Il canto della missione
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Il canto della missione

  1. 350 pagine
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Il canto della missione

Informazioni su questo libro

Bruno Salvador, ventotto anni, figlio di un missionario inglese e di una ragazza congolese, lavora come interprete di lingue africane per i servizi segreti britannici. Ha un buon lavoro, una moglie che ama, una bella vita, ma tutto questo è destinato a cambiare il giorno in cui è chiamato a fare da interprete all¿incontro segreto tra un consorzio di investitori internazionali e alcuni Signori della Guerra in Congo. Salvador si rende conto che dietro l¿apparenza degli aiuti umanitari si celano brutte storie di sfruttamento e prevaricazione, corruzione e collusioni. E dovrà scegliere tra la fedeltà alla Corona e la propria coscienza...
Con Il canto della missione John le Carré torna ai temi fortunati del Giardiniere tenace, costruendo un romanzo appassionante dove i temi dell¿impegno civile si mescolano alla movimentata suspense del thriller e della spy story, con l¿abilità che lo ha reso un maestro riconosciuto della narrativa contemporanea.

Scelto da 375,005 studenti

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2016
eBook ISBN
9788852066542
Print ISBN
9788804581376

1

Il mio nome è Bruno Salvador. Gli amici mi chiamano “Salvo”, e i nemici anche. Al contrario di quello che vorrebbero far credere di me, sono uno stimato cittadino del Regno Unito e Irlanda del Nord, e la mia professione è quella di interprete qualificato dallo swahili e da altre lingue, meno conosciute ma molto diffuse, del Congo orientale, ex colonia del Belgio, il che spiega la mia padronanza del francese, un’ulteriore freccia nella mia faretra professionale. Sono un volto conosciuto nei tribunali di Londra, sia civili che penali, e sono molto richiesto per i meeting internazionali su questioni riguardanti il Terzo Mondo, come dimostrano le specchiate referenze che sono state fornite su di me da molti dei più importanti imprenditori del nostro paese. Grazie a queste mie particolari attitudini, spesso un ufficio governativo la cui esistenza viene abitualmente negata mi ha chiesto di dimostrare il mio patriottismo in forma molto confidenziale. Non mi sono mai trovato nei pasticci, pago le tasse, godo di ampio credito e il mio conto in banca è in ottima salute. Questi sono fatti incontrovertibili che nessuna manipolazione burocratica può alterare, ci provino quanto vogliono.
In sei anni di onesto lavoro nel mondo del commercio ho fornito i miei servizi – in forma di delicate conversazioni telefoniche o di incontri discreti in città neutrali sul continente europeo – per disporre in modo “creativo” di petrolio, oro, diamanti, minerali e altre materie prime; per non parlare del mio contributo a stornare molti milioni di dollari dallo sguardo indiscreto degli azionisti internazionali per trasformarli in fondi neri nelle remote Panama, Budapest e Singapore. Nel caso in cui voleste sapere se, nel corso di queste transazioni, mi sono sentito in dovere di consultare la mia coscienza, la risposta è un deciso “no”. Il codice di un interprete qualificato è sacrosanto. Non lo pagano perché si abbandoni ai propri scrupoli. È legato al suo datore di lavoro come un soldato alla sua bandiera. Per rispetto verso i derelitti del mondo, comunque, ho l’abitudine di offrire la mia disponibilità agli ospedali e alle prigioni londinesi, nonché alle autorità preposte all’immigrazione, nonostante in questi casi la remunerazione sia irrisoria.
Il registro elettorale mi colloca a Norfolk Mansions, al 17 di Prince of Wales Drive, Battersea, Londra, una gradevole proprietà libera da vincoli di cui sono comproprietario di minoranza con la mia legittima consorte Penelope – vietato chiamarla “Penny” –, una giornalista di ottima istruzione che ha quattro anni più di me e all’età di trentadue anni è una stella in ascesa nel firmamento di un tabloid popolare in grado di influenzare milioni di persone. Il padre di Penelope è socio fondatore di un eminente studio legale e sua madre è una personalità di spicco nel Partito conservatore locale. Ci siamo sposati cinque anni fa spinti da una forte attrazione fisica, unita all’accordo in base al quale lei sarebbe rimasta incinta non appena la sua carriera glielo avesse consentito, assecondando così il mio desiderio di creare un nucleo familiare stabile e completo di madre, secondo le classiche usanze britanniche. Il momento giusto non si è però presentato, a causa della rapida ascesa di Penelope nel giornale e di altri fattori.
