In seno all'umanità sono sempre esistiti esseri che hanno testimoniato una verità da tutti intuita, ma per lo più negletta perché difficile da concepire con la logica della mente. Questi spiriti eletti parlano di una vita in armonia con l'universo, e le loro parole echeggiano di un'aspirazione comune al genere umano. Usano parabole, storielle, racconti per rompere un'apatia dello spirito e invitare a vedere il reale, liberi da filtri e da pregiudizi. In tale visione della realtà, essi dicono, dimora la realizzazione dell'uomo, il vero appagamento. Osho è uno di questi Maestri di realtà. In questo libro ha voluto rivisitare i racconti di alcune delle scuole di ricerca del Vero più significative della tradizione orientale - hindu, sufi, tao e zen, cui aggiunge storie di sua creazione -, per renderli accessibili all'uomo moderno, svelando significati di incredibile valore e di estrema attualità.

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Theology & ReligionCategoria
ReligionParte terza
RACCONTI TAO
La verità non si può insegnare; al massimo, la si può indicare, e l’indicazione può solo essere data da tutto il tuo essere, da tutta la tua vita: l’indicazione non può essere fornita per mezzo delle parole; esse non sono un tramite possibile del Vero. Ecco perché Lao-tzu era tanto contrario alle parole.
Vestirsi di silenzio
Lao-tzu visse novant’anni. In verità, per novant’anni non fece altro che vivere. Visse in modo totale, pienamente immerso nell’esistenza.
Molte volte i suoi discepoli gli chiesero di scrivere qualcosa; ma ogni volta, lui rispondeva: «Il Tao di cui si può parlare non è il vero Tao». La verità che viene espressa diviene immediatamente qualcosa di falso; perciò non diceva nulla, e non scriveva nulla.
Cosa facevano, dunque, i discepoli insieme a lui? Si limitavano a stare con lui, a vivere con lui. Questo è satsang, questo è stare con il Maestro, essere con il Maestro.
I discepoli di Lao-tzu vivevano con lui, girovagavano con lui: assorbivano semplicemente il suo essere.
Standogli vicino, cercavano di aprirsi a lui. Standogli vicino, cercavano di non pensare a nulla. Standogli vicino, diventavano sempre più silenziosi.
In quel silenzio, Lao-tzu li raggiungeva; in quel silenzio, si avvicinava a loro e bussava alle loro porte. Ma per novant’anni, si rifiutò di dire o di scrivere alcunché.
Il suo presupposto, la sua attitudine di fondo erano che la verità non può venir detta, né insegnata: non appena ne parli, non è più vera; il fatto stesso di tradurla in parole, la falsifica. Pertanto, la verità non si può insegnare; al massimo, la si può indicare, e l’indicazione può solo essere data da tutto il tuo essere, da tutta la tua vita; l’indicazione non può essere fornita per mezzo delle parole: esse non sono un tramite possibile del Vero. Ecco perché Lao-tzu era tanto contrario alle parole.
Si racconta che ogni mattina, all’alba, andasse a fare una passeggiata, e un suo vicino lo accompagnava sempre.
Ben sapendo che a Lao-tzu non piaceva parlare, che era un essere assolutamente silenzioso, quell’uomo non diceva mai nulla, non si perdeva in chiacchiere, non si metteva a parlare del tempo… non lo salutava neppure!
Lao-tzu camminava per chilometri e chilometri, e il suo vicino lo seguiva. Era stato così per anni. Ma un giorno accadde che il vicino ebbe un ospite, e anche l’ospite manifestò il desiderio di partecipare a quella passeggiata mattutina, per cui il vicino lo portò con sé.
Purtroppo, l’ospite non conosceva affatto Lao-tzu e le sue abitudini, e in compagnia di quei due uomini che non dicevano una sola parola, ben presto il nuovo venuto iniziò a sentirsi soffocare: non riusciva a comprendere il loro silenzio, quel silenzio gli pesava.
Se non sai stare in silenzio, il silenzio ti grava addosso come un peso insopportabile. Ma ricorda: non è parlando che si comunica. Niente affatto, parlare ha ben altra funzione: parlando ci si scarica. In realtà, tramite le parole è impossibile qualsiasi comunicazione. È possibile solo l’opposto: è possibile evitare ogni comunicazione. Con le parole puoi creare intorno a te uno schermo che ti avviluppa e impedisce agli altri di percepire la tua situazione reale: puoi vestirti di parole, nascondendoti alla vista altrui!
Quell’uomo, immerso in quel silenzio tangibile, cominciò a sentirsi nudo, goffo, si sentì soffocare. Era imbarazzato, a disagio; perciò, per uscire da quello stato di tensione, mentre il sole sorgeva all’orizzonte, sbottò: «Che bel sole sta nascendo! Guardate!».
Non disse altro. Ma nessuno replicò a quelle sue parole, nessuno rispose, perché il vicino sapeva che qualsiasi conversazione non sarebbe stata gradita; e Lao-tzu, dal canto suo, ovviamente non degnò quell’uomo neppure di uno sguardo.
Ma al ritorno, Lao-tzu disse al vicino: «Domani non portare più con te quell’uomo, è un chiacchierone!».
