In una nuova edizione speciale, tornano le prime due indagini del commissario Marco Luciani: Domenica nera e Il vicolo delle cause perse.
Domenica nera: Sul prato dello stadio di Genova i giocatori si guardano perplessi. Sulle gradinate il pubblico rumoreggia. Il secondo tempo della partita che può decidere le sorti del campionato dovrebbe essere già iniziato, ma l'arbitro Ferretti non arriva. Verrà ritrovato impiccato nel suo spogliatoio: è una bomba, per l'ambiente del calcio italiano. Tutti sussurrano la parola che non si può dire ad alta voce: corruzione. Ma il commissario Luciani non ci sta a fare il gioco di chi vorrebbe insabbiare la vicenda. Andrà fino in fondo, a costo di farsi nemici molto potenti.
Il vicolo delle cause perse: La segretaria di un broker viene trovata agonizzante in ufficio, un lunedì mattina presto: per lei non c'è più nulla da fare. Nessun testimone, nessun movente, l'arma del delitto sparita. Il commissario Luciani ha appena dato le dimissioni, dopo la fine dell'inchiesta sul mondo del calcio, quindi il caso di omicidio tocca al suo vice, Giampieri. Le indagini però si complicano, il numero di morti aumenta e gli eventi precipitano: perché tutte le tessere dell'oscuro mosaico vadano al loro posto sarà necessario l'intervento di Luciani, e forse anche l'aiuto di San Giuda, patrono delle cause disperate e dei desideri segreti.

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Estate in giallo per il Commissario Luciani
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9788856655377
IL VICOLO DELLE CAUSE PERSE
Prologo
Barbara Ameri sedette alla scrivania e accese il computer e la stampante. Ci volevano un paio di minuti prima che fosse pronta. “Devo stare calma,” pensò “non ho fatto niente di male e non ho niente di cui preoccuparmi.”
Ma aveva i palmi delle mani sudati, e una sensazione di nausea le saliva alla gola. La stessa che aveva provato quella domenica mattina, quando l’effetto dei mojito era cessato e aveva sentito accanto a sé, nel suo letto, l’odore di quel corpo caldo e muscoloso. Erano passate tre settimane ma a volte se lo sentiva ancora addosso. Guardò fuori dalla finestra, era una mattina splendida e pensò che all’ora di pranzo, invece di tornare a casa, avrebbe preso un pezzo di pizza e una coca e si sarebbe seduta su una panchina in passeggiata, davanti al castello sul mare. Aveva bisogno di starsene da sola e in silenzio, senza pensare a niente, lasciando che il sole l’aiutasse a mantenere l’abbronzatura fatta in crociera.
Ricordava bene dov’era il file. Lo aprì, controllò rapidamente il contenuto e diede il comando di stampa. Meglio non mettersi contro certa gente, pensò. E nel caso, è bene avere una carta di riserva da giocare.
Non si aspettava di sentir suonare il campanello, e il trillo acuto la spaventò. «È già qui?» disse piano, allarmata, guardando l’orologio.
Per un attimo sentì, fortissimo, l’istinto di non aprire. Ma non sarebbe servito a niente. Prese un respiro profondo, ripeté a se stessa: “Prima la finiamo e meglio è”. Schiacciò il pulsante sulla scrivania e la porta si aprì, molto lentamente.
Riaprì la porta, molto lentamente. L’atrio del palazzo era vuoto e non si sentiva nessun rumore. Anche il rantolo di Barbara si era fermato. Non aveva il coraggio di voltarsi a guardarla, di controllare che fosse morta. Poteva solo sperare che lo fosse, perché al posto delle braccia sentiva di avere due assurde appendici di gommapiuma senza ossa, e non avrebbe potuto darle un altro colpo.
Controllò di nuovo la maglia. C’era qualche piccola macchia di sangue, ma era difficile che qualcuno la notasse. Tutto ciò che doveva fare, ora, era muoversi. Raggiungere casa. Cambiarsi. Procedere con il piano e far sparire le tracce. La stronza era morta, sì. Non poteva che essere morta. Non si sopravvive a quelle ferite, e comunque sarebbe passato ancora del tempo prima dell’allarme. Tutto il tempo necessario a farla morire dissanguata.
Si mosse.
