« La vita di prima è un thriller eccezionale, raro nel suo genere: magistralmente orchestrato, con un ritmo perfetto, non è solo una storia che avvince da subito, ma è anche un romanzo che parla di tutti noi.» Paula Hawkins, autrice de La ragazza del treno
Sei proprio sicura di aver cancellato ogni traccia di quella che eri?
Melody non è più quella di prima. Da quando, apparentemente senza motivo, un uomo l'ha aggredita in un parco di Londra, lasciandola tramortita, le sue giornate sono fatte di ricordo e paura. Adesso che è passato qualche anno, però, sembra che la ferita si stia lentamente rimarginando. Grazie anche a suo marito, al bambino che aspetta, agli amici che non hanno mai lasciato il suo fianco. Una vita tranquilla, confortevole, dalla quale Melody si è lasciata avviluppare per dimenticare la paura. Eppure, a volte è una vita che ha il sapore di una prigione. Così, quando un'altra donna, Eve, viene aggredita in un altro parco, nello stesso identico modo, Melody decide di rimettere tutto in gioco. E, se non vuole continuare a vivere nella paura, dovrà scoprire chi si cela davvero dietro tutto quanto. Perché anche Melody stessa, nella sua vita di prima, ha più segreti di quanti chi le sta accanto possa immaginare. Ed Eve, anche se ora è morta, ha lasciato dietro di sé delle tracce che aspettano solo di essere seguite... In un turbine di colpi di scena, con una tecnica e una bravura invidiabili, Colette McBeth vi trascinerà nel profondo di una storia in cui la realtà assume le forme meno prevedibili, e rancore, paura, vendetta e amore si intrecciano indissolubilmente. Perché, come sempre, sta alle donne trovare, da sole, la chiave della loro stessa felicità, per riuscire finalmente a coincidere con la persona che vogliono essere.

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La vita di prima
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9788856661774
Seconda parte
1
Eve
È stato David Alden ad aggredire Melody Pieterson? La domanda mi ha perseguitato fin dalla sera in cui l’ho visto uscire dal pub di Notting Hill. E, come mi capitava in passato con le inchieste di Appello, mi ero sorpresa a rimpiangere di non avere dei superpoteri capaci di riportarmi al momento dell’aggressione, per potervi assistere e vedere il responsabile in faccia.
Potremmo dire che sei mesi dopo i miei desideri sono stati esauditi. L’ho vista quella faccia, quella persona. Mi ha scelto come sua vittima. E, nel mio caso, ha portato a termine il suo intento con successo.
Forse vi state chiedendo perché non abbia abbandonato il dilemma sull’innocenza o la colpevolezza di David Alden dopo qualche minuto di riflessione, un paio d’ore al massimo, magari in seguito a una discussione con gli amici, così tanto per parlarne, lasciandolo poi cadere nel dimenticatoio insieme a tanti altri pensieri. Senza dubbio molti si sarebbero comportati in questo modo. Insomma, perché ostinarsi, andando a ficcare il naso in una faccenda che non mi riguardava?
Mi piacerebbe potervi dire che ad animarmi fosse il desiderio di battermi contro un’evidente ingiustizia. Potrei mostrarvi il mio curriculum, perché vi rendiate conto della mia esperienza e dedizione in questo campo. Oppure potrei parlarvi di Frank, il bambino congolese che ho adottato a distanza, a riprova delle mie inappuntabili credenziali filantropiche. O semplicemente dire a tutti voi che sono una brava persona, e le brave persone non possono accettare che giustizia non sia fatta. Ma starei mentendo.
Mi spingeva un movente molto più egoistico di quanto fossi disposta ad ammettere.
