Voce di lupo
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Voce di lupo

  1. 208 pagine
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Voce di lupo

Informazioni su questo libro

PER LETTORI A PARTIRE DAI 12 ANNI Se il bosco potesse parlare, racconterebbe di due ragazzi che amavano respirare il profumo della resina. Se le montagne e i sassi avessero voce, direbbero che lassù, dove le cime graffiano il cielo, a volte il respiro si ferma. Come quello di Giacomo, bloccato dalla terra che all'improvviso frana; come quello del suo più caro amico, che preferisce non ricordare il proprio nome, perché da quando la montagna si è sgretolata niente ha più senso. E parlerebbero anche del respiro di Chiara, amica preziosa che ama i boschi solo in cartolina. Non bastano le parole di genitori, professori o amici per riempire un vuoto che sembra incolmabile: Giacomo se n'è andato e ha portato via il sole. Vivere ancora sembra impossibile, se non passando attraverso ciò che è accaduto. Passando di nuovo attraverso il bosco.

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Informazioni

Print ISBN
9788856658439
eBook ISBN
9788858517697

1.

Mamma e papà
– Ha lasciato solo questo biglietto: Non cercatemi. Non mi trovereste. Era appeso alla porta del frigorifero con la calamita a forma di hamburger…
– Cellulare?
– Eccolo. L’abbiamo trovato in camera sua, sul comodino.
– Grazie, lo faremo controllare subito.
– E se dovesse chiamare?
– Non credo chiamerebbe il suo numero.
– Già…
– Il computer portatile ha una password?
– Forse, non ricordo.
– Non ha importanza, faremo analizzare anche questo: contenuto, navigazioni in Internet, chat. Vostro figlio aveva un profilo Facebook?
– Sì.
– Avete notato se manca qualcosa tra i suoi oggetti personali? Ad esempio uno zaino, degli abiti, un paio di scarpe…
– Oddio, non lo so: la sua stanza è sempre così in disordine…
– Cibo, soldi?
– Non lo so. Ho cercato mio figlio, non le prove di una sua fuga.
– Va bene. Magari quando tornate a casa, provate a verificare. Avete una sua fotografia recente?
– Sì, questa. Era in montagna, la scorsa estate. Sembrava felice, vero?

2.

Penseranno subito a uno scherzo, a un gioco. A una di quelle buffonate che Chiara, Giacomo e io organizziamo per vendicarci di loro, delle loro regole e di quei castighi assurdi che non servono a nulla.
Sì, per un paio d’ore i miei genitori penseranno a questo: mamma chiamerà papà in ufficio e gli racconterà la mia ultima trovata. Volerà qualche parolaccia, si sentirà qualche urlo, ma alla fine concorderanno sul fatto che la punizione questa volta dovrà essere esemplare.
E nell’inventare la pena perfetta, non si accorgeranno del tempo che passa. Non se ne renderanno conto almeno finché, all’ora di pranzo, io non farò ritorno a casa. Allora sarà troppo tardi: mi sarò già allontanato abbastanza da fare perdere ogni traccia.
Cercheranno a scuola, in palestra, a casa di Chiara e infine andranno al ristorante dei genitori di Giacomo.
Ma non mi troveranno.
Mi spiace solo per lei, per Chiara: le ho scritto un biglietto, ma lo vedrà soltanto domani, in tarda mattinata, quando aprirà la cartelletta di arte (l’ho nascosto tra i primi fogli dell’album da disegno) e fino ad allora penso che un po’ soffrirà.
Siamo amici.
Lei, Giacomo e io eravamo molto amici - oltre che compagni di classe - e facevamo un mucchio di cose insieme: studio, sport, musica. Insomma tutto, tranne che andare per sentieri in montagna. Chiara non ne ha mai voluto sapere: ha sempre preferito il canto della televisione a quello della natura! Anche se sono convinto che, in fondo in fondo, l’idea di arrampicarsi o fare camminate in alta montagna le metta un po’ di paura.
«Sei femmina e hai dei limiti, ammettilo!» le diceva Giacomo per farla arrabbiare.
«Sei uno stupido maschio con molti più limiti dei miei!» rispondeva lei. Sempre, ogni volta.
Mi mancano i loro battibecchi. Per il film da andare a vedere, la poca voglia di studiare di lui, i ritardi di lei, il pranzo al bar della scuola o alla biblioteca, il “fa troppo freddo” o “fa troppo caldo”. Sembravano marito e moglie, e mi mancano.
Il fatto è che a volte non ci sono scelte da fare perché la soluzione è una sola e ce l’hai lì davanti agli occhi, come quelle insegne dei negozi con le luci al neon che lampeggiano e che hanno sempre una lampadina bruciata, una lettera buia, ma che tu comunque capisci, perché il messaggio sta tutto nella tua testa e nemmeno un blackout mondiale potrebbe cancellarlo.
Non mi restava che andarmene e l’ho fatto.
Non avranno più da domandarsi perché me ne stavo in casa passando ore seduto sul divano a guardare la Tv. Ok, la cosa era strana, lo ammetto: guardare la Tv spenta non è normale, ma a me piaceva perché in quello schermo nero potevo vederci ciò che volevo. Del resto, a me ricordava tanto un cielo scuro e ho aspettato a lungo che qualche stella spuntasse.
Sì, strano, ma mai nessuno che mi avesse chiesto: «Cosa stai guardando? Cosa vedi tu che noi non vediamo?».
Mai.
Hanno sempre preferito accusarmi di essere cambiato, di non somigliare più al ragazzo che ero sempre stato. Aggiungerei: al “bravo” ragazzo.
È vero, sono diverso: brutti voti, brutto carattere e brutto aspetto; e quella strana mania di mettere sempre i guanti. Anche in estate!
Ma così è, e non ci posso fare nulla se il mondo ha smesso di interessarmi, se la scuola mi fa venire il mal di testa, se le parole di tutti mi sembrano inutili. Vuote. E sempre uguali.
Chiara dice che dovrei parlare con qualcuno di tutto questo, magari con il prof di matematica, che è uno “giusto”, uno di quelli che sanno ascoltare.
No.
Mi direbbe che è colpa dell’adolescenza, del grande dubbio sulla scelta della scuola futura; colpa degli ormoni, della crescita, della barba che non spunta, dei brufoli che si moltiplicano.
No.
Alla fine mi consiglierebbe di andare allo sportello, quello psico-pedagogico, che sta nel seminterrato della scuola. Ma lì, sai quando entri e non sai quando esci. Perché devono analizzare ogni tua parola, il tono con cui la dici; oppure come ti siedi, ti vesti, ti pettini. E uno come me, che se ne va in giro indossando sempre un paio di guanti, è materia molto interessante per loro.
No.
Faccio da me che è meglio: mi tengo i miei guanti e i miei guai ché tanto non li vuole nessuno.
Il problema è che proprio non riesco a guardare le mie mani: quando le lavo, chiudo gli occhi. All’inizio le nascondevo nei polsini della felpa, ma poi ha iniziato a fare caldo e, tolte le maglie a maniche lunghe, sono passato ai guanti. Alcuni compagni ridevano, qualche prof ha insistito per farmeli togliere, ma io li ho sempre tenuti su e li porto anche adesso.
Perché?
Perché le mani sono una parte del mio corpo che odio. Deboli, secche e magre: non servono a nulla e al momento giusto decidono di tradirmi iniziando a tremare. Ad esempio, quando devo scrivere alla lavagna, o durante l’ora di ginnastica quando devo saltare con la corda, lanciare la palla, o nel bel mezzo di una verifica di tecnologia: le linee stile cardiogramma sono il mio forte!
No, non ho il Parkinson. Quello l’abbiamo già escluso. Soffro di tremore emotivo e ne soffro da quattro mesi e quattordici giorni.
Come lo so?
Lo so. E ne conosco benissimo la causa.
Comunque non c’è medicina o cura che possa spegnere questa tremarella.
A scuola, i più intelligenti mi hanno regalato un soprannome: Budino… Originale, vero?
Da allora Chiara mi chiama “Budy” oppure “Buddy” all’americana.
La lascio fare, pare che si diverta, e qui il divertimento ultimamente scarseggia.

