Oltre i cento passi
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Oltre i cento passi

  1. 204 pagine
  2. Italian
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Oltre i cento passi

Informazioni su questo libro

È la primavera del 1977 quando Peppino Impastato, insieme a un gruppo di amici, inaugura Radio Aut, una radio libera nel vero senso della parola. Da Cinisi, feudo del boss Tano Badalamenti, e dall'interno di una famiglia mafiosa, Peppino scuote la Sicilia denunciando i reati della mafia e l'omertà dei suoi compaesani. Una voce talmente potente che poco più di un anno dopo, la notte tra l'8 e il 9 maggio, viene fatta tacere per sempre. Ma pure questo è uno degli errori della mafia: pensare corto. Perché, anche se non era scontato, la voce di Peppino da allora non ha mai smesso di parlare, di lottare per la dignità delle persone, di illuminare la strada. È una strada lunga, se si pensa che ancora oggi chi ha depistato le indagini sull'omicidio di Peppino ha fatto carriera, mentre chi invocava la verità non c'è più. Ma è una strada percorsa ormai da migliaia di persone.
Per la prima volta, Giovanni, fratello di Peppino, che ne ha raccolto il testimone, fa il punto della situazione delle mafie - e delle antimafie - in Italia, dall'osservatorio di Casa Memoria e del Centro Impastato, da quarant'anni in prima linea nella lotta alla criminalità organizzata.

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Posso aspettare, non posso rinunciare

Due visitatori di Casa Memoria. Una coppia in vacanza che dev’essersi goduta, in questi giorni, il nostro bel mare, le spiagge, la cucina. Sono entrati e hanno salutato, educati e seri. Li ho accolti con un sorriso discreto. Non mi sono presentato, non ancora. Cominciano la visita da soli.
Sto pensando a un intervento che devo fare tra pochi giorni a un gruppo di ragazzi che stanno vivendo un periodo di convivenza e di formazione sul tema della legalità a Marina di Cinisi, a Fiori di Campo, un bene confiscato alla mafia, in mezzo al verde. So cosa dire, so dove voglio arrivare: lo so da più di quarant’anni, da quando mio fratello era vivo. Eppure ogni volta che devo parlare ci penso e ci rifletto. Ogni incontro, nella vita, è un’occasione, e quei ragazzi mi vedranno, mi ascolteranno e intanto penseranno: “È Giovanni Impastato! Il fratello di Peppino, quello del film…”. Devo sempre prepararmi bene, perché chi mi ascolta vada oltre l’immagine, o meglio: perché ci entri dentro e ne colga lo spessore, la forza, la complessità.
Intanto i due visitatori scorrono con lo sguardo i grandi pannelli con le fotografie di allora e i testi esplicativi: le tappe della vita di Peppino, le iniziative.
Lei è più concentrata, legge. Seguo il suo sguardo e immagino risuonare nella sua mente le parole del pannello che le sta davanti, che conosco bene: «… La costruzione della terza pista dell’aeroporto di Punta Raisi suscitò un movimento contro gli espropri dei terreni, che portò allo scontro con le forze dell’ordine», scrive il biografo. E poi c’è il racconto dello stesso Peppino: «Vedemmo arrivare sulla pista dell’aeroporto circa 300 soldati e carabinieri, seguiti da un nugolo di motopale e attrezzi… ci sistemammo tutti davanti alle ruspe seduti per terra… Le ruspe si fermarono quasi sopra i nostri piedi. Fallito il progetto di spaventarci o convincerci, il tenente ordinò la carica. Fummo massacrati di botte, donne, vecchi, bambini…».
Lui, il compagno, non legge. È più coinvolto dalle immagini, ma anche dall’ambiente, dal clima che si respira in questa casa. Dal silenzio che lascia risuonare voci vivissime: lo sguardo di mia madre, Peppino in azione per la strada, tra la gente, profili di Sicilia, «Peppino nel 1967 a una manifestazione del PSIUP» (e lui si starà domandando: “e cos’è il PSIUP?” e la didascalia, che abbiamo curato con attenzione, spiega: «Partito socialista italiano di unità proletaria», ma lui adesso ne sa quanto prima…).
Va bene, mi hanno distratto. E la cosa mi piace. Mi alzo, mi faccio avanti, sorrido più apertamente. Mi presento. Li accompagno nella visita, godendomi i loro commenti e rispondendo alle domande.
