Più profondo del mare
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Più profondo del mare

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Più profondo del mare

Informazioni su questo libro

" Il racconto di una giovane siriana in cerca di pace e salvezza è il libro del nostro tempo."
Khaled Hosseini L'esile salvagente intorno alla vita tiene a galla Doaa e due bambine, una di pochi mesi, l'altra di nemmeno due anni, a lei affidate dai genitori prima di scomparire per sempre nelle acque, come altre centinaia di persone. Doaa ha paura, lei ha sempre odiato l'acqua, sin da piccola, e solo la guerra e la disperazione che l'accompagna l'hanno convinta a lasciare la sua famiglia e la sua casa in Siria e mettersi su quel barcone. Aveva tanti ricordi felici e tanti sogni da realizzare, che ora galleggiano intorno a lei insieme ai relitti dell'imbarcazione e ai pochi superstiti dei 500 che si erano messi in viaggio. Erano quasi arrivati, solo poche ore di mare li separavano dall'Italia, risate liberatorie cominciavano a levarsi dal ponte, quando un peschereccio si dirige contro di loro, una, due volte. Per farli affondare. Il barcone non regge e tutti si gettano in acqua. Molti annegano subito. Anche Doaa non sa nuotare e solo il salvagente che le porta il marito la tiene a galla. E lo farà per i successivi quattro giorni, in cui le voci e i lamenti intorno si spengono uno dopo l'altro.
La tentazione è di lasciarsi andare, ma le due bambine che si aggrappano a lei reclamano la vita. Per loro deve lottare e resistere un'ora di più, poi un'altra, e cantare, e pregare, fino a quando qualcuno arriva. Solo undici vengono tratti in salvo.
Doaa ha diciannove anni, ma la sua vita comincia da quei quattro giorni alla deriva. Perché la prima volta nasci al mondo, ma è quando capisci quanta forza si cela in te, e quanto la speranza può avere la meglio sulle circostanze più tragiche, che nasci a te stesso.

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Informazioni

Print ISBN
9788856663976
eBook ISBN
9788858519561
1

Un’infanzia in Siria

La seconda volta che Doaa fu sul punto di annegare era alla deriva in mezzo a un mare ostile che aveva appena inghiottito l’uomo che amava. Non sentiva più i piedi dal freddo, e la sete le aveva gonfiato la lingua. Era così annientata dal dolore che, se non fosse stato per le due bambine in fin di vita che aveva fra le braccia, avrebbe lasciato che il mare la consumasse. Non c’era terra in vista. Solo i relitti del naufragio, qualche altro sopravvissuto che invocava soccorso, e decine di cadaveri gonfi che galleggiavano.
Tredici anni prima un piccolo lago, invece che il vasto mare, se l’era quasi portata via, e allora erano stati i suoi parenti a salvarla. Aveva sei anni, ed era l’unica della famiglia che si era rifiutata di imparare a nuotare. Era terrorizzata dall’acqua; la sola vista la riempiva di paura.
Quando andavano al lago vicino a casa loro, Doaa se ne stava da sola a guardare le sorelle e i cugini che sguazzavano, si tuffavano e facevano capriole, cercando sollievo alla calura soffocante dell’estate siriana. Quando tentavano di trascinare Doaa in acqua, lei si opponeva decisamente, e la sua resistenza la faceva sentire forte. Già da piccola, era cocciuta. «Nessuno può dire a Doaa cosa deve fare» diceva a tutti sua madre, con un misto di orgoglio ed esasperazione.
Poi, un pomeriggio, un cugino adolescente decise che Doaa si stava comportando da stupida ed era ora che imparasse a nuotare. Arrivò alle spalle della bimba, seduta assorta a disegnare col dito sul terreno, la afferrò per la vita e la sollevò, mentre lei urlava e scalciava. Ignorando le sue grida, se la caricò su una spalla e la portò al lago. Con la faccia premuta sulla schiena del cugino e le gambe che penzolavano sul suo petto, Doaa lo tempestò di calci e gli infilò le unghie in testa. I bambini risero quando il ragazzo allargò le braccia e la lasciò cadere nell’acqua limacciosa. Doaa finì a faccia in giù nel lago e fu presa dal panico. L’acqua le arrivava solo al petto, ma il terrore la paralizzava, impedendole di muovere le gambe per appoggiare i piedi. Invece di galleggiare in superficie, Doaa andò a fondo, inghiottendo acqua nel tentativo disperato di respirare.
