Borg McEnroe
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Borg McEnroe

  1. 348 pagine
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Borg McEnroe

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Uno è l'idolo delle ragazzine, con la sua chioma bionda fluente e il corpo scolpito. Sul campo è impassibile, concentrato, pronto a cogliere il minimo errore dell'avversario. Elegante e composto, è un fondocampista e rappresenta il meglio della tradizione tennistica. L'altro è bruno, dal ghigno feroce, e capriccioso come i suoi ricci fanno pensare. Ama il rock, frequenta lo Studio 54, conosce Warhol e Mick Jagger. È bizzoso sul campo e il suo gioco è imprevedibile, è un fantasista nato. Se, come ha detto qualcuno, il primo, Björn Borg, è il Concilio Vaticano II, allora l'altro, John McEnroe, è la Rivoluzione francese.
Non possono essere più distanti, eppure hanno molto in comune: sono grandissimi campioni e sono entrambi eretici, fuori dall'establishment, per personalità e innovazione. Sono due magnifici nemici, e come spesso accade tra nemici, sono complementari e quindi necessari l'uno all'altro.
Il 1980 è l'anno in cui la loro rivalità raggiunge l'apice regalando agli appassionati due match epocali, la finale di Wimbledon e quella degli US Open. Quando il 5 luglio si affrontano per giocare la prima attesissima partita, il pubblico sugli spalti e milioni di persone nel mondo stanno col fiato sospeso, come se sapessero che quell'incontro sta per segnare la storia dello sport, al pari di certi leggendari incontri di boxe, come Ali contro Frazier.
Sulla linea di fondo, Borg, concentratissimo, non stacca gli occhi dall'avversario. McEnroe tende il busto verso l'alto e si appresta a servire. La tensione corre.
La battaglia dei giganti sta per cominciare.
Prefazione di Adriano Panatta. «Due menti, due stili di gioco, due storie, in sostanza due archetipi. Il conflitto perfetto.» Il Venerdì di Repubblica

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Informazioni

Print ISBN
9788856663716
eBook ISBN
9788858519233
PARTE PRIMA

Wimbledon

1

Domare uno spirito appassionato

Il padre di Björn Borg, Rune, adorava il ping-pong, ma nella cittadina svedese di Södertälje non lo si poteva certo considerare una fonte di sostentamento, così lavorava come commesso in un negozio di abbigliamento, mentre la moglie Margarethe badava alla casa. Rune però non abbandonò il suo sport preferito, anzi partecipò a svariate gare, fino a vincere, nel 1965, il primo premio nel campionato cittadino: una racchetta da tennis. La regalò al suo unico figlio, di nove anni, che subito volle mettersi alla prova e scoprire cosa si provava a correre dietro una pallina su un vero campo, anziché stando praticamente fermi all’estremità di un tavolo.
La prima moglie di Björn, Mariana Simionescu, ha descritto la cittadina natale di lui come “una fila di piccoli cubi”, aggiungendo che in qualche modo la sua monotonia e coerenza avevano influenzato il carattere del marito.
A Södertälje c’era anche un piccolo tennis club, ma il giovanissimo Björn faticava a trovare qualcuno disposto a giocare con lui. Così dovette ingegnarsi e, come tutti i ragazzini di quei tempi, si mise a cercare qualcosa contro cui lanciare la palla e che gliela rilanciasse indietro. Scelse la saracinesca del garage di casa. Era un avversario perfetto. Rispondeva colpo su colpo, tranne quando era lui a sbagliare la mira.
«Quello per il tennis è stato amore a prima vista» ha detto.
Fu così anche per molti suoi connazionali. Nel 1881, il principe ereditario e futuro re Gustavo V fece costruire il primo campo ufficiale della nazione al castello di Tullgarn, la sua residenza di campagna. Il primo campo coperto sorse a Stoccolma nel 1896. Durante il XIX secolo furono fondati otto club, e già a metà degli anni Cinquanta il loro numero era salito a quattrocento. Mentre Björn Borg muoveva i primi passi, ne esistevano circa ottocento, con sessantamila soci.