Prima settimana
LUNEDÌ
Luciani & Giampieri
Stava correndo da quaranta minuti a buon ritmo, toccando uno dopo l’altro tutti i moli del Porto Antico. Aveva cominciato da quello dell’Acquario, il fiore all’occhiello baciato dal sole e riparato dal vento, dove tutte le panchine migliori erano perennemente occupate da barboni e ubriachi. Poi era passato al molo del tabaccaio, al ponticello del car sharing, al parcheggio dei pullman di Ponte Parodi e da lì si era immesso nel lungo rettilineo che portava alla Stazione Marittima, dove aveva fatto dietrofront per tornare dalla parte opposta del porto, verso il Bigo e il tunnel rotondo e la curva della piscina. Se lo raccontava così, il percorso, come se fosse stato al gran premio di Montecarlo. Uno squallido stratagemma per rendere l’allenamento meno noioso e provare a correre un po’ più forte. Fece ripartire il cd dei Rem e cominciò i giri di giostra dei magazzini del cotone tenendo d’occhio il cronometro, ogni anello era circa un chilometro e valeva ottimamente come test per le ripetute: un giro intorno ai quattro minuti e venti e un giro di recupero sotto i quattro e cinquanta e così via, uno dopo l’altro, finché ce la faceva. Erano già le dieci del mattino ma c’era poca gente sui moli, a incrociare la sua ombra lunga e sottile proiettata dal sole.
«Va bene,» disse «proviamo questo massaggio.» Fece un respiro profondo, rilassò le spalle, chiuse gli occhi e concentrò tutte le sensazioni su di lei. Nell’aria c’era il profumo dei suoi capelli, e quello della crema per il viso. Lo sfiorò con il seno e lui ebbe un brivido, poi invece di ritrarsi Amalia gli appoggiò il petto nel punto più comodo, dietro le spalle, come per caso. Il tocco delle dita lo fece sorridere di beatitudine, erano tentacoli liquidi che parevano iniettargli un calmante direttamente al cervello.
«Sei davvero brava» mormorò.
Socchiuse gli occhi e la vide arrossire sotto i lunghi riccioli bruni, sorridendo nello specchio. Dall’ultima volta aveva perso ancora un chilo o due, era forse un po’ troppo magra ora, ma con i tacchi e una qualche gonna che ne esaltasse il culo alto doveva essere fantastica.
Le dita di lei tra i suoi capelli sembravano volergli trasmettere un messaggio, dirgli che non lo stava facendo solo per lavoro, ma che lo avrebbe fatto volentieri anche fuori di lì, in un altro luogo e in un’altra situazione.
Al quarto giro veloce, con i battiti sopra i centosettanta e la vista che cominciava ad annebbiarsi, sfrecciò davanti a un bar che stava aprendo e vide il barista voltarsi verso di lui con un braccio teso, poi sulla sua sinistra un altro runner che veniva dalla direzione opposta accennò un movimento e sembrò gridargli qualcosa, ma la musica pompava così forte che non sentì nulla. Istintivamente voltò la testa per continuare a guardarlo e non si accorse dell’uomo che era appena sbucato di fronte a lui dal lato corto dell’edificio; solo all’ultimo momento, con la coda dell’occhio, lo intravide buttarglisi addosso a corpo morto. Lo travolse senza neppure accennare a una frenata ed entrambi volarono a terra in un groviglio di gambe, scarpe e cuffiette per lettore cd. Sentì un dolore acuto al ginocchio destro, la testa che girava e per qualche secondo tutto il suo corpo sembrò avere impattato con l’asfalto. Poggiò una mano a terra per rialzarsi e vide sull’avambraccio sinistro, che aveva attutito all’ultimo momento la caduta, uno sbrego coperto di sangue e sporcizia.
D’istinto si sentì in colpa, non stava guardando davanti a sé e pensò di avere travolto un incolpevole passante. Cercò il fiato per cominciare a scusarsi ma quando alzò gli occhi vide che l’altro uomo era già dritto in piedi davanti a lui, bilanciava il peso sulle gambe leggermente piegate e lo teneva sotto il tiro di una Beretta 84F impugnata con entrambe le mani.
Il dolore alla cervicale si era calmato, la tensione si stava sciogliendo. Sentì, da qualche parte in fondo allo stomaco che era quello, esattamente quello, il momento di invitarla. Fece un piccolo colpo di tosse perché la voce gli uscisse sicura, con il tono giusto, leggero ma determinato: «Sai, venerdì sera c’è un concerto dei…» e il quel momento il cellulare vibrò nella sua tasca destra, e un attimo dopo le note di Jeeg robot d’acciaio avevano rotto l’incantesimo. Era la suoneria che aveva messo per le chiamate dall’ufficio e non poteva non rispondere. Si scusò, lei tolse le mani e si staccò dalla sua schiena.
«Pronto.»
«Ingegnere, sono Calabrò. Ti disturbo?»
«No, non ti preoccupare. Sono qui da… al bar, a prendere un caffè. Tra poco arrivo.»
«C’è un’emergenza. Un omicidio.»
«Fermo. Non ti muovere. Prova ad alzarti e ti faccio secco.»
«Ma che cazzo…»
Si tolse dal collo il filo delle cuffie. Il lettore cd era volato qualche metro più in là, aperto in due, le pile erano sparpagliate tutto intorno.
