16 settembre 1815
Dopo giorni di bonaccia e alisei favorevoli che ci hanno spinto verso l’Equatore, è esplosa all’improvviso una violenta tempesta che i marinai hanno quasi festeggiato perché sulla Northumberland, a più di un mese dalla partenza dall’Inghilterra, cominciavano a scarseggiare le riserve d’acqua.
Il cielo si è squarciato con un fragore impressionante e ha rovesciato torrenti di pioggia poco dopo cena, l’ora in cui l’Imperatore, per abitudine, si concede una passeggiata sul ponte, solitamente accompagnato da mio padre o dal Gran Maresciallo Bertrand che però spesso rinuncia per assistere la moglie Fanny, sofferente per il mal di mare da quando siamo partiti. In genere, dopo dieci-dodici giri di passeggiata per la lunghezza del ponte, si appoggia al penultimo cannone di sinistra, vicino al boccaporto, e si mette a conversare. I giovani marinai inglesi hanno notato la curiosa predilezione e ormai si riferiscono a quel cannone come al “cannone dell’Imperatore”.
La tempesta non dev’essergli sembrata una ragione sufficiente per sospendere l’abitudine e così stasera ho assistito a uno spettacolo indimenticabile che mi ha scaldato il sangue: l’uomo che fino a tre mesi fa governava il mondo, fermo, da solo, sul ponte della Northumberland, impassibile davanti all’oceano in guerra come davanti alla cavalleria nemica in piena carica.
Le onde si gonfiavano, scalavano il cielo, si avvicinavano urlanti per strapparlo dalla prua, ma poi si fracassavano contro il legno della nave e si ritiravano sconfitte, impaurite. Una dopo l’altra. Lui le osservava con l’imperturbabilità di un viaggiatore che ammira un paesaggio alpino, le mani giunte dietro la schiena, stretto nel famoso soprabito grigio di Louviers che gli inglesi hanno sempre riconosciuto con terrore, uno stivale più avanti dell’altro, per ragioni di equilibrio, saldo come l’albero maestro della Northumberland, mentre la pioggia gli colava dagli angoli del bicorno.
L’Imperatore è di statura bassa, ma a nessuno è mai apparso piccolo. Nemmeno, certo, in una notte come questa. La schiena del mare che come una balena sollevava il vascello fino alle nuvole, per poi sprofondarlo in abissi di schiuma, rendeva semplicemente giustizia alla sua vera statura: ecco il grande Napoleone Bonaparte, ecco il mio Imperatore!
Ecco il più grande comandante della storia, l’uomo che è entrato vincitore in tutte le capitali d’Europa; il re di Francia che ha preso la corona dalle mani del Papa e si è fatto Imperatore; il genio di Austerlitz, lo stratega della Grande Armata che ha vinto sessanta campagne militari; l’“orco” imbattibile, incubo di tutte le corone.
Imbattibile, certo, perché anche Waterloo, che passerà alla storia come la sua grande disfatta, la battaglia persa tre mesi fa che ci ha imbarcati su questo legno diretti all’esilio, non è stata troppo diversa dalle campagne precedenti che renderanno leggendaria la memoria di Napoleone Bonaparte.
Mai una sconfitta è parsa così simile a una vittoria. E mai è esistito nella storia uno sconfitto che abbia fatto tanta paura.
Gli inglesi non hanno avuto il coraggio di ucciderlo e neppure di incatenarlo nelle loro prigioni, lo spediscono su un’isola a diecimila miglia di distanza, lo inchiodano a una roccia in mezzo all’oceano con la costa più vicina, quella africana, a mille miglia di mare. Ma finché l’Imperatore resterà vivo, non dormiranno comunque sonni tranquilli.
Fanno bene a temerlo, perché Napoleone tornerà e noi fedelissimi che lo stiamo accompagnando all’inferno torneremo con lui.
Io ora ho quindici anni, l’età di un tamburino, ma presto sarò un soldato della Grande Armata, cavalcherò imprendibile come Murat, avrò in battaglia il coraggio folle di Massena.
Per questa ragione ho cominciato a scrivere un diario. Su queste pagine racconterò, momento per momento, il nostro viaggio all’inferno di Sant’Elena e poi il nostro ritorno sul trono del mondo.
All’Imperatore non ho mai rivolto la parola.