Si racconta che re Gustavo, protagonista del panorama tennistico non soltanto svedese ma anche europeo, giocasse due partite di tre set ogni giorno a ottantaquattro anni suonati.
È probabile che, all’epoca, Björn sapesse ben poco di Curt Östberg, primo giocatore di spicco del suo paese, che nel 1934 sconfisse il francese Jean Borotra aggiudicandosi il titolo inglese indoor, ma un campione di quel calibro attestava l’autorevolezza della Svezia come potenza tennistica. E una volta cresciuto, senz’altro Björn dovette conoscere le imprese di Sven Davidson e Ulf Schmidt, vincitori del doppio a Wimbledon nel 1958 e prima coppia svedese ad aggiudicarsi il titolo in una competizione così prestigiosa.
Björn passava fino a quattro ore al giorno a lanciare palline contro la saracinesca del garage, perfezionandosi nei trucchi del tennis da muro: quale altezza, spin e velocità servono per ottenere la risposta desiderata. Le persone normali si annoiano a giocare da sole, ma non lui, che al contrario apprezzava l’affidabilità di quell’esercizio ripetitivo. La saracinesca di un garage non si lascia beffare, non puoi forzarle un errore, ma puoi imparare a imitarla, continuando a colpire fino a quando il gesto atletico dell’essere umano acquisisce la stessa solidità e costanza della lastra di ferro.
Borg si metteva alla prova, immaginando di giocare per la Svezia contro gli Stati Uniti o l’Australia, le due squadre più forti in Coppa Davis. «La regola era che se mancavo il bersaglio, allora era l’avversario a vincere la coppa» ha spiegato. «Se invece non commettevo errori per dieci tiri di fila, trionfava la Svezia.»
A undici anni vinse il suo primo torneo, nella categoria juniores del campionato della contea di Sörmland. Un giorno, un noto allenatore svedese, Percy Rosberg, si trovava da quelle parti per seguire un paio di ragazzini più grandi e lo vide giocare. Non gli piaceva molto lo scatto di polso del suo dritto, tipico del tennis da tavolo, ma lo invitò comunque ad allenarsi con lui alla Salkhallen di Stoccolma. Per i cinque anni seguenti, il ragazzo fece ogni giorno novanta minuti di treno per andare e venire da Södertälje alla capitale.
Le prime volte, gli altri giocatori, più esperti, lo battevano regolarmente. Nel giro di due anni, nessuno di loro riuscì più a tenergli testa. «Aveva un gioco di gambe strepitoso» dice Rosberg. «Già allora prendeva sempre una pallina in più dell’avversario.»
I genitori di Borg non lo forzavano ad allenarsi, perciò la sua fu un’infanzia piuttosto normale. Giocava anche a calcio e a hockey, e d’estate usciva spesso in barca con i suoi, a volte arrivando fino all’isola di Möja, al largo di Stoccolma. Durante la navigazione, restava a contemplare il moto delle onde, forse escogitando tra sé tecniche e stratagemmi che lo rendessero più forte dei compagni. Magari sognava di diventare re, non della nazione, come Gustav, ma dei campi da tennis, dove l’abilità conta più del sangue blu.
Aveva imparato a giocare a tennis da autodidatta, e nessuno lo aveva allenato per i primi tre anni, uno dei motivi per cui si era abituato a impugnare la racchetta a due mani, sia di dritto sia di rovescio: la racchetta era troppo pesante per lui, e con un braccio solo non riusciva a imprimere ai suoi colpi la potenza necessaria. Invece di perfezionarsi nei tiri classici, continuò ad affinare i propri, che erano precisi e in topspin. Crescendo, cominciò a usare una mano sola per il dritto, ma non perse mai l’abitudine del rovescio a due mani.
«Alcuni al club dicevano che giocando in quel modo non sarei arrivato da nessuna parte» ha ricordato. «Io però non davo retta a nessuno. Forse è per questo che ho fatto tanta strada.»
