«Chayla» disse il funzionario sindacale, premendo il bottone per chiamare l’ascensore, nella lobby del Tampa Hyatt Regency Hotel. «Che razza di nome è, per un uragano?»
Il suo compagno, più giovane, bevve un sorso dal suo cappuccino da asporto, che gli lasciò il labbro superiore coperto di schiuma. «Be’, sempre meglio di Debby. Chayla sembra un nome da strega cattiva, una che ti seduce e ti porta via la casa e tu le dici pure grazie. Debby? È come essere rapinato da una girl scout.»
«Sì, va bene, non m’importa quali nomi gli danno. Se questa tempesta ci arriva addosso, parliamo di centinaia di milioni di danni. Sarà un bel balletto, Brent. State tenendo d’occhio le mappe meteorologiche?»
«Certo. Alcuni modelli prevedono che approderà sulla costa del golfo mercoledì della prossima settimana, ma potrebbe sempre virare a nord verso New Orleans, e ci toccherebbe soltanto la pioggia.»
Il funzionario sindacale, che si chiamava Walter Fleming, puntò un krapfen al cioccolato mezzo mangiato verso il compagno. Di regola, a Walter non piacevano gli assistenti politici di alto livello. Erano troppo intelligenti per il loro stesso bene. Nessuno riusciva a essere più stupido delle persone troppo intelligenti, soprattutto se lavoravano per il governo. «Mi raccomando, non fate un casino, capito? Nulla fa perdere tanti voti come un disastro gestito male. Soprattutto se colpirà la prossima settimana. Mercoledì, eh? Il quattro luglio, la festa dell’indipendenza.»
L’assistente politico sorrise da dietro il suo bicchiere di caffè. «Rilassati, Walter. Noi stiamo sul pezzo. Inoltre, se davvero verrà da questa parte, ci sarà più lavoro per i tuoi ragazzi, giusto?»
Walter si grattò la testa dai capelli grigi, il cui taglio militare non era cambiato dai tempi in cui serviva nei marines. «Non si tratta di questo, e quando dici cose del genere non farti sentire da nessuno.»
I due portavano al collo i cartellini del meeting sindacale che si svolgeva al Convention Center. Walter era il numero due del sindacato industriale da più di quindici anni. Non gli interessava diventare il numero uno. Il leader sindacale doveva indossare vestiti costosi e sopportare i giornalisti e inviare aggiornamenti via twitter. Invece Walter poteva vestire in jeans e fare il vero lavoro politico dietro le quinte. Se qualcuno a Tallahassee voleva qualcosa di importante senza pubblicità, sapeva a chi telefonare. Non al numero uno, ma a Walter.
Quel politico portaborse, Brent Reed (trent’anni, capelli neri e ricci, pizzetto), aveva telefonato a Walter quando i numeri dei sondaggi del partito avevano cominciato a scendere. Reed era solo il messaggero. La chiamata era partita da molto più in alto, lungo la catena alimentare della campagna elettorale, ma le persone al comando non volevano sporcarsi le mani. Quello era il lavoro di Walter. Dopo cinquant’anni di politica nel partito democratico, fin da quando ne aveva diciotto, conosceva tutti i personaggi importanti della Florida. E sapeva come portare a casa un risultato.
«Questi ascensori sono lentissimi» si lamentò, mentre aspettavano nella lobby.
«Già, e non c’è mai un elettricista in giro quando ne hai bisogno» disse Reed, in tono scherzoso.
«Divertente. Molto divertente.»
Brent estrasse di tasca un iPhone e fece scorrere lo schermo con il pollice. Probabilmente controllava la sua pagina Facebook, pensò Walter, mettendo «mi piace» a qualche post su una vacanza a Las Vegas, o alla foto di un gatto in maglioncino. I ragazzi erano sempre ragazzi.
«In ogni modo, ora puoi dirmi “Te l’avevo detto”» disse Brent, con gli occhi fissi sullo smartphone, mentre sorseggiava il cappuccino. «Sembra che i numeri di Diane Fairmont siano reali. Ha tre punti di vantaggio su Ramona Cortes in una corsa a tre. E otto punti su chi sai tu.»
«Te l’avevo detto. La gente non ha dimenticato ciò che è successo a suo marito dieci anni fa. Le previsioni a suo favore sono... di quanto, del sessanta per cento? È molto meglio del nostro candidato, che adesso è intorno al trentasette.»
«Forse dovremmo sparare a sua moglie» scherzò di nuovo Reed. «Così potrebbe giocarsela con Diane sul voto di simpatia.»
Walter si guardò intorno nell’atrio, poi afferrò Reed per il bavero della giacca e sibilò. «Vuoi leggere commenti del genere sui giornali? Abbassa la voce, cazzo.»
«Calmati, Walter. Non ci sono giornalisti, in giro.»
«Farai meglio a imparare che ci sono spie dappertutto. Devi parlare come se tutto ciò che ti esce dalla bocca dovesse passare da un microfono. Non hai ancora capito che questa è una guerra? I repubblicani l’hanno capito da un pezzo, e quelli del Common Way hanno fatto un ottimo lavoro per recuperare punti.»
Brent scrollò le spalle. «Per questo abbiamo chiamato te, no?»
«Ci avete messo un sacco di tempo.»
«Forse, ma i miei datori di lavoro si stanno innervosendo. Vogliono vedere dei progressi. Cosa devo dire loro?»