La nostra unione non rispettava tutti i dettami dell’ortodossia. Penelope era la maggiore in una famiglia di professionisti bianchi del Surrey, mentre Bruno Salvador, detto “Salvo”, era l’unico figlio di un missionario cattolico irlandese e di una ragazza congolese il cui nome è svanito per sempre, travolto dal tempo e dalla guerra. Per essere precisi, io sono nato in un convento di carmelitane nella città di Kisangani, o Stanleyville, come si chiamava allora, con l’aiuto di alcune suore che avevano fatto voto di tenere la bocca chiusa; una storia che alle orecchie di chiunque tranne che alle mie suona buffa, surreale o decisamente inventata. Ma per me è un fatto biologico solido come l’acciaio, e lo sarebbe anche per voi se a dieci anni vi foste trovati seduti accanto al letto di quel sant’uomo di vostro padre in una casa missionaria sui verdi e rigogliosi altopiani del Kivu meridionale, nel Congo orientale, ad ascoltarlo raccontare tra i singhiozzi, un po’ in francese e un po’ nell’inglese dell’Ulster, con la pioggia equatoriale che batteva come passi di elefante sul tetto di lamiera e le lacrime che scrosciavano in modo così torrenziale sul suo viso scavato dalla febbre da far credere che la natura avesse deciso di entrare e partecipare alla festa. Chiedete a un occidentale dov’è il Kivu e lui scuoterà la testa con un sorriso di imbarazzo. Chiedetelo a un africano e vi dirà: “In Paradiso”, perché di quello si tratta: è una terra al centro dell’Africa, disseminata di laghi avvolti nella foschia e montagne vulcaniche, pascoli color smeraldo, frutteti rigogliosi e altre meraviglie.
Nel suo settantesimo e ultimo anno di vita la preoccupazione principale di mio padre era capire se avesse reso schiave più anime di quante ne avesse liberate. I missionari del Vaticano in Africa, a sentire lui, erano costretti sistematicamente a barcamenarsi tra quanto dovevano alla vita e quanto dovevano a Roma, e io rientravo nei suoi doveri verso la vita, per quanto sgradito fossi ai suoi fratelli spirituali. Lo seppellimmo con una cerimonia in swahili, su sua richiesta, ma quando toccò a me leggere “Il Signore è il mio pastore” accanto alla fossa, gliene fornii una versione in shi, la lingua che lui preferiva tra quelle del Congo orientale, per il suo vigore e la sua duttilità.
I generi figli illegittimi di sangue misto non si inseriscono agevolmente nel tessuto sociale del facoltoso Surrey, e i genitori di Penelope non facevano eccezione a questa persistente realtà. Con una luce favorevole, mi dicevo durante l’adolescenza, assomiglio più a un irlandese abbronzato che a un africano chiaro, in più ho i capelli lisci e non crespi, il che è molto utile per chi tende all’assimilazione. Ma questo non bastava certo a ingannare la madre di Penelope o le sue amiche del golf club, e il suo incubo era che la figlia le regalasse un nipote nero come il carbone. Questo forse spiega perché Penelope fosse tanto riluttante a una verifica sul campo, anche se ripensandoci non ne sono poi troppo convinto, dato che in parte mi aveva sposato proprio per scioccare sua madre e mettere in ombra la sorella minore.
Mi sembra opportuno inserire a questo punto qualche parola sulla lotta esistenziale sostenuta dal mio caro e defunto padre. Come ebbe modo di confidarmi, il suo ingresso nella vita non era stato più fortunato di quello di suo figlio. Era nato nel 1917 dall’occasionale relazione tra un caporale del Reggimento fucilieri Royal Ulster e una contadina normanna di quattordici anni, e aveva trascorso l’infanzia sbattuto fra un tugurio sulle Sperrin Mountains e un altro nel Nord della Francia, finché a forza di studiare, e grazie al suo bilinguismo, era riuscito a conquistarsi un posto in un seminario nella contea di Donegal, e così senza pensarci tanto aveva imboccato il sentiero della fede.
