La nevrosi si può vincere
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La nevrosi si può vincere

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Informazioni su questo libro

"Il nostro modo di godere è diventato nervoso e logorante come la nostra attività lavorativa... Il risultato è un sempre maggior divertimento e una sempre minor gioia." Riflessioni, considerazioni filosofiche, massime di vita: un "vademecum" spirituale.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2016
Print ISBN
9788804447849
eBook ISBN
9788852072543

La nevrosi si può vincere

PICCOLE GIOIE1

L’alta considerazione dell’attimo, la fretta, vista come ragione fondamentale della nostra vita, è indubbiamente il nemico più pericoloso della gioia. Con un sorriso venato di nostalgia leggiamo gli idilli e i viaggi sentimentali di epoche lontane. Quando mai ai nostri avi è mancato il tempo di fare qualcosa? Quando lessi l’egloga sull’ozio scritta da Friedrich Schlegel non potei trattenermi dal pensare: “Quanto avresti sospirato se avessi dovuto lavorare come noi!”.
Il fatto che, fin dalla prima infanzia, la fretta della vita moderna eserciti su di noi un influsso aggressivo e dannoso ci appare triste ma necessario. Purtroppo la frenesia della vita moderna si è ormai impossessata anche dei nostri momenti di tempo libero; godiamo delle cose in maniera nervosa e logorante come durante la nostra attività lavorativa. La parola d’ordine è: “il più possibile e il più presto possibile”. Il risultato è un sempre maggior divertimento e una sempre minor gioia. Chi ha partecipato a una grande festa in una città o in una metropoli oppure ha visto i luoghi di divertimento delle città moderne serberà il ricordo doloroso e ripugnante di volti febbrili e convulsi con occhi spalancati. Questa forma morbosa di godere delle cose, eternamente insoddisfatta anche se eternamente appagata, è frequente anche nei teatri, all’opera, nelle sale da concerto e nelle gallerie d’arte. Andare a vedere un’esposizione di arte moderna non è certo un gran divertimento.
Questo male non risparmia nemmeno i ricchi. Forse potrebbero evitarlo, però non ne sono capaci: devono partecipare, tenersi ai corrente, essere all’altezza degli altri.
Nessuno conosce una ricetta universale per combattere questa situazione, nemmeno io. Voglio soltanto consigliarvi un vecchio rimedio personale, purtroppo assai antiquato, un piacere moderato è un piacere doppio. E ancora: non trascurate le piccole gioie!
Moderazione. In certi ambienti ci vuole coraggio per perdere la prima di uno spettacolo. In altri ci vuole coraggio per non conoscere una novità letteraria a qualche settimana dalla sua pubblicazione. Quasi ovunque veniamo rimproverati se non abbiamo ancora letto il giornale di oggi. Tuttavia conosco alcune persone che hanno trovato il coraggio di farlo e che non se ne sono pentite.
Chi ha un abbonamento per il teatro non creda di andare incontro a chissà quale perdita se lo usa solo una volta ogni due settimane. Glielo posso garantire: ci guadagnerà.
Chi è abituato a vedere una gran quantità di quadri in una sola volta provi ogni tanto, se ancora ci riesce, a soffermarsi per un’ora o più su un unico capolavoro e ad accontentarsi di questo per tutta la giornata. Ci guadagnerà qualcosa.
Provi a fare lo stesso chi legge molto, e così via. A volte si arrabbierà perché non potrà discutere di qualche novità. Talvolta farà sorridere gli altri. Ma in breve tempo sarà lui a sorridere e a saperne più degli altri. E colui che non vuole accettare queste limitazioni provi, almeno una volta alla settimana, ad addormentarsi alle dieci di sera. Si stupirà osservando che questa piccola perdita di tempo e di piacere viene ripagata brillantemente. L’abitudine alla moderazione è intimamente connessa alla capacità di godere delle “piccole gioie”. Questa capacità innata a tutti gli uomini è basata su alcuni presupposti che, nella vita