L'arte della guerra
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L'arte della guerra

Le lezioni che ho imparato

  1. 444 pagine
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L'arte della guerra

Le lezioni che ho imparato

Informazioni su questo libro

« Devi utilizzare tutte le arti, perché Cus era fissato con l'arte. Anche condizionare le menti degli altri era arte. Oscura, ma pur sempre arte. L'arte della guerra, l'arte della sopravvivenza, l'arte del mondo: ho sempre guardato a ogni cosa come a un'arte ». Quando Cus D'Amato vede per la prima volta sul ring il tredicenne Mike Tyson, sentenzia: «Ecco il futuro campione del mondo dei pesi massimi, e forse dell'universo». Il leggendario allenatore e manager di grandi campioni prende il ragazzo sotto la sua ala e lo cresce come un figlio. Nel 1986, a vent'anni, il suo pupillo diventa il più giovane campione del mondo dei pesi massimi, ma lui purtroppo non sarà lì a vederlo. Da bambino Mike era «uno sfigato cicciottello, bullizzato tutti i giorni», come dice lui stesso. È stato D'Amato a trasformarlo nel temuto e invincibile campione che il mondo conosce. Ha preso la sua rabbia e la sua paura e l'ha forgiata in un'arma spaventosa. L'uomo, che lo ha adottato a sedici anni dopo la morte della madre, l'ha strappato dalla strada e dalla miseria. I suoi insegnamenti gli hanno salvato più volte la vita sul ring e fuori dal ring, anche quando tutto sembrava perduto. Con disarmante sincerità, Tyson racconta il suo legame con l'uomo che l'ha "creato", e svela retroscena poco noti e ancor meno puliti del mondo della boxe. Impossibile non sentire che le lezioni che hanno fatto di Mike Tyson un campione sono scuola di vita per chiunque, anche senza guantoni.