Mandato in Francia ad approfondire la sua vocazione, sopportò senza lamentarsi anni di estenuanti corsi di teologia cattolica, ma allo scoppio della Seconda guerra mondiale afferrò la bicicletta più vicina – che, mi assicurò con tipica arguzia irlandese, al momento era proprietà di un protestante senza Dio – e pedalando come un indemoniato attraversò i Pirenei arrivando fino a Lisbona. Qui si imbarcò clandestinamente su una nave diretta a Leopoldville, sfuggì alle attenzioni di un governo coloniale molto maldisposto nei confronti di missionari bianchi itineranti e si unì a una remota comunità di frati che si dedicavano a portare l’Unica Vera Fede alle molte tribù del Congo orientale, un’impresa già di per se stessa impegnativa. Quelli che talvolta mi accusano di essere impulsivo dovrebbero semplicemente tenere presente il mio caro defunto padre in sella alla sua eretica bicicletta.
Aiutato dagli indigeni convertiti, dei cui idiomi quel linguista nato si impadroniva rapidamente, mio padre cuoceva mattoni e li fissava con fango pestato a piedi nudi, scavava canali di scolo lungo i fianchi della collina e installava latrine tra le fronde dei banani. In seguito passò a edifici più grandi: prima la chiesa, poi la scuola con i due campanili gemelli, poi la clinica Maria Vergine, quindi gli stagni pieni di pesce e gli orti per provvedere ai loro bisogni, dando sfogo alla sua vera natura di contadino in una regione che la natura aveva privilegiato, ricca com’era di manioca, papaia, mais, soia e chinino, oltre che delle fragole selvatiche del Kivu, in assoluto le più buone del mondo. E poi toccò alla casa della missione, e dietro la casa un basso edificio di mattoni con piccole finestre, per i servitori.
Percorse centinaia di chilometri nel nome del Signore, fino ai più remoti villaggi e insediamenti minerari, e non perse mai l’occasione di aggiungere un’altra lingua alla sua crescente collezione, fino al giorno in cui tornò alla missione, scoprì che gli altri preti erano scappati, le mucche, le capre e le galline erano scomparse, la scuola e la casa rase al suolo, l’ospedale devastato, le infermiere violentate e mutilate, e lui stesso si ritrovò prigioniero della residua marmaglia simba, un manipolo omicida di rivoluzionari fuorviati il cui unico scopo, fino alla loro estinzione ufficiale avvenuta qualche anno prima, era stato portare la morte e il caos a chi da loro veniva percepito come agente della colonizzazione – ovvero potenzialmente chiunque saltasse loro in mente – o venisse indicato dagli spiriti guida dei loro defunti avi guerrieri.
Come regola generale, i simba evitavano di fare del male ai preti di razza bianca, nel timore di spezzare la dawa che li rendeva immuni dalle pallottole vaganti. Nel caso del mio caro defunto padre, tuttavia, misero prontamente da parte le loro riserve, stabilendo che, dal momento che parlava la lingua locale bene quanto loro, era chiaramente un diavolo nero travestito. In seguito circolarono molti aneddoti sulla forza d’animo da lui dimostrata durante la prigionia. Frustato ripetutamente per far emergere il vero colore della sua satanica pelle, torturato e costretto ad assistere alle sevizie di altri, citava il Vangelo e chiedeva a Dio di perdonare i suoi aguzzini. Ogni volta che gli era possibile amministrava i sacramenti agli altri prigionieri. Eppure neanche la santa Chiesa con tutta la sua eterna saggezza avrebbe potuto prevedere l’effetto complessivo che queste privazioni ebbero su di lui. Ci insegnano che la mortificazione della carne rafforza il trionfo dello spirito. Ma non fu così nel caso del mio caro defunto padre, il quale entro pochi mesi dalla liberazione dimostrò tutte le pecche di questa teoria, e non soltanto con la mia cara defunta madre.
“Se esiste un progetto divino che ha portato al tuo concepimento, figliolo,” mi confidò in punto di morte, facendo ricorso al suo originario dialetto irlandese nel caso in cui gli altri preti fossero stati in ascolto “doveva essere nascosto nella baracca puzzolente in cui mi tenevano prigioniero e dove mi frustavano. Il pensiero che potevo morire senza aver mai conosciuto il conforto di un corpo femminile era l’unica tortura che non riuscivo a sopportare.”