moderna, sono andati atrofizzandosi e perdendosi: una buona dose di serenità, amore e poesia. Queste piccole gioie, prerogativa soprattutto della povera gente, sono impercettibili e sono distribuite in gran quantità nella vita di tutti i giorni. I sensi spenti dei lavoratori non riescono più a percepirle. Non sono appariscenti, non vengono decantate, non costano nulla! (Stranamente nemmeno i poveri sanno che le gioie più belle non costano nulla.) Nel novero di queste gioie spiccano quelle che aprono i nostri sensi al contatto giornaliero con la natura. In particolare i nostri occhi – questi occhi da uomo moderno, affaticati e male utilizzati – posseggono, basta volerlo, un’inesauribile capacità di godimento. La mattina, quando mi reco al lavoro, mi circondano numerosi altri lavoratori che mi sfrecciano incontro, ancora sonnolenti, freddolosi e sempre di fretta. La maggior parte cammina in fretta e tiene gli occhi rivolti alla strada o, al massimo, ai vestiti e al viso dei passanti. Alzate la testa, amici miei! Provate! Ovunque voi siate scorgerete un albero o uno splendido pezzo di cielo. Non è necessario che sia cielo blu, in qualche modo percepirete comunque la luce del sole. Abituatevi a guardare il cielo ogni mattina per un istante. Improvvisamente sentirete intorno a voi l’aria, l’alito frizzante del mattino che vi accompagna dal momento del risveglio fino al posto di lavoro. Scoprirete che ogni giornata e ogni tetto hanno una forma propria, una propria luce. Prestate attenzione a queste cose e per tutto il giorno serberete una briciola di piacere e manterrete il contatto con la natura. A poco a poco e senza sforzo l’occhio diventerà l’intermediario di piccoli stimoli, l’osservatore della natura, delle strade, il rilevatore dell’inesauribile comicità della vita quotidiana. Siamo quasi a metà del cammino che conduce a uno sguardo artistico esperto; l’importante è iniziare, aprire gli occhi.
Un pezzo di cielo, il muro di un giardino sormontato da verdi rami, un cavallo docile, un bel cane, un gruppo di bambini, una graziosa testa femminile; perché privarci di tutto ciò? Chi ha già superato la fase iniziale può scoprire cose preziose anche solo in una comunissima strada e senza perdere un minuto di tempo. La vista, e non solo quella, non si stanca, anzi, si tonifica e si ritempra. Tutte le cose, anche le meno interessanti o le più brutte, hanno un lato piacevole; bisogna solo volerlo vedere…
Davanti a uno stabile, nel quale ho lavorato per lungo tempo, c’era una scuola femminile. Su questo lato giocavano le bambine di quinta, lo dovevo lavorare sodo e il rumore delle bambine mi disturbava: ma un solo sguardo in quel cortile mi dava una gioia e una voglia di vivere indicibili. Quegli abiti colorati, quegli occhi vivaci e allegri, quel movimenti agili e vigorosi accrescevano la mia voglia di vivere. Forse una scuola di equitazione o una corte mi avrebbero dato le stesse sensazioni. Chi ha provato a osservare gli effetti della luce su una superficie uniforme, ad esempio un muro, sa quanto l’occhio provi piacere e venga appagato da questa vista.
Questi pochi esempi possono bastare. A molti lettori saranno sicuramente tornate alla memoria altre piccole gioie: il particolare piacere nell’annusare un fiore o un frutto, nel sentire la propria voce e quella di altri, nell’ascoltare i discorsi dei bambini. Ad esse si possono aggiungere anche il canticchiare o il fischiare una melodia e migliaia di altre piccole cose, grazie alle quali possiamo intrecciare la nostra vita in una fulgida catena di piccoli piaceri.
A tutti coloro che hanno poco tempo o che sono svogliati consiglio di assaporare quotidianamente e il più possibile le piccole gioie, e di serbare i piaceri più grandi e faticosi per i giorni di festa e per le ore felici. Le piccole gioie, non quelle grandi, ci sono state date soprattutto per riposarci, e ci servono da sollievo e conforto quotidiano.