In seguito avrebbe attribuito il merito del suo successo proprio all’“assurda” impugnatura western nel dritto e al rovescio “di polso” a due mani, che lo costringeva a imprimere uno spin esagerato alla pallina. «Il topspin potente è il mio tratto distintivo, e chissà, se non avessi avuto il coraggio di improvvisare quando ero piccolo, violando le convenzioni su impugnatura e profondità, magari adesso starei ancora cercando di qualificarmi per Wimbledon, invece che puntare al record dei cinque titoli consecutivi.»
Quando la fredda primavera svedese lasciava il posto all’estate, Björn si alzava all’alba e correva al campo. Sua madre non andava a prenderlo fino alle dieci di sera, quando nel cielo scandinavo il sole era ancora alto. Lui cercava di allenarsi il più possibile, e se non era sul campo guardava i match degli altri.
«Fosse stato per me avrei giocato anche di notte» ha raccontato, aggiungendo che gli inverni gli pesavano moltissimo, perché poteva giocare solo due ore al giorno, nei campi indoor, e perché la scuola gli rubava troppo tempo.
«Restava sul campo otto ore al giorno» ha ricordato Leif Johansson, futuro compagno di squadra in Coppa Davis, che aveva tre anni più di lui e si allenava nello stesso club. «Non smetteva mai.»
Un altro tennista svedese, Tenny Svensson, restò colpito dal suo carattere indipendente e dalla sua enorme capacità di concentrazione. «Vuole fare a modo suo. Per questo è diventato il migliore: si è fissato un obiettivo, e si è impegnato al massimo per raggiungerlo.»
Fu in quel periodo che cominciarono a girare aneddoti sulle sue intemperanze. Da adolescente, il futuro “Ice Borg” aveva una pessima fama per le frequenti crisi di nervi che lo portavano a scagliare a terra la racchetta o a lanciare sonore imprecazioni contro i propri errori, i punti segnati dall’avversario o le decisioni discutibili dei giudici.
Stando a una di quelle storie, dopo aver assistito a una delle sue scenate e averlo visto lanciare la racchetta, suo padre Rune lo avrebbe punito vietandogli di giocare a tennis per sei mesi e per questo Björn si sarebbe costruito la sua corazza glaciale. Che l’episodio sia reale o inventato di sana pianta, una cosa è certa: da ragazzo il self-control non era il suo forte. «Volevo vincere a ogni costo, e se perdevo, andavo in escandescenza» ha spiegato. «Una volta mi hanno sospeso dal club per due mesi: non potevo nemmeno metterci piede. Sostenevano che una persona che si comportava in quel modo non aveva diritto di stare su un campo da tennis.»
Ma ammette che quei due mesi di esilio gli erano serviti, soprattutto a capire che mantenere la calma gli consentiva di offrire performance migliori. Aveva imparato la lezione. Tuttavia, alla luce di quei precedenti, appare meno sorprendente il suo comportamento ai Masters disputati nel 1981 al Madison Square Garden, quando rischiò la squalifica interrompendo il gioco per contestare un errore del giudice di sedia, e poi mettendogli il muso.
A dodici anni vinse il campionato scolastico svedese per la sua fascia d’età. A tredici, partecipò al campionato nazionale a Meln, conquistando il primo posto tra gli under 14. A quel punto fu selezionato per la squadra svedese e per seguire le trasferte rinunciò all’hockey. Nel 1971, a quindici anni, vinse a Miami il prestigioso campionato juniores Orange Bowl, che si aggiudicò anche l’anno successivo, insieme al singolare maschile juniores a Wimbledon.
A differenza dei suoi coetanei, il timido Björn trascorse la sua intera adolescenza sui campi da tennis. Potenziò il suo fisico con i pesi e la corsa, in sostanza viveva per lo sport. Le sue sessioni di allenamento, sette ore al giorno già a nove anni, a dodici raggiunsero le nove ore quotidiane. Le amate gite in barca con i genitori si fecero sempre più rare. Björn aveva capito presto che se voleva vincere, doveva risparmiare le energie per le partite e gli allenamenti. Non dedicava molto tempo agli amici, come ha raccontato lui stesso, ma quelli veri non se la prendevano. «A volte avevo l’impressione che mi considerassero pazzo, ma se vuoi diventare un campione, lo sport che pratichi deve venire prima di qualsiasi altra cosa. Così, anche se non dovessi riuscire a realizzare il tuo sogno, almeno avrai la certezza di averci provato davvero.»