La punizione di mia madre per avermi messo al mondo fu tanto crudele quanto ingiusta. Spinta da mio padre, partì per il suo villaggio natio con l’intenzione di farmi nascere a casa, tra la sua gente. Ma quello era un periodo inquieto per il Congo o, come il generale Mobutu insisteva a chiamarlo, per lo Zaire. Negli ultimi sette anni, nel nome dell’“autenticità”, i preti stranieri erano stati espulsi per aver battezzato i bambini con nomi occidentali, a scuola era proibito insegnare la vita di Gesù e Natale era stato dichiarato un normale giorno di lavoro. Non fu perciò affatto sorprendente che gli anziani del villaggio di mia madre recalcitrassero di fronte alla prospettiva di allevare il bastardo di un missionario bianco, la cui presenza tra loro sarebbe stata un chiaro invito alla ritorsione, e di conseguenza risolsero il problema rimandandolo al mittente.
Ma i padri della missione erano altrettanto riluttanti ad accoglierci, e spedirono mia madre in un convento lontano, dove arrivò poche ore prima di darmi alla luce. Tre mesi di amorevole severità nelle mani delle carmelitane furono più che sufficienti. Ritenendo che le loro possibilità di garantirmi un futuro fossero migliori delle sue, mia madre mi affidò alla loro pietà, fuggì nel cuore della notte passando dal tetto del bagno e tornò dalla sua famiglia, che poche settimane dopo fu completamente massacrata da una tribù rivale, fino all’ultimo nonno, zio, cugino, prozia, fratellastro o sorellastra.
“Era la figlia di un capovillaggio, figliolo” sussurrò mio padre fra le lacrime, quando insistetti perché mi rivelasse qualche particolare che mi aiutasse a crearmi un’immagine di mia madre, a sostegno dei miei anni futuri. “Mi ero riparato sotto il suo tetto. Lei preparò da mangiare e mi portò l’acqua per lavarmi. Fu la sua generosità a travolgermi.” Ormai già da tempo lui evitava di salire sul pulpito, e non aveva interesse per l’estro dialettico. Eppure quel ricordo riaccese in lui la fiammella della retorica irlandese. “Era alta come un giorno diventerai tu! La più bella figlia del creato! Come poteva qualcosa di tanto incantevole essere opera del demonio? In nome di Dio, come potevano dirmi che sei figlio del peccato? Tu sei figlio dell’amore, ragazzo mio! Non esiste altro peccato che l’odio!”
La punizione che toccò a mio padre per il suo peccato carnale fu meno draconiana di quella di mia madre, ma comunque severa. Un anno in un centro di riabilitazione gestito dai gesuiti nei dintorni di Madrid, altri due come prete lavoratore nei bassifondi di Marsiglia, e soltanto allora il ritorno in quel Congo che amava così sconsideratamente. E come abbia fatto io non lo so, e probabilmente non lo sa neanche Dio, ma in qualche modo durante questo accidentato percorso convinse l’orfanotrofio cattolico a cui ero stato affidato a consegnarmi a lui. Dopodiché, io, il bastardo mezzosangue di nome Salvo, gli andai sempre dietro, curato da serve scelte per la loro anzianità e bruttezza, prima sotto le mentite spoglie di un cuginetto orfano, poi come collaboratore domestico, fino alla fatale notte del mio decimo compleanno quando mio padre, conscio sia della propria mortalità che della mia maturazione, mi aprì il suo umanissimo cuore, cosa che allora considerai, e tutt’oggi considero, il più grande complimento che un padre possa riservare a un figlio nato dal caso.
