1983. L'uomo seduto nella macchina blu è nuovo di quelle parti, ma Remo non ha paura, non sa che cosa sia un estraneo. L'uomo ha tra le mani un passerotto caduto dal nido, almeno così dice, e chiede a Remo di aiutarlo a prendersene cura. Il bambino, sette anni passati quasi tutti per strada, che i genitori hanno altri pensieri, non esita neppure per un attimo. E sale. Tre giorni dopo viene restituito alla famiglia, illeso nel corpo e nell'anima; racconta di un uomo biondo, bellissimo, che lo ha riempito di regali e che ha giocato con lui, come nessun adulto aveva mai fatto. Non è la prima volta che succede e non sarà l'ultima. Trentadue bambini in sedici anni. Tutti tenuti per tre giorni da un uomo che cerca di realizzare i loro desideri e li restituisce alla famiglia, felici. Quando la polizia comincia a collegare i rapimenti lampo, l'uomo scompare.
2015. Il padre di Greta non è mai arrivato una sola volta in ritardo a prenderla. Ma lo sgomento negli occhi della maestra gli fa capire che qualcosa non va, perché Greta a scuola non è mai entrata. Scompare così, la figlia di Remo Polimanti, come lui era scomparso trent'anni prima. Anche lei viene subito restituita alla famiglia, ma priva di vita. Greta non è che la tappa iniziale di una scia di sangue che collega i figli dei bambini rapiti anni prima. Ma perché il rapitore "buono" si è trasformato in un assassino? O forse c'è qualcuno che intende emularlo. O sfidarlo. O punirlo.
In un'inquietante e tormentata danza di ombre e luci, Paola Barbato ci conduce fin dentro le nostre paure più grandi, facendo sanguinare ferite mai guarite davvero.

- 420 pagine
- Italian
- ePUB (disponibile su mobile)
- Disponibile su iOS e Android
eBook - ePub
Non ti faccio niente
Informazioni su questo libro
Scelto da 375,005 studenti
Accedi a oltre 1 milione di titoli a un prezzo mensile contenuto.
Studia in modo più efficiente con i nostri strumenti dedicati.
Informazioni
Print ISBN
9788856660005
Le cose non dette
«C’è troppo sangue!» gridava Angelo. «C’È TROPPO SANGUE!»
La faccia di Raffaella era pallida, gli occhi quasi rovesciati, non emetteva più un suono, un lamento. La donna riccia le si buttò addosso, sull’addome, premendo col gomito. Altro sangue spruzzò fuori, misto a una bava verdastra. Poi più niente.
«Oddio» mormorò Angelo, le dita sulle labbra.
La donna riccia si rialzò, prese fiato, guardò il corpo nudo di Raffaella e le si buttò di nuovo addosso.
«ESCE!» urlò la ragazzina accovacciata in fondo, e Angelo vide che aveva ragione, la testa era fuori. Ed era blu.
«Deve spingere!» strillò la ragazzina.
«Non può» rispose la donna riccia con calma. «Non ha più forze. Non so se la recuperiamo. Faccio io, tu prendila.»
La ragazzina si sporse tra le gambe di Raffaella e si preparò a tirare. La donna riccia si buttò sulla pancia per la terza volta e la neonata schizzò fuori. Angelo non sapeva chi guardare, se sua figlia che apparentemente era nata morta o sua moglie che sembrava stesse per morire.
«Non lasciatele» disse a nessuno, forse a se stesso visto che stava per svenire.
«Adesso vediamo. Lei stia calmo che adesso vediamo» rispose la donna riccia, che iniziò a trafficare là dove Raffaella sanguinava di più. Da lontano arrivò il primo vagito della bambina, a cui rispose un suono molto simile che sembrava uscire dalla gola della madre.
«Attaccatele una sacca, ADESSO!» ordinò la donna riccia senza smettere di cucire.
«Vivrà?» chiese Angelo.
«Eh, adesso vediamo» rispose di nuovo la donna, ma nella voce c’era una nota di ottimismo, e Angelo, che era un fine musicista, la sentì chiaramente.
«Come si chiama?» chiese una voce alla sua sinistra.
«Angelo Pautasso.»
«No, non lei. La bambina.»
Per un attimo l’uomo non capì e si voltò smarrito a rimirare la faccetta appuntita della ragazzina. Poi gli fu chiaro, era nata una bambina, abbastanza viva da avere un nome. Angelo si voltò di nuovo verso la donna riccia.