Due braccia la tirarono fuori dal lago appena in tempo, riportandola sulla spiaggia e affidandola al grembo rassicurante della madre spaventata. Doaa tossì e sputò tutto il liquido ingerito, singhiozzando, e immediatamente giurò di non avvicinarsi mai più all’acqua.
A quel tempo non aveva altro da temere nel suo mondo, perché la famiglia era sempre lì a proteggerla.
A sei anni Doaa non ricordava un solo momento in cui fosse stata sola. Viveva coi suoi genitori e cinque sorelle in un’unica stanza nella casa a due piani di suo nonno. Le altre stanze erano occupate dai tre fratelli di suo padre con le loro famiglie, e ogni istante della vita di Doaa era segnato dai parenti: mangiava con tutti loro, dormiva fianco a fianco con le sue sorelle, ascoltava animate conversazioni.
La famiglia Al Zamel abitava a Daraa, la città più popolosa della zona sud-occidentale della Siria, a pochi chilometri dal confine giordano e a circa due ore di macchina a sud di Damasco. Daraa sorge su un altopiano vulcanico di terra rossa e fertile. Nel 2001, quando Doaa aveva sei anni, era famosa per l’abbondanza di frutta e verdura prodotta nel suo territorio: melagrane, fichi, mele, olive e pomodori. Si diceva che la produzione agricola di Daraa fosse in grado di sfamare l’intera Siria.
Qualche tempo dopo, nel 2007, l’intero paese fu colpito da una siccità devastante che si protrasse per tre anni, costringendo molti contadini ad abbandonare i campi e a trasferirsi con le loro famiglie in città come Daraa per cercare lavoro. Alcuni esperti ritengono che questo massiccio spostamento sia all’origine delle piccole manifestazioni di dissenso che nel 2011 diventarono un’enorme ondata di protesta, sfociando nella rivolta armata che avrebbe distrutto la vita di Doaa.
Ma nel 2001 Daraa era un posto tranquillo, dove la gente viveva serena, con una rinnovata speranza nel futuro del paese. Da poco Bashar al-Assad era diventato presidente al posto di suo padre, il tirannico Hafiz al-Assad. Il popolo siriano sperava che si annunciassero tempi migliori per la nazione, pensando che il giovane presidente avrebbe preso le distanze dalla politica repressiva del genitore. Bashar al-Assad e la sua affascinante consorte avevano studiato in Inghilterra e il loro matrimonio era considerato una fusione tra la minoranza alawita, cui apparteneva il marito, e la maggioranza sunnita della moglie Asma, la stessa della famiglia di Doaa. La politica laica di Bashar alimentava la speranza, specie presso l’élite colta di Damasco, che sotto la sua guida lo stato di emergenza, che durava da quarantotto anni, e che suo padre aveva ereditato e mantenuto per soffocare il dissenso, venisse revocato, e che le restrizioni alla libertà di espressione fossero abolite. Col pretesto di proteggere la sicurezza nazionale da militanti islamici o nemici esterni, il governo aveva usato i poteri speciali per limitare drasticamente i diritti e le libertà individuali e per consentire alle forze di sicurezza di effettuare arresti preventivi con scarse basi legali.
Le comunità più conservatrici e più povere, come quella di Daraa, speravano soprattutto in miglioramenti economici, ma per lo più accettavano in silenzio la situazione nel loro paese. Questo tacito consenso era il risultato di una dura lezione che avevano imparato nel 1982, quando il presidente Hafiz al-Assad aveva ordinato l’uccisione di migliaia di persone nella città di Hama, come punizione collettiva per l’ascesa del movimento dei Fratelli Musulmani, che minacciava il suo potere. Quella brutale rappresaglia era ancora viva nella mente dei siriani. Ma con una nuova generazione al potere, essi speravano che il figlio di Hafiz al-Assad allentasse alcune delle restrizioni che ostacolavano la vita quotidiana. Con grande delusione della popolazione in tutta la Siria, il nuovo presidente si limitò a riforme di facciata, senza cambiamenti sostanziali, e dopo Hama pochi osarono sfidare il regime autoritario.
