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- Italian
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Canto di Natale
Informazioni su questo libro
"Fidatevi di me. Ci sono almeno tre buoni motivi per leggere, o rileggere, Canto di Natale. Il primo è che è un bel libro. Il secondo è che è un libro divertente. E il terzo è che l'uomo che l'ha scritto, Charles Dickens, non è stato solo uno dei maggiori scrittori di ogni tempo e di ogni paese, ma anche un uomo che, da adulto, non ha mai dimenticato cosa vuol dire essere un bambino o un ragazzo". Dall'introduzione di Alberto Melis
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Informazioni
Editore
EDIZIONI PIEMMEAnno
2017Print ISBN
9788856626438eBook ISBN
9788858519905TERZA STROFA
IL SECONDO DEI TRE SPIRITI
Scrooge si svegliò di colpo, disturbato dal rumore che lui stesso faceva russando. Seduto sul letto, cercò di riordinare le idee. Nessuno dovette avvisarlo che la campana stava per battere di nuovo l’una: sapeva di essersi destato in tempo per incontrare il secondo messaggero inviatogli grazie a Jacob Marley. Infreddolito, si chiese quali cortine avrebbe scostato il nuovo spettro; decise di toglierle di mezzo di persona e tornò poi a sdraiarsi, continuando a guardarsi intorno. Era infatti deciso a non farsi cogliere di sorpresa, e voleva affrontare lo spirito nell’istante preciso in cui sarebbe apparso.
Alcuni gentiluomini si vantano di conoscere ogni mossa del gioco della vita; convinti di potersela cavare in tutte le situazioni, hanno una grande opinione delle proprie capacità e dichiarano di essere sempre pronti a qualsiasi cosa, dal passatempo più innocente all’omicidio. Fra questi due punti estremi si trova un’ampia gamma di personalità che comprende i soggetti più svariati. Non voglio certo dire che Scrooge giungeva a simili esagerazioni, ma vi assicuro che si aspettava ormai le apparizioni più straordinarie, e non si sarebbe stupito davanti a nulla, nemmeno a un neonato o a un rinoceronte.
Essendo pronto a tutto, non era assolutamente preparato al “nulla”, e quando la campana batté l’una senza che arrivasse nessuno, iniziò a tremare. Passarono cinque minuti, dieci, quindici... niente! Rimase comunque sdraiato, anche se, da quando l’orologio aveva battuto l’ora, il suo letto era avvolto da un alone di luce rossastra. Quel chiarore era più preoccupante di una dozzina di spettri, perché Scrooge non riusciva a capire che cosa significasse o cosa volesse da lui. Per un breve istante pensò che si trattava forse di un caso di combustione spontanea, ma non ne era certo. A un tratto si mise finalmente a pensare come tutti noi avremmo fatto fin dall’inizio (è sempre la persona non coinvolta direttamente quella che sa come comportarsi!) e giunse così alla conclusione che la causa di quella strana luminosità doveva trovarsi nella camera accanto. Si alzò dunque senza fare rumore e scivolò in pantofole fino alla porta.
Nell’attimo in cui toccava la maniglia, una strana voce lo chiamò per nome e lo pregò di entrare. Scrooge obbedì.
Era certo di trovarsi nel suo salotto, che era però cambiato in maniera sorprendente. Le pareti e il soffitto erano ricoperti da rami verdi, e sembrava di essere in un boschetto disseminato di bacche lucenti. Le foglie seghettate dell’agrifoglio, del vischio e dell’edera riflettevano la luce, come se ci fosse ovunque un’infinità di minuscoli specchi. Un’enorme fiamma saliva ruggendo su per il camino: negli inverni passati, ai tempi di Scrooge e Marley, quel buio e desolato focolare non ne aveva mai conosciuta una così potente. Lì vicino c’era una specie di trono formato da una catasta di tacchini, oche, cacciagione, pollame vario, soppressate, grandi pezzi di carne, maialini da latte, lunghe file di salsicce, tortine ripiene di frutta secca, budini, barili di ostriche, castagne bollenti, mele rosse, arance sugose, pere lustre, focacce gigantesche e tazze di ponce fumante che annebbiavano la stanza con il loro delizioso vapore. Sopra questa montagna di cibarie era comodamente seduto uno splendido e allegro gigante, che aveva in mano una torcia accesa simile al corno dell’abbondanza; la teneva così in alto che riuscì a illuminare Scrooge quando infilò la testa nella stanza.