Saliamo di sopra: la stanza di Peppino, la stanza di mia madre, la piccola sala con altri pannelli e le vetrinette con l’agenda aperta di mio fratello (appunti di sua mano, la scaletta di una trasmissione di Radio Aut: “Onda Pazza – Sigla – Notiziario – 1° intervista – Terra straniera – 2° intervista (cane-gufo) – Core ’ngrato – Porcile (replica) – Come te non c’è nessuno – Dialogo estivo – O sole mio… Sigla – Ore 21.30 - 22.30”) e altri documenti.
Lei a un certo punto nota un particolare, e lo indica al compagno: «Vedi! Avevo ragione, era un giornalista!». Indica la tessera che dice che il signor Impastato Giuseppe «è iscritto all’Albo dei Giornalisti» (con le maiuscole) dal 9 maggio 1978.
Do ragione alla ragazza. La tessera dice il vero. Chi la osserva mentre è in visita a Casa Memoria è attratto dalla foto di mio fratello, che appare giovanissimo e senza barba: niente della sua tenacia, niente stile “lotta a muso duro”. Non c’è neppure il suo sorriso, mentre a lui piaceva coinvolgere gli altri anche con quello. C’è però lo sguardo intenso, scrutatore, le sopracciglia pronte a incupirsi per interrogare, per capire.
Di solito, e succede anche adesso a questi due, che pure sono curiosi e attenti, il visitatore osserva la foto, la confronta mentalmente con altre immagini di Peppino che ha nella mente… e non nota quasi mai il dettaglio decisivo: la data di iscrizione all’Albo dei Giornalisti è la stessa dell’uccisione di Peppino. Infatti la tessera è postuma: sotto la foto, lo spazio per la firma del titolare è vuoto e resterà vuoto per sempre.
Peppino ha superato il suo esame di ammissione, un esame molto duro, il giorno stesso della sua morte.
Eppure ha senso, questa tessera. Perché Peppino, che non stava mai zitto, dal 9 maggio 1978 fa eccome il giornalista. Magari prima parlava, scriveva, alzava la voce, scherzava, ironizzava, sbeffeggiava. Ora grida. Grida da quasi quarant’anni e non smette più.
Errore dei mafiosi: voleva fare il giornalista, l’hanno messo a tacere, hanno amplificato la sua voce. E non è solo questione di quanto si fa sentire: è questione di qualità del messaggio, perché se è la vittima, a parlare, tutti tacciono, perché la sua autorevolezza è indiscutibile.
E un altro errore dei mafiosi è questo: l’avessero lasciato parlare, magari a lungo andare si sarebbe ripetuto e avrebbe stancato. Magari avrebbe perso la testa e avrebbe esagerato, si sarebbe smascherato, sarebbe caduto lui, nel ridicolo. Invece così ha per sempre ragione, ha per sempre voce in capitolo.
E gli altri ad ascoltare.
Certo, perché la voce di Peppino diventasse questa non è bastata la violenza, né la morte. La pietà, poi l’ammirazione del mondo se l’è conquistate col tempo e con il sangue nelle vene di chi lo amava e credeva in lui.
Ed ecco il terzo errore della mafia. Pensavano – lo pensano sempre, perché pensano corto – che uccidendolo la sua voce l’avrebbero isolata, staccata irrimediabilmente dal coro: un flebile richiamo che si sarebbe perduto in un bosco oscuro e fitto. Invece non è accaduto. Non era scontato, ma il coro di chi gli voleva bene ha tenuto, non si è lasciato disperdere. C’è voluta l’irriducibile protesta di una madre tutta sguardi accesi e attesa; c’è voluta la dignità dei compagni e degli amici; c’è voluto il desiderio di giustizia dei più, in questo paese.
C’è stata anche la mia educazione alla vita comune, al bene comune con gli occhi di lui. Perché Peppino è mio fratello, ancora, sempre. Il mio dialogo con lui prosegue, a volte fitto fitto, a volte sotterraneo. E per rafforzare questo legame d’amore non c’è stato bisogno di nessuna tessera.
Ornamento di separazione
La storia è nota a tanti, ma non abbastanza da non doverla ricordare, seppure brevemente.