E aveva solo detto: «Che bel sole sta nascendo!», in una passeggiata di due o tre ore!
Ma Lao-tzu specificò: «Non portare mai più con te persone così chiacchierone. Quell’uomo parla inutilmente. Anch’io ho occhi per vedere che il sole sta sorgendo, che è bello. Che bisogno c’è di dirlo?».
La vita di Lao-tzu fu immersa nel silenzio, visse in silenzio. Egli evitò sempre di parlare della verità che aveva raggiunto, percepito, compreso, e respinse sempre l’idea di metterla per iscritto, a beneficio delle generazioni future. Ma all’età di novant’anni, si congedò dai suoi discepoli e disse loro: «Ora voglio andare verso i monti, voglio raggiungere l’Himalaya, perché mi preparo a morire. È bene vivere in mezzo alla gente, è bene vivere nel mondo; ma quando la morte si avvicina, è bene immergersi nella solitudine, avvolgersi nella solitudine più totale, così da ritornare alla sorgente originaria in assoluta purezza, nella più completa solitudine, incontaminati dal mondo».
I discepoli ne furono molto rattristati, ma non potevano farci nulla. Lo seguirono per alcune centinaia di chilometri, ma a poco a poco Lao-tzu li convinse a tornare indietro e arrivò, tutto solo, al confine della Cina con il Tibet.
Anche il soldato che montava la guardia al confine era un suo discepolo, e si rifiutò di lasciarlo proseguire; lo mise in prigione e gli disse: «Se non scrivi un libro, in cui sia raccolto ciò che hai compreso, non ti permetterò di passare il confine. Fallo per l’umanità: è un debito che devi saldare; altrimenti non ti permetterò di proseguire». E per tre giorni Lao-tzu fu tenuto in prigione dal suo discepolo.
È una storia meravigliosa, colma d’amore: è così che ebbe origine il solo libro scritto da Lao-tzu, il Tao Te Ching. Fu costretto a scriverlo, per poter attraversare la frontiera… e lui lo portò a termine in tre giorni.
E la frase con cui il libro si apre è significativa: «Il Tao di cui si può parlare non è il Tao assoluto».
La prima cosa che Lao-tzu dichiara è che qualsiasi cosa si possa esprimere con le parole non è vera. Questa è la sua introduzione al taoismo. Egli ti mette in guardia: adesso seguiranno delle parole, non lasciarti intrappolare! Ricorda l’esperienza scevra da parole, metti a fuoco ciò che non può essere comunicato tramite il linguaggio!
Il Tao può essere comunicato solo e unicamente da essere a essere. Può essere comunicato quando sei in compagnia del Maestro, quando stai semplicemente con il Maestro, senza fare nulla, senza neppure praticare nulla. Il Tao può essere comunicato unicamente nel puro e semplice stare con il Maestro.
Come mai la verità non può essere comunicata tramite il linguaggio?
Le ragioni sono molte, ma la prima e la più fondamentale è che la verità viene sempre e solo colta nel silenzio.
Quando il dialogo interno cessa, quando ogni chiacchierio della mente si acquieta, viene colta la verità.
Come può essere possibile comunicare per mezzo di suoni ciò che viene colto nel silenzio, in silenzio?
La verità è un’esperienza, non è un pensiero. Se fosse un pensiero, potrebbe essere sicuramente comunicabile tramite il linguaggio. Poiché ci si arriva per mezzo del silenzio, la verità non può essere espressa: viene colta nell’assenza di suoni, nell’assenza di pensiero; ci si arriva per mezzo della nonmente.
La mente deve cadere lungo il sentiero: dunque, com’è possibile che la mente, una cosa che si deve lasciar cadere quale presupposto inevitabile e necessario per percepire il Vero, sia poi in grado di esprimere la verità?
Ricorda: ciò che la mente comprende, è poi in grado di esprimere; ma ciò che la mente non è in grado di comprendere non è in grado di esprimere. Dunque, per comunicare la verità, ogni linguaggio è del tutto insignificante, futile.
A cosa servono, quindi, tutte le parole scritte da Lao-tzu? Esse cercano di esprimere qualcosa che non può essere espresso, per far sorgere in te il desiderio, l’anelito.
Certo, la verità non può essere espressa, ma lo sforzo stesso operato per esprimerla, può accendere nell’ascoltatore il desiderio di conoscere l’inesprimibile. Può renderti consapevole di una sete che esiste dentro di te.
Quella sete, quell’aspirazione, quell’anelito sono già dentro di te, ma hai bisogno di uno stimolo, di una provocazione. Come potrebbe essere altrimenti?
La tua sete, che si manifesta in ogni tuo desiderio, in ogni tua aspirazione, in ogni tua azione, è sete di estasi, sete di una pace radiosa. Il tuo cuore è un fuoco che divampa, e la tua è una ricerca di qualcosa che possa estinguere quella sete. Purtroppo, non avendo trovato quell’acqua di vita eterna, non avendo trovato la fonte originale, a poco a poco hai represso la tua sete. Non poteva che essere così: la coscienza di quella sete genera un’inquietudine troppo grande, non ti avrebbe lasciato vivere; non potevi che reprimerla.