Quando, nel 1970, il suo futuro allenatore, Lennart Bergelin, lo vide per la prima volta, Björn era già un fenomeno: un atleta formidabile, con piedi più veloci della luce e colpi praticamente imprendibili. «Fin da ragazzino bastava vederlo sul campo, i suoi colpi di rimbalzo, la costanza con cui si allenava, per capire che sarebbe diventato un grande» ha commentato Bergelin. «Non ho mai visto colpi di risposta belli quanto i suoi, né un tennista così veloce: si allontana dalla palla, eppure ha sempre il tempo di mandare a segno il suo tiro.»
Bergelin, allenatore scaltro e affabile, da giocatore aveva collezionato alcune vittorie importanti, come quando, battendo gli australiani Frank Sedgman e John Bromwich sull’erba bagnata del Westchester Country Club di Rye (New York), aveva dato filo da torcere alla nazionale favorita della Coppa Davis nel 1950. Nel suo palmares figuravano anche tre titoli del campionato svedese indoor.
Ma nemmeno con Bergelin al suo fianco Borg rinunciò al proprio stile unico, in parte per la sua indole ostinata, ma anche perché in campo quello stile risultava vincente. La rapidità del suo gioco di gambe e la potenza del topspin gli permettevano di sbaragliare avversari di ogni genere. E se funzionava nei campionati juniores, per quale motivo non avrebbe dovuto nelle categorie professionistiche? In questo senso era simile a John McEnroe: continuò a perfezionare le sue doti e tecniche personali senza curarsi delle critiche degli esperti del settore.
«La prima cosa che ho fatto su un campo da tennis era considerata sbagliata da tutti i più grandi maestri» ha spiegato. «Per il dritto, usavo un’impugnatura western tenendo la racchetta molto vicino al busto, una posizione che a detta di tutti era troppo “di polso” e inaffidabile. Sostenevano che nessun campione moderno usasse quell’impugnatura e all’inizio le tentarono tutte per correggermi. Be’, quel dritto è diventato il mio tiro migliore, perciò sono contento di aver fatto di testa mia. La verità è che il tennis è uno sport altamente individuale. Devi fare quello che funziona meglio per te senza lasciarti condizionare o adeguarti ai colpi convenzionali, che magari sono meno rischiosi e più facili da insegnare, ma non permettono al tuo talento unico di emergere.»
Quanto al suo rendimento scolastico, i pareri sono discordanti. Alcuni giornalisti svedesi dicono che non fosse proprio portato per lo studio, mentre lui racconta che in realtà se la cavava discretamente e di aver abbandonato la scuola a quindici anni solo per dedicarsi al tennis, con l’idea di tornarci se non fosse riuscito a sfondare come professionista. «Se hai una chance di farcela, nella vita,» ha detto «non puoi rischiare di sprecarla.»
All’inizio il preside della sua scuola gli aveva negato il permesso di assentarsi dalle lezioni per le trasferte dei tornei, salvo poi cedere, su pressione della Federazione tennistica svedese, e giusto in tempo per la Coppa Davis. Il fatto è che il giovane Borg non voleva saperne di smettere di giocare e allenarsi. «Ho paura che se mi distraggo [dal tennis] anche solo per cinque minuti, finirà tutto» confessò a Bergelin.