– Entra – esclamò il fantasma. – Entra, amico mio, così potrai conoscermi.
Scrooge obbedì, tenendo gli occhi bassi. Non era più arrogante come un tempo, e anche se lo sguardo del gigante era benevolo e gentile, fece di tutto per evitarlo.
– Sono lo spirito del Natale presente. Guardami! – aggiunse l’apparizione.
Il vecchio si affrettò a ubbidire, e vide che lo spettro era avvolto in una sorta di mantello verde scuro bordato di pelliccia bianca, gettato sulle spalle con tanta noncuranza da lasciargli scoperto il petto. Era a piedi nudi e aveva in testa una corona di agrifoglio, ornata da ghiaccioli luminosi. I lunghi riccioli scuri gli ricadevano sulla fronte, liberi come il suo viso simpatico, gli occhi brillanti, le mani spalancate, la voce allegra, l’atteggiamento semplice, i modi cordiali e l’aria sorridente. Appeso alla cintola aveva un fodero vecchio e arrugginito, vuoto.
– Non hai mai incontrato nessuno che mi assomigliasse, vero? – chiese lo spettro.
– No.
– E non ti sei mai trovato in compagnia dei membri più giovani della mia famiglia? Essendo io giovanissimo, mi riferisco ai miei fratelli maggiori nati in questi ultimi anni...
– Temo di no. Hai molti fratelli?
– Più di milleottocento – rispose il fantasma.
– Mantenere una famiglia del genere dev’essere terribile – borbottò Scrooge.
Il fantasma del Natale presente si alzò.

– Ti prego, portami dove vuoi – lo implorò Scrooge. – Ieri notte sono stato trascinato via con la forza, ma ho imparato una lezione che sta cominciando a servirmi. Se vuoi insegnarmi qualcosa, sarò lieto di approfittarne.
– Tocca il mio mantello – ordinò l’apparizione.
Il vecchio si affrettò a ubbidire.
In un solo istante svanirono l’agrifoglio, il vischio, le bacche rosse, l’edera, i tacchini, le oche, la cacciagione, il pollame, la soppressata, i pezzi di carne, i maialini da latte, le salsicce, le ostriche, le tortine ripiene, i budini, la frutta e il ponce, e svanirono anche la stanza, il fuoco, la luce rossastra e la notte. I due compagni si ritrovarono così in giro per le vie della città in una mattina di Natale. Faceva molto freddo, e nell’aria echeggiava il chiasso allegro che la gente produceva spalando la neve davanti alle case e buttandola giù dai tetti, facendola cadere in strada con grande divertimento dei ragazzi.
Le facciate delle abitazioni apparivano nere, e le finestre erano ancora più scure in contrasto con la candida distesa che ricopriva i tetti. Sul terreno la neve era invece più sporca, e mostrava i solchi profondi creati dalle ruote dei carri e dei furgoni; quelle tracce si incrociavano centinaia di volte nei punti in cui le strade principali si diramavano, formando canali di fango e acqua gelata difficili da seguire. Il cielo era nuvoloso e le strade più strette affondavano in una strana nebbia, gelida e sporca, che pareva spargere ovunque una pioggia di pesante fuliggine. Era come se tutti i camini della Gran Bretagna si fossero accesi all’unisono, e continuassero a divampare allegramente insieme. Il clima non era affatto piacevole, e la città non aveva certo un bell’aspetto, eppure aleggiava ovunque l’allegria che avrebbe potuto regnare in una serena giornata estiva, sotto un sole splendente.
