L’Audi slitta sulla strada scivolosa. Colpa di una lastra di ghiaccio. Dorrie si sporge per bere un sorso della cioccolata calda di Starbucks. È bollente, si scotta la lingua e allontana il bicchiere di scatto, rovesciando qualche goccia sul cappotto e sul sedile. «Oh, mi spiace!» Pulisce il rivestimento in pelle con la manica e lancia un’occhiata a Joe, che tiene le mani strette intorno al volante. Ha l’aria arrabbiata, la mascella si irrigidisce nell’abitacolo semibuio, rischiarato a tratti da frammenti di luce provenienti dai lampioni lungo la strada. La neve si fa sempre più fitta.
Si sforza di mostrarsi tranquilla: qualunque cosa lui dica, lei non ha la minima intenzione di crollare. D’altronde, recita da quando aveva cinque anni ed è in grado di gestire qualsiasi situazione, almeno all’apparenza. Ce la farà anche stavolta.
Hanno rischiato di non vedersi, stasera. Quando Joe l’aveva chiamata sul telefono usa e getta di cui si servono per comunicare, Dorrie aveva lasciato scattare la segreteria telefonica: la voce di lui – così disperata, così poco da Joe – insisteva che lo raggiungesse a Back Bay. Ti prego, dolcezza. Non te lo chiederei se non fosse importante.
Poi le era arrivato anche un messaggio: Da Starbucks, sulla Boylston.
Okay. Sei tu il capo, gli aveva risposto alla fine.
Aveva recuperato un vecchio cappotto in fondo all’armadio dell’ingresso: un cappotto pesante, brutto e decisamente troppo grande che aveva preso al negozio dell’usato qualche anno prima, arraffato all’ultimo secondo e sbattuto sulla pila di vestiti che sua figlia aveva portato alla cassa. Aveva deciso di comprarlo per l’asta di beneficenza della scuola, ma per qualche ragione era rimasto nel loro armadio. «Può far comodo» aveva detto Samuel, ma di fatto nessuno lo aveva mai indossato. Fino a oggi. Dorrie si era infilata un guanto nero in tasca e poi aveva frugato dappertutto alla disperata ricerca dell’altro, senza trovarlo. Le sembrava di aver sempre tutto scompagnato: guanti, calzini, orecchini. Aveva lasciato un bigliettino per Samuel e Lily, attaccato alla porta d’ingresso: Esco a mangiare un boccone con Jeananne. È un’emergenza. Era una bugia, tutto sommato credibile visto che Jeananne era una sua collega. Avrebbe potuto scrivere Mi ha chiamata il capo, il che tra l’altro era vero. Magari aggiungendo: Dice che è importante. Ma le era parso più cauto mentire.
Si ficca il berretto di lana fin sopra le orecchie, per ripararsi dal freddo impietoso di Boston che, attraverso i sottili spiragli dei finestrini e gli spifferi invisibili delle portiere, si insinua fino al sedile anteriore. È di sua figlia Lily, un cappellino casual ed eccentrico, a strisce bianche e blu, che non si abbina per niente a quell’osceno cappotto che sembra un costume di scena in uno spettacolo di terz’ordine. Però fa il suo dovere: enorme e pesante, la protegge dal freddo. E la camuffa, cela il suo tradimento. Dorrie mette la mano in tasca e le dita infreddolite trovano il guanto. Lo tira fuori e se lo appoggia accanto, sul sedile. Il silenzio cala nell’abitacolo, e ne pervade ogni anfratto. Dorrie arrotola la manica troppo lunga e i tre braccialetti che ha al polso scivolano lungo il suo braccio sottile.
Joe sospira. Lei si volta a guardare il suo profilo, lo fissa mentre scruta oltre il parabrezza la strada indistinta e offuscata, come in un sogno. Persino con l’auto che sbanda e slitta, persino nella grigia oscurità che li avvolge, si vede che Joe è nervoso. Lo è da settimane. Dorrie si porta alle labbra la cioccolata calda presa da Starbucks, dove solo poco prima si erano seduti senza quasi rivolgersi la parola, come due sconosciuti. Lui aveva superato con passo deciso gli invitanti divanetti rossi, dirigendosi ai tavoli di legno in fondo. Pareva distratto, stanco, aveva ancora indosso gli abiti da ufficio, con la camicia bianca inamidata un po’ stropicciata e il cappotto di lana leggermente storto sulle spalle.
