QG del feldmaresciallo
Von Rundstedt, 18 maggio. Mattina
Il feldmaresciallo Gerd Von Rundstedt alzò cerimoniosamente il suo prezioso bastone d’argento in segno di saluto e fece strada al Führer tra uno stuolo di generali, dignitari di partito e alti ufficiali. In quanto padrone di casa, l’anziano comandante del fronte occidentale doveva rendere gli onori al Signore della Guerra, che aveva organizzato la riunione in vista dell’imminente apertura del secondo fronte. Un’invasione che ormai tutti attendevano e che lo stesso Hitler auspicava avvenisse presto per infliggere, come nel 1940, una dura lezione agli alleati in terra di Francia e potersi finalmente dedicare, con tutte le risorse disponibili, alla resa dei conti con i sovietici.
Il Führer appariva in buona forma. Certo non era più il vigoroso condottiero di quattro anni prima: le ripetute sconfitte militari, a El Alamein, Stalingrado, Kursk e in Italia meridionale, in aggiunta a qualche malanno fisico incipiente, avevano lasciato il segno. Ma era di ottimo umore, galvanizzato dalle nuove armi promesse da Speer: bombe volanti, aerei a reazione, sommergibili silenziosi e razzi letali.
Per di più, Speer gli aveva fatto una confidenza ultrasegreta, di cui nemmeno Himmler era a conoscenza: la possibile realizzazione, entro due anni, di una superbomba capace di distruggere Londra con un botto solo. Quella era stata la chicca finale. Se l’invasione fosse stata respinta, gli angloamericani avrebbero impiegato un anno, o forse due, a leccarsi le ferite. Nel frattempo lui avrebbe sistemato il fronte orientale e costruito quell’ordigno che gli avrebbe dato, se non la vittoria, una pace più che onorevole.
Ma intanto bisognava occuparsi del presente. E il presente era costituito dall’enorme ammassamento di uomini e mezzi che il nemico aveva predisposto nel Sud dell’Inghilterra, a poche decine di miglia dalle coste francesi. Hitler aveva le sue idee, ma preferiva confrontarsi con i suoi generali. Anche perché i due principali interlocutori erano quelli di cui si fidava di più.
Il comandante in capo, il feldmaresciallo Von Rundstedt, era famoso per non aver mai perso una battaglia. Aveva sfondato il fronte in Polonia, in Francia e in Russia, impiegando con saggio equilibrio i moderni gruppi corazzati e le tradizionali divisioni di fanteria. Hitler sapeva che quell’aristocratico prussiano non era mai stato un fervente nazista e che addirittura nutriva profonde riserve verso il suo Signore della Guerra. Ma ne rispettava la competenza, il prestigio e in fondo la lealtà. Rundstedt avrebbe brontolato, minacciato e forse dato le dimissioni, ma non avrebbe mai tradito.
Tuttavia Von Rundstedt, pur avendo la responsabilità dell’intero fronte, dal Belgio alla Spagna, non aveva grossi compiti operativi. Questi gravavano sul generale Blaskowitz, che comandava il gruppo d’armate G, distribuite da Nantes fino a Nizza, e soprattutto sul feldmaresciallo Erwin Rommel, che disponeva della 7ª e della 15ª armata, distribuite da Nantes a Ostenda, cioè lungo le coste dove, con ogni probabilità, sarebbe avvenuta l’invasione.
Di Rommel Hitler si fidava ciecamente, anche se il feldmaresciallo non era più l’astuta e audace Volpe del deserto che due anni prima aveva dato tanto filo da torcere agli inglesi. Montgomery lo aveva sconfitto valendosi di una schiacciante superiorità di aerei, cannoni e carri armati. Ma rimaneva pur sempre una sconfitta.
A quella era seguita la ritirata in Tunisia, con una occasionale rivincita nei confronti degli americani al passo di Kasserine. Ma alla fine anche l’Africa era stata perduta, con una massa enorme di prigionieri. Nonostante ciò il prestigio di Rommel non era stato scalfito. E dopo una parentesi in Italia, dove il feldmaresciallo aveva dato un’ulteriore prova di risolutezza nel pianificare l’occupazione del Paese dopo l’8 Settembre 1943, Hitler gli aveva affidato il compito di riorganizzare l’intero Vallo Atlantico, quel muro che avrebbe circondato l’Europa come una fortezza inaccessibile agli assalti d’oltremanica.
Agli inizi del ’44 gli era stato affidato il gruppo di armate B. Proprio quello che avrebbe dovuto fronteggiare l’invasione.
Hitler prese posto al centro di un grande tavolo. Al suo fianco si sedettero il feldmaresciallo Wilhelm Keitel, comandante della Wehrmacht, cioè di tutte le forze armate, ma in realtà un semplice funzionario senza potere, e il generale Alfred Jodl, capo dell’ufficio delle operazioni, vera mente pensante dello staff berlinese.