Le persone impegnate a spalare i tetti erano infatti cordiali e di ottimo umore, si chiamavano tra loro tirandosi ogni tanto qualche palla di neve, ridendo di cuore se i loro proiettili colpivano il segno e divertendosi ancora di più se non ci riuscivano. I negozi dei pollivendoli erano aperti a metà, mentre quelli dei fruttivendoli erano semplicemente splendidi; in uno c’era un enorme cesto rotondo pieno di castagne, simile al panciotto di un vecchio gentiluomo dall’aria gioviale che ozia sull’uscio di casa e passeggia poi sui marciapiedi con la sua apoplettica corpulenza. Le cipolle marroni, grasse e lustre come frati spagnoli, sembravano sbirciare dagli scaffali le ragazze di passaggio che alzavano immancabilmente lo sguardo verso il vischio appeso al soffitto. C’erano magnifiche piramidi di mele e pere; enormi grappoli d’uva che per gentile concessione del negoziante dondolavano appesi a grossi ganci, in modo che i passanti potessero farsi venire l’acquolina in bocca gratis; mucchi di nocciole che con la loro fragranza ricordavano le passeggiate nei boschi e il piacevole fruscio delle foglie secche calpestate; le mele del Norfolk grasse e scure, facevano risaltare il giallo delle arance e dei limoni, e con il loro aspetto sugoso sembravano chiedere di essere portate subito a casa, in modo da venire mangiate a pranzo. Persino i pesciolini d’oro e d’argento, esposti nel loro vaso in mezzo a tanta frutta pregiata, sebbene fossero animali ottusi e poco furbi, sembravano aver capito che stava succedendo qualcosa e continuavano a girare in tondo aprendo e chiudendo la bocca.
E le drogherie... oh, le drogherie! Erano ormai quasi chiuse, solo una o due imposte rimanevano ancora alzate, ma le visioni che si intravedevano erano sublimi! Non c’erano solo il rumore allegro dei piatti delle bilance che ricadevano sui banchi, il fruscio dello spago che correva sul suo rullo e fuggiva via veloce e gioioso, il fracasso dei barattoli che salivano e scendevano come se li stesse usando un giocoliere, e neanche l’aroma del tè e del caffè che tanto stuzzicano l’odorato, e nemmeno le uve passe, rare e corpose, le mandorle bianchissime, i lunghi bastoncini di cannella, le spezie fragranti e deliziose, la frutta candita glassata e spruzzata di zucchero per far svenire anche i passanti più indifferenti, che davanti a tutte quelle prelibatezze non potevano fare a meno di emozionarsi... E non era nemmeno per i fichi, succosi e polposi, o per le prugne francesi che sembravano arrossire trovandosi così esposte nelle loro eleganti cassette; non erano tutte quelle meraviglie messe in mostra e offerte nella loro veste natalizia... Il vero spettacolo erano piuttosto i clienti, pieni di fretta e in preda all’ansia per tutto ciò che si aspettavano da quel gran giorno, che si affollavano intorno alla porta urtandosi con i loro panieri di vimini, dimenticavano i pacchi degli acquisti sul banco, tornavano di corsa a riprenderli e commettevano centinaia di errori simili, mostrandosi sempre di ottimo umore. Il droghiere e i suoi commessi erano così gentili e vivaci che i ganci lucidi a forma di cuore con cui si allacciavano sulla schiena i grembiuli avrebbero potuto essere i loro stessi cuori, messi in bella vista affinché tutti potessero ispezionarli o per consentire alle gazze, tanto numerose a Natale, di beccarli a loro piacimento.
Ben presto il suono della campana chiamò a raccolta i fedeli, diretti alla cappella e in chiesa: uscirono tutti in strada indossando l’abito della festa, e con l’espressione più lieta sul viso. Nel frattempo da alcune stradine laterali e da vicoli senza nome emerse una vera folla di individui che portavano il loro pranzo a cuocere al forno. La vista di quei poveretti così festosi sembrò colpire in modo particolare lo spirito che, fermo insieme a Scrooge sulla soglia del negozio del fornaio, si mise ad alzare i coperchi dei recipienti che gli passavano davanti e a spruzzarci dentro la cenere della sua torcia. Doveva trattarsi di una torcia straordinaria, perché un paio di volte alcune persone si urtarono e iniziarono a litigare, ma non appena lo spettro li sfiorò con un pizzico di quella polvere sottile la serenità tornò subito a regnare. I diretti interessati esclamarono infatti che sarebbe stata una vergogna litigare il giorno di Natale. E lo è davvero, per amor del cielo!