Gli anni che seguirono alla morte del mio caro genitore non furono tutti rose e fiori per l’orfanello Salvo, dato che i missionari bianchi consideravano la mia presenza fra loro come una ferita in suppurazione, da cui il mio soprannome in swahili: mtoto wa siri, ovvero “il bambino segreto”. Gli africani sostengono che noi riceviamo lo spirito dal padre e il sangue dalla madre, e si può dire che questo riassuma alla perfezione i miei problemi. Se il mio caro defunto padre fosse stato nero, avrei potuto essere tollerato come un bagaglio in eccesso. Ma lui era bianco come la neve, checché ne pensassero i simba, e per di più irlandese, e come ognuno sa i missionari bianchi non procreano. “Il bambino segreto” poteva fare il chierichetto, servire a tavola e frequentare la scuola, ma se era previsto l’arrivo di un dignitario ecclesiastico, di qualsivoglia colore, lo spedivano al capanno dei servitori della missione perché stesse nascosto finché il pericolo non fosse passato; e dico questo non per disprezzare i missionari a causa della loro alterigia, né per biasimare il loro talvolta eccessivo calore nei miei confronti. A differenza del mio caro defunto padre, essi si limitavano al loro stesso sesso quando cedevano ai propri impulsi carnali: come testimonia Père André, il grande oratore della missione, che riversava su di me molto più amore di quanto mi fosse gradito riceverne, o Père François, che ci teneva a considerare André un suo specialissimo amico, e si adombrò per questa fioritura affettiva. Alla scuola della missione, intanto, non mi erano riservate né la deferenza che si dimostrava ai pochi bambini bianchi né la familiarità condivisa dai ragazzini del posto. Non c’è da meravigliarsi, perciò, se io tendevo a gravitare intorno alla casupola dei servitori dove, abbastanza all’insaputa dei religiosi, batteva il vero cuore della nostra comunità, e che costituiva il naturale rifugio per i viaggiatori di passaggio, nonché il luogo dove si scambiavano le informazioni provenienti da tutto il circondario.
E lì, rannicchiato senza farmi notare su un basso sgabello di legno accanto al camino di mattoni, ascoltavo le ammalianti storie di cacciatori, stregoni, venditori di incantesimi, guerrieri e anziani, senza dire neanche una parola per il timore che mi spedissero a letto. E fu sempre lì che il mio crescente amore per le tante lingue e dialetti del Congo orientale spiccò definitivamente il volo. Accumulandoli con passione in quanto preziosa eredità del mio caro defunto padre, li perfezionavo di nascosto, limandoli e lucidandoli nella mente, accumulandoli come una protezione contro pericoli che non avrei saputo definire, e inseguivo sia gli indigeni che i missionari per ottenere una briciola di vernacolo, o una frase idiomatica. Chiuso nella mia celletta, scrivevo a lume di candela i miei primi dizionari infantili. Ben presto questo magico puzzle divenne la mia identità e il mio rifugio, la sfera privata che nessuno poteva sottrarmi e a cui ben pochi avevano accesso.
Spesso mi chiedevo, così come me lo chiedo adesso, che corso avrebbe potuto prendere la vita del “bambino segreto” se mi avessero permesso di proseguire lungo questo sentiero solitario e ambivalente, e se la spinta del sangue di mia madre avrebbe in definitiva prevalso sullo spirito di mio padre. Si trattava però di un interrogativo accademico, dato che i confratelli del mio caro defunto padre si stavano già organizzando per liberarsi di me. Il colpevole colore della mia pelle, la mia versatilità linguistica, la mia tipica sfrontatezza irlandese, e soprattutto la bellezza – che, a sentire i servitori, avevo ereditato da mia madre – costituivano un costante promemoria dei tralignamenti perpetrati dal mio caro defunto padre.
Dopo molti maneggi, risultò contro ogni verosimiglianza che la mia nascita era stata registrata al consolato britannico di Kampala, e risultava che Bruno-Di-Cui-Non-Si-Conosce-Il-Cognome era un trovatello adottato dalla Santa Sede. Il presunto padre, un marinaio nordirlandese, aveva affidato il neonato alla madre superiora delle carmelitane pregand...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. IL CANTO DELLA MISSIONE
  4. 1
  5. 2
  6. 3
  7. 4
  8. 5
  9. 6
  10. 7
  11. 8
  12. 9
  13. 10
  14. 11
  15. 12
  16. 13
  17. 14
  18. 15
  19. 16
  20. 17
  21. 18
  22. 19
  23. 20
  24. Ringraziamenti
  25. Dossier. Altri mondi, altri “giochi”. a cura di Paolo Bertinetti
  26. Copyright