La rancura
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La rancura

  1. 312 pagine
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La rancura

Informazioni su questo libro

Rancura. La parola – rocciosa, ruvida, restia a dichiararsi – è usata da Montale per descrivere il sentimento che ogni figlio prova, in forme diverse, nei confronti del padre, per misurarsi con lui, per comprenderlo, per raccoglierne l'eredità spesso scomoda. È in questa prospettiva umana, lungo quasi un secolo di storia italiana, dal fascismo a oggi, che tre generazioni di padri e di figli attraversano le pagine del romanzo di Romano Luperini.

Tre protagonisti. Il padre è Luigi Lupi, maestro elementare e figlio di contadini, che dopo l'8 settembre combatte in Istria alla guida di una formazione partigiana, vivendo i giorni più nitidi ed eroici della propria esistenza, in una zona di confine segnata dapprima dai crimini di guerra dei generali italiani e poi dall'odio antitaliano e dalle foibe. Il figlio è Valerio, docente universitario e militante comunista che partecipa al Sessantotto e al tentativo di creare in Italia un partito rivoluzionario negli anni di piombo. Il figlio del figlio, Marcello, è un quarantenne che da Londra torna in Italia negli anni di Berlusconi e del "Grande fratello" per vendere la casa paterna nella campagna toscana. In questa casa trova un diario del padre e, in esso, emozioni, fragilità e desideri insospettabili.

In questo romanzo i figli scoprono – a volte con sgomento, a volte con fastidio – tracce impreviste dei genitori (foto, appunti, lettere, diari, somiglianze fisiche) che provocano in loro reazioni di sfida, di ammirazione, di nostalgia o di odio, ma comunque un impulso a meglio conoscerli. Perché, per quanto incolmabili siano le distanze e forti i segni di disillusione e disimpegno che marcano il mondo presente, a resistere nel passaggio delle generazioni è la volontà di comprendere, di cercare un qualche senso della vita, di raccontare la propria versione dei fatti.

È quanto Romano Luperini fa in questo grande "romanzo-bilancio", con una scrittura asciutta e nervosa nel memoriale bellico, venata di lirismo nella descrizione dei paesaggi toscani, serrata eppure lacerata da scorci improvvisi e inquietanti nella messa in scena delle contraddizioni e del disincanto di questi rancorosi eroi (o, forse meglio, antieroi) della contemporaneità.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2016
eBook ISBN
9788852070785
Print ISBN
9788804658948
Parte seconda

IL FIGLIO

(1945-1960)