«Lei come si chiama?»
«Carmela Licitra» rispose l’altra in automatico, come se fosse prassi che le venisse chiesto in un momento del genere.
«Allora Carmela» confermò l’uomo. «Si chiama Carmela.»
A cinquant’anni suonati Carmela Pautasso non si faceva ancora una ragione di come cazzo fosse venuto in mente a suo padre di chiamarla così. Va bene la gratitudine per l’ostetrica o la dottoressa o chiunque fosse che alle quattro di notte aveva salvato la pelle a lei e a sua madre, ma un nome è per tutta la vita, porca puttana! Aveva provato a farsi chiamare Mela, poi Carmen, ma alla fine il nome era troppo ghiotto per la fauna piemontese in mezzo alla quale era vissuta e se l’era dovuto tenere. Fino a quando la Santa Donna non era emersa nel panorama musicale italiano. Carmela Pautasso, ispettrice di polizia, era uguale spiccicata a La Pina, rapper e dj italiana, e, prima per prenderla per il culo, poi per salvifica abitudine, tutti avevano cominciato a chiamare Pina anche lei. In polizia ci era entrata presto per varie ragioni, una delle quali era un desiderio spasmodico di affrancarsi da una famiglia intellettuale e decisamente troppo melò per i suoi gusti. Pina era donna di fatti, concreta, spiccia, poco incline alle perdite di tempo. All’inizio la sua scelta aveva acceso non pochi sorrisi, con il tempo si erano tutti spenti. Aveva fatto carriera seguendo le regole, usando la testa quanto bastava e i fatti per tutto il resto. Era affidabile, precisa, solida. Arrivata al ruolo di ispettrice si era fermata perché non le interessava andare oltre. Gliel’avevano proposto ma aveva detto di no, a lei quel lavoro piaceva. E lì era rimasta per dieci lunghi anni, stessa scrivania, stessi colleghi, pochi casi eclatanti e molte rotture di palle. Il linguaggio sboccato era l’unica nota stonata in un quadretto professionale da incorniciare, una volta si era presa pure un pubblico richiamo che le rodeva ancora oggi. Ma per quanto cercasse di starci attenta non ce la faceva.
«Oh, Pina.»
«Cazzo c’è?»
L’agente Morrone non ci fece nemmeno caso.
«Hai letto?»
E le allungò un foglio di giornale. Pina pescò gli occhiali da un cestino a lato della scrivania e iniziò a leggere.
«E noi dobbiamo scoprirlo da un giornale di merda del genere?»
«Non lo so.»
«Fai due telefonate, dài.»
L’agente uscì.
«Cosa?» arrivò da dietro una pila di riviste che nascondevano la scrivania di fronte.
«La madre di Manuel Sarasso da bambina è stata molestata» rispose Pina levandosi gli occhiali e riprendendo a guardare lo schermo del computer.
«Ah.»
«Potrebbe essere un movente.»
«Potrebbe.» Fine della storia.
Ed era già da considerarsi un dialogo fittissimo, tra loro due. Perché non c’era niente da fare, l’ispettrice Pautasso e la viceispettrice Mariani non si piacevano. Se l’erano anche dette, con bella maniera, tra mille sorrisi, ed erano addivenute all’accordo che se si doveva lavorare insieme si lavorava insieme e basta. Ma senza mezzi termini nel commissariato si parlava da mesi di guerra fredda. Dividevano l’ufficio, non per scelta ma perché in quello della Pautasso era scoppiata una canna dell’acqua e si erano persi un sacco di documenti, spazio altrove non ce n’era e allora erano state messe insieme, provvisoriamente, s’intendeva. E quella provvisorietà durava già da sette mesi, perché poi si era scoperto esserci stato un danno anche al soffitto e nel dubbio bisognava aspettare di rifare il tetto e non c’erano i fondi e a questo punto toccava aspettare l’estate prossima. Loro erano rimaste lì, tre metri scarsi a separarle oltre a tutti i pregiudizi del mondo. Flavia Mariani era romana, e quando pronunciava la parola “Roma” raddoppiava sempre la prima “r”: RRoma. Alla Pautasso Roma era sempre piaciuta, ci era andata moltissime volte per lavoro e altrettante insieme a suo marito Maurizio, ma da quando era arrivata la Mariani improvvisamente le trovava tutti i difetti del mondo. Per Flavia il mondo era Roma, poi sì, c’erano delle appendici terrestri che sembrava si propagassero in giro per il resto del globo, ma se c’era qualcosa di bello e buono e ben fatto quella cosa doveva trovarsi a Roma. Riccia per scelta, rossa per scelta ma solo come colore di capelli, il naso curvo e gli occhi appuntiti, alta e segaligna, era l’opposto fisico della sua superiore, che con gli anni si era più e più ammorbidita dall’alto del suo metro e sessanta. Agli occhi di colleghi e sottoposti le due erano identiche, intelligenti uguali, pratiche uguali, stessi caratteri di merda, come potesse quell’ufficio non saltare in aria ogni santo giorno lo sapevano solo loro. Flavia attese ancora qualche minuto, giusto per non cedere. Poi sospirò, ma solo interiormente. Si alzò e fece quei cinque passi sofferti che la separavano dalla scrivania di Pina.
