The stone
eBook - ePub

The stone

La Settima Pietra

  1. 552 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
eBook - ePub

The stone

La Settima Pietra

Informazioni su questo libro

Vincitore Premio Strega Ragazze e Ragazzi Edizione 2019, per la categoria +11 «Accadono cose qui sull'isola, ultimamente.» «Che genere di cose?» domandò Conner. «Cose brutte.» Lui annuì. «Hai ragione. Però le cose brutte accadono ovunque, non solo qui. È la vita, Liam, i luoghi non c'entrano.» Ancora non lo sapevo ma avrei scoperto presto che Conner si sbagliava. A Levermoir, una piccola isola al largo della costa irlandese, tutti si conoscono e la vita sembra scorrere uguale a se stessa da sempre. Liam abita con un padre assente, ha perso da poco la madre e sta cercando di rimettere insieme i pezzi della propria vita. Ma il misterioso suicidio del vecchio farista dà l'avvio a una serie di macabri episodi che trasformeranno profondamente l'isola. Sotto il faro a cui si è impiccato il signor Corry, Liam trova una pietra con delle strane incisioni, simile a quella che la madre aveva nascosto nella serra. Quando scopre che le due pietre, se accostate, diventano una cosa sola, condivide lo stupore con i suoi amici di sempre, Midrius e Dotty. Nel frattempo fatti tragici si susseguono senza tregua: morti sospette, incendi, sparizioni, incidenti stradali, e in ogni occasione fa la sua comparsa un frammento di quella pietra che sembra esercitare un oscuro potere sulla mente delle persone. E Liam si chiede quale sia il suo ruolo in questo disegno del destino.

Scelto da 375,005 studenti

Accedi a oltre 1 milione di titoli a un prezzo mensile contenuto.

Studia in modo più efficiente con i nostri strumenti dedicati.

Informazioni

Anno
2017
eBook ISBN
9788858519196
Print ISBN
9788856660708
PARTE PRIMA

LE PIETRE HANNO MEMORIA

Sia la strada al tuo fianco,
il vento sempre alle tue spalle,
che il sole splenda caldo sul tuo viso
e la pioggia cada dolce nei campi attorno e,
finché non ci incontreremo di nuovo,
Iddio ti protegga nel palmo della Sua mano.
SAN PATRIZIO, BENEDIZIONE DEL VIAGGIATORE IRLANDESE