In quel momento sentì la voce alle sue spalle: «No! Fermo! Fermo, per carità!».
L’agente scelto Antonio Iannece correva impacciato nella sua divisa d’ordinanza, reggendo con la destra la fondina della pistola. Arrivò affannato, gli si inginocchiò vicino e lo aiutò a rialzarsi.
«Madonna mia, commissario, come state? Vi siete fatto male?»
Marco Luciani raddrizzò come un metro snodabile i suoi centonovantasette centimetri di altezza e si rimise in piedi massaggiandosi il ginocchio dolorante. L’uomo davanti a lui era immobile e lo teneva ancora sotto tiro, sembrava la pubblicità di un’agenzia di guardie del corpo.
«Iannece, puoi dire a questo cretino che se non abbassa quella pistola gliela ficco su per il culo?»
L’agente fece due passi in avanti, con cautela, abbassò l’arma e mise una mano sulla spalla dell’uomo. «Calma, che sta facendo? Mi dia quella pistola. Questo è… era… è il commissario Luciani.»
«Dove è successo, Calabrò?»
«A Rapallo. Una ragazza.»
«Va bene. Arrivo subito, anzi dai tutti i riferimenti a Iannece e digli di prendere la macchina e venirmi incontro, ci vediamo davanti alla Rinascente.»
Il vicecommissario Nicola Giampieri richiuse il cellulare e lo rimise in tasca. Poi diede un’occhiata allo specchio, guardando di sotto in su il viso attento di Amalia. L’invito era rimasto in sospeso ma ora il suo stomaco era strizzato, sentì che non era più il momento giusto per farlo.
Un omicidio. Il primo, vero, omicidio tutto per lui.
«Scusami, devo scappare. Abbiamo finito?» Si pentì subito di come era suonata brusca quella domanda, lei alzò le spalle. «Peggio per te, volevo farti provare un nuovo gel.» L’interruzione del massaggio era arrivata proprio sul più bello, lasciando entrambi insoddisfatti. L’Ingegnere sorrise: «D’accordo. Ma facciamo in fretta».
L’uomo si scosse dalla sua apparente paralisi, si lasciò prendere l’arma. «Scusate… non sapevo… sono un collega. Una guardia giurata. Ho visto che lo stava inseguendo, che gli urlava di fermarsi, e ho pensato…»
Marco Luciani gli si avvicinò minaccioso. «Che cosa hai pensato? Dimmelo, imbecille, che cosa hai pensato? Di spararmi?»
Iannece si frappose tra i due, la guardia giurata aveva perso tutta la sua sicurezza.
«Che ne so io? E poi non ho mica sparato, l’ho solo fermata. Poteva essere un rapinatore, o uno scippatore. O un assassino.»
«Sì, vestito da jogging. Geniale. Invece per tua sfortuna sono un commissario di polizia.»
L’altro abbassò gli occhi un momento, poi provò a reagire. «Ma insomma, che cosa volete da me? Vedo un agente in divisa che insegue uno che scappa, urlando “Fermo fermo”. Ho fatto il mio dovere.»
«Ah sì? E fa parte del tuo dovere andare in giro con la pistola fuori servizio? E puntarla alla testa della gente? Iannece, identifica un po’ questo fenomeno.»
Il cellulare dell’agente squillò in quel momento. Iannece rispose e impallidì: «Madonna mia, digli che arrivo subito. Un’emergenza, commissario» disse rivolgendosi a Luciani.
La guardia giurata colse l’occasione al volo. «Mi spiace se le ho fatto male, commissario, ma pure io… guardi, mi sono anche strappato i pantaloni. Non possiamo chiuderla qui?»
Marco Luciani sentiva l’avambraccio pulsare dolorosamente. Il sudore gli si stava raffreddando addosso. Ci pensò un attimo, poi gli fece il gesto di togliersi dai piedi.
Era tentato di dirle che la telefonata riguardava un omicidio, forse l’avrebbe eccitata ma forse, al contrario, l’avrebbe spaventata. Le aveva detto di essere un ingegnere informatico e non un poliziotto, e spiegarglielo adesso sarebbe stato troppo complicato.
Amalia sistemò il gel tra i capelli con rapidi e abili colpetti delle dita, quindi gli tolse il panno protettivo e chiese se andava bene. Lui rimise sul naso gli occhialini rotondi e fece un sorriso soddisfatto, massì, in fondo era sempre un bel ragazzo. È vero che stava per entrare negli orribili trenta ma è anche vero che non aveva neppure un capello bianco e i suoi anni se li portava bene: con i capelli tagliati corti e il gel, e il pizzetto sottile sempre ben curato, ne dimostrava indubbiamente qualcuno di meno. ...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- ESTATE IN GIALLO PER IL COMMISSARIO LUCIANI
- DOMENICA NERA
- IL VICOLO DELLE CAUSE PERSE
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