Quando io e Peppino eravamo bambini, la mafia per noi era la naturale regola dell’universo. Quindi il periodo più spensierato e bello della nostra vita lo abbiamo vissuto a contatto con la mafia e con una bellissima natura: due splendide madri. Tutte le persone che giravano intorno a noi, lo zio, i parenti, gli amici, erano tutti mafiosi. Non ce n’era uno che non facesse parte di quel mondo. E quel mondo non ci faceva mancare nulla. Tutti ci sembravano unicamente preoccupati di renderci felici e di proteggerci.
Le cose cambiarono quasi improvvisamente nel 1963, con la morte dello zio Cesare Manzella, il capomafia di Cinisi. In quel momento abbiamo per la prima volta associato alla mafia qualcosa di negativo, di brutale, di mortale. Le persone che fino ad allora ci trasmettevano sicurezza e pace, ora ci esponevano a una profonda paura.
Allora Peppino aveva quindici anni, cinque più di me. Io percepivo un improvviso clima di terrore, l’ombra di pensieri che non si potevano pronunciare, che oscuravano i volti, che costringevano mia madre a silenzi più profondi che mai e a forti abbracci non richiesti. Lui, invece, pensava e pensava. Cominciava a capire. Non ci stava a regolarsi secondo l’istinto di fronte a una minaccia oscura. Voleva vedere, voleva giudicare. Questi criminali facevano il bello e il cattivo tempo, ecco perché fino ad allora noi eravamo stati al sicuro.
Ricordo quando eravamo davanti al luogo dell’attentato, davanti alla devastazione, e Peppino disse: «Ma questa è veramente mafia? Se questa è mafia io per tutta la vita mi batterò contro queste cose…».
La sorella di papà era sposata con Manzella e ne aveva tratto sicurezza e privilegio. L’aura di quel privilegio aveva aleggiato anche in casa nostra. Era stato confortevole restare in quel soffuso chiarore. Ma ora eravamo costretti a rivedere i nostri ricordi più cari.
Un giorno di sole, nella tenuta dello zio. Tutti ridono, tutti sono rilassati, tutti godono del benessere dei contadini quando le cose vanno bene: buon cibo, buon vino. Noi giochiamo e a un certo punto ci arrampichiamo sulle gambe di uno dei più potenti boss criminali del Novecento: Luciano Liggio. Quest’uomo ha ucciso Placido Rizzotto, l’eroico sindacalista, ed è già autore anche di altri crimini. Ora è ricercato da tutte le polizie d’Italia, ma intanto è qui con noi e ride ai nostri scherzi, tranquillo, paterno. Lo zio Cesare lo ospita nella sua tenuta e lo protegge.
E noi ridiamo felici, nel sole della mafia. Il sole che sporca tutto, che toglie l’anima, appena mostri di averne una.
Peppino aprì gli occhi a causa di quel brutale omicidio. Lo zio Cesare saltò in aria mettendo in moto una Alfa Romeo Giulietta, uno dei simboli del suo potere. E ora Peppino sapeva che quel potere era frutto di violenza e finiva in violenza, ma sapeva anche che la vita pacifica della sua stessa famiglia era frutto di violenza.
Quando lo capì, sapeva abbastanza.
E mentre mio fratello diventava improvvisamente adulto, anche la mafia diventava adulta. Quelli erano gli anni in cui i mafiosi smisero di dominare solo le campagne e cominciarono a guardare alla città. Fino ad allora era tutta questione di furti di bestiame, di minacce e violenze ai contadini che chiedevano la riforma agraria, di regolamenti di conti su pascoli e acque. Da allora cominciarono il traffico di droga, lo sfruttamento della prostituzione, il pizzo imposto ai negozi: tutti soldi che dovevano servire a partecipare da protagonisti alla speculazione edilizia.
Lo zio era stato uno dei traghettatori dalla mafia rurale a quella urbana, ma evidentemente non doveva fare altra carriera, in quella direzione: qualcuno aveva deciso così.
Peppino cominciò a lottare contro la mafia in mezzo a questo guado. Già nel 1965, a nemmeno diciotto anni, creò il giornale «L’Idea Socialista»: otto pagine battute a macchina e ciclostilate: commenti sulle notizie del momento, spiegazioni delle analisi marxiste della società, le prime parodie della vita quotidiana a “mafiopoli”. Ci scrivevano lui e altri compagni, con tanto di firma.