CAPITOLO 1

Mia madre morì un giorno di maggio.
Un giorno come gli altri. Mercoledì.
Ero tornato da scuola e la trovai in giardino, stesa sopra un cespuglio di rose che il suo corpo aveva schiacciato. Aveva del sangue sui vestiti, gli occhi aperti, acquosi, e una mosca sui capelli. E c’era un forte odore di bruciato.
La prima cosa che feci fu chiamarla. Mi dicevo: “È uno scherzo. Adesso si alza”.
Non si alzò.
Il vento muoveva le foglie ma lei non respirava.
Non ricordo cos’ho fatto dopo, né se ho fatto qualcosa. So solo che a un certo punto ero seduto in cucina, la luce era cambiata e c’era un sacco di gente, e qualcuno disse che si erano fatte le tre del pomeriggio. Sui fornelli c’era una pentola annerita con i resti carbonizzati di una bistecca: la ragione dell’odore che avevo sentito.
Poi arrivò Conner, che era fuori a pesca, e prese a imprecare perché il corpo era stato portato nella cella mortuaria dell’ospedale di Galway e lui non aveva potuto vederlo. Andò in giardino e quando rientrò si mise seduto accanto a me, al tavolo della cucina. Io lo guardavo ma lui fissava il roseto, oltre la finestra, rimasto schiacciato anche dopo che avevano portato via il corpo. Non disse più niente, non fece più niente, fino a quando, andati via tutti, si alzò, aprì la dispensa, afferrò una bottiglia di poteen, il distillato, e si chiuse in camera.
Dopo due giorni, un poliziotto alto e grosso venuto appositamente dalla costa ci informò che mia madre era inciampata mentre potava le rose ed era finita sopra le cesoie. Dritte nel cuore. Questa parte il poliziotto ce la risparmiò. Ce lo disse la moglie del dottor McManus, che l’aveva saputo da suo marito, il quale aveva parlato col medico legale di Galway.
«Non ha sofferto» aveva detto Flora McManus. Ma non ero certo che fosse la verità.
Dov’era andata mia madre? Per un certo periodo l’anno precedente, dopo la morte di nonno Aidan, mi ero fatto la stessa domanda. Esisteva il paradiso o un posto simile dove stare? Esisteva una dimensione parallela dalla quale i morti potessero vederci e aiutarci, starci vicini? Non abbiamo mai frequentato la chiesa con convinzione, io e i miei genitori. Mia madre era una donna di scienza e Conner, be’, Conner pescava. Non avendo risposte da darmi, alla fine risolsi che la mamma non era andata da nessuna parte, esattamente come nonno Aidan e come tutti gli uccelli e le lepri e i gatti e i topi e i cani morti che avevo visto nei campi o lungo le strade dell’isola nei miei tredici anni di vita. Era semplicemente finita, aveva cessato di esistere, come i pesci pescati da Conner, e nessuna preghiera, nessuna carezza, nessun “condoglianze”, niente me l’avrebbe restituita.
Si chiamava Ainnir e aveva i capelli rossi. Come me.
Dopo la sua morte smisi di andare a scuola.
Mancavano due settimane alla fine dell’anno scolastico. Nessuno fece storie. Furono tutti gentili e comprensivi come immagino si debba essere con un ragazzo a cui muore la madre. La signora O’Carolan, la mia insegnante, venne perfino a trovarci a casa e Conner, per l’occasione, indossò un vestito buono e le offrì una tazza di tè anziché un distillato come temevo.
A quell’epoca Conner possedeva un piccolo peschereccio alimentato da un motore Man da 800 cavalli, verde come il trifoglio di san Patrizio, ma che aveva battezzato Dearg Bláth, “fiore rosso”, perché i fiori rossi piacevano a mia madre. Quella barca era il suo orgoglio.
Quando non era a bordo della Dearg Bláth, Conner stava all’Hooker, un pub del porto, a bere.
Faceva parte dell’isola, come le scogliere, la brughiera e il vento. Come loro si lasciava scivolare addosso il tempo e le stagioni, imperturbabile. Così era fatto suo padre, mio nonno, e così è fatta dopotutto la maggior parte degli abitanti di Levermoir, gente che le cose, quelle vive, se le tiene dentro, chiuse a chiave da qualche parte.
Una settimana dopo l’incidente, Conner estirpò il roseto dove era caduta mia madre. Lo strappò con violenza, disseppellì le radici, livellò il terreno, ci mise sopra delle lastre di pietra e al centro ci piazzò una fontanella in ottone che aveva acquistato alla ferramenta Coleman, una cosa orribile che non collegò mai alla rete idrica. Questo fu tutto ciò che gli vidi fare in risposta alla morte di mia madre. Il massimo che concesse al mondo come reazione al suo dolore.
Poi, tra me e lui si formò una voragine. Sembrava che io non esistessi più o, peggio, non fossi mai esistito. Lui aveva la sua vita, io la mia.
Trascorsi l’estate come intontito, a veder sfiorire il giardino che mia madre aveva amato e a guardare quell’orrida fontanella che lei avrebbe detestato e che non buttava un goccio d’acqua. La sera aspettavo che Conner rientrasse dal pub dopo che era stato l’intera giornata fuori con la barca, sperando di rivedere il padre che quel giorno di maggio avevo perduto. Ma l’uomo che rientrava barcollando e di cattivo umore non era il Conner che conoscevo.
Passai i mesi a confondere i giorni e le cose e a ignorare gli amici. Non avevo voglia di amici. E non avevo bisogno degli imbarazzati silenzi di Conner. C’erano solo due persone con le quali sarei voluto stare, ed erano morte entrambe: mia madre e mio nonno Aidan.
Per trovare pace mi ficcavo sotto i Burren, nelle grotte, o me ne andavo a Cloigeann-Dubh, il faro Testa Nera. Di tanto in tanto scambiavo una parola con il signor Corry, l’addetto al faro, ma solo se ne avevo voglia, altrimenti lui mi lasciava in pace e non si faceva né vedere né sentire, preso com’era dal lavoro e dai suoi quadri. Dipingeva paesaggi.
Cominciai a fumare, per sentirmi grande e libero, fregando le sigarette di Conner, e qualche volta assaggiavo il poteen, che quando andava giù somigliava a fuoco liquido.
Spesso pescavo, allo Iasc o lungo il Crompán, trote o pesci gatto. Oppure infilavo la bici e pedalavo fino all’estremità ovest dell’isola, il Dito di Levermoir, così veloce che speravo mi scoppiassero i polmoni.
Certe volte ancora correvo in cima a Fìor-Ball fermandomi appena un attimo prima che finisse la scogliera, e rimanevo lassù, ondeggiando nel vento, con un salto di quasi cento metri sotto di me. Certe volte gridavo, più forte che potevo, sopra il verso dei gabbiani e delle procellarie, perché il vento mi pareva disperdere la mia rabbia.
Feci a botte con Charlie, il più grande dei MacDonough, senza una vera ragione, solo per sfogarmi. E lui, che era un bastardo attaccabrighe, non aspettava altro. Ce le siamo sempre date di santa ragione, io e lui, ci siamo sputati addosso, insultati, e poi ognuno per la sua strada, fino all’occasione successiva.
Ad agosto l’estate finì e un paio di settimane più tardi iniziai la Secondaria, alla Blackmore di Galway. La scuola non mi interessava più, ma la legge mi obbligava a frequentarla almeno per altri due anni. A volte fingevo di andarci, di prendere il traghetto, ma rimanevo sull’isola, nascosto, e quand’era l’ora tornavo a casa, tanto Conner non faceva mai domande.
Un giorno, doveva essere ottobre, dalla scuola arrivò una lettera. Era indirizzata alla famiglia Locklin e sulla busta c’era il timbro della Blackmore. Conner era a pesca e non l’avrebbe vista prima di sera. Così la presi e senza neanche aprirla corsi al faro. La stracciai e la gettai nell’oceano. Il signor Corry, affacciato alla balaustra, mi salutò con la mano, come faceva spesso. Quando venne giù mi disse: «L’oceano sa mantenere i segreti». Alludeva alla lettera. E anche a se stesso, credo.
Il signor Corry era così, uno che se anche non rispondevi capiva, uno abituato al silenzio e ai pensieri. Forse dipendeva dal fatto che se ne stava sempre da solo.
Giorno dopo giorno, la mia rabbia perse la sua virulenza, come una malattia che guarisce, e a un certo punto quasi mi convinsi che sarei riuscito a sopravvivere, nonostante tutto.
Invece accadde qualcosa, qualcosa di terribile, e tutto ciò che sapevo, per come lo sapevo, venne stravolto.