Nel 1972 all’allenatore svedese era toccata una squadra abbastanza mediocre e, per affrontare dignitosamente la Coppa Davis, sapeva di aver bisogno di rinforzi. Così convocò il quindicenne Björn Borg per il match contro la Nuova Zelanda che si sarebbe disputato sui campi della località marittima svedese di Båstad, che ospita tornei fin dall’inizio del XX secolo. Il giovane talento, però, non parve iniziare col piede giusto: durante una partita di allenamento, che stava perdendo contro Ove Bengtson, contestò alcune decisioni arbitrali di Bergelin, arrivando persino ad accusarlo di favoritismi. L’allenatore si infuriò al punto da assestargli uno spintone, facendolo cadere su una panchina, e lanciargli una racchetta addosso. Ma, per quanto infastidito dalle bizze dell’ultimo arrivato, Bergelin lo inserì comunque in squadra. Sapeva di avere tra le mani un talento puro.
«La più grande vittoria di Borg» avrebbe detto in seguito «non è stata riuscire a padroneggiare dritto e rovescio, ma il cambiamento che si è imposto, con incrollabile determinazione, per domare il suo spirito appassionato.»
Quando, da professionista ormai affermato, Borg cominciò a concedersi qualche eccesso, alcuni accusarono Bergelin di essere troppo permissivo. Sul campo continuava a guidarlo con polso fermo, ma di rado interferiva con la sua vita privata, ritenendo che non rientrasse tra i suoi doveri, oltre a fargli rischiare il lavoro. Il tennista americano Billy Martin, che si allenava con entrambi e li conosceva bene, ha riferito che, nei confronti di Borg, Bergelin si comportava da allenatore e da amico, non certo da figura paterna. Ma non si tirò mai indietro se il suo pupillo si trovava coinvolto in una qualche crisi professionale, come quando, anni dopo, contestò duramente l’agenzia di Borg, la IMG (International Management Group), incoraggiando il tennista a risparmiare le forze rifiutandosi di partecipare a eventi redditizi ma sportivamente poco significativi.
Il primo match giocato da Borg in Coppa Davis fu contro il già veterano Onny Parun, e l’esordiente si trovò presto in svantaggio di due set a zero. Nel terzo set, Bergelin gli cambiò racchetta, dandogliene una più leggera. Finalmente libero di colpire con maggior forza, il giovane tennista cominciò a rispondere colpo su colpo sulla terra rossa del campo. Al quarto set era sfinito, ma alla fine riuscì a imporsi 4-6, 3-6, 6-3, 6-4, 6-4. «Parun era in buona forma,» disse «ma non gli piacciono gli scambi lunghi.» A sedici anni non ancora compiuti, Borg diventò il tennista più giovane ad aver mai vinto un match in Coppa Davis.
Poi, nell’ultima giornata, sconfisse Jeff Simpson senza concedergli neanche un set. L’assoluta fiducia in se stesso acquisita quel giorno sarebbe rimasta inalterata per otto anni, fino a quando a scuoterla non arrivò John McEnroe, incontrato nella finale degli US Open.
«Nessuno avrebbe scommesso su di me in quegli incontri» ha commentato Borg. «Ma io ho giocato bene e ho vinto. Avevo solo quindici, sedici anni, eppure ho sconfitto avversari molto forti. Nemmeno io credevo di farcela, allora, e contro atleti di quel calibro. È stato durante quella Coppa Davis che ho intravisto la possibilità di diventare un buon tennista, ma non pensavo ancora di farne una carriera. Però mi sono detto che se mi fossi impegnato forse sarei potuto diventare qualcuno. Dipendeva solo da me.»
Dopo quelle vittorie, Borg firmò il suo primo contratto con uno sponsor, un’azienda produttrice di racchette, e i suoi genitori tirarono un sospiro di sollievo: a quel punto la decisione di lasciare la scuola sembrava meno avventata.
Più tardi, quello stesso anno, mise piede per la prima volta sui leggendari campi di SW19, codice postale dell’esclusivo quartiere lo...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. BORG MCENROE
  4. Prefazione. di Adriano Panatta
  5. Introduzione. 5 luglio 1980
  6. PARTE PRIMA. Wimbledon
  7. PARTE SECONDA. US Open
  8. Epilogo. La fine di una grande rivalità
  9. Bibliografia
  10. Ringraziamenti
  11. INSERTO FOTOGRAFICO
  12. Copyright