3.

Dopo che mi avranno cercato a lungo e senza successo, mia madre salirà in camera mia e vedrà il cellulare sul comodino: allora capirà. Capirà che non è uno scherzo perché il cellulare è la mia terza mano (senza guanto), è l’estensione del mio cervello, la cassaforte della mia memoria.
Così scenderà di corsa le scale e, piangendo, telefonerà ancora a mio padre.
Piange spesso e, anche se lo fa in silenzio, io l’ho sempre sentita, spiandola di nascosto.
Penso che pianga a causa mia e questo mi spiace - lo giuro - ma non lo faccio apposta, assolutamente.
Un giorno dovrò dirglielo, cercando anche magari di scusarmi. Non adesso, però. Ora proprio non ci riuscirei.
Forse decideranno di andare dai Carabinieri a denunciare la mia scomparsa. Allora racconteranno tutto di me come se fossero da uno psicologo, dei miei comportamenti strani, del mio cambiamento e della mania dei guanti! Così, nella descrizione per le mie ricerche, sotto la foto metteranno: “Buddy”, 13 anni. Il giorno della sua scomparsa indossava una T-shirt blu, jeans, scarpe da tennis e un paio di guanti di lana!
Chiara si arrabbierà.
Anche Giacomo, forse.
Ho portato poche cose con me. Il cellulare no, ovviamente, perché non voglio essere rintracciato, ma sarà dura abituarsi alla sua assenza.
Ho preso lo zaino del campeggio - che è sempre pronto - e l’ho portato in un luogo sicuro, nel bosco, cercando di coprirlo bene con rami e foglie. Dentro c’è tutto quello di cui ho bisogno: il vecchio orologio del nonno (caricabile a molla), una torcia con batterie di scorta, sciarpa, ca...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. 1. Mamma e papà
  4. 2.
  5. 3.
  6. 4. Chiara
  7. 5.
  8. 6.
  9. 7. Chiara
  10. 8.
  11. 9.
  12. 10.
  13. 11.
  14. 12.
  15. 13. Chiara
  16. 14.
  17. 15. Mamma e papà
  18. 16.
  19. 17. Chiara
  20. 18.
  21. 19.
  22. 20.
  23. 21. Chiara
  24. 22.
  25. 23. Chiara
  26. 24.
  27. 25.
  28. 26.
  29. 27.
  30. 28.
  31. 29. Chiara
  32. 30.
  33. 31.
  34. 32.
  35. 33.
  36. 34.
  37. 35.
  38. 36.
  39. 37.
  40. Ringraziamenti
  41. Copyright