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Verdi i tendoni, verdi le tovaglie, verdi i tappeti. Il colore dominante del salone d’ingresso della pensione Stella era quello, nelle sue varie tonalità. Claudio di certo non soffriva di claustrofobia, visto che la sensazione che l’ambiente ispirava, se ci restavi troppo a lungo, era quella di trovarsi in una via di mezzo tra la foresta amazzonica e il salotto della nonna. Andrea Castelli faceva girare il bicchiere di Chartreuse da una mezz’ora. L’aveva svuotato e riempito almeno tre volte. Forse quattro. Avrebbe dovuto ricordarselo. Due divani più in là c’era un gruppo di uomini tra i trenta e i quaranta che chiacchierava. Li ascoltava, erano in viaggio di lavoro. Parlavano di donne, di calcio, delle solite cose. Nel frattempo erano entrate e uscite almeno cinque persone, avevano scambiato brevi frasi di circostanza col titolare, prendendo o consegnando le chiavi. L’albergo era più affollato del solito. Castelli mandò giù un altro sorso di liquore, indeciso se uscire a fumare. Poi il telefono squillò. Era Giordano.
«Ciao.»
«Mi hai interrotto.»
«Che facevi?»
«Guardavo il nulla accadere.»
«...»
«Ci sei?»
«Il nulla accadere?»
«Proprio.»
«...»
«Giordano, mi hai chiamato per star zitto?»
«No, è che sono indeciso se chiederti che vuol dire guardare il nulla accadere o farmi i cazzi miei. Forse è meglio la seconda.»
«Forze.»
«Forze?»
«Sì. Qui c’è un gruppo di pisani. Molto loquaci. Dicono forze invece di forse. E penza invece di pensa. Mi piace. Credo che inizierò a farlo anch’io.»
«Sostituire le esse con le zeta?»
«Mica tutte. Mi sto facendo l’idea che accada solo se la esse è preceduta da una consonante, ma non ne sono ancora certo. Dovrei ascoltare ancora un po’, peccato che mi hai interrotto.»
«È faticoso parlare con te»
«Sei tu che hai chiamato, di cosa ti lamenti?»
«Giusto.»
Giordano chiuse la conversazione. Castelli restò col telefono all’orecchio per un certo tempo. Poi richiamò.
«Ok, che vuoi?»
«C’è un morto.»
«Che te lo chiedo a fare. Come?»
«Gli hanno tagliato i piedi mentre era legato a una sedia. Dissanguato.»
«Almeno si sono sforzati di essere originali.»
«Non so se lui abbia gradito la trovata.»
«Dove?»
Giordano gli dettò un indirizzo, Castelli lo mandò a memoria. Si alzò, appena barcollante per via dell’alcol, e cercò di raggiungere l’uscita. Claudio lo chiamò poco prima che arrivasse alla porta.
«Esci?»
«Lavoro, farò mattina.»
«Ti faccio trovare la colazione. Non è meglio se ti fai un caffè prima di metterti al volante?»
Il vicequestore sorrise. Da qualche tempo aveva deciso di vivere alla pensione Stella per poter avere un tetto sulla testa, pasti pronti e vestiti stirati senza doversi prendere la briga di pensarci da solo. Se ne occupava Claudio, amico da una vita, che gli offriva il soggiorno completo a un prezzo stracciato. E a quanto pareva si interessava pure del suo tasso alcolemico.
«Buona idea, altrimenti va a finire che mi addormento in macchina.»
***
Una ragazza si mangiucchiava le unghie. Stava seduta al tavolo della cucina, le gambe accavallate. Bruna, formosa. Due occhi splendidi, che guardavano un orizzonte inesistente. Era calma, sembrava non accorgersi che intorno a lei si muoveva uno sciame di poliziotti e agenti della scientifica. Castelli la notò prima di tutto il resto, prima ancora del lago di sangue due metri più in là o del tizio senza piedi che quel lago aveva prodotto.
«Quella chi è?»
