Meglio soffrire che mettere in un ripostiglio il cuore
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Meglio soffrire che mettere in un ripostiglio il cuore

  1. 180 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Meglio soffrire che mettere in un ripostiglio il cuore

Informazioni su questo libro

"C'erano una volta un ragazzo e una ragazza.

C'erano una volta perché adesso non ci sono più.

Un sabato mattina di fine aprile lui si sorprese a piangere davanti a lei. Non riusciva a parlare. Avrebbe voluto confessarle che era finita, ma sapeva che poi lei avrebbe iniziato a singhiozzare, e non ne sopportava nemmeno l'idea.

Lei alzò lo sguardo dal suo libro come se avesse avvertito una forza nuova in casa, incontenibile, che l'avrebbe schiacciata contro il muro se non si fosse aggrappata a qualcosa, così si aggrappò al suo orgoglio, o a quello che ne rimaneva. Chiuse il libro, si alzò dal divano e si diresse verso di lui, si mise sulle punte e gli accarezzò la testa. Gli disse di stare tranquillo. Lui le faceva del male e lei lo consolava. Gli diede un bacio sulla guancia e uscì di casa senza voltarsi, per non essere costretta a dirgli addio.

Quando, quasi tre ore dopo, tornò a casa, lui non c'era più. Sfinita, si addormentò su quello che era stato il loro letto. Più tardi, si svegliò di soprassalto e mise a fuoco nel buio quella parte di letto, così vuota, e avvertì un macigno sul petto che non la faceva respirare. Si rese conto di non essere pronta a lasciarlo andare. Si alzò per cercare un quaderno, come se improvvisamente fosse una questione di vita o di morte. Ne trovò uno. Conosceva le regole: non chiamarlo, non cercarlo, non seguirlo (!!!), non inviargli messaggi, bloccarlo su ogni social network, non giocarsi la dignità. Conosceva le regole, ma le stavano strette, perché stavolta, in quella storia, ci aveva creduto talmente tanto da sentirsi quasi adatta a un futuro felice. Per questo, per la prima volta in ventisette anni, decise di iniziare a tenere un diario segreto, che poi, a voler essere davvero sinceri, altro non era che un modo per continuare a parlare con lui." Nel raccontarci la storia d'amore di Anna e Tommaso, Susanna Casciani racconta la storia di ognuno di noi. Di chiunque abbia mai vissuto (e perso) un grande amore. E lo fa con la grazia e la profondità di parole che abbiamo imparato ad amare sulla sua pagina Facebook, capaci di farci sentire, sentire tutto, anche il male. E di farci tornare a sorridere sempre.

Susanna Casciani è nata a Firenze nel 1985. Vive a Pistoia ed è un'insegnante di scuola primaria. Scrive su internet da quando internet esiste utilizzando una serie infinita di pseudonimi. Nel 2010 ha aperto la pagina Facebook Meglio soffrire che mettere in un ripostiglio il cuore, oggi seguita da quasi 200.000 persone.

Scelto da 375,005 studenti

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2016
eBook ISBN
9788852072246
Print ISBN
9788804658955

CARO TOMMASO

75 giorni dopo la fine

Per Anna, da Anna

Quando finisce un amore non devi per forza dimenticare tutto per stare meglio.
Intanto diciamolo: non è possibile. Non possiamo scegliere di rimuovere i ricordi più dolci e colorati solo perché dopo un addio diventano i più dolorosi.
Non si può, ed è giusto così.
Non devi dimenticare niente. Ti serve tutto; hai bisogno di ogni bacio e di ogni telefonata che non hai ricevuto, di ogni carezza sotto il piumone, di ogni sera in cui hai aspettato invano che lui si accorgesse ancora di te, di ogni cena, di ogni sguardo che vi siete scambiati in mezzo alla gente, di tutte le cose strane e anche di quelle normali che avete fatto insieme. Hai bisogno di ricordare il giorno in cui era troppo stanco per toccarti e anche quello in cui tu parlavi, quasi piangevi, ma lui non ti ascoltava nemmeno. Hai bisogno di ricordare i suoi occhi, com’erano languidi quando ti desideravano di più e com’erano diventati piccoli e freddi da quando avevano smesso di guardarti. Devi ricordare.
Devi ricordare la differenza tra il prima e il dopo. Devi ricordare il bene perché tutte queste lacrime abbiano almeno un senso, per avere sempre presente che sei stata felice, per tenere a mente com’era, per non accontentarti – in futuro – di qualcosa in meno.
Devi ricordare il bene, ma soprattutto devi ricordare il male.
Per non andare a cercarlo ancora una volta. Per smettere di aspettarlo.
Per non tornare indietro.
Mai più.