«Quindi?» aveva chiesto lei, ma lui si era limitato a scuotere la testa. «Non qui.» E allora Dorrie aveva parlato del tempo, del caffè, cercando di sovrastare quella voce nella sua testa. La voce di sua madre, ammonitrice, chiara, anche dopo tutto quel tempo.
Guarda fuori dal finestrino, riesce a vedere solo un vortice bianco in tumulto e, dietro, la notte. La macchina procede e lei sussulta, aggrappandosi al sedile. Sua madre se n’era andata proprio durante una tormenta di neve, la sua macchina si era scontrata con un furgone lanciato a tutta velocità. Era morta sul colpo, portandosi via anche una parte di suo padre, cambiandolo in maniera profonda e inequivocabile; lasciandolo chino a piangere sul tavolo della cucina, con il telefono abbandonato sulle ginocchia, le parole dell’agente di polizia che uscivano dalla cornetta come proiettili.
Era stato allora che Dorrie aveva imparato a recitare, calandosi nella parte della figlia felice, un viso sorridente contro la spessa muraglia di dolore del padre.
In seguito, dopo qualche rappresentazione scolastica, gli stage estivi di teatro e una piccola parte al Charles Playhouse, si era resa conto che recitare le veniva naturale, quasi come respirare. Alle audizioni otteneva quasi sempre le parti che voleva, e si permetteva di rifiutare quando le veniva offerto il ruolo di sostituta dei protagonisti. Non voleva essere un rimpiazzo. Il che, ripensandoci, era davvero ironico, visto che per Joe non era stata altro che quello. Rimpiazzino era lo pseudonimo che usava quando comunicavano via e-mail. Il rimpiazzo di Karen.
Dorrie appoggia il bicchiere nel portavivande del cruscotto e si guarda intorno per cercare il coperchio, poi lo tappa con il palmo della mano. La macchina sbanda e slitta lasciando l’impronta delle gomme sulla strada ghiacciata. «Allora?» Si tiene più forte al sedile. I braccialetti tintinnano. Avrei dovuto dare ascolto a mia madre, pensa.
«Non c’è un modo facile per dirlo, Dorrie.» Joe non la guarda nemmeno. Scruta la notte tempestosa attraverso il parabrezza. «Non dobbiamo più vederci, almeno per un po’.» Anche se se lo aspettava, anche se sentiva che era di quello che voleva parlarle, per una frazione di secondo Dorrie è incapace di rispondere. Vorrebbe piangere, gridare, afferrare il volante.
«È per Karen?»
«No» risponde lui, con voce roca. «Non è sicuro. Per noi.» Si gira verso di lei e, malgrado l’oscurità, Dorrie riesce a vedere la sua paura. Nei suoi occhi, nelle rughe della fronte. «Non più. Sto facendo un po’ di indagini, ma finché non scopro cosa sta succedendo...»
«Cosa? Succedendo cosa?» Dorrie lo guarda dritto in faccia. Non alza la voce. Fa un respiro profondo, poi un altro ancora, ricorre alle sue doti di attrice e cancella ogni espressione dal viso. Si mostra incuriosita, niente di più. «Non capisco.»
Joe scuote la testa. «Lo so» dice, accelerando. Va troppo veloce, pensa lei. Lui fissa la strada sfocata mentre svolta in Newbury Street; Dorrie riesce a malapena a intravedere i tavolini all’aperto dei bar, ammantati di neve. «È rischioso per entrambi. Credimi, se ci fosse un altro...»
Non fa in tempo a terminare la frase che una luce accecante squarcia il buio e inonda l’abitacolo, una macchina invade la loro corsia, sterza bruscamente e poi si dilegua. Joe stringe il volante. Schiaccia il pedale del freno. La vecchia Audi sbanda mentre lui cerca di riprendere il controllo. «Cristo! Non riesco a...»
Dorrie affonda le unghie nel sedile e prega che l’auto non finisca fuori strada. Trattiene il respiro. Le ruote stridono, riempiendo l’aria di un terribile fischio che lacera la notte, tagliandola in due. Un prima e un dopo. La macchina non si ferma, sfreccia attraversando la corsia opposta. Dorrie cerca di afferrare l’aria, di afferrare Joe, le urla le muoiono in gola quando l’auto esce di strada e va a sbattere contro un albero. L’airbag la colpisce sopra l’occhio, come un pugno, il parabrezza va in frantumi e il suo guanto vola fuori dal vetro rotto.