NON TI SCORDARE2

Non vi è giornata dura e gravosa
che dalla sera non sia graziata,
e dalla notte silenziosa
bonaria e lieve non sia abbracciala.
E tu, mio cuore, non disperare
se al desiderio ardente cedi
la notte è prossima e ti lascia entrare
nelle sue braccia materne e lievi.
Faran da scrigno, faran da letto
al pellegrino assai smanioso,
che una mano estranea ha fatto
affinché lui trovi il suo riposo.
Non ti scordare, selvaggio cuore:
ama ardente ogni piacere
e ama anche ogni aspro dolore
perché per sempre poi dovrai tacere.
Non vi è giornata dura e gravosa
che dalla sera non sia graziata,
e dalla notte silenziosa
bonaria e lieve non sia abbracciata.

L’ARTE DELL’OZIO3

La crescente assimilazione del lavoro intellettuale a un’attività industriale violenta, priva di gusto e di tradizione, e gli sforzi sempre maggiori da parte della scienza e della scuola di sottrarci la nostra libertà e la nostra personalità, inculcandoci fin dalla più tenera età un ideale di vita fatto di fatiche affannose e forzate, hanno rovinato e fatto cadere in discredito molte arti antiche, tra le quali l’arte dell’ozio. Abbiamo mai raggiunto un certo grado di professionalità in quest’arte? In Occidente la pigrizia assurta ad arte è stata esercitata sempre e solo da goffi dilettanti.
È sorprendente che oggigiorno, mentre molti volgono sguardi nostalgici all’Oriente, cercando faticosamente di impadronirsi di un po’ di gioia da Schiras e Bagdad, di un po’ di cultura e tradizione dall’India e di un po’ di serietà e profondità dai templi di Buddha, solo raramente qualcuno sfrutti le cose più accessibili a noi, e tenti di appropriarsi dell’incanto delle corti moresche, immerse nella frescura delle fontane, così come sono descritte nei libri di storia orientale.
Come mai molti di noi provano una strana gioia e soddisfazione quando leggono questi libri di storia. Le mille e una notte, i racconti popolari turchi e il prezioso Libro dei pappagalli, il Decamerone della letteratura orientale? Come mai un giovane poeta originale e raffinato come Paul Ernst ha ricalcato così spesso le orme di queste opere per scrivere la sua Principessa dell’Oriente? Come mai la logora fantasia di Oscar Wilde ha trovato rifugio in questa letteratura? Se vogliamo essere onesti, e prescindere da quei pochi seri orientalisti, dobbiamo riconoscere che i grossi volumi delle Mille e una notte, dal punto di vista del contenuto, non eguagliano un’unica fiaba dei Grimm o un’unica saga cristiana medievale, Tuttavia li leggiamo con piacere, e li dimentichiamo in fretta, perché il contenuto di una storia è simile a quello di tutte le altre, e proseguiamo la lettura con lo stesso diletto.
Qual è il motivo? Di solito parliamo di arte narrativa orientale perfetta. In questo caso, però, sopravvalutiamo il nostro giudizio estetico. Infatti se i pochi, veri talenti narrativi della nostra letteratura vengono tenuti in così bassa considerazione perché mai dovremmo interessarci a questi stranieri? Non si tratta del piacere dell’arte narrativa, o perlomeno, non solo di quello. Noi, poi, a dire il vero, abbiamo uno scarso senso della narrazione; quando leggiamo, oltre alla grezza materia del racconto, non cerchiamo altro che stimoli psicologici o sentimentali.
Ciò che di quest’arte orientale ci avvince, con il suo grande fascino, è semplicemente l’inerzia dell’Oriente, cioè l’ozio elevato ad arte, controllato e assaporato con gusto. Giunto al punto più avvincente della sua fiaba il narratore orientale ha ancora tempo per descrivere fin nei minimi dettagli una tenda reale purpurea, una sella ricamata e ornata di pietre preziose, le virtù di un derviscio o la perfezione di un vero e proprio saggio. Prima di far pronunciare ai suoi principi o principesse una sola parola descrive minutamente il rossore e la sinuosità delle loro labbra, la forma e lo splendore dei loro bei denti bianchi, il fascino di uno sguardo ardito e infiammato oppure timido e schivo, i gesti delle mani ben curate, dal candore impeccabile, l’opale roseo delle unghie che fa da riscontro allo splendore dei gioielli incastonati negli anelli. L’ascoltatore non lo interrompe, non conosce l’impazienza e la voracità del lettore moderno, e ascolta con lo stesso interesse e piacere la descrizione delle virtù di un vecchio eremita, delle gioie amorose di un giovane o del suicidio di un visir caduto in disgrazia.
Mentre leggiamo veniamo assaliti costantemente da un nostalgico sentimento di invidia: queste persone hanno tempo da perdere! Un mucchio di tempo! Possono impiegare un giorno e una notte per inventare un nuovo paragone che descriva la bellezza di una bella persona oppure la bassezza di un malvagio! Gli ascoltatori vanno a dormire tranquilli, anche se la sera hanno ascoltato solo metà di una storia iniziata a mezzogiorno; dicono le loro preghiere e dopo aver ringraziato Allah prendono sonno. Domani sarà un altro giorno. Essi sono i milionari del tempo, vi attingono come a un pozzo senza fondo, e la perdita di un’ora, di un giorno o di una settimana è insignificante. Mentre leggiamo quelle strane storie e quelle favole senza fine intrecciate tra di loro diventiamo a nostra volta straordinariamente pazienti e desideriamo che non finiscano mai perché per un istante ci abbandoniamo al loro grande incanto; il dio dell’ozio ci ha toccati con la sua bacchetta magica.
Molti di quegli innumerevoli pellegrini stanchi ma pieni di fede che, in questi ultimi tempi, si recano nella culla dell’umanità e della cultura per poi sedersi ai piedi del grande Confucio e del grande Laotse, sono mossi soltanto da una profonda nostalgia per quest’ozio divino. Cosa sono l’incanto liberatorio di Bacco e il dolce piacere soporifero dell’hascisc in confronto all’immensa pace dell’eremita che, seduto sul crinale di un monte, osserva il moto circolare della propria ombra e abbandona la sua anima al ritmo tranquillo, costante e inebriante dell’alternarsi del sole e della luna? Noi cittadini del misero Occidente abbiamo fatto a pezzi il tempo, e assegnato a ogni brandello un valore in denaro; invece laggiù il tempo scorre ancora intatto come un’onda in continua crescita, sufficiente a dissetare il mondo, inesauribile come il sale marino e come la luce delle stelle.
Non ho alcuna intenzione di elargire consigli all’attività industriale e alla scienza che stanno divorando la nostra personalità. Se l’industria e la scienza non hanno più bisogno di personalità, ebbene, non ne avranno. Noi artisti, però, dobbiamo, come sempre, seguire altre leggi, perché, nel bel mezzo della bancarotta culturale, viviamo su un’isola con condizioni di vita ancora accettabili. Per noi la personalità non è ...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Hesse, la musica e il canto
  4. La nevrosi si può vincere
  5. Fonti
  6. Copyright

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