Confesso di aver cercato un pretesto per incrociarlo e presentarmi ufficialmente mentre passeggiava sul cassero della Northumberland o mentre discorreva con mio padre, ma mi è sempre mancato l’ardore per portare a termine l’impresa, respinto dalla bolla leggendaria che lo avvolge. Sono stato anch’io un’onda che lo ha avvicinato e si è spenta ai suoi piedi.
Presto però accadrà, perché Sant’Elena è un grumo di roccia e mio padre mi ha rivelato che probabilmente noi e i tre generali vivremo sotto lo stesso tetto.
Già questa notte ho pensato di farlo, spronato da Lazare che stava accovacciato con me dietro una scialuppa sul ponte. Mi incitava a uscire dal nostro nascondiglio e a schierarmi al fianco dell’Imperatore per sostenerlo nella guerra contro l’oceano.
Lazare ha due anni meno di me, è il figlio del cuoco Lepage. È magro e bianco come una vela, tossisce sempre, raramente esce dalla sua cabina. Soffre il mare più della moglie di Bertrand. Legge tanto e scrive poesie. Mio padre sostiene che i poeti servono in battaglia non meno dei soldati, perché gonfiano i cuori con le loro parole e i cuori gonfi vincono sempre le guerre. Infatti Lazare aveva gonfiato il mio. Stavo già puntando i piedi per alzarmi e mettermi al fianco di Napoleone, davanti all’assalto delle onde, sotto una cascata d’acqua, quando è successo qualcosa di magico.
La pioggia ha perso forza all’improvviso. L’Imperatore si è tolto l’inconfondibile cappello dalla testa, lo ha accarezzato come per asciugarlo e lo ha tenuto schiacciato contro il fianco sotto il braccio destro, senza smettere di fissare il mare.
È parso un segnale. La schiena dell’oceano si è abbassata e da uno squarcio di nuvole nere è apparsa una lama di luna.
L’Imperatore ha vinto ancora.
26 settembre 1815
Ieri abbiamo attraversato l’Equatore e ho scoperto quanta allegria porti questo evento su una nave. Lo ignoravo. Non siamo entrati in un altro emisfero, ma direttamente nel Carnevale… I marinai si sono travestiti in modo buffo e hanno trascinato davanti a un loro compagno grande e grosso, mascherato da Nettuno, tutti quelli che avevano varcato l’Equatore per la prima volta.
Si tratta di una sorta di rito di iniziazione, di battesimo, che consiste nel radere la barba ai debuttanti. Tra urla e risate, Nettuno armeggiava il rasoio e tosava i marinai inginocchiati sul ponte, mentre in altre parti della nave si scatenavano zuffe divertite e volavano secchiate d’acqua di mare.
Il bello è che il gran Carnevale non rispettava i gradi, ma aveva imposto a bordo una specie di disordinata democrazia. Piovevano secchiate anche sugli ufficiali inglesi e nessuno dava l’impressione di risentirsene, anzi, partecipava coinvolto alla gioia collettiva.
A rigor di logica, il battesimo sarebbe spettato anche a me, nonostante abbia ancora le guance lisce come gomiti, ma evidentemente i marinai avevano ricevuto l’ordine di risparmiare i francesi, perché nessuno di noi è stato coinvolto. Più per sottolineare la nostra condizione di prigionieri che per reale rispetto di ospitalità, immagino, viste le vessazioni che non ci risparmiano a bordo. Ma ciò non ha impedito all’Imperatore di divertirsi, a tal punto che ha voluto dimostrare la sua gratitudine per lo spettacolo regalando napoleoni d’oro a tutti i marinai che si erano travestiti.
Solo dopo aver percorso quasi due mesi in alto mare si riesce a intuire quanto conforto possa dare un piacevole fuoriprogramma che spezza la noia di giornate infinite, vero tormento di ogni lunga traversata.
Questa mattina ne è capitato un altro. Siamo fortunati…
I marinai inglesi hanno pescato un pescecane enorme e si è accesa subito una lunga battaglia per domare la preda e riuscire a trascinarla a bordo. Attirato dal baccano sul ponte, l’Imperatore è sbucato dalla sua cabina e ha seguito con attenzione le operazioni dei marinai.