1945-1960

1

Ho conosciuto mio padre alla fine di un lungo corridoio. Mia madre l’aveva attraversato correndo, dopo avere lanciato un grido. Sbalordito, incerto, io l’avevo seguita nel buio.
Lo sconosciuto si stagliò nella luce della porta aperta. Con spavento mi sollevò in alto spingendomi verso il soffitto, e varcò la soglia della casa come un vincitore, tenendomi in pugno. Avevo poco più di quattro anni e la guerra era appena finita.
Il corridoio era suddiviso in vari settori, sino alla porta d’ingresso. All’esterno pendeva la corda di una campanella che il visitatore doveva tirare per annunciarsi quando mancava l’elettricità, come succedeva spesso in tempo di guerra. Passando da un settore all’altro bisognava ogni volta accendere la luce, ma mia madre, in quell’occasione, per la fretta o per l’ansia, si era dimenticata di farlo. Il corridoio collegava la stanza d’ingresso, un’anticamera oscura e disadorna, a uno stanzone che si allargava dalla parte opposta della casa, un ampio locale dal soffitto altissimo, scarsamente illuminato da un lucernario polveroso, e quasi del tutto vuoto. L’unico arredamento era un paravento drizzato in un angolo che dietro le sue ante di un verde stinto nascondeva un ammasso di valigie, robe vecchie e una trappola per topi carica, una casina di legno posta per terra con l’apertura sollevata pronta a scattare appena l’esca, un tocchetto secco di parmigiano, fosse stata sfiorata.
Le stanze erano tante, con soffitti di vecchie travi e pavimenti di mattoni. Dal corridoio si poteva entrare nella camera da letto della mamma, dove si istallò subito e definitivamente anche mio padre, in quelle di mia sorella e dei miei anziani prozii (ma io li chiamavo zii, come la mamma) e infine nell’ultima stanza prima dell’anticamera, lo studio dello zio, grande, in penombra, con gli scaffali a vetri che chiudevano a chiave i libri, il busto in bronzo di Carducci sulla scrivania e il ritratto di Mazzini sulla parete opposta, tutto serio e nero, escluse le chiazze bianche dei baffi e della barba. Quando capitava, molto raramente, che ci entrassero la mamma e la zia, parlavano sottovoce e mi raccomandavano di non toccare nulla.
Su una parete dello stanzone si stagliava la porta rosa e lievemente arabescata del salottino sul cui divanetto mi mandarono a dormire dopo l’arrivo di mio padre. Da quella opposta si penetrava nell’antigabinetto, costituito da due lavabo di marmo, uno di fianco all’altro, e poi, attraverso una porticina bianca, nello stretto stanzino del water. In fondo allo stanzone un breve andito dava accesso al salotto e alla cucina, le uniche due stanze veramente luminose della casa, il primo arredato con un divano verde, una grande stufa a legna di terracotta blu, quadri di caccia alle pareti e una larga tavola da pranzo dalla superficie luccicante, la seconda con un acquaio di pietra grigia su un lato, le aperture quadrate dei fornelli e la cappa del camino sull’altro e, nel mezzo, un tavolo coperto da una tovaglia d’incerato su cui in genere si consumavano i pasti.
Le due finestre del salotto e una della cucina si affacciavano sulle Mura, le altre sette invece su porta Elisa e sulla via con lo stesso nome, che in quel punto si allargava in una piazza con alberi di magnolia e cespugli di alloro e di pitosforo. Dal basso, guardando in su, apparivano in alto, alla stessa altezza della strada alberata che correva sulle Mura, quei sette grandi rettangoli, con le loro persiane spalancate color argento, schierati in fila per tutta la lunghezza del grande palazzo ottocentesco.
La casa apparteneva a un convento di monache e un tempo ne aveva fatto parte. Le monache continuavano a esserne proprietarie e ogni mese bisognava andare da loro a pagare l’affitto. A volte la zia e la mamma mi conducevano in parlatorio o in chiesa a cercare la madre superiora. Oltre i soldi dell’affitto le consegnavano un pacco di giornali che la zia aveva precedentemente privato delle testate, per non far vedere che si trattava di un giornale pericolosamente anticlericale, “La Voce Repubblicana”, a cui lo zio era abbonato. Un’altra parte di quei giornali veniva invece ritagliata pazientemente in quadretti tutti uguali, che venivano raggruppati su uno sgabello del gabinetto, accanto al water-closet. Non sapevo che cosa facessero le suore con quei giornali, ma in cambio, dopo avermi introdotto in stanzoni umidi e bui, odorosi di incenso muffa e naftalina, ed essersi ripetutamente assicurate della mia mensile bontà e avermi allora complimentato e accarezzato, mi regalavano santini tutti nuovi, fragranti di carta appena stampata, e dolci secchi avvolti nella stagnola d’argento.