Il mio incarico ad Appello era stato parte integrante della mia identità. Triste ma vero. In quella redazione mi sentivo realizzata: appartenevo a una squadra e mi occupavo di cose importanti. Con i miei colleghi avevamo ottenuto l’annullamento di tre condanne ingiuste. Avevamo cambiato tre vite. Quando la direzione di rete ha eliminato la trasmissione, non avevo alcuna possibilità di trovare lavoro in una redazione concorrente. Programmi come Appello non li produceva più nessuno. (La scomparsa del giornalismo investigativo dai palinsesti televisivi mi manda in bestia ancora adesso: vengono cancellati perché non sono abbastanza ammiccanti, per mancanza di gossip, ospitate di celebrità, e bla bla bla.) Così ho dovuto accontentarmi delle sostituzioni negli show di «tutela del consumatore». Insomma: indagare sulle truffe degli elettricisti o sui villaggi turistici con le lenzuola macchiate di escrementi e gli scarafaggi nelle docce. Convocavo in studio il portavoce del villaggio in questione e lui negava tutto o si profondeva in mille scuse, a seconda della linea consigliata dagli esperti di pubbliche relazioni della sua azienda. Non stavo cambiando la vita di nessuno. Al massimo miglioravo di una tacca la qualità di una villeggiatura.
E così, quando è arrivato David a raccontarmi la sua storia e a proclamarsi innocente, io ho provato lo stesso brivido di un tempo: quel misto di curiosità e intrigo. Non sono proprio riuscita a resistere.
Dopo l’incontro con David, quel venerdì sera, avevo passato il resto del weekend tappata in casa. Durante la notte aveva nevicato, e il terreno si era ricoperto di una coltre compatta. Con mio enorme sollievo, il suo amico idraulico si era presentato il sabato pomeriggio e aveva aggiustato il boiler. Si erano solo ingolfati i tubi, tutto qui: era bastato sgorgarli. «Visto che è amica di David, le addebito solo il costo dei solventi» aveva detto.
Non avevo né il cuore né i contanti per chiarire l’equivoco.
Per ore avevo ripensato alla conversazione nel pub, rimuginando a lungo per riuscire a valutarla da ogni possibile angolazione. David mi era sembrato un ragazzo a posto, per quanto traumatizzato. Una reazione comprensibile, ammesso che avesse detto la verità. Ma io gli credevo? L’avevano scarcerato da poche settimane, e lui non pensava ad altro che a riabilitare la sua reputazione. Si comporterebbe così un colpevole, una volta scontata la sua pena?
Mi ero seduta al computer a cercare online gli articoli sull’aggressione. Avevo digitato il nome di Melody Pieterson nel motore di ricerca e la sua foto era comparsa sul monitor.
Era bionda, con una sfumatura e un taglio simili ai miei. Nella foto aveva i capelli raccolti in un mezzo chignon, fissati da un fermaglio elaborato, decorato di paillette. L’abito, con una scollatura morbida ma profonda, era color rosso ciliegia, e il tessuto era lucido, forse seta. L’insieme era quello tipico delle grandi occasioni, con trucco e acconciatura impeccabili. Un ricevimento di nozze? Per scrutarle il volto avevo ingrandito la foto a schermo intero. Gli occhi erano di un verde chiarissimo, le pupille circondate da screziature dorate.
Ce n’era anche una di David. Il volto del male, recitava la didascalia. Il dj condannato per l’aggressione brutale a un’amica e vicina di casa. E un’altra di un poliziotto, il capo commissario Stuart Stirling. L’articolo riportava anche una sua dichiarazione: «David Alden ha aggredito con l’intento di uccidere. Ha cercato di strangolare la sua vicina, una donna che si fidava di lui e lo considerava un amico, solo perché lei aveva respinto le sue avance. Durante l’inchiesta e il processo, Alden non ha fatto altro che mentire. Oggi la giuria ha espresso il giusto verdetto, e noi ci auguriamo che la condanna permetta alla signorina Pieterson e alla sua famiglia di lasciarsi questa brutta storia alle spalle e ricominciare a vivere».