Per un istante non ci sono rumori. Non c’è spazio. Non c’è vita. Per un istante il mondo smette di girare sul suo asse, ci sono solo neve e oscurità che si espandono all’infinito. Una mano pallida si protende attraverso il finestrino infranto: la mano di una donna. Sua madre. Una ciocca di spessi capelli scuri, un’allucinazione, uno scialle sfavillante. Sua madre accorre sempre quando Dorrie ha bisogno di lei. Allora capisce. «No» sussurra. «No, mamma. Ti prego.» Ma sua madre le fa solo un breve cenno e la raggiunge nella macchina sfasciata.
Sull’orologio del cruscotto c’è del sangue, tre gocce sul nove, altre quattro sul dodici, la cioccolata calda ha macchiato i sedili. Ogni cosa ha un aspetto stranamente delicato, la notte cala veloce e implacabile, come un sipario. Dorrie sente il rumore del proprio respiro, rapido, concitato, poi dei suoni più soffusi, uno strano mormorio, non sa nemmeno se è reale, se è nella sua testa o se proviene dalle case sopra i negozi lungo la strada, poi la voce di sua madre le bisbiglia: Scappa! Scappa, Dorrie! La neve scende di traverso e un foglio di giornale turbina nel vento prima di planare nell’auto dal finestrino rotto. Un guanto nero giace rivolto verso l’alto su un cumulo di neve.
Di colpo, il mondo torna a fuoco. Lei afferra il telefono e grida la posizione dell’auto al 911. «Veloci!» urla. «Vi prego!»
Scivola sul sedile verso Joe e, adesso che è più lucida, si accorge che l’airbag di lui non si è aperto. Gli accarezza il viso. Sta perdendo sangue da un orecchio, gli gocciola sulla guancia. «Joe.» Lo tira per un braccio. «Respira» supplica in un sussurro. «Respira.» All’improvviso lui lo fa: un sussulto, un tremito e poi un rantolo. Poi silenzio.
Scappa, ripete sua madre che, sporgendosi di nuovo nell’auto, afferra il cappotto pesante con le dita e la tira dalla manica. Vai, le ordina. A Joe ci penso io. Dorrie si china per baciarlo un’ultima volta. È freddo. Tutto quanto è freddo. Il vento geme tra i vetri rotti e lei torna al posto del passeggero. Il sangue le cola sulla fronte, lo tocca e ne avverte il tepore appiccicoso. Con il gomito dà un colpo alla portiera incastrata e cade fuori dall’abitacolo, sul terreno gelido. «Ti amo, Joe» dice a voce alta, e le parole le tornano indietro, vuote.
Dorrie esita. È combattuta, però poi si allontana. Non ha altra scelta. Essere trovato così – insieme a lei – è l’ultima cosa che Joe avrebbe voluto. Glielo aveva detto mille volte: lo scandalo, l’imbarazzo di Karen, dei loro figli. Si calca in testa il berretto di lana per nascondere il taglio sulla fronte, per coprire il sangue, e i suoi piedi scivolano leggeri sul terreno ghiacciato mentre cerca di riguadagnare la strada buia.
La gente comincia ad affacciarsi alle finestre, dagli appartamenti, dai bar e dai ristoranti. Si riversa fuori, gridando, infilandosi cappotti e cappelli. La strada vuota inizia a fremere di movimento. Le luci degli edifici si accendono, le ombre si agitano dietro le finestre, un negozio poco distante alza la saracinesca all’improvviso, illuminando un manichino con indosso un vestito estivo leggero, un’immagine che stride con il freddo, il sentore di morte, l’oscurità di quel momento. Gli immensi palazzi di mattoni fanno da pubblico a quello spettacolo raccapricciante e le alte finestre si animano di inquietanti figure prive di volto, infagottate nei soprabiti pesanti.