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Informazioni

Anno
2017
eBook ISBN
9788858518878
Print ISBN
9788856662597

1

Prima di Cus, furono i piccioni a salvarmi la vita. Da piccolo ero uno sfigato cicciottello, uno di quei bambini a cui rubi la paghetta, butti a terra il panino e rompi gli occhiali ficcandoli nel serbatoio di un camion parcheggiato davanti alla scuola. Me le davano tutti i giorni, finché dei ragazzi più grandi di me non mi portarono su un tetto vicino a casa mia ordinandomi di pulire le gabbie dei piccioni che tenevano lassù. Mi sembrò un’assurdità. Quegli uccelli erano così piccoli, avevano un’aria così insignificante. Che interesse potevano avere per quei ragazzi? Eppure, dai loro sorrisi si capiva che erano tutto per loro.
Vedendomi lassù con quei tipi, la gente diceva: «Lasciatelo stare. Lui conosce quelli là». Mai rompere il cazzo ai ragazzi dei piccioni. Chi lo faceva finiva giù dal tetto, lo sapevano tutti.
Da addetto ai piccioni finii per entrare in un giro di piccola criminalità. Non frequentavo mai gente della mia età. A istruirmi furono amici più grandi come Bug e Barkim. Dato che ero più piccolo, mi facevano entrare dalla finestra e aprire la porta di una casa per svaligiarla. Una volta gli sbirri ci beccarono, Bug e me. Scherzando, lui disse che sarebbe finito in galera, mentre io mi sarei fatto una vacanza in riformatorio con latte e biscotti. Ero come uno studente che imparava le tecniche di strada dai ragazzi più grandi.
Crescendo, diventai più grosso e massiccio, pur continuando a sentirmi un quattrocchi, sempre preso di mira. Non pensavo di darmi alla boxe, ma frequentavo il mio amico Wise, che era un pugile dilettante. Fumavamo erba e facevamo shadowboxing. Wise saltellava proprio come Ali. Il mio primo combattimento avvenne per caso. Avevo usato una parte del bottino dei miei furtarelli per comprare dei piccioni tutti per me. Li tenevo in un palazzo abbandonato, poco distante dal mio. Un certo Gary Flowers ne rubò uno e, quando cercai di farmelo restituire, lui lo tirò fuori dal cappotto, gli torse il collo e mi strofinò il suo sangue addosso. Ero furioso, ma avevo paura di fare a pugni, finché un mio amico non mi incitò: «Pestalo, Mike». Così lo colpii con un destro e lui andò giù. Ero stupefatto. Non sapevo cosa fare. Poi, pensando a Wise, che era così fico quando saltellava come Ali, feci lo stesso e tutti applaudirono. Il mio primo assaggio di celebrità.
Fare a pugni era una cosa importante nel mio quartiere. Se eri bravo, venivi rispettato. Nessuno cercava più di derubarti. Così cominciai a guadagnarmi una reputazione facendo a botte per strada. Ero particolarmente bravo a colpire in modo subdolo e inaspettato. Se quello con cui stavo combattendo scivolava, lo aggredivo mentre era a terra. Ma non vincevo tutti i miei scontri. Spesso avevo la peggio perché i miei avversari erano più grandi di me. Avevo undici o dodici anni e mi ritrovavo a fare a pugni con uomini sulla trentina perché quando li battevo ai dadi si rifiutavano di pagare un ragazzino. E se uno di loro non pagava, nessun altro lo avrebbe fatto. Così li aggredivo. Potevano essere armati, ma non mi importava. Sapevano che non ero un codardo, quindi dovevano fare a pugni o tirare fuori la pistola e spararmi.
Quando eravamo ragazzi, credevo che io e i miei amici saremmo rimasti insieme per sempre. Invece la vita va avanti e purtroppo le persone cominciano a morire. Non conoscevo nessuno che si fosse sposato, facendola finita con le rapine e mettendosi in riga. Pensavo che avremmo proseguito con la nostra vita da delinquenti finché qualcuno non ci avesse ucciso o noi avessimo ucciso lui. A volte uno di noi ci restava secco. Forse penserete che, a quel punto, corressimo a casa, o andassimo da sua madre a dirle cos’era successo, e invece no, continuavamo a rubare. Non tornavamo a casa finché non ci eravamo procurati altri soldi. Come fottuti squali, sempre in cerca di prede.
Mia madre era ogni giorno più esasperata, perché finivo spesso a Spofford. Il vero nome era Bridges Juvenile Center, ed era un inferno infestato dai topi in Spofford Avenue, nella zona di Hunts Point, nel Bronx. Era come andare a una riunione di ex compagni di scuola, ci conoscevamo tutti. E anche se non c’era l’aria condizionata, almeno ti davano tre pasti caldi e una branda. E latte e biscotti.
Una volta – avevo da poco compiuto dodici anni –, mentre ero lì, proiettarono il film Io sono il più grande, una pellicola del 1977 in cui Muhammad Ali interpreta se stesso. Mi piaceva il suo stile, ma all’epoca non ero affatto un appassionato di boxe. Preferivo guardare wrestler come Bruno Sammartino e Killer Kowalski. L’unica occasione in cui avevo visto combattere Ali era quando aveva affrontato Leon Spinks per la seconda volta. Mentre camminavo in una strada di Brownsville con un mio amico vedemmo un tizio entrare nel negozio all’angolo. Qualcuno ci avvertì che aveva contanti, così lo seguimmo. Io andai in fondo al negozio a prendere delle patatine e feci in modo di trovarmi davanti a lui. Tutti avevano gli occhi incollati alla tv che trasmetteva l’incontro di Ali. Lasciai cadere il pacchetto di patatine e mi chinai per raccoglierlo, l’uomo si fermò e il mio amico, che era alle sue spalle, gli mise le mani in tasca: missione compiuta. Mi piaceva Ali, ma della boxe non mi importava granché.