In sei anni è normale invecchiare un po’. Compaiono nuove rughe, quelle che avevi già diventano più profonde, magari ti spunta qualche filo grigio tra i capelli. David Alden, invece, era cambiato in modo ben più radicale. Non al punto da diventare irriconoscibile, ma rispetto alla foto online, sembrava che per lui fosse passato più di un decennio. Il colorito di un uomo abituato a vivere all’aria aperta, il volto tondo e sano erano scomparsi. Le guance si erano scavate, i tratti si erano affilati, gli occhi avevano perso la loro luce, diventando due scure pozze di disperazione.
Era stata la prigione a ridurlo in quel modo? Oppure l’ingiustizia che aveva subito l’aveva consumato fino a non lasciar più niente di lui?
E così avevo telefonato a Annie. Non la sentivo spesso, non era proprio una mia amica. La definirei piuttosto una conoscente: aveva frequentato la stessa università di Kira ed era tornata a Londra dopo qualche anno all’estero.
«Tuo fratello…» avevo esordito, una volta terminate le chiacchiere di rito.
«Mi ha detto che vi siete visti, l’altra sera. Immagino sarà stato l’anima della festa, eh? Senti, ti chiedo scusa se ti ha messa a disagio, però non è pericoloso…» Aveva fatto una risata amara, nervosa. «Mi sembra di essere uno di quei tipi che ti rassicurano sul loro rottweiler: tranquilla, non morde.»
«Annie, io…»
«Non è stato lui. Non sta a me dirlo, ma è la verità. I suoi legali erano degli incompetenti. Questa volta sta cercando un avvocato decente per chiedere la revisione del processo. Anzi, ora che ci penso Kira mi ha detto che lavoravi per quel programma… Per caso tu conosci un buon difensore da raccomandargli?»
«Sì… ma in genere devi avere già qualcosa in mano prima di presentarti da loro… Intendo… una prova, una tesi credibile, per convincerli ad accettare il caso.»
«Cioè non basta che lui si dichiari innocente?» Un’altra risata amara. «Scusami. David ha accumulato un archivio intero. Fascicoli, copie di lettere, documenti. Da solo però non sa come muoversi. È troppo coinvolto.»
«Per la verità, ti ho chiamata proprio per questo.» Avevo lasciato una pausa. «Se vi va, potrei darci un’occhiata io.»
«Dici sul serio?» La sua voce era diventata acuta per l’entusiasmo. «Lo faresti davvero?»
«Non posso prometterti niente. Immagino lo sappia anche tu. La probabilità di trovare un indizio concreto è una su un milione. Però posso provarci. Se leggessi gli incartamenti, la sentenza del giudice…»
«Ti porto tutto stasera» aveva risposto.
Era arrivata mentre i titoli di coda di Panorama scorrevano sullo schermo. Aveva un borsone in mano. Al suo fianco, sulla soglia, c’era una torre di scatoloni da cui si vedevano spuntare due gambe.
«Spero non ti dispiaccia» aveva esordito lei, sgranando gli occhi per farmi capire ciò che non poteva dirmi a voce: È stato lui a insistere.
«Nessun problema» avevo risposto, felice che da dietro gli scatoloni lui non potesse vedere la mia espressione sorpresa.
Li avevo invitati a entrare e mi ero offerta di preparare un tè, ma Annie aveva declinato per entrambi. «Non voglio farti perdere tempo» aveva detto. A me non sembrava di aver dato l’impressione di avere fretta, perciò ne avevo dedotto che fosse lei a non volersi trattenere più dello stretto indispensabile. «Grazie della disponibilità. Ho parlato a David delle tue inchieste televisive, delle condanne annullate.» Poi aveva scoccato uno sguardo di rimprovero al fratello, che una volta impilati gli scatoloni sul pavimento si era tenuto in disparte come un ragazzino imbronciato.
Avevo cercato di sorridere, sentendo il peso di un silenzio che, malgrado le aspettative mie e di sua sorella, David non sembrava disposto a infrangere. Magari con un semplice “grazie”. Un attestato di gratitudine. Un riconoscimento qualsiasi. O anche solo un “ciao”.