80 giorni dopo la fine

Ma la me che hai amato, quella con i pantaloni troppo stretti e le maglie troppo larghe, quella con il seno troppo piccolo e le gambe troppo magre, quella delle canzoni troppo tristi, quella dalle parole semplici, dalla rabbia facile, quella che contava le volte in cui la chiamavi “amore”, quella che non piangeva mai davanti a te, ma piangeva spesso, quella che se non le dicevi “ti amo” almeno una volta al giorno ti scriveva “stronzo”, di notte, quella che faceva l’amore con il sole, con la pioggia, su ogni letto, su ogni spiaggia, quella che non ha mai avuto il coraggio, quella dai capelli troppo corti, quella dalle calze colorate, dai giochi in scatola, dagli occhi troppo sfuggenti che non ci si capisce niente nemmeno se li ami, quella che abbracciavi spesso e volentieri, quella che ti preparava la pasta al pomodoro più buona che avessi mai mangiato, quella che ballava davanti allo specchio, quella che non rispondeva mai al telefono, che si commuoveva leggendo una frase scritta sul muro, quella che aveva sempre un libro e una penna in borsa, ma i fazzoletti mai, mai mai mai, ché non sono mai stata una donna come si deve, quella che amava aprile, ma anche dicembre, quella che amava sempre, ma non per sbaglio e mai per caso, quella che amava tanto, ma non chiunque, solo te, solo te, quella che ti baciava il collo e si trasformava nella tua dea, quella che non credeva in se stessa ma si fidava di te, quella innamorata dei ricordi, quella fragile ma così forte, lo dicevi sempre, “sei la più forte, sei forte e non lo sai”, quella che amava il vino rosso e di notte parlava sempre un po’ di più, si apriva come una margherita al sole di marzo, quella che andava a tempo di luna, quella che si dimenticava sempre tutto, ma mai di farti una carezza prima di andare via, quella bugiarda ed egoista, quella che avevi reso più dolce, quella che avevi reso migliore,
la me che amavi
ricordi?
Non so dove sia, ma spero sia con te.
Ancora.

90 giorni dopo la fine

Alla fine sei tornato.
Ci hai messo tanto, forse troppo: quasi tre mesi, ma non m’importa del tempo che è passato mentre ti aspettavo, l’importante è che adesso tu sia qui.
Non importa con chi sei stato, in quali occhi hai pensato di perderti, con quale bocca hai pensato di barattare il mio sorriso.
Non importa se il profumo che indossi è diverso, non importa se mi hai fatto piangere.
L’importante è che mi abbracci.
Che tu non vada via di nuovo.
Non ti credo quando mi dici che mi ami, che mi hai sempre amato, che eri solo spaventato, ma resto qui e mi lascio stringere le mani, mi lascio toccare le spalle e le gambe.
Non allargarti troppo: il seno ancora no. Non esagerare.
L’amore non lo possiamo fare, per ora proprio no.
Non giocare, non prendermi in giro.
No, non sono una bambina, ma questa pelle si è abituata a esistere anche senza le tue carezze.
Devi darle tempo. Devi darmi tempo.
Ti sono mancata?
«Mi mancavi talmente tanto che un giorno, a forza di pensare al tuo viso, mi sono perso e non riuscivo più a trovare la strada per tornare a casa» mi rispondi, e sembri sincero.
Non mi resisti e poi i miei capelli ormai lunghi ti piacciono da impazzire. Non ti dico che a me ricordano i giorni in cui non c’eri più. Non ti dico niente e ti sorrido sorniona.
Ti stavo aspettando, sapevo che saresti tornato.
Ci studiamo a lungo, ci guardiamo in silenzio perché ogni parola sarebbe superflua o forse, semplicemente, potrebbe farci male.
Siamo sul mio divano. Non ricordo nemmeno più da quanto tempo siamo qui.
So, lo sento, che sei qui per restare. Altrimenti non saresti tornato, no?
Non sei mica così crudele. Non lo sei mai stato.
Usciamo, andiamo a mangiare una pizza, ma io non ho fame e nemmeno tu.
Siamo felici, non abbiamo bisogno di altro.
Al ristorante non riusciamo a stare lontani; dobbiamo recuperare tutto il tempo che abbiamo perso, dobbiamo rimetterci in pari con i baci.
«Ci scusi, cameriere, ma crediamo che per noi sarebbe meglio stare seduti abbracciati.»
Mentre avvicini la tua sedia alla mia penso che sarò in grado di lasciarmi di nuovo andare con te. Sarò in grado di fidarmi ancora di te.
Ti perdonerò.
Ti perdonerò.
E mi sento sollevata, come se finalmente fossi riuscita a evadere dall’incubo nel quale mi ero ritrovata ingiustamente a vivere, come se finalmente le cose avessero ricominciato a girare per il verso giusto.
Ho solo una leggera tachicardia, ma non è niente.
Che vuoi che sia?
Un po’ di paura.
«Un po’ di paura è normale» mi rassicuri mentre giochi con i miei braccialetti.
E mi sento l’unica, l’unica al mondo per cui valga la pena tornare indietro. Sono raggiante, mi vedi?
Sono bella. Mi sento bella.
Va tutto bene.