Un Maestro come Lao-tzu sa bene che la verità non può essere espressa; ma lo sforzo stesso di esprimerla fa emergere in chi ascolta quella sete repressa. E quando quella sete affiora alla superficie della tua coscienza, inizia un viaggio, ha origine una ricerca.
Il Maestro ti ha smosso dalla tua apatia, ti ha scosso dal sonno della tua coscienza.
La natura del desiderio
Lao-tzu dice: «Rimuovi tutti gli strati del desiderio». Non deve restare desiderio alcuno, a nessun livello. Noi, a volte, ci liberiamo di alcuni strati di desiderio, ma lo facciamo solo quando abbiamo costruito in noi altri livelli, più solidi e più grandi dei precedenti: lasciamo un desiderio solo quando è sostituito da un altro, lo abbandoniamo solo quando è pienamente rimpiazzato.
In verità, noi lasciamo cadere un desiderio solo quando ci imbattiamo in un altro, più grande e migliore: rinunciamo a un piccolo appartamento per una casa più grande; lasciamo una piccola proprietà per una più grande.
Certo, noi tutti lasciamo cadere i desideri, ma solo quando ne percepiamo di più grandi. Spesso accade anche che si abbandoni l’intera gamma di desideri umani: un uomo che ha vissuto ricercando ricchezza, posizione, fama, può lasciare ogni cosa. Scende le scale del suo ufficio, e d’improvviso rinuncia a tutto, si libera perfino dei suoi vestiti e, nudo, dichiara: «Ora voglio mettermi alla ricerca di Dio».
Un uomo simile rinuncia a tutte le cose terrene, ma solo perché i suoi occhi hanno messo a fuoco una conquista ben più grande e più duratura: il regno di Dio! Ora quell’uomo ricerca una grandezza e una ricchezza infinite. Ricerca una ricchezza che non possa essere rubata, un bene che la morte non gli possa sottrarre… d’altro canto, anche questa è una ricerca, è un desiderio.
Ora la sua ricerca ha un nome altisonante, una diversa prospettiva, una diversa realtà, ma ricorda: nessuno potrà mai fare di Dio un oggetto del suo desiderio! Chi ci prova non troverà Dio: stabilirà solo la frontiera del suo desiderio in un’altra contrada, in un’altra dimensione.
La pace, la beatitudine, la libertà dalla ruota della vita non possono essere un oggetto del desiderio. Se lo diventano, ci si ritrova unicamente in una nuova prigione, di tipo diverso, creata con le nostre mani: una prigione splendida, con arabeschi d’oro, colma di profumi e fragranze, ma che sarà pur sempre una prigione.
In verità, nessun desiderio potrà mai condurti fuori dalla prigione: ovunque ci sia desiderio, esiste una schiavitù.
Se veramente vuoi toccare gli abissi senza fine in cui dimorano i misteri dell’esistenza, dovrai essere privo di desideri, e questo vuol dire “vuoto” di qualsiasi desiderio.
La mente è molto astuta, ti dice: «Va benissimo liberarsi dal desiderio di ricchezze, ma non da quello di conquistare la pace dello spirito. È bene non volere i beni materiali, ma devi conquistare quelli spirituali!».
La mente non vive nelle ricchezze del mondo, bensì nel desiderio in quanto tale, ricordalo! Per questo un qualsiasi scopo alla mente va più che bene: ciò che conta è che ci sia una meta, uno scopo, un desiderio, non importa quale. Quindi, sta’ attento: gli inganni della mente sono molto sottili, arriva al punto di fare dell’assenza di desiderio, un desiderio! In questo modo, restando alla guida del tuo aspirare all’assenza di desiderio, questo può continuare a esistere.
Un ricercatore del Vero si avvicinò a Lao-tzu e gli disse: «Voglio raggiungere la pace dello spirito».
Lao-tzu rispose: «Non l’otterrai mai!».
Il giovane era allibito: «Cos’ho fatto di così terribile, cosa c’è in me di così malato da impedirmi di conseguire la pace eterna?».
Allora Lao-tzu gli spiegò: «Finché vorrai conseguire la pace, non l’otterrai mai. Anch’io per lungo tempo l’ho desiderata, e alla fine ho scoperto che il desiderio per la quiete dello spirito può portare a un’insoddisfazione così profonda da superare di gran lunga qualsiasi altro disagio. Pertanto, se vuoi acquisire la pace e la beatitudine, lascia perdere l’idea stessa di volerle conseguire!».
Ricordo un altro aneddoto:
Un ricercatore andò da Lieh-tzu e gli disse: «Ho rinunciato a ogni cosa».
Lieh-tzu gli rispose prontamente: «Ora sii gentile, e rinuncia anche a questo. Solo allora potrai ven...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- I Maestri raccontano
- Premessa
- Parte prima. RACCONTI HINDU
- Parte seconda. RACCONTI SUFI
- Parte terza. RACCONTI TAO
- Parte quarta. RACCONTI ZEN
- Parte quinta. I RACCONTI DI OSHO
- Nota biografica
- Copyright
Domande frequenti
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