Nonostante la guerra, le mie giornate nella casa degli zii erano trascorse sino allora sufficientemente tranquille. Non mi spaventava la sirena dell’allarme aereo, quando la gente cominciava a scappare verso il rifugio sotto Porta Elisa. Anche quando, una notte, la mamma, dopo avermi avvolto in fretta in un grande scialle, si era precipitata per le scale tenendomi in braccio, e i gradini oscillavano sotto i suoi piedi per i tonfi e gli scoppi delle bombe, la paura era durata poco: nella cantina del palazzo, dove tutti gli inquilini si erano rifugiati, i rimbombi giungevano attutiti e lo zio scherzava prendendo in giro la moglie che a ogni scoppio si faceva il segno della croce. Pochi giorni dopo erano arrivati i carri armati americani. Soldati neri dalle grandi mani mi avevano lanciato dalle camionette caramelle e tavolette di cioccolata, mentre li osservavo dal bordo della strada tenendo per mano la mamma. Il pomeriggio successivo corsi nel mio nascondiglio preferito, un incavo in un cespuglio di pitosfori nel giardino comunale sotto casa dove mi piaceva stare nascosto, invisibile all’esterno, protetto da ciuffi di fiori odorosi. D’un tratto, mentre correvo, il piede mi scivolò su una melma strana e imprevista. Davanti al cespuglio caddi in avanti, disteso bocconi su enormi merde rotonde e giallastre coperte da fogli di AM-Lire.
Anche l’unica vera paura che ebbi nella casa di Lucca durò solo pochi giorni. Era legata a un dubbio: questi americani che gettavano caramelle e cioccolato ai bambini non erano gli stessi che lanciavano contro di noi le bombe e facevano scappare la gente nei rifugi? Gli americani erano buoni oppure cattivi come i tedeschi? E se erano buoni, come assicurava la mamma, perché potevano incenerire in un attimo la nostra casa e la nostra città? Questo lo sapevo perché l’aveva detto la radio una mattina. Era l’ora della colazione, e mi piaceva ascoltare alla radio il gorgheggio dell’usignolo immediatamente precedente il segnale orario delle otto mentre mi godevo la mia tazza di latte assaporando il pane che vi era inzuppato tutto coperto di panna.
A un tratto la zia disse: «Dio mio, Dio mio» e si lasciò cadere su una sedia.
«Ma cos’è successo?» domandò mia sorella, che stava entrando in cucina in quel momento e non aveva sentito la notizia data dal giornale radio.
«Decine di migliaia di morti...» rispose la mamma. Aveva il viso cambiato, come se stesse per piangere. «Gli americani hanno inventato una nuova bomba, una bomba spaventosa... l’hanno sganciata con un aereo in Giappone... Un’enorme palla di fuoco ha incenerito una città, l’ha polverizzata in un attimo... Migliaia e migliaia di persone, morte tutte insieme in pochi secondi...»
«È la fine del mondo» diceva la zia, tirando fuori dalla tasca del grembiule il rosario. «È la punizione divina per i peccati degli uomini.»
Io ascoltavo senza capire, allarmato. Cos’era la fine del mondo? Dovevo aspettarmi una palla di fuoco sul tetto della mia casa, le scale che avvampavano e crollavano mentre la mamma le scendeva di corsa scappando con me in braccio? Ma quel giorno non successe nulla di spaventoso, e neppure nei successivi, e così a poco a poco mi convinsi che potevo stare tranquillo perché la fine del mondo non riguardava la mia famiglia e la mia città, ma qualche posto lontano e sconosciuto, così lontano che per me era come se non esistesse nemmeno.
L’estate precedente, però, c’era stato anche un periodo in cui, seguendo il consiglio del nonno, io e la mamma avevamo lasciato la città per andare a stare in campagna nella casa sul poggio. Almeno il latte della mucca non mi sarebbe mancato. Alla mamma non piaceva ma per me era divertente dormire di notte per terra nel rifugio che il nonno e il fratello di mio padre avevano scavato in un ciglione per noi e per le due famiglie di vicini. Il rifugio era basso e stretto, sapeva di terra umida e d’erba. Dentro, mancava lo spazio. Bisognava dormire rannicchiati, a ridosso gli uni degli altri, i ginocchi stretti contro il petto. Ma io potevo passare la notte abbracciato alla mia mamma, né mi preoccupavo dei pidocchi che lei, frugandomi nei capelli, ogni mattina schiacciava fra le dita.