Poi si impegnò a fianco delle lotte dei contadini espropriati per la costruzione della terza pista dell’aeroporto. Poi si espose anche per le lotte degli edili: misera manovalanza in un territorio che si trasformava in cemento sotto i nostri occhi, da Punta Raisi a Palermo.
La natura, la nostra seconda madre, ci abbandonava, sempre per colpa della prima, matrigna e perversa.
Felicia, la mamma vera, vigilava e soffriva.
E poi? E poi mio fratello non si fermò: un’ansia di dire, di scuotere, di far pensare, di far crescere la gente lo divorava. Così nacquero il circolo Musica e Cultura e poi Radio Aut, e senza mai abbandonare l’impegno a fianco delle persone, perché lui non voleva solo riflettere, studiare e comunicare, ma anche sporcarsi le mani, manifestare, dialogare con la gente coinvolta nei cambiamenti della sua epoca nel suo territorio.
In pochissimo tempo, Peppino si fece un’idea ben precisa dell’impegno politico di un uomo di sinistra non solo a parole. Sapeva anche cosa accadeva in Italia, cosa turbava la coscienza dei militanti comunisti nel paese.
Con la mente stava in mezzo alla storia, con il corpo stava qui: visibile, presente, attivo. Come quando organizzava il carnevale per le strade, perché voleva che la gente riscoprisse la voglia di stare insieme in un modo diverso. Come quando sapeva stare in mezzo ai compagni, agli amici. Mai superficiale: magari un gran rompiscatole, ma sensibile alle sofferenze, molto sensibile.
E poi ci furono i suoi attacchi alla mafia, dal gran capo “Tano seduto” in giù, con l’arma del ridicolo, insopportabile per quella gente. Furono gli anni in cui la provocazione «la mafia è una montagna di merda!» generò una rilettura della realtà che temevamo e che, tremando, rispettavano tutti. E quella rilettura fu fatta con creatività. Perché la biografia di Peppino è la biografia di un giornalista, sì, di un attivista, sì, di un militante, eccome, ma è anche la biografia di un artista. Andatevi a riascoltare le sue parodie letterarie contro la mafia, le sue trasmissioni. Andatevi a leggere le sue intense poesie: la voce bellissima di una profonda solitudine in cerca d’amore.
E come poteva andare a finire tutto questo? La gente lo sapeva: doveva finire male, finire nel nulla dopo una violenza che avrebbe procurato la morte a Peppino. E la morte venne, con un terribile botto, così forte che dopo di esso, pensavano i mafiosi, ci sarebbe stato solo silenzio. Peppino finì col tritolo, come lo zio Manzella, ma per ben altri motivi.
Per parlare di questo, porto ogni 9 maggio la gente in corteo al casolare dove l’hanno ammazzato. È una costruzione rurale abbandonata, oggi stretta tra villette con giardino – e cani che abbaiano fastidiosi in difesa delle proprietà intorno – e il binario della ferrovia.
Quando arriviamo lì, dico a tutti: «Oggi è l’anniversario della morte di Peppino Impastato. Peppino non è stato ucciso in un normale agguato mafioso. La mafia ha usato diversi metodi per uccidere, anche il tritolo. Ma Peppino è stato sequestrato da un commando di killer mafiosi dopo essere uscito dalla radio ed è stato portato dentro questo casolare. È qui che i suoi compagni hanno trovato le sue macchie di s...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. OLTRE I CENTO PASSI
  4. 1. Posso aspettare, non posso rinunciare
  5. 2. Adesso provino a dire ancora che la mafia non esiste!
  6. 3. Lo stato con il cappello in mano
  7. 4. Da Mauthausen a Giulio Regeni… passando per la FIAT
  8. 5. «…ma non era una brava persona?»
  9. 6. Peppino ti fa pensare. Dice: «Combatti la mafia di casa tua… e mettici il cuore!»
  10. 7. Il (po)vero Cristo
  11. 8. Facciamo un gran casino!
  12. 9. Contro la mafia, libri, libri, libri
  13. 10. Una casa aperta a tutti, dove tutti riflettono
  14. 11. È o non è nostro figlio?
  15. 12. Mezzogiorno di fuoco
  16. 13. L’Arca di Noè
  17. 14. Internet e altri incidenti
  18. 15. Obbedisci! Non obbedire!
  19. Copyright