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Rosshalde
Informazioni su questo libro
Il legame matrimoniale può intralciare la vocazione dell'artista? Il dubbio di un pittore di successo, in un romanzo di tono autobiografico.
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Informazioni
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9788804447863eBook ISBN
9788852073182II
Nella stanza attigua allo studio, Robert stava lavando una tavolozza e dei pennelli. All’improvviso compare sulla porta il piccolo Pierre. Si fermò e stette a guardare.
«È un lavoro che sporca» sentenziò dopo un momento. «Per il resto, dipingere è bello; io però non vorrei fare il pittore.»
«Pensaci» disse Robert. «Visto che tuo padre è un pittore tanto famoso.»
«No» disse deciso il bambino «non fa per me. Si è sempre sporchi e i colori hanno un odore tanto forte. Un pochino mi piace, per esempio quando in una stanza è appeso un quadro appena finito e i colori odorano ancora leggermente; ma qui nello studio, sarebbe troppo per me, mi verrebbe mal di testa.»
Il domestico lo guardò con aria indagatoria. In verità, da tempo avrebbe voluto dire la sua a quel bambino viziato, molte cose di lui non gli piacevano. Ma quando Pierre era lì e lo guardava in faccia, nulla aveva più importanza. Il piccolo era così fresco, carino e nel contempo serio, che tutto in lui sembrava perfetto, e proprio quel tono di leggera alterigia o di saccenteria gli donava meravigliosamente.
«Cosa ti piacerebbe fare, ragazzo?» chiese Robert con una certa severità.
Pierre guardò a terra e rifletté.
«Ma, niente di speciale, sai. Vorrei solo finire la scuola. D’estate vorrei portare solo abiti bianchi, anche le scarpe bianche senza la minima macchia.»
«Ah è così» rimproverò Robert. «Adesso tu parli in questo modo. Ma ultimamente, quando eri con noi, il tuo vestito bianco era tutto pieno di macchie di ciliegia e d’erba e avevi persino perso il cappello. Te ne ricordi?»
Pierre si raggelò. Chiuse gli occhi fino a lasciare solo un sottile spiraglio e fissò lo sguardo attraverso le lunghe ciglia.
«Per questo fatto mi aveva già sgridato la mamma» disse lentamente «e non credo che ti abbia detto di ricordarmelo, né di tormentarmi ancora.»
Robert cambiò tono.
«Dunque tu vorresti portare sempre abiti bianchi e non sporcarli mai?»
«Sì, qualche volta sì. Non mi capisci proprio! Certo che mi piacerebbe ogni tanto starmene sdraiato nell’erba o nel fieno e saltare le pozzanghere o arrampicarmi su un ramo. Ovvio. Ma dopo aver fatto il matto ed essermi scatenato, mi piacerebbe non essere sgridato. Vorrei semplicemente andare nella mia camera e mettermi degli abiti puliti, freschi, e tutto sarebbe a posto. Sai Robert, credo che sgridare non serva proprio.»
«Ti farebbe comodo, vero? Ma perché?»
«Sta’ a sentire: quando uno fa qualcosa che non dovrebbe, lo sa e ne prova vergogna. Se vengo punito mi vergogno molto meno. Inoltre, a volte si viene sgridati senza aver fatto niente di male, per esempio se non arrivi subito quando qualcuno ti chiama, o perché la mamma è arrabbiata.»
«Lo devi mettere in conto, ragazzo mio» rise Robert. «Chissà quante cose fai che non dovresti, senza che nessuno ti veda e ti sgridi.»
Pierre non rispose. Era sempre la stessa storia. Quando ci si faceva coinvolgere in una discussione con un adulto su qualcosa che stava a cuore, si finiva sempre per essere delusi o persino mortificati.
«Vorrei vedere ancora una volta il quadro» disse con un tono che mise distanza tra lui e il domestico e che poteva essere inteso da Robert tanto come ordine che come preghiera. «Suvvia, lasciami entrare un attimo.»
Robert obbedì. Aprì la porta dello studio, fece entrare Pierre con sé, poiché aveva l’ordine di non fare entrare nessuno da solo.
Sul cavalletto, nel mezzo della grande stanza, nella giusta luce, messo provvisoriamente in una cornice dorata, c’era il nuovo quadro di Veraguth. Pierre si mise davanti. Robert rimase dietro a lui.
«Ti piace, Robert?»