«La fidanzata, l’ha trovato lei.» Giordano indossava un giubbotto grigio che contrastava con il rosso fuoco dei suoi ricci.
«Non mi sembra granché sconvolta, per essere una che ha appena perso l’amore della vita. Ci hai già parlato?»
«Sì»
«E?»
«Senti Andrea, io non so come mai quelle strane ce le becchiamo sempre noi. Credo che in qualche modo sia colpa tua, le attiri.»
«Quelle strane?»
«Si chiama Selene Brembo. Trentadue anni, veneta. Vive a Torino dai tempi dell’università, fisioterapista.»
«E cosa c’è di strano?»
«Io non provo nessun tipo di paura» Selene si era voltata verso i due poliziotti e li fissava senza espressione «e neppure parecchi altri tipi di sentimenti. Sono nata senza l’amigdala, che è la parte di cervello che gestisce tutte queste belle cosette. Però ho le orecchie e ci sento bene. Quindi, se vuoi sapere qualcosa, agente, chiedilo a me e non al tuo socio.»
«Non sono un agente» Castelli ricambiò lo sguardo e si avvicinò al tavolo. «Sono vicequestore.»
«Fa differenza?»
«No, in effetti non fa differenza. Vorrei farle qualche domanda, le spiace?»
«Te l’ho appena detto che puoi chiedermi quello che vuoi.»
«Appunto. Mi può spiegare meglio questa faccenda dell’amigdala?»
«E che c’è da spiegare? Sono nata così. Non è una cosa molto comune, chiaro. Secondo i dottori siamo proprio in pochini ad avere questa particolarità. Cento, mille in tutto il mondo, boh, non saprei dire con precisione. Il fatto è che tutte quelle emozioni che voi di solito provate, io non so neanche che cosa siano. Se ne sono accorti i miei genitori quando ero piccola. Camminavo sui cornicioni, aprivo la portiera dell’auto in corsa, mi portavo i ragni nel letto. Io adoro i ragni, e tu? Sono una favola.»
«A me fanno schifo.»
«Ecco, appunto. Voi non mi potrete mai capire. Insomma, i miei mi hanno fatto fare non so quanti esami, puoi immaginare che infanzia, sempre dentro e fuori dagli ospedali. E alla fine è venuta fuori questa storia dell’amigdala. Poi è stato peggio.»
«Peggio?»
«Hai presente cosa significa essere speciale? Tutti i medici volevano vedermi, studiarmi, analizzarmi. Ero come un criceto, per loro. I miei speravamo che prima o poi sarebbe saltata fuori una soluzione. Ma niente. La soluzione è stata che alla fine sono morti e almeno ora non si devono più preoccupare per me. Ecco, questa è la mia storia. Contento? Quindi non ti stupire se mi vedi calma e tranquilla anche se il mio ragazzo qui accanto è morto prosciugato. Sta tutto nella normalità. La mia, di normalità.»
Solo a quel punto Castelli valutò con più attenzione il cadavere che stava seduto a pochi metri da loro. Gli avevano fatto un bel servizio, niente da dire. Però mancava qualcosa. Si voltò verso Selene.
«Quando l’hai trovato aveva un bavaglio o cose simili?»
«No.»
«Strano.»
«Perché?»
«Credo che se mi tagliassero i piedi mi metterei a urlare parecchio e qualcuno se ne accorgerebbe. Quindi il minimo era imbavagliarlo o ficcargli qualcosa in bocca. Invece tu dici che l’hai trovato così.»
«Esatto.»
«Hai sentito, Giordano?»
«Sì.» L’ispettore era rimasto vicino all’ingresso ma aveva seguito tutto il dialogo.
«Che ne pensi?»
«Due possibilità: o si sono portati via il fazzoletto o quel che hanno usato, ma non ne vedrei la ragione, oppure l’hanno addormentato mentre gli facevano il lavoretto.»
«Lo credo anch’io. Ma anche la seconda ipotesi non mi torna.»
«Perché» la voce di Selene era monocorde, talme...