Sulle prime ho immaginato che Napoleone, per antico istinto di comandante, potesse dare qualche consiglio prezioso sulla cattura e dirigere i movimenti degli inglesi che si accalcavano disordinatamente attorno al pescecane, invece è rimasto in silenzio e in disparte. Anzi, con il passare dei minuti ho avuto la sensazione sempre più nitida che se mai l’Imperatore avesse voluto spendere un consiglio, l’avrebbe speso a vantaggio del prigioniero degli inglesi che si dimenava con sempre minor vigore. Infatti, quando il pesce sembrava avere ormai esaurito ogni energia vitale, Napoleone ha mosso qualche passo verso di lui, come per rendere omaggio al valore con cui aveva combattuto.
Probabilmente sono stati proprio quei passi a suscitare un’ultima, poderosa reazione del pescecane che con un solo colpo di coda ha fatto rotolare sul ponte quattro marinai e lo stesso Imperatore. Un inglese si è fratturato una gamba.
Il generale Gourgaud è accorso immediatamente in aiuto di Napoleone, ma lui, che si è rialzato con un braccio insanguinato, ha tranquillizzato il suo soldato: «Non è sangue mio, Gourgaud. È del combattente. Sangue di valore».
Sebbene fosse soltanto del pescecane, per me è stata comunque un’emozione vedere con i miei occhi l’Imperatore insanguinato e immaginarlo ferito in battaglia, come a Ratisbona quando lo colpirono a un piede. L’ho raccontato subito a Lazare e, poeta com’è, naturalmente ha vibrato anche lui. Ed è stata un’emozione forte vedere Napoleone soccorso proprio dall’eroico Gaspard Gourgaud che gli ha salvato la vita due volte: a Brienne, quando l’Imperatore si trovò circondato da un gruppo di cosacchi, e a Mosca, quando scoprì un deposito di polvere da sparo che stava per esplodere nel Cremlino.
A bordo di questo legno disgraziato, forse sono l’unico francese che non vive il viaggio come una condanna, ma come un’eccitante opportunità. Ho quindici anni e una febbre di azione che mi brucia. Finalmente sono dentro la Storia, tra il mio Imperatore insanguinato e tre generali della Grande Armata.
Di questa eccitante possibilità ringrazio mio padre, Emmanuel de Las Cases, che ha accettato di portarmi con sé. L’ho assediato con la pazienza degli Achei a Troia e alla fine ha ceduto. Ma lo ringrazio ancora di più per aver scelto di seguire l’Imperatore a Sant’Elena, una decisione che ha sorpreso molti e che non era affatto scontata. Raccontano che lo stesso Napoleone sia rimasto meravigliato dal sì di mio padre quando lui gli chiese di accompagnarlo in esilio per approfittare della sua buona conoscenza della lingua inglese e delle sue virtù letterarie.
Mio padre non vanta una frequentazione e una confidenza tali con l’Imperatore da sentirsi legato all’obbedienza estrema. Non è Gourgaud, non è Bertrand, non è Montholon. Mio padre non è un generale, non ha partecipato alle campagne della Grande Armata e condiviso gloria, pericoli ed emozioni che ti legano a vita.
L’impresa memorabile di mio padre è la pubblicazione di un Atlante Storico, Geografico, Genealogico e Cronologico che ha avuto un certo successo in Europa. L’ha pubblicato a Londra dov’era fuggito, come tanti nobili francesi, allo scoppio della rivoluzione. Quando è rientrato in Francia, ha lavorato nell’amministrazione dell’Impero ed è diventato membro del Consiglio di Stato. Mio padre è uomo di studi e di politica.
È alto poco meno dell’Imperatore, vanta una certa generosità addominale e una muscolatura lontana da quella dei discoboli greci. Anche solo a vederlo, si capisce subito che non è nato per fare l’eroe di guerra.
Eppure è così che io lo vedo oggi, perché la scelta di seguire all’inferno il suo Imperatore è stata libera, disinteressata e quindi eroica.
Ogni notte, prima di spegnere la lampada della nostra cabina, mio padre rilegge la lettera che mia madre gli ha lasciato alla partenza da Parigi. Si sono conosciuti che erano bambini, solo io so quanto si amino ancora e quanto il Conte de Las Cases soffra oggi per la lontananza di sua moglie.
Per salire a bordo della Northumberland, avendo la possibilità di non farlo, serviva più coraggio di quello impiegato da Gourgaud in tutte le sue campagne militari. Per questo dico che mio padre è un eroe.
Dopo Waterloo e la rinuncia al trono, tanti spingevano Napoleone a fuggire negli Stati ...