«Certo che mi piace. Sarei pazzo se non mi piacesse.»
Pierre scrutò il quadro.
«Credo» disse pensieroso «che se mi facessero vedere molti quadri tutti in una volta, potrei dire subito se uno è di papà. Amo i quadri perché sento che li ha fatti papà. Ma in realtà mi piacciono solo a metà.»
«Non dire sciocchezze!» gli intimò Robert strabiliato, guardando con aria di rimprovero il bambino immobile davanti al quadro con gli occhi socchiusi.
«Vedi» disse «nella villa ci sono un paio di quadri antichi, quelli mi piacciono molto di più. Da grande vorrei avere dei quadri simili. Per esempio dei monti al tramonto, dove tutto è rosso e dorato, e dei bei bambini, delle donne, dei fiori. Sarebbe molto più bello di questo vecchio pescatore, che non ha neppure un vero e proprio volto, o di questa barca nera e noiosa, vero?»
Nel suo intimo Robert gli dava perfettamente ragione e ammirava la franchezza del bambino con segreta soddisfazione. Ma non lo disse.
«Non puoi ancora capire» disse brevemente. «Vieni ora, devo chiudere.»
In quel momento si sentì arrivare verso casa un fracasso di scoppi e crepitii.
«Oh, un’automobile!» gridò Pierre allegro e corse fuori allontanandosi sotto i castagni per scorciatoie proibite attraverso il prato e saltando via le aiuole di fiori. Arrivò sul piazzale di ghiaia davanti alla casa senza fiato, ma in tempo per vedere il padre che scendeva dall’automobile con un signore sconosciuto.
«Ciao, Pierre!» gli disse il padre abbracciandolo. «È arrivato uno zio che non conosci. Dagli la mano e chiedigli da dove viene.»
Il ragazzo guardò lo straniero dritto negli occhi. Diede la mano a quell’uomo e vide due occhi grigi, chiari e divertiti, in un viso arrossato dal sole.
«Da dove vieni, zio?» chiese obbediente.
Lo straniero lo prese in braccio.
«Ragazzo, sei diventato troppo pesante per me» disse sospirando allegramente e rimettendolo giù. «Da dove vengo? Da Genova e prima da Suez, e prima da Aden e prima da…»
«Oh, dall’India lo so, lo so! Sei lo zio Otto Burkhardt. Mi hai portato una tigre o delle noci di cocco?»
«La tigre mi è sfuggita di nuovo, ma le noci di cocco le puoi avere, anche delle conchiglie e delle stampe cinesi.»
Entrarono in casa e Veraguth accompagnò l’amico su per le scale cingendogli affettuosamente le spalle, a lui che era un bel pezzo più alto. Di sopra, nel corridoio, venne loro incontro la padrona di casa. Salutò cordialmente, ma con misura, l’ospite il cui viso sano e allegro le ricordava i tempi lieti, irripetibili, degli anni ormai passati. Per un attimo lui le trattenne la mano tra le sue guardandola in viso.
«Non è per nulla invecchiata, signora Veraguth,» si complimentò «si è mantenuta meglio di Johann.»
«E lei non è cambiato per nulla» gli rispose affabile e cordiale.
Lui rise.
«La facciata è ancora smagliante, ma a poco a poco ho smesso di ballare. Del resto non è servito a nulla, sono ancora scapolo.»
«Spero che questa volta sia tornato per prendersi moglie.»
«No, cara signora, ormai è passato quel tempo. E poi non vorrei rovinarmi la permanenza nella bella Europa. Sa, ho dei parenti e a poco a poco sto diventando lo zio da cui si erediterà. Con una moglie non potrei più farmi vedere a casa mia.»
Nella stanza della signora Veraguth fu servito il caffè. Bevvero caffè e liquori, chiacchierarono per un’oretta della traversata, delle piantagioni di gomma, delle porcellane cinesi. All’inizio il pittore rimase silenzioso, era un po’ depresso; da mesi non era più entrato in quella stanza. Ma tutto andò per il meglio; con la presenza di Otto sembrava che in quella casa fosse entrata un’atmosfera leggera, allegra, quasi infantile.
«Credo che ora mia moglie voglia riposare un poco» disse infine il pittore. «Ti farò vedere le tue stanze, Otto.»