Il sabato, quando Doaa era piccola, il vecchio mercato cittadino – il suk – si riempiva di gente del posto e visitatori da oltre il confine con la Giordania, che venivano a comprare merci di alta qualità a buon prezzo e a scambiare attrezzature e prodotti agricoli. Situata sulla principale rotta commerciale verso il Golfo Persico, Daraa attirava gente da tutta la regione; le persone si incontravano lì o facevano in modo di passarci lungo il tragitto. Ma il nucleo della città era costituito da una comunità molto unita di famiglie allargate e di amicizie che abbracciavano diverse generazioni.
A Daraa i figli, come in altre zone della Siria, restavano in famiglia ben oltre il raggiungimento dell’età adulta. I maschi dopo il matrimonio continuavano ad abitare nella casa dei genitori, portando lì le mogli a crescere i loro bambini. Le case siriane come quella di Doaa erano affollate di parenti, di varie generazioni sotto lo stesso tetto. Quando un gruppo familiare diventava troppo numeroso per le stanze al pianterreno dell’edificio, si aggiungeva un altro piano e la casa si ampliava in verticale.
In quella di Doaa, una parte del pianterreno apparteneva a suo zio Walid, che la occupava insieme alla zia Ahlam e ai loro quattro figli. Accanto c’era la stanza dello zio Adnaan, con la sua famiglia di sei persone, e quella dei nonni Mohamed e Fawziyaa. Al primo piano, lo zio Nabil aveva una stanzetta con la moglie Hanadi e i figli, tre maschi e due femmine. Gli otto componenti della famiglia di Doaa condividevano la camera al pianterreno più vicina alla cucina, lo spazio più animato e rumoroso della casa. Tutte le stanze principali erano disposte intorno a un cortile aperto, tipico delle vecchie case arabe, con un viavai di bambini che si riunivano a giocare insieme dopo la scuola e tra un pasto e l’altro. Il tetto offriva uno spazio dove riunirsi, e nelle calde sere d’estate la famiglia si rilassava lassù fino alle prime ore del mattino, gli uomini fumando il narghilè, le donne spettegolando, e tutti sorseggiando tè dolce siriano. Nelle notti particolarmente afose, la fresca brezza che spirava sul tetto spingeva la famiglia a stendere lì i materassi e a dormire sotto le stelle.
L’intera famiglia – zie, zii e cugini – mangiava insieme in cortile, seduta in cerchio su un tappeto intorno a piatti fumanti. All’ora dei pasti, Doaa e le sue sorelle si gettavano sul cibo divorando tutto quel che potevano, usando pezzi di pita sottile avvolta intorno alla punta delle dita.
Il padre di Doaa amava quelle parentesi familiari, perché erano l’unico momento della giornata in cui poteva passare del tempo con le figlie. Appena finito di mangiare, dopo aver consumato gli ultimi residui del suo tè zuccherato, tornava in bicicletta alla sua bottega di barbiere per lavorare fino a mezzanotte.
L’amore, i conflitti, le gioie e i dolori della vita in un grande clan toccavano ogni parte dell’esistenza quotidiana di Doaa. E sotto il tetto di quell’amorevole famiglia cominciavano ad affiorare delle tensioni.
Quando nacque Doaa, i suoi genitori avevano già tre femmine e la famiglia stava facendo pressioni perché avessero un maschio. Nella società patriarcale tradizionale della Siria, i maschi erano considerati più importanti delle femmine perché si pensava che avrebbero mantenuto la famiglia, mentre, sposandosi, le femmine avrebbero rivolto le loro attenzioni al marito e ai parenti acquisiti. Shokri, il padre di Doaa, era un bell’uomo, con capelli ricci e scuri; faceva il barbiere da quando aveva quattordici anni e un tempo aveva lavorato all’estero, in Grecia e in Ungheria. Shokri aveva coltivato l’idea di tornare in Europa per trovare un lavoro e una moglie straniera, ma dopo aver incontrato Hanaa, la madre di Doaa, aveva cambiato idea. Hanaa stava terminando il liceo quando si erano conosciuti, al matrimonio di un vicino. Era minuta, con lunghi capelli scuri ondulati e magnifici occhi verdi. Fra lei e Shokri ci fu un’immediata attrazione reciproca. Hanaa lo trovava più concreto e sicuro di sé rispetto agli altri ragazzi del posto, e apprezzava i suoi jeans a zampa d’elefante e il modo in cui suonava l’oud, uno strumento a corde che è considerato l’antenato della chitarra.