Davanti ai tre sedevano Von Rundstedt e Rommel, con i rispettivi capi di Stato maggiore, Blumentritt e Speidel. Più in là, i generali Guderian e Geyr Von Schweppenburg, responsabili a diverso titolo delle forze corazzate. Il generale Blaskowitz e i comandanti delle varie armate chiudevano il circolo, in posizioni defilate. Alle spalle, alcuni membri del partito, due rappresentanti di Speer – il ministro degli Armamenti – e qualche altro funzionario della cancelleria. Infine, altri generali e ufficiali superiori.
Il Führer, diversamente dalle sue abitudini, parlò poco. Si disse convinto che l’invasione fosse imminente, e che naturalmente sarebbe stata respinta, perché il Vallo Atlantico era invalicabile e le forze disponibili adeguate. L’abilità dei comandanti, l’esperienza degli ufficiali e la fede incrollabile delle truppe avrebbero ampiamente compensato l’inferiorità nei cieli e la carenza di carburante.
Tuttavia restavano alcuni dettagli non secondari. Il momento dell’invasione non era un problema; certamente sarebbe stato entro il mese di giugno, per ragioni meteorologiche, logistiche e anche psicologiche. Le truppe al di là della Manica non potevano aspettare all’infinito. Ma quanto al luogo dello sbarco, regnava un’incertezza pericolosa. Dunque, prima di decidere la dislocazione finale delle truppe, lui, il Führer, voleva sentire l’opinione dei suoi generali.
Per ragioni di gerarchia e prestigio, il primo a parlare fu naturalmente Von Rundstedt. L’autorevole feldmaresciallo avrebbe lasciato volentieri quel compito a Blumentritt, il suo brillante capo di Stato maggiore, ma la presenza del Führer esigeva il suo intervento diretto. Si alzò a fatica e si diresse verso una grande carta della costa francese che copriva mezza parete. Con l’aiuto di un bastoncino di legno cominciò a tracciare delle linee immaginarie.
«La prima osservazione fondamentale» disse con voce metallica e ferma, ma debole «riguarda lo spazio di copertura aerea. Le esperienze precedenti, in Sicilia e a Salerno, oltre naturalmente a quelle del Pacifico, ci insegnano che gli angloamericani sbarcano solo se protetti adeguatamente dall’aviazione. Più che comprensibile dal loro punto di vista, tenuto conto che la loro produzione industriale copre ampiamente le pur ingenti perdite; sarebbero degli stupidi se non approfittassero di questa superiorità. Ora» e qui il feldmaresciallo tracciò con il bastoncino un lungo arco, «il raggio di azione dei loro cacciabombardieri è limitato a sudest dalla costa olandese e a sudovest da quella bretone. Come prima conclusione dobbiamo dunque presumere che lo sbarco non avverrà a est di Ostenda né a sud di Nantes. Su questo, e ne abbiamo già parlato con i responsabili dei rispettivi settori, siamo tutti perfettamente d’accordo.»
Von Rundstedt guardò Rommel e Blaskowitz, che annuirono. Anche Jodl e lo stesso Führer fecero segni di assenso.
«Bene» proseguì il decano degli ufficiali, «questo non significa che dobbiamo sguarnire completamente il gruppo G, cioè il settore di Blaskowitz, per ragioni fin troppo ovvie. Tuttavia possiamo circoscrivere il nostro interesse a un settore della costa e dell’entroterra francese. Più o meno questo» e indicò a zigzag la costa della Manica, e una parte della Bretagna. «Purtroppo» aggiunse con un sospiro «è un fronte estremamente lungo.»
Von Rundstedt si versò un bicchiere d’acqua, mentre in sala si diffondeva un brusio.
«Dunque» riprese incoraggiato dall’attenzione del Führer «veniamo alle due opzioni possibili. La zona del passo di Calais è quella che corrisponderebbe alla più classica logica militare. Prima di tutto perché è la più vicina alle coste inglesi, cioè alle zone di imbarco, e quindi rende possibili più ondate successive di rinforzi in tempi brevi. Le loro navi possono fare la spola anche quattro volte in un giorno; e questo è importante, perché sappiamo che il loro problema non sono le truppe, ma i mezzi di trasporto, senza i quali le loro cinquanta divisioni sono inutili.»
«Può esser più preciso, Herr Feldmarschall?» lo interruppe educatamente Hitler. Tutta la platea non poté fare a meno di notare quale considerazione il Signore della Guerra avesse per il suo più vecchio soldato.