Risuonano le voci, le sirene. I curiosi avanzano sul marciapiede, ma prima di raggiungere la macchina tentennano. Dorrie si mescola alla folla e torna verso l’Audi accartocciata contro l’albero. La neve ha coperto il tettuccio, è entrata nell’abitacolo attraverso il finestrino rotto. Eppure c’è qualcosa di strano. Fa un piccolo passo avanti. Una sirena comincia a urlare da dietro un angolo della strada. Lei indietreggia, senza smettere di fissare l’auto, il posto del guidatore quasi intatto.
Arrivano l’ambulanza e gli agenti, i paramedici scorgono Joe, uno di loro grida che non c’è polso, se n’è andato. Dorrie si volta e arranca nei cumuli di fanghiglia sporca, in quel maledetto ghiaccio schifoso. Barcolla tra la calca, tra i soccorritori e i poliziotti. I loro veicoli sono accostati lungo gli ampi marciapiedi ricoperti di neve, altri sono fermi in mezzo alla strada. I lampeggianti sparano fasci di luce cruda e dura che rimbalzano sopra i frammenti di vetro, sulla pietra e sul metallo, sui segnali stradali.
Dorrie gira l’angolo, resta a guardare l’ambulanza finché diventa solo un bagliore, la sirena un suono attutito nella notte. Si ferma di fronte a una panetteria chiusa, il rosso acceso del tendone è visibile anche attraverso la neve, illuminato dalla debole luce di un lampione. Nella vetrina si intravedono i contorni confusi delle torte. Dorrie si avvicina, coprendo i dolci con il proprio riflesso, tocca il berretto e il sangue che ha disegnato delle linee rosso scuro che si incrociano con le strisce blu.
Resta ferma, aspetta. Poi si incammina di nuovo sul marciapiede diretta verso Newbury Street. Una macchina accosta dall’altra parte della strada, il motore ansima nella neve. Ha solo un fanale, luminoso come un faro. Abbagliante. Sente il carro attrezzi arrivare dalla Berkeley, il cigolio delle catene, poi vede l’imponente sagoma che arranca sulla strada. Ascolta le grida, i «Da questa parte!» e «Indietro! Indietro!» e «Agganciala!». Poi il suono metallico e sordo dell’amata Audi di Joe che viene caricata. Il raggio luminoso proveniente dalla macchina accostata va e viene, coperto dal passaggio delle persone. Distinguere la marca di quel veicolo è impossibile, con tutta quella neve. L’automobile si rimette in moto, verso di lei, poi si ferma e avvolge Dorrie nel raggio di luce di quel suo unico occhio accecante. Infine, come una bestia furiosa, si riversa in strada, fa inversione e se ne va, con un gemito. Una berlina scura, forse blu, o nera o grigia. I fari posteriori emettono una luce traballante. La targa è solo una chiazza.
Dorrie ha un brivido. Joe è morto. Lei era là. Vorrebbe stendersi sul marciapiede congelato, chiudere gli occhi e non riaprirli mai più. Però c’è Lily, la sua dolce Lily. Fa un respiro profondo e fissa la cortina di neve. Ce la deve fare, non ha scelta. Lei non è morta. Deve trovare un modo per riprendersi, per tirare avanti. Ha una figlia che adora, un marito, un lavoro. Ha una vita. Imperfetta, questo è sicuro. Decisamente, spaventosamente imperfetta, ma farà tutto quello che è in suo potere per resistere, anche se questo significa allontanarsi da una macchina ridotta in rottami, dall’uomo che amava. Anche se questo significa mettere in scena la più grande performance della sua vita.
Dorrie osserva i negozi illuminati, la strada bagnata e corre a prendere la metropolitana. Il vento freddo le sferza il taglio sulla fronte, è così forte da farle quasi perdere l’equilibrio. Poi fruga nella tasca del cappotto in cerca del guanto, ricorda vagamente di averlo visto volare fuori dal parabrezza.
Butta il telefono usa e getta in un cassonetto, ma poco dopo sente la suoneria echeggiare dietro di lei. Si gira, fa un passo verso il cestino.
All’inizio la macchina è solo un punto luminoso, poi improvvisamente si dirige verso di lei sbucando dalla Arlington. Il motore romba, il fanale solitario individua Dorrie nella foschia e la punta, tagliando le tre corsie vuote che la separano da lei.
Le gomme slittano stridendo alle sue spalle, mentre lei corre. Scivola, rischia di cadere, ma non molla. Continua a correre, il berretto di lana che fende la notte come un proiettile.