Shokri e Hanaa si sposarono quando lei aveva solo diciassette anni. I primi anni insieme furono tranquilli e pieni d’amore, ma a poco a poco le cose cambiarono. La prima volta che Hanaa sentì sua suocera Fawziyaa lamentarsi del fatto che lei e Shokri non avessero figli maschi fu dopo la nascita della sua terza femmina. Rimase scioccata quando i parenti del marito gli consigliarono di prendere una nuova moglie che gli desse un maschio. Pur trovandosi a combattere contro pregiudizi e aspettative profondamente radicati, Shokri era orgoglioso delle sue figlie. Ma sua madre continuava a criticare Hanaa e insisteva che lui meritava dei figli maschi. La casa di famiglia, che era sempre stata un rifugio per i due sposi, divenne presto un luogo di tensioni, perché, come la madre di Shokri, anche alcune cognate di Hanaa cominciarono a bisbigliare e spettegolare sulla sua incapacità di partorire dei maschi.
Quando nacque Doaa, il 9 luglio 1995, Hanaa ricevette dalla famiglia di Shokri le solite tiepide congratulazioni e commenti a mezza voce del tipo: “La prossima volta, inshallah – se Dio vuole – potrebbe essere un maschio”.
Ma guardando la neonata dall’aria seria e grave, Hanaa percepiva qualcosa di speciale in lei. Quando un’amica di famiglia ricca e stimata venne da fuori città per vedere la nuova nata, contribuì ad affermare la posizione di Doaa in seno alla famiglia. La donna, che non poteva avere figli, era estremamente sensibile alle dinamiche familiari e, avvertendo le pressioni che Hanaa stava subendo, decise di aiutarla. Davanti alla famiglia riunita in cucina per dare il benvenuto all’ospite speciale, prese in braccio Doaa con delicatezza e la cullò dolcemente. Abbassando lo sguardo sul visetto serio della piccina, le posò un dito sulla fronte e dichiarò: «Questa è speciale». E riferendosi al significato del nome Doaa, aggiunse: «È davvero una preghiera mandata da Dio». Prima di andarsene, l’amica consegnò ad Hanaa diecimila lire siriane – una piccola fortuna – come regalo per Doaa. Il resto della famiglia rimase senza parole. L’inconsueto status della donna – una ricca cittadina dei paesi del Golfo – imponeva rispetto. Da allora la madre di Shokri chiese sempre di prendere in braccio la neonata, e per un po’ Hanaa fu al riparo dalle critiche.
Crescendo, Doaa affascinava quasi tutti quelli che incontrava. Era estremamente timida, a differenza delle sue sorelle più estroverse, eppure la gente provava sempre l’impulso di tirarla fuori dal suo guscio. C’era una particolare dolcezza in lei, e ogni volta che Hanaa la portava in giro i passanti facevano commenti sui suoi begli occhi color cioccolato dalle lunghe ciglia e sul suo atteggiamento tranquillo. «Fin dall’inizio,» ricorda Hanaa «sapevamo che avrebbe portato fortuna alla famiglia.»
Tre anni dopo la nascita di Doaa, Hanaa diede alla luce un’altra figlia, Saja, e dopo altri due anni partorì una sesta femmina, Nawara. Di colpo si ricominciò a parlare del “povero Shokri” senza figli maschi. Inoltre ora gli otto membri della famiglia vivevano tutti in una stanza di meno di quattro metri per cinque, con un’unica finestra.
Anche il resto della famiglia allargata stava crescendo, man mano che le zie e gli zii di Doaa facevano altri figli. Le famiglie numerose sono comuni in Siria, dove la nascita di un figlio è considerata una fortuna, e le grandi famiglie sono un indice della felicità di una coppia oltre che una garanzia che qualcuno si prenderà cura di loro durante la vecchiaia.
E tuttavia, con più di ventisette persone in una casa sola, le frizioni tra le donne cominciavano a crescere. Era impossibile cucinare per tanta gente nello stesso momento, così i pasti in comune che un tempo davano tanta gioia ebbero fine. Ogni famiglia aveva il suo turno in cucina. Ad Hanaa toccava il primo, quindi ogni giorno doveva correre al mercato, pelare e tagliare la verdura e cuocere tutto in tempo per servire il pranzo alle tre, quando Shokri prendeva la sua pausa dal lavoro. Era il pasto principale della famiglia, e per Hanaa era importante che fosse speciale. L’aveva sempre preparato con piacere e orgoglio, ma adesso si ritrovava a fare le cose in fretta, cercando di evitare conflitti coi parenti acquisiti.