«Certo, mein Führer. Sbarcando a Calais potrebbero trasportare in ventiquattro ore una dozzina di divisioni, diciamo circa duecentocinquantamila uomini. A Cherbourg la metà; a Brest poco più di un quarto. E naturalmente non è tutto. Lo stesso ragionamento, infatti, vale per la loro aviazione. L’autonomia dei loro caccia sulla zona operativa diminuisce ovviamente con la distanza. Possono stare due ore sul cielo di Calais, un’ora su quello di Cherbourg e mezz’ora su quello di Brest. Infine, se il loro obiettivo è quello, peraltro irrealizzabile, di puntare su Berlino, il passo di Calais è la via più breve. A maggior ragione se si prefiggessero l’obiettivo più limitato, ma altrettanto visionario, di occupare le nostre zone vitali della Ruhr o della Saar. Per queste ragioni, mein Führer, tutto lascia supporre, e io stesso ne sono convinto, che lo sbarco avverrà qui, a Calais.» Batté vigorosamente la carta con il bastoncino. Poi sospirò. «E non è un caso che in base a queste premesse abbiamo deciso di fortificare in modo formidabile la zona di Calais. Questo è un grande merito del feldmaresciallo Rommel, e vorrei che fosse lo stesso autore di questa impresa straordinaria a illustrarla a lei, mein Führer, e a voi, signori colleghi. Ma prima vorrei mettervi al corrente del fatto che in quella zona abbiamo collocato quaranta batterie pesanti, centocinquanta medie e un migliaio di postazioni leggere nell’arco di trenta miglia. Il generale Eisenhower lo sa, e può darsi che questo possa fargli cambiare i suoi piani. Il rischio che perda mezza flotta prima ancora che cominci gli sbarchi è reale.»
In sala si udì un brusio di consenso. Molti si volsero verso Rommel con un sorriso compiaciuto, ma il feldmaresciallo rimase impassibile. Aveva la netta sensazione che in quell’elogio del suo superiore ci fosse una sottile vena di ironia. Von Rundstedt si servì un altro bicchiere d’acqua e continuò: «Le alternative alla zona di Calais sarebbero, ragionevolmente, soltanto due. Dico ragionevolmente perché la storia ci insegna che spesso i comandanti hanno optato per scelte bizzarre, e talvolta anche con successo. Ma non credo che sia questo il nostro caso. Supponiamo infatti che il nemico decidesse di sbarcare più a sud, al di fuori della copertura aerea. Scegliendo le spiagge attorno a La Rochelle, per esempio, entrerebbe in Francia senza molti problemi, perché non possiamo disporre uomini e mezzi lungo tutta la costa. Con la prima ondata potrebbe trasportare tre divisioni concentrandole nello spazio di venti miglia, dove noi abbiamo appena un paio di reggimenti. Ma sarebbe costretto a fermarsi lì, perché il viaggio di ritorno, e successivamente l’imbarco e il trasporto della seconda ondata, gli costerebbe una settimana, e noi nel frattempo lo avremmo ricacciato in mare, o meglio, lo avremmo annientato. Quindi ritorniamo alle due opzioni iniziali: la Bretagna e la Normandia».
Von Rundstedt agitò il bastoncino tra Brest e Mont Saint-Michel: «Mein Führer, chiedo scusa se ripeto alcuni concetti già esposti, ma li ritengo fondamentali. Più le spiagge sono lontane dalla costa inglese, minore è la copertura aerea e la loro capacità di trasportare rinforzi. Per la stessa ragione anche le nostre difese sono meno munite. Questo vale tanto per la Bretagna quanto per la Normandia. Ora mi limiterò a considerare le possibili zone di sbarco. La Bretagna ha un ottimo porto, Brest, ma è molto ben difeso e troppo lontano. Ha anche molte spiagge sufficientemente estese, ma quasi tutte di difficile accesso dal mare, perché sono disseminate di rocce insidiose, che non affiorano con l’alta marea. E sono anche di più difficile uscita, perché circondate da rupi, dune o paludi. I numerosi porticcioli della zona sono più adatti a imbarcazioni di minor grandezza, come quelle dei pescatori, che non a trasporti massicci.» Von Rundstedt fece una pausa e proseguì pesando le parole: «Per queste ragioni sono poco propenso a credere a uno sbarco in Bretagna. Gli inglesi potrebbero inventarsi qualche manovra diversiva, ma niente di più. Resta quindi la Normandia».
Hitler si fece ancora più attento. Fino a quel momento aveva apprezzato la chiarezza e la sintesi del suo più autorevole feldmaresciallo. Ma ora si era arrivati al punto cruciale. Oltre alla chiarezza e all’argomentazione logica serviva anche l’intuito. Lui, nel suo intuito, aveva sempre confidato, e adesso sentiva che la Normandia era un settore cruciale.
«La Normandia» proseguì Von Rundstedt «è in effetti una buona via di mezzo, dal punto di vista del nemico. È abbastanza vicina alle coste inglesi e offre molte spiagge adatte agli sbarchi, sia con l...