A poco a poco le campane smisero di suonare e i fornai chiusero, ma l’odore piacevole di tutti quei pranzi che stavano cuocendo continuò ad aleggiare nell’aria, condensandosi nelle chiazze umide e scure che si formavano sopra a ogni forno, dove la strada fumava come se le pietre stessero cuocendo.
– C’è qualche aroma particolare nella cenere della tua torcia? – volle sapere Scrooge.
– Certo, il mio!
– In questo giorno speciale si adatta a qualunque tipo di pranzo? – riprese Scrooge.
– A ogni pranzo offerto con cordialità, e soprattutto a quelli più poveri.
– Perché ai più poveri?
– Perché sono quelli che ne hanno più bisogno.
Dopo una breve pausa, il vecchio continuò: – Non capisco per quale motivo fra tutti gli esseri degli altri mondi che ci circondano, proprio tu vuoi togliere a questa gente l’opportunità di assaporare un piacere innocente.
– Io? – esclamò lo spirito.
– Non è forse vero che vuoi privarlo dell’opportunità di pranzare ogni settimo giorno, l’unico nel quale possono permettersi di mangiare?
– Io?
– Non hai dunque ordinato che i fornai siano chiusi ogni settimo giorno?
– Io l’ho ordinato?
– Scusami se sbaglio, ma questa imposizione è stata fatta in tuo nome, o almeno in quello della tua famiglia – gli spiegò Scrooge.
– Sulla terra ci sono persone che dichiarano di conoscerci; sono dominate dalle loro passioni, dall’orgoglio e dalla cattiva volontà e sono piene di odio, invidia, intolleranza ed egoismo; inoltre dicono di agire per nostro conto, in realtà sono del tutto estranee a me e ai miei simili. Cerca di tenerlo a mente, e ricordati anche che quegli individui sono gli unici responsabili delle loro azioni, noi non c’entriamo nulla.
Scrooge gli diede la sua parola che non se ne sarebbe dimenticato e si diressero poi insieme verso i sobborghi della città, invisibili come sempre. Mentre erano dal fornaio, Scrooge si era accorto che lo spettro aveva l’incredibile capacità di trovare posto ovunque, nonostante la sua gigantesca mole: poteva ficcarsi sotto un tetto bassissimo con la medesima grazia con cui poteva stare in un atrio alto e spazioso.
Forse fu per via del piacere che il buon spirito provava nell’esibire questo suo potere, o forse a causa della sua natura gentile, generosa e cordiale, e della simpatia che provava per la povera gente: qualunque sia stato il motivo, il fantasma si recò a casa del commesso di Scrooge. Giunto sulla soglia si fermò a benedire la dimora di Bob Cratchit con le scintille della sua torcia. Roba da non credere: Bob guadagnava solo quindici scellini la settimana, eppure il fantasma del Natale presente benediceva il suo misero alloggio di quattro stanze!
La signora Cratchit si alzò; indossava un abito dall’aria logora, già rivoltato almeno un paio di volte, ma in compenso era tutta ornata di nastri, che costano poco e con la modesta spesa di sei pence consentono di fare bella figura. La donna apparecchiò, aiutata da Belinda, la sua secondogenita, anche lei abbellita dai nastri. Nel frattempo il signorino Peter Cratchit infilava una forchetta nella pentola delle patate, tenendo in bocca le punte del suo enorme colletto (oggetto appartenente a Bob, che l’aveva prestato al suo figliolo ed erede in onore della solenne festività), felice di essere così elegante e ansioso di esibire quell’indumento di gran classe durante la passeggiata al parco. I due Cratchit più piccoli, un maschietto e una femminuccia, entrarono di corsa gridando di aver annusato l’aroma di un’oca fuori da una rosticceria, e di essere certi che si fosse trattato proprio del loro animale. Eccitati al pensiero delle cipolle alla salv...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- INTRODUZIONE. di Alberto Melis
- PRIMA STROFA. LO SPETTRO DI MARLEY
- SECONDA STROFA. IL PRIM O DEI TRE SPIRITI
- TERZA STROFA. IL SECONDO DEI TRE SPIRITI
- QUARTA STROFA. L’ULTIMO DEI TRE SPIRITI
- QUINTA STROFA. FINE DELLA STORIA
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