Adesso Doaa e la sua famiglia consumavano colazione, pranzo e cena nella loro stanzetta, su una tovaglia di plastica distesa in mezzo al pavimento. Quella stanza era ormai diventata il centro del loro universo. Tutte le attività della famiglia si svolgevano fra quelle quattro mura, che fungevano da camera da letto, soggiorno e sala da pranzo.
Man mano che le figlie crescevano, diventava più difficile farle vivere in quello spazio ristretto. Di notte Doaa e le sue sorelle tiravano fuori i loro materassi e li stendevano uno dopo l’altro sul pavimento in ogni spazio disponibile, come le tessere di un puzzle. Doaa sceglieva sempre lo spazio sotto la finestra, in modo da poter guardare le stelle in cielo finché non le si chiudevano gli occhi. Quando finalmente erano tutte addormentate, Shokri e Hanaa dovevano scavalcare un mare di braccia e gambe aggrovigliate per arrivare al loro angolo della stanza.
Per Hanaa, l’atmosfera in quella casa era diventata intollerabile. Fin troppo spesso subiva le critiche delle cognate perché non aveva un maschio. Una sera, sentendole spettegolare su di lei in cucina per l’ennesima volta, Hanaa decise che ne aveva abbastanza di quelle insinuazioni, dei litigi sulla cucina e del rumore incessante. Quella notte, quando Shokri tornò a casa dal lavoro, Hanaa lo accolse sulla soglia con le braccia incrociate sul petto e le lacrime agli occhi.
«O trovi un’altra casa per noi, o dovrai trovarti un’altra moglie» decretò. «Non possiamo più restare qui.» Fece un passo verso il marito. «E non si tratta solo di me, adesso. Ayat ha quindici anni e Alaa ne ha tredici. Sono delle adolescenti! Sono stufe di dividere una stanza con noi. Hanno bisogno della loro privacy. Se non ci trovi una nuova sistemazione, ti lascio e chiedo il divorzio.»
Shokri si era accorto delle crescenti tensioni e difficoltà che la famiglia stava incontrando nel vivere in quella stanzetta. E, dopo sedici anni di matrimonio, capiva anche che Hanaa stava parlando sul serio. Dalle labbra serrate e dall’espressione accigliata della moglie, era chiaro che avrebbe tenuto fede alla sua minaccia. Shokri capì che avrebbe dovuto trovare un lavoro più remunerativo se volevano trasferirsi in una casa migliore.
Doaa, che allora aveva sei anni, era ignara delle tensioni che covavano e non sospettava minimamente che presto il suo mondo, per la prima volta nella sua vita, si sarebbe rivelato meno sicuro di quel che sembrava. Per lei la grande casa era ancora un luogo di ricordi felici: gli aromi intensi dello stufato e delle spezie; le risa e gli interminabili giochi coi cugini nel cortile circondato da fragranti fiori di gelsomino; le calde notti passate sul tetto ad ascoltare il brusio degli adulti che chiacchieravano e fumavano il narghilè.
Shokri non sapeva far altro che il barbiere, ma chiese in giro se la sua vecchia Peugeot gialla potesse essere usata per trasportare merci avanti e indietro attraverso il confine giordano. Il “sottomarino giallo” era l’unico mezzo di trasporto della famiglia, e anche oggetto di scherzi ricorrenti. Piena di ruggine e di ammaccature, tendeva a guastarsi nelle uscite del fine settimana, ma era l’orgoglio e la gioia di Shokri. Ora era la speranza della famiglia per uscire da quella casa soffocante e sovrappopolata.
Shokri trovò un uomo d’affari giordano che si offrì di pagarlo per caricare l’auto di pacchi di biscotti prodotti in Siria e portarli ai clienti oltre il confine con la Giordania.
Nei due mesi successivi Shokri uscì di casa all’alba per andare alla fabbrica di Daraa, dove riempiva la macchina di scatole di biscotti e dolciumi. A volte l’auto era così ...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. PIÙ PROFONDO DEL MARE
  4. 1. Un’infanzia in Siria
  5. 2. Comincia la guerra
  6. 3. L’assedio di Daraa
  7. 4. Vita da profughi
  8. 5. Amore in esilio
  9. 6. Il fidanzamento
  10. 7. Patto col diavolo
  11. 8. La nave degli orrori
  12. 9. Non resta che il mare
  13. 10. Salvataggio in extremis
  14. Epilogo
  15. Una nota di Doaa
  16. Nota dell’autrice
  17. Copyright