«Sì, in effetti ci siamo occupati del caso Colin Yates, che è stato assolto in appello. E poi di Maria Baczewski, che era stata condannata per omicidio…» Stavo farneticando per riempire il vuoto, ma più parlavo e più lo sguardo di David si induriva.
Poi, di colpo, avevo pensato che forse c’era una spiegazione plausibile per la sua ostilità. È facile proclamarsi innocente, ma cos’altro potresti dire ai tuoi parenti e agli amici? Ben altra faccenda è permettere a un’estranea di spulciare tutta la documentazione del tuo caso. Temeva che riportassi a galla le sue menzogne?
Perché mi ero offerta di aiutarlo?
«Magari possiamo riparlarne quando ti sarai convinta che ho detto la verità» mi aveva interrotta.
Un’ondata di rabbia mi era montata dentro, subito rimpiazzata dalla vergogna.
C’è la mia vita in gioco, qui, non la tua.
Non avevo neanche pensato di dirgli che credevo alla sua versione dei fatti.
Più tardi, quella sera, Annie mi aveva scritto per scusarsi. Non ne hai motivo, avevo risposto. Per quanto mi scocciasse doverlo ammettere, aveva ragione lui. I miei moventi erano egoistici. Cazzo, avevo già persino pensato a quali testate offrire l’inchiesta una volta finite le ricerche.
Avevo creato una nuova cartella sul mio portatile. Doveva pur esserci un indizio concreto da cui partire. Un motivo qualsiasi per mantenere la parola data.
Lui voleva sentirmi dire che gli credevo, ma prima di pronunciarmi dovevo esserne sicura. Avevo cercato di nuovo i vecchi articoli online sull’aggressione e il processo e li avevo salvati sul computer.
Per condurre una vera indagine dovevo essere rigorosa, seguire le stesse regole che rispettavo quando lavoravo per Appello. Verificare e catalogare ogni telefonata, sms, documento o straccio di prova.
Ero rimasta a fissare la foto di Melody. Tolti il trucco e l’acconciatura, la nostra somiglianza era impressionante. Fossi stata nei suoi panni, io avrei voluto sapere la verità.
Come potevo prevedere quanto ci sarebbe costata?
2
Melody
Melody fissa la donna con il vestito rosso ciliegia e un fiore rosa tra i capelli. Le ci vuole un attimo per ricordare il luogo e la data precisi in cui è stata scattata quella fotografia. Il matrimonio di suo fratello Stephen.
Se la memoria non la inganna, si erano messi in posa nei giardini di un albergo nel Sussex. Un hotel di lusso a Turner’s Hill, nei pressi di Crawley, anche se Crawley non veniva menzionata sugli inviti e nemmeno nelle indicazioni. Sospettava si trattasse di una deliberata omissione da parte di sua cognata, che voleva una cerimonia elegante e alla moda e riteneva che la cittadina mancasse di entrambe le caratteristiche. Louisa si era sempre considerata una donna chic, ma il suo buon gusto sembrava essere venuto meno nella scelta degli abiti per le damigelle. Mel si sentiva una fatina troppo cresciuta. Non avrebbe saputo in quale altro modo descriversi. E non riusciva nemmeno a dare ascolto a sua madre, che le suggeriva di lasciar perdere e farsene una ragione. Aveva aspettato che fosse servita la prima portata e poi si era rovesciata addosso – volontariamente – un bicchiere di vino rosso. A quel punto era andata a cambiarsi e si era messa un altro vestito, quello che voleva indossare fin dall’inizio. Soltanto sua madre sapeva che l’aveva fatto apposta. «Mi hai delusa, Melody. Perché ti sei comportata così proprio oggi?» Lei aveva ape...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- LA VITA DI PRIMA
- Prologo. Ottobre 1987
- Prima parte
- Seconda parte
- Terza parte
- Ringraziamenti
- Copyright