Guardare il film sulla sua vita a Spofford, però, in una sala gremita da centinaia di ragazzi, fu grandioso. E quando il film terminò e le luci si accesero, tutt’a un tratto Ali salì sul palco e la platea esplose. Wow. Ali cominciò a parlare della reclusione, spiegando che era stato in galera e aveva perso la testa. Diceva cose bellissime, stimolanti. Quel discorso segnò una svolta per me. Non che decisi di diventare un pugile dopo averlo ascoltato. Capii solo che volevo essere famoso. Volevo provare la sensazione di entrare in una stanza e vedere la gente impazzire per me. Ma non sapevo come fare.
Tornai a Spofford per un furto con scasso, con una condanna a diciotto mesi, ma siccome era un centro di detenzione temporanea, dopo sei mesi mi avrebbero trasferito in un altro riformatorio. Dovevo affrettarmi a mettere insieme un po’ di grana prima della partenza. Devi essere spietato e procurarti la roba giusta da barattare. Se arrivi senza un soldo, ti prendono per una femminuccia.
Io me la intendevo col mio amico Darryl “Homicide” Baum, che era dentro con me. Quelli di Brownsville sono sempre uniti. Mi dissero che nel dormitorio accanto c’era un negro del Bronx che aveva dell’oro, ed eravamo decisi a prendercelo. Me ne sarei occupato io. Tutti conoscevano “Brownsville Mike, il Rapinatore”. Per rubare quella catena d’oro, avremmo dovuto aspettare di ritrovarci in palestra con lui. La maggior parte di quella gente se li teneva addosso, i gioielli. Homicide e io arrivammo e “Hommo” individuò il nostro uomo. Ma era un duro, e non feci in tempo ad avvicinarmi che mi sferrò un pugno dritto in faccia. Fui colto di sorpresa, ma a quel punto Hommo gli saltò addosso. Lo pestammo a sangue e gli prendemmo l’oro.
Ero sempre nei guai a Spofford. Poco prima che mi spedissero altrove, ci fu una rissa tra due dormitori e fui beccato con un coltello. Quando il responsabile della struttura lesse il rapporto, mi disse di alzarmi per ricevere la punizione. Mi spettavano dieci colpi in testa con una mezza stecca da biliardo. Quelle guardie erano brutali, ti picchiavano come un cane.
Qualche giorno dopo l’assistente sociale mi comunicò che avrei scontato altrove l’anno che mi rimaneva. Non ti dicono mai dove andrai, in modo che tu non possa informare i tuoi amici. Il mattino dopo, due guardie mi ammanettarono e mi piazzarono sul sedile posteriore di una macchina per portarmi a Johnstown, nel Nord dello stato di New York. La mia destinazione era un posto chiamato Tryon, di cui non avevo mai sentito parlare. “Se non conosco nessuno laggiù,” pensai “dovrò cominciare accoltellando qualcuno. È così che funziona.”
La scuola maschile Tryon era lontana anni luce da Spofford. Era immersa nei boschi a un’ora da Albany, in direzione nord-ovest. I ragazzi erano alloggiati in diversi cottage. C’era una piscina coperta, una bella palestra e vari programmi, tra cui l’allevamento di fagiani. Dato che non mi consideravano un criminale violento, inizialmente mi inserirono nel Briarwood Cottage, dove avevo una stanza tutta per me senza chiavistello alla porta.
Cominciai subito a comportarmi male, attaccando i compagni, le guardie, chiunque. Mi feci una certa reputazione. Mike Tyson lo psicopatico, lo stronzo che si avvicina e ti dà un pugno in faccia, o ti getta addosso dell’acqua bollente. La goccia che fece traboccare il vaso fu quando un ragazzo che incrociai in corridoio mentre andavo in classe cercò di rubarmi il berretto. Riuscii a impedirglielo, e per tutti i quarantacinque minuti della lezione non feci che pensare a come fargliela pagare. Uscito dall’aula, lo rintracciai e lo massacrai di botte.
Addio libertà. Due guardie vennero a prendermi e mi misero in isolamento a Elmwood, un cottage in cui eri costretto a mettere la testa a posto, altrimenti ti spaccavano il culo. Era il posto riservato ai duri. Per me era una medaglia al valore.
Quando giunsi a Elmwood mi chiusero in una stanza, mi tolsero i vestiti e portarono fuori il materasso. Ero sotto sorveglianza perché non tentassi il suicidio. Ogni mezz’ora un addetto veniva a controllarmi. Dalla finestrella della porta sentivo i detenuti che passavano. «Ehi, che succede là fuori?» strillai. Uno di loro mi disse che avevano appena finito l’allenamento di boxe col signor Stewart, una delle guardie di Tryon. Avevo sentito parlare di Bobby Stewart. Teneva un corso di pugilato e tutti quelli che lo seguivano erano sempre allegri e contenti. Quando schivava i pugni dei ragazzi facendoli finire a terra, tutti scoppiavano a ridere. Decisi di entrare a far parte di quel corso.
Ogni volta che un addetto veniva a controllarmi, io chiedevo di vedere il signor Stewart, loro prendevano il telefono e lo chiamavano. «È assolutamente tranquillo. Educato. Ha mangiato e ha chiesto di lavarsi. Vuole solo parlare con te» gli dicevano. Stewart aspettò che fossero tutti a letto, perché se io avessi creato qualche casino non voleva che gli altri ragazzi ci andassero di mezzo. Poi spalancò la porta e irruppe nella stanza.