Si congedarono e si recarono nelle camere degli ospiti. Veraguth aveva preparato due stanze per l’amico e si era occupato in prima persona dell’intero arredamento, aveva disposto i mobili, appeso dei quadri alle pareti e scelto i libri per la libreria. Sopra il letto era appesa una vecchia fotografia, ormai sbiadita, una foto di scuola, ridicolmente commovente, degli anni settanta. L’ospite la notò subito e si avvicinò per vederla meglio.
«Dio mio!» esclamò sorpreso. «Siamo noi, tutti e sedici di allora! Sei commovente. Saranno vent’anni che non mi capitava più di vederla.»
Veraguth sorrise.
«Ho pensato che ti avrebbe fatto piacere. Spero che ci sia tutto ciò di cui puoi aver bisogno. Apri subito le valigie?»
Burkhardt si sedette su un poderoso baule da marina con gli spigoli in rame e si guardò intorno soddisfatto.
«È bello qui. E tu dove vivi? Accanto? Sopra?»
Il pittore giocherellava con la maniglia di una borsa di pelle.
«No» rispose di sfuggita. «Ora abito di là, nello studio. L’ho fatto ingrandire.»
«Poi me lo mostrerai. Ma… dormi anche là?»
Veraguth lasciò la borsa e si girò.
«Sì, dormo là.»
L’amico tacque pensoso. Poi mise una mano in tasca e tirò fuori un grosso e rumoroso mazzo di chiavi.
«Incominciamo ad aprire qualche bagaglio. Ti va? Potresti andare a prendere il bambino, si divertirà.»
Veraguth uscì rapidamente e tornò di lì a poco con Pierre.
«Hai delle belle valigie, zio Otto, le ho già guardate per bene. E quante etichette ci sono sopra. Ne ho lette alcune. Su una c’è scritto Penang. Cosa significa Penang?»
«È una città dell’Indocina, dove vado ogni tanto. Attento, ora puoi aprire qui.»
Diede al bambino una chiave piatta, molto dentellata e gli fece aprire le serrature di un baule. Il coperchio si aprì di scatto e la prima cosa che si vide, quella che stava sopra tutto il resto, era un cesto basso, colorato, intrecciato all’uso malese, messo capovolto; venne rovesciato e svuotato della carta; all’interno, tra carte e stracci c’erano le conchiglie più belle, le più fantastiche, quelle che si comprano nei porti lontani.
Pierre ebbe in regalo le conchiglie e ammutolì dalla gioia; alle conchiglie fecero seguito un grande elefante d’ebano, dei giocattoli cinesi con delle figurine in legno mobili e grottesche e infine un rotolo di stampe cinesi dai colori sgargianti, piene di divinità, di demoni, di re, di guerrieri e di draghi.
Mentre il pittore ammirava con il bambino tutte quelle meraviglie, Burkhardt svuotò la borsa di pelle disponendo nella stanza le ciabatte, la biancheria, le spazzole e altre cose del genere. Tornò poi dai due.
«Be’,» disse di buon umore «per oggi ho lavorato abbastanza. Ora divertiamoci. Possiamo andare allo studio?»
Pierre alzò lo sguardo e, come già all’arrivo della macchina, osservò con stupore il volto del padre animato e ringiovanito dalla gioia.
«Come sei allegro, papà» disse con approvazione.
«Proprio» annuì Veraguth.
Ma l’amico chiese: «Non è così allegro di solito?».
Imbarazzato, Pierre guardò prima l’uno e poi l’altro.
«Non so» disse esitante. Ma subito, scoppiando a ridere, affermò con decisione: «No, tanto allegro non lo sei mai stato».
Scappò via con il cesto delle conchiglie. Otto Burkhardt prese l’amico sottobraccio e insieme uscirono. Si fece guidare attraverso il parco fino allo studio.
«Sì, si vede che è cambiata la costruzione» notò prontamente. «Devo dire che è molto carino. Quando l’hai fatto fare?»
«Mi pare tre anni fa. Anche lo studio è stato ingrandito.»
Burkhardt guardò in giro.
«Il lago è impagabile! La sera dobbiamo andarci a fare una nuotata. È un bel posto, Johann. Ma ora voglio vede...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Introduzione
- Rosshalde
- I
- II
- III
- IV
- V
- VI
- VII
- VIII
- IX
- X
- XI
- XII
- XIII
- XIV
- XV
- XVI
- XVII
- XVIII
- Copyright