«Dove lo hai letto?»
«Su questo giornale, me lo ha dato Morrone» rispose Pina con tono neutro mentre dentro di sé si levava una ola di trionfo.
Lo hai alzato il culo, eh?
Flavia scorse le poche righe del giornale locale.
«Qui non dice molestata, dice che è stata sequestrata.»
«Sì, be’, vista la famiglia non l’hanno certo sequestrata per il riscatto.»
«Dici, eh?»
«Dico.»
«Mah.»
Era un “mah” così tipicamente romano che Pina non si tenne e smise di digitare.
«Perché “mah”?»
«Così, mi pare che hai già tratto le tue conclusioni.»
«Non ho tratto le mie conclusioni. Ho detto a Morrone di chiamare quello lì, come si chiama, Marani.»
«Ah, si chiama quasi come me.»
«Quasi.»
«E chi è questo Marani?»
«Una specie di storico della zona, ha scritto dei libri sui delitti celebri, ha un suo archivio privato con tutti i ritagli dei giornali d’epoca.»
«E allora invece di sentire lui non è che possiamo farci dare i giornali d’epoca? Così, per avere una fonte più attendibile?»
«Chiamalo e accomodati.»
«Se lo chiamo dopo Morrone sembra che non siamo stati accurati nel chiedergli le notizie.»
Pina strinse le labbra, prese la cornetta e premette un tasto per la chiamata interna. Mentre abbaiava contro Morrone, che non aveva ancora trovato il numero di Marani, Flavia ripercorse con un sorriso soddisfatto i suoi cinque passi verso la scrivania. Se l’era voluto tenere per lei l’unico caso di omicidio del mese? Apposto. Facesse tutte le figure di merda di cui era capace. Pensò fugacemente a Lorenzo Carrozzini, un collega di Viterbo che aveva avuto la fortuna di prendersi in carico il caso di Greta Polimanti e gli rivolse uno strale d’invidia. Ma tanto a lei che gliene fregava, lei aveva il furto in villa di cui occuparsi, col custode ferito che poteva schiattare da un momento all’altro. A ciascuno il suo morto, bastava saper aspettare.
Il telefono aveva squillato a vuoto, alle undici, alle tre e alle cinque. Alle sette la Nives decise che era abbastanza, mise una mano sulla spalla della Tania, la più giovane delle due bariste, e le disse: «Ci pensi tu, qui». Avviò l’auto che si portò dietro il cicaleccio della marmitta che ballava e prese la via della campagna. C’era una sola ragione se la Nives non si era mai sposata, ed era che non le andava. I suoi avevano avuto un buon matrimonio, anche sua sorella, eppure l’idea della chiesa, dell’abito bianco, delle firme non le era mai andata a genio. Non le andava che qualcun altro riconoscesse o autorizzasse qualcosa che, se c’era, c’era già. Non era da lei aspettare il consenso altrui. Si era innamorata due volte...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- NON TI FACCIO NIENTE
- 5 maggio 1983
- 9 ottobre 2015
- Papaveri e papere
- Le cose non dette
- Vicoli ciechi
- Convergenze
- Decisioni
- Il viaggio di Vincenzo
- Caduta libera
- Lo schema di Giacomo
- Domino
- Banchetto
- I pezzi sparsi
- Le vie senza ritorno
- Un’altra alba
- Confronti
- Nuove strade
- Prima
- Dopo
- L’alveare di Luisella
- Gli appuntamenti
- Gli ultimi passi
- Il macello
- Epilogo
- Copyright