90 giorni e un’ora dopo la fine

Era soltanto un sogno.
Non ci sei.

100 giorni dopo la fine

Continuo a cercarti anche se ti ho già trovato e pure già perso.
Continuo a cercarti,
e di nascosto,
perché è diventato sconveniente ammettere che, talvolta, mi ritorni in mente.
Continuo a cercarti ma senza parlarti, senza incontrarti a volte mi dimentico di noi, ormai spesso, e altrettanto spesso mi scappa da ridere.
Ci sono sere in cui ci vogliono ancora almeno due birre per smettere di pensarti.
Non so dove abiti adesso, da quanto tempo non vedi il mare,
non so se hai imparato a cucinare.
Continuo a cercarti.
Non sono più arrabbiata,
sono nata nostalgica;
se mi vedi salutami tu
che io non so se ce la faccio.

110 giorni dopo la fine

Credo che sarà speciale tutto quello che verrà. Sento che sarò una roccia e che nel tempo mi stupirò della miriade di cose che sono in grado di fare. Sento che viaggerò molto e, qualora non ci riuscissi, proverò a non smettere di fantasticare. Mi innamorerò ancora, perché non sono il tipo che non lascia scorrere le sensazioni, così passeranno anche quelle che adesso mi opprimono e mi appesantiscono, così tornerà il profumo che si sente a maggio quando il sole sta per tramontare. Mi impegnerò tantissimo in tutto quello che farò; non sarà semplice, ma diventerà il mio unico modo per stare al mondo. Sarò bella, o forse non proprio bella. Forse carina. Le mie rughe racconteranno le mie notti, gli attimi che mi hanno cambiato, perché comunque sempre di attimi si tratta. Cercherò di essere una di quelle persone che basta parlarci al telefono per stare meglio e sarò sempre (o quasi) elegante con quel disordine di fondo che mi contraddistingue. Continuerò ad ascoltare musica finché le mie orecchie me lo permetteranno. E prima o poi andrò anche in crociera. Imparerò a ballare, ma approssimativamente, e sempre approssimativamente realizzerò tre o quattro sogni che al momento ancora non ho nemmeno fatto. Sarò gentile, davvero gentile, e mi verrà naturale. Imparerò a cucinare la torta della nonna e la pummarola come la faceva lei: gli amici saranno sempre entusiasti di cenare da me. Avrò tanti amici, a p...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Meglio soffrire che mettere in un ripostiglio il cuore
  4. Una fine
  5. Caro Tommaso
  6. Un inizio
  7. Caro Tommaso
  8. Mettere in un ripostiglio il cuore?
  9. Ringraziamenti
  10. Copyright