«Che cosa vuoi da me?» strillò.
Ancora oggi mi basta scrivere questa frase per sentire un brivido.
«Voglio diventare un pugile» dissi.
«È quello che vogliono tutti» ringhiò lui. «Se fossero dei pugili, tanto per cominciare non sarebbero qui. Sarebbero fuori a studiare, a cercarsi un lavoro. Qui ci occupiamo degli sfigati.»
«Voglio solo essere un pugile. Farò tutto quello che mi dirai» gli dissi.
Il signor Stewart continuò a insultarmi, poi cambiò tono.
«E va bene, senti, vediamo se cambi, se vai a lezione senza combinare casini. Fa’ un mese di buona condotta e ci penserò.»
In seguito, Stewart mi disse che in dieci anni di lavoro a Elmwood non aveva mai incontrato nessuno insicuro come me. Sembravo uno capace di rubare un portafoglio di nascosto, ma non di scontrarsi con qualcuno. Non ebbi nemmeno il coraggio di guardarlo negli occhi quando entrò nella mia stanza. Malgrado la mia sfrontatezza da ragazzo di strada, ero un timido, uno del gregge, non un capo. All’epoca sapevo solo imbrogliare, rubare e mentire.
Stewart controllava i rapporti quotidiani per vedere se mi stessi comportando bene, e si accorse che non solo stavo compiendo il mio dovere, ma chiedevo addirittura al personale se c’era qualcos’altro da fare. Li pregavo di annotare la mia richiesta in modo che Stewart la vedesse. In sei giorni mi misi in pari coi primi della classe. Sapete, la mia famiglia è del Sud. Mi hanno insegnato a mantenere la calma, a dire: «Sì, signora. No, signore».
Leggendo il mio dossier, il signor Stewart trovò una nota che mi attribuiva un leggero ritardo cognitivo. Andò dalla psicologa della struttura e domandò: «Che roba è questa?». Lei gli spiegò il mio problema. «Come fanno a stabilirlo?» chiese lui. «Be’, gli fanno dei test.» «Dei test! Ma se non sa nemmeno leggere e scrivere decentemente! Come si fa a dire che è ritardato? Seguo questo ragazzo da un po’, ed è intelligente. È solo che non sa leggere né scrivere. Io non so leggere o scrivere alla perfezione, ma non sono ritardato!» La psicologa cominciò a tergiversare, Stewart perse la pazienza e le disse che la ritardata era lei. Si beccò una nota di biasimo. Adoro Bobby. È uno di quegli irlandesi che parlano senza filtri.
Così continuai a comportarmi bene, a collezionare rapporti positivi, e il signor Stewart pareva impressionato. Me ne accorsi un giorno che venne in sala pesi. Io stavo per usare la panca piana.
«Ma che fai?» mi disse. «Hai messo centodieci chili su quella macchina.»
«Gli altri dicono che non ce la faccio.»
«Non provarci! Togli quei pesi e parti con sessanta.»
Mi diede le spalle, e quando tornò a voltarsi io stavo sollevando i centodieci chili. Lo feci per dieci volte, senza riscaldamento. Ero fortissimo a quei tempi. Evidentemente il suo capo venne a sapere della mia impresa, perché si allarmò quando, alla fine, Stewart decise di ammettermi nel suo corso.
«Cristo, lo so che sei in forma,» disse a Bobby «ma quel ragazzo è più forte di tutti noi messi insieme. Devi stare attento. Il personale non può farsi mettere sotto dai ragazzi davanti a tutti.»
Il giorno in cui facemmo sparring per la prima volta ero gasatissimo. I miei compagni conoscevano la mia reputazione di teppista ed erano eccitati. Cominciammo a boxare, e a me sembrava di procedere bene perché lui teneva alta la guardia e io mettevo a segno qualche pugno. Poi, all’improvviso, quel bastardo si sciolse da un abbraccio e mi colpì allo stomaco, mandandomi al tappeto. Non avevo mai provato un dolore simile in vita mia. Mi sentivo come se stessi per vomitare tutto quello che avevo mangiato negli ultimi due anni. Mi alzai subito, non riuscivo a respirare.
«Cammina» tuonò lui. «Così ti passa.» Presi fiato e ricominciammo a boxare. Alla fine gli chiesi di insegnarmi quel colpo allo stomaco. Pensavo di utilizzarlo per le rapine.
Anche se mi aveva malmenato, non mollai. L’intero dormitorio e gran parte del personale venivano a seguire i nostri incontri. Io ero entusiasta di quell’attenzione. Volevo che la gente mi guardasse e mi adorasse, ma mi arrabbiavo quando succedeva. Ero proprio matto allora.
Vedendo che continuavo a tornare anche se ogni volta mi massacrava, cominciò a darmi lezioni. Aspettavamo che gli altri ragazzi si mettessero a letto alle nove di sera, poi andavamo in un dormitorio vuoto e ci allenavamo dalle nove e mezza alle undici, quando, finalmente, tornavo in camera. Il signor Stewart tirava pugni e io li schivavo, poi facevamo cambio. Nella mia vita non avevo mai avuto altri obiettivi, se non fare il rapinatore, ma Bobby mi diede qualcosa su cui concentrarmi. Riversai nella boxe la stessa determinazione che avevo per il furto. Al termine delle nostre sessioni tornavo nella mia stanza e nella completa oscurità riprovavo tutte le mosse che mi ...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. L’ARTE DELLA GUERRA
  4. Prefazione
  5. 1
  6. 2
  7. 3
  8. 4
  9. 5
  10. 6
  11. 7
  12. 8
  13. 9
  14. 10
  15. 11
  16. 12
  17. Post scriptum
  18. Ringraziamenti
  19. Copyright