Walter scosse la testa. Se aveva imparato una cosa, in quindici anni, era che ogni nuova generazione doveva commettere di nuovo i vecchi errori, prima di imparare. Anche con un master universitario in politica, un giovane poteva essere lo stesso un idiota. Walter, che era quindici centimetri più basso di Brent Reed e pesava quasi cinquanta chili di più, emise un sospiro che sapeva di sigaro. «Ne parliamo nella mia stanza. Non qui.»
«Come vuoi.»
Le porte dell’ascensore finalmente si aprirono. Ne uscì un gruppetto di persone, quasi tutti delegati della convention, che salutarono Walter come una celebrità. Lui strinse loro la mano e scambiò due chiacchiere con tutti, senza far caso all’impaziente portaborse al suo fianco. Brent tenne aperte le porte dell’ascensore finché suonò il campanello, e solo allora Walter entrò e spinse il tasto per il sesto piano con il suo grosso pollice.
Mentre le porte si chiudevano, un braccio nudo si infilò nello stretto spazio, come agitando una bacchetta magica. Le porte tornarono ad aprirsi e una ragazza salì con loro. Walter tenne fuori una manica della giacca di tweed per impedire alle porte di chiudersi finché la ragazza fu dentro. Era giovane. Certo, ormai tutti gli sembravano giovani, ma lei non poteva avere più di vent’anni. Non era bassa, ma era magra quasi al limite dell’anoressia: tutta ossa, niente curve, seno piatto. Muoveva la bocca, masticando gomma. Indossava una canottiera rosa che non le arrivava neppure all’ombelico e gli shorts di velluto a coste erano tagliati così in alto da lasciar vedere un po’ di natiche, quando lei voltò loro le spalle, mettendosi di faccia verso la porta. Spinse il tasto per il decimo piano.
«Wow» disse Brent.
L’idea che Walter aveva di una donna da “wow” era Kim Novak, ma doveva ammettere che quella ragazza era bella, come era bella la sua figlia più piccola. Indossava ciabatte infradito e aveva le unghie dei piedi smaltate di rosa. I capelli erano lunghi, lustri e neri. Il viso pallido e lentigginoso, la bocca piccola e ovale. Dal lobo destro pendeva una croce d’argento. Non riusciva a vederle gli occhi, nascosti dietro occhiali da sole con la montatura leopardata. A tracolla portava una borsa grande a cartella. Gli auricolari dell’iPod infilato a metà nella tasca posteriore dei pantaloncini attillatissimi pompavano musica a un volume così forte che Walter udiva perfettamente il testo della canzone. La ragazza canticchiava, muovendo ritmicamente le anche e la testa.
«Che diavolo è quel rumore?» chiese Walter a Brent. «Dovrebbe essere musica?»
«Sembra Rihanna. Rock Me Out. Rihanna, quello sarebbe un bel nome, per una tempesta.»
«Questa ragazza a trent’anni sarà sorda» commentò Walter.
Brent aveva gli occhi fissi sul sedere in movimento della ragazza. «Cosa?»
«Niente, lascia stare.»
«Comunque, devo riferire qualcosa alla mia gente» disse Brent. «Abbiamo qualcosa di sporco sul Common Way?»
«Ne parliamo in camera» disse Walter, a denti stretti.
«Oh, Cristo, credi che lei possa sentire quello che diciamo?» Brent alzò la voce e disse: «Ehi, tesoro, saltami addosso. Hai un culo capace di bloccare il traffico».
«Cristo, Brent!»
«Non preoccuparti, lei è nel suo mondo» rispose Brent, e aveva ragione. La ragazza non poteva sentire nulla, a parte Rihanna. L’ascensore continuava a salire e lei continuava a ballare.
«E va bene. Finora non abbiamo nulla. Ti ho detto che ci sarebbe voluto del tempo. Troveremo qualcosa che possiamo usare, ma dobbiamo tenere un profilo basso. Se quelli del Common Way ci beccano a spiare, la partita è chiusa.»
«Sei riuscito a infiltrare qualcuno nella loro campagna?»
«Questi sono affari miei, non tuoi. Ed è meglio se le cose restano così.» Fece una pausa e aggiunse: «Ricorda, Ogden Bush lavora per loro, adesso, non per noi. E non deve essere in grado fare collegamenti. Mi conosce».
«Bush. Fottuto voltagabbana.»
«È la politica. Noi abbiamo fregato lui, lui cerca di fregare noi. Prima o poi lo vorremo di nuovo al nostro fianco. Nel frattempo, sta’ buono e lasciami fare il mio lavoro.»
«Quando pensi di ottenere qualcosa? Dopo le elezioni? Non servirebbe a molto.»
«Non possiamo inventare nulla. Deve trattarsi di una cosa reale.»
«Be’, noi paghiamo molto e ci aspettiamo risultati. Qualcosa deve succedere, e presto.»
«Perché tanta fretta?» chiese Walter.
«Il nostro candidato vede scendere l’asticella dei sondaggi e non è contento. È sul punto di prendere decisioni che nessuno di noi vorrebbe.»
Walter ci mise qualche secondo ad afferrare il significato della frase. «Stai dicendo che pensa di ritirarsi?»
«Meglio che essere battuto. Così potrà combattere meglio la prossima volta, capisci? Preferisce veder vincere Diane che Ramona Cortes.»
«E quando pensa di farlo?»
«Dipende da Chayla. Non vuole annunciare nulla finché non vedre...