima volta che ti ho incontrato, ho capito che mi avresti tagliato la gola pur di ottenere qualunque cosa volessi.» Per un attimo si arresta. «Già che ci siamo, cos’è che vuoi?»
«Vincere» dico.
«Oh, ti prego. Non sei così sempliciotto.»
«Credi di conoscermi?» Le braci crepitano nel nostro piccolo fuoco.
«So che nel sonno piangi per una ragazza di nome Eo. Una sorella? O una ragazza che amavi? È un nome così smorto. Come il tuo.»
«Sono il seme di un pianeta lontano. Non te l’avevano detto?»
«Non mi dicono mai niente. Non esco molto. Ho un padre rigido.» Agita una mano. «Comunque, non importa. L’unica cosa che conta è che nessuno si fida di te, perché ovviamente il tuo obiettivo ti importa più di loro.»
«E in qualche modo tu saresti diversa?»
«Oh, molto diversa, Lord Mietitore. A me la gente piace più che a te. Tu sei il lupo che ulula e azzanna. Io sono la mustang che ti strofina il muso sulla mano. La gente sa di potersi alleare con me. Con te? Al diavolo, o uccidi o sei ucciso.»
Ha ragione.
Quando avevo una tribù, avevo agito bene. Avevo fatto in modo che tutti mi amassero. Gli avevo fatto guadagnare il nostro fortino, o insegnato a uccidere una capra come se lo sapessi fare anche io. Avevo dato loro il fuoco come se fossi stato io a creare i fiammiferi. Avevamo condiviso un segreto – noi avevamo del cibo e Tito no. Mi vedevano come il loro padre. Lo ricordo nei loro occhi. Quando Tito era vivo, ero un simbolo di bontà e speranza. Poi, quando è morto… sono diventato lui.
«Certe volte dimentico che l’Istituto è pensato per insegnarmi qualcosa» dico a Mustang.
La ragazza dorata mi rivolge il capo inclinato. «Tipo che dovresti vivere per qualcosa di più?»
Le sue parole mi colpiscono al cuore. Echeggiano attraverso il tempo, su altre labbra. Vivi per qualcosa di più. Più del potere. Più della vendetta. Più di quanto ci è stato concesso.
Devo imparare a essere meglio di loro, non semplicemente a batterli. È così che aiuterò i Rossi. Sono un ragazzo. Uno sciocco. Ma se imparo a essere un capo, posso essere più che un agente dei Figli di Ares. Posso dare un futuro al mio popolo. È questo che voleva Eo.
Inverno inoltrato. Adesso i lupi sono affamati. Ululano di notte. Quando Mustang e io uccidiamo qualcosa, certe volte dobbiamo spaventarli perché se ne vadano. Ma quando abbattiamo un caribù all’imbrunire, da settentrione cala un branco. Arrivano dagli alberi come spettri neri. Ombre. Il più grosso è grande quanto me. Con la pelliccia bianca. Quella degli altri è grigia, non più nera. Questi lupi mutano con le stagioni. Li osservo mentre ci circondano. Ciascuno si muove con astuzia individuale. Eppure lo fa come parte del branco.
«È così che dovremmo combattere» bisbiglio a Mustang mentre guardiamo i lupi avvicinarsi.
«Possiamo parlarne dopo?»
Abbattiamo il capobranco con le frecce. Gli altri fuggono. Mustang e io sediamo per scuoiare l’enorme bestia bianca. Mentre lei fa correre il coltello sotto la pelliccia, alza lo sguardo, il naso arrossato dal freddo.
«Gli schiavi non fanno parte del branco, perciò non possiamo combattere come i lupi. Non che la cosa importi. Neppure i lupi la fanno giusta. Si aspettano troppo dal capobranco. Tagliata la testa, il corpo batte in ritirata.»
«Quindi la risposta è l’autonomia» dico.
«Forse.» Si morde il labbro.
Quella notte, elabora il suo pensiero. «È come una mano.» Si siede vicina e con familiarità, la gamba che tocca la mia. Abbastanza vicina perché il senso di colpa mi strisci su per la spina dorsale. Il caribù arrostisce, riempiendo la caverna di un aroma intenso, intimo. Fuori infuria una tempesta e la pelle del lupo sta ad asciugare al fuoco.
«Dammi la mano» dice lei. «Qual è il tuo dito migliore?»
«Sono tutti migliori per cose diverse.»
«Non essere cocciuto.»
Le dico il pollice. Cerca di farmi tenere un bastoncino solo con il pollice. Me lo strappa via facilmente. Poi me lo fa tenere senza pollice e solo con le altre dita. Con una torsione, il bastoncino è libero.
«Immagina che il tuo pollice siano i membri della tua Casa. Le dita sono tutti gli schiavi che avete conquistato. Il Primus, o chi per lui, è il cervello. Funziona tutto in maniera piuttosto uniforme, non ti pare, dannazione?»
Non riesce a togliermi il bastoncino. Lo poggio a terra e le chiedo qual è il punto.
«Adesso cerca di fare qualcosa di più che impugnare il vessillo. Prova a muovere il pollice in senso antiorario e le dita in senso orario eccetto il medio.»
Lo faccio. Lei fissa esterrefatta la mia mano e ride incredula. «Accidenti.» Ho rovinato la sua dimostrazione. I SubInferi sono abili. Le osservo le mani mentre ci pr...