Ma una volta, di sera, arrivarono d’improvviso i camion delle SS. Tirarono fuori le pistole, le puntarono contro le galline che razzolavano davanti a casa. Vidi il nonno correre in mezzo all’aia con le mani alzate, «Ci sono dei bambini, ci sono dei bambini» gridava. Poi le SS entrarono in casa, le vedevo avanzare, vedevo le loro lunghe gambe, le braccia spinte in avanti ad afferrare gli oggetti, le bocche che si aprivano in suoni incomprensibili e minacciosi.
Cacciarono tutti in cucina per poter frugare tranquillamente in ogni stanza. Le donne stavano sedute sulle sedie di paglia contro le pareti con le mani in grembo mentre il lume a petrolio faceva oscillare la sua luce sulla tavola. Si sentivano rumori al piano di sopra, tonfi, urla. Poi i tedeschi, dopo avere ammassato nell’andito tutto quello che potevano portare con sé, scesero in cucina, tolsero via dalle mani della zia il termometro che serviva per mio cugino ammalato e si avvicinarono a mia madre seduta accanto alla porta con me fra le ginocchia. Uno di loro le afferrò il braccio sollevandolo verso di sé e strappandole dal polso l’orologio proprio sopra la mia testa. Altri intanto spingevano su un camion mio zio, che non aveva fatto in tempo a nascondersi, e trascinavano fuori dalla stalla la vacca del nonno.
Fu allora che la mamma decise di tornare con me a Lucca a casa degli zii. Un lungo viaggio a piedi, dall’alba al tramonto, per campagne e strade sterrate, sotto il grande sole d’agosto. Mi portavano a cavalluccio sulle spalle, a turno. Con la mamma, c’erano la zia e una vicina, che camminavano a piedi nudi, le scarpe nella sporta, riservate all’arrivo in città. Tutt’e due andavano a trovare i mariti portati via dai tedeschi e rinchiusi in un campo di concentramento vicino a Lucca. Nascondevano in seno tutti i soldi che avevano potuto trovare e che dovevano servire a corrompere le guardie e a farli fuggire. Ricordo un campo sterminato di cocomeri nella luce abbagliante del mezzogiorno e la mamma che, nascosta nel fondo di un fossato, con una pezzuola in testa, dopo averne tagliato uno a metà, ne addentava la polpa rossa e gocciolante.
Nella casa di Lucca passavo le mie giornate fra la mamma e la vecchia zia che non mi lesinava raccomandazioni, consigli e preghiere bisbigliate sottovoce.
Uno spazio diverso, inaccessibile e misterioso, era quello dello zio. La sua figura possente e la voce tonante mettevano soggezione, mentre mi lasciava stupito e disorientato il rutto fragoroso che dopo ogni pasto faceva seguire dall’esclamazione «Al papa!» (e la zia allora si faceva il segno della croce mandandomi un’occhiata preoccupata). Avevo accesso a questo spazio solo a una certa ora del pomeriggio, per la cerimonia del solitario. Lo zio stava seduto a un capo del grande tavolo, le carte da gioco disposte davanti, a destra il caffè corretto che la zia era corsa a preparargli e accanto la pipa o il toscano mezzo spento. Quando tutto era pronto, io mi mettevo cautamente alla sua sinistra e poi seguivo incantato lo spostamento delle carte sulla lucida superficie del tavolo e le rare spiegazioni sul gioco che si degnava di concedermi. Per non dargli fastidio, stavo immobile, quasi paralizzato sulla sedia.
Lo zio era senza possibilità di dubbio la persona più autorevole e rispettata che io conoscessi, non solo in casa ma anche nell’ufficio della direzione didattica dove a volte mi portava e dove la segretaria e le maestre parlavano sottovoce davanti a lui o gli portavano regali nelle occasioni di festa. La sua autorità imponente e le sue collere improvvise terrorizzavano la moglie e la mamma. Guai se qualcuno, in sua assenza, toccava il suo mazzo di carte, che ogni pomeriggio, alla fine del solitario, riponeva nel loro astuccio a capo del tavolo. Lui cominciava a imprecare e a bestemmiare e con voce solenne e terribile chiamava a rapporto la zia, colpevole di non averne protetto l’inviolabilità. Si accorgeva subito della