CAPITOLO 2

Quella mattina, dopo aver visto Midrius, Dotty e gli altri ragazzi prendere il traghetto per Coinneach, decisi di andarmene a Bá Corrthónach Anam, la “baia delle anime inquiete”, a vedere cosa combinava Billy. La chiamano così, la baia delle anime inquiete, perché c’è stato un grave naufragio, una volta.
Billy era un delfino che viveva intorno all’isola, tanto che d’estate era diventato un’attrazione per quei pochi turisti che si avventuravano a Levermoir. Era soprannominato Billy perché sembrava che danzasse, come quel ragazzo del film, Billy Elliot.
Il suo posto preferito era Bá Corrthónach Anam, esposta a nord: acqua freddissima e alte scogliere. In cima alla parete di roccia che domina la baia, un centinaio di metri scarsi verso l’interno, c’era il faro Testa Nera.
Per arrivare alla baia si seguiva un sentiero di erba e cespugli schiacciati che finiva di punto in bianco a picco sull’oceano. Bisognava scendere un tratto di scogliera scivolosa per via del muschio e del guano degli uccelli e poi camminare a mezza costa sopra una sporgenza. Dopo un arco di roccia c’era una specie di canalone che portava direttamente alla baia. Era un posto difficile da raggiungere anche per le barche, dato che gli scogli affioravano ovunque e il mare era quasi sempre mosso.
Billy non c’era, ma tirato in secca sulla sabbia chiara vidi un currach nero, con una fian...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. L’ISOLA DI LEVERMOIR
  4. IL VILLAGGIO DI BRUACH THOIR
  5. PARTE PRIMA. LE PIETRE HANNO MEMORIA
  6. PARTE SECONDA. LE PIETRE PARLANO
  7. PARTE TERZA. LE PIETRE MORDONO
  8. EPILOGO
  9. I PERSONAGGI DI QUESTA STORIA (in ordine di apparizione)
  10. NOTA DELL’AUTORE
  11. RINGRAZIAMENTI
  12. Copyright