manomissione dal modo con cui il mazzo era stato ricollocato dentro l’astuccio – doveva stare capovolto, in modo che le carte, sfilate e rovesciate con un unico gesto, si disponessero davanti a lui senza invertire l’alto e il basso – o dal verso di qualche singola carta, magari neppure una figura, ma anche solo un tre o un cinque, che, riposta dentro senza la sufficiente cura, gli usciva capovolta. Se lo zio era in casa, non si poteva giocare né correre, né era lecito il più piccolo rumore quando faceva il pisolino giornaliero, prima del solitario, o leggeva ad alta voce, davanti a tutta la famiglia riunita, le poesie di Carducci o i racconti di Fucini. Anche i libri che talvolta dopo cena si compiaceva di declamarmi erano assai diversi da quelli – Senza famiglia, Cuore, Cucciolo – che la mamma e la zia mi leggevano a letto prima che mi addormentassi e che, con grande soddisfazione delle mie lettrici, mi commuovevano sino alle lacrime. Fra risate fragorose, occhiate al cielo e gesti buffi e teatrali lo zio recitava i sonetti in vernacolo pisano di Fucini o qualche scena del Giornalino di Gian Burrasca, concludendo ogni volta con lo stesso consiglio: «Dormi, divertiti, caca forte, e non pensare ad altro», che stranamente contrastava con i moniti di pietà e di sacrificio che sua moglie quotidianamente e non senza successo mi impartiva.
Poiché abitavamo al piano più alto, i rami dei tigli e dei platani sulle Mura e quelli delle magnolie del giardino comunale erano vicinissimi al salotto e alla cucina. Io portavo una sedia davanti alla finestra, mi ci arrampicavo e in piedi guardavo gli uccelli che saltellavano tra le foglie degli alberi a pochi metri di distanza, oppure, la sera, seguivo con lo sguardo il volo spezzato e zigzagante dei pipistrelli.
Se era una bella giornata e la stagione propizia, nel pomeriggio mi permettevano di scendere nel giardino comunale per giocare. Mi nascondevo in rifugi segreti offerti dai cespugli di pitosfori o cucivo insieme, con i fiammiferi usati trovati per terra, le foglie delle magnolie formando degli elmi da mettere in testa. Ma soprattutto mi piaceva arrampicarmi sul terrapieno delle Mura e poi, arrivato in cima, lasciarmi scivolare giù sul ripido pendio rotolando in basso, voltolandomi sino a stordirmi nell’erba alta, nell’odore umido di terra e di radici, in mezzo a centinaia di chiocciole bianche. Quando era l’ora di tornare e la mamma mi chiamava dalla finestra, mi riempivo le tasche di chiocciole per portarle a casa. Cercavo di allevarle, insieme a qualche coccinella e ai moscondoro, che legavo con un filo alla zampina perché non mi volassero via. Per loro, e per il fringuello che saltellava in una gabbia appesa in salotto davanti alla finestra, raccoglievo foglie ed erba di campo. In grandi barattoli di vetro allevavo anche i topolini grigi che restavano prigionieri nella trappola dietro il paravento, finché la mamma e la zia, timorose di qualche contagio, non me li facevano sparire. Ma erano soprattutto le chiocciole a riempirmi di stupore. Ne seguivo i lenti tragitti sulle foglie di lattuga, sui cartoni delle scatole in cui tentavo di rinchiuderle, persino sulle pareti della cucina, dove lasciavano una tenue stria biancastra che sembrava saliva. E la mattina non le trovavo mai dove le avevo viste la sera: dovevo ricostruire i loro misteriosi percorsi notturni, talvolta lunghissimi, fra l’armadino e l’acquaio, o scoprirne i nascondigli fra le pieghe dell’insalata o negli angoli dei mobili o sotto le mensole, dove, capovolte, restavano così tenacemente incollate che a volte non mi riusciva di staccarle.
Soprattutto nei giorni freddi d’inverno la stanza che preferivo era il gabinetto. Nella casa, per il riscaldamento, venivano usati di solito soltanto gli scaldini di terracotta, pieni di carbonella accesa appena ricoperta da un velo di cenere. Si ricorreva di rado al braciere di rame, largo e rotondo, posto sotto il tavolo di cucina, e solo quando tutti vi eravamo riuniti intorno. La stufa a legna in salotto veniva accesa per Natale,...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. La rancura
  4. Parte prima. MEMORIALE SUL PADRE
  5. Parte seconda. IL FIGLIO
  6. Parte terza. IL FIGLIO DEL FIGLIO
  7. NOTA DELL’AUTORE
  8. Copyright