La scorciatoia
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La scorciatoia

  1. 192 pagine
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La scorciatoia

Informazioni su questo libro

PER LETTORI A PARTIRE DAI 12 ANNI Tamaya Dhilwaddi e Marshall Walsh hanno fatto la strada che dalla loro scuola porta a casa almeno un migliaio di volte, fin da quando erano alle elementari. Ed è andato sempre tutto bene, finché Chad Hilligas non comincia a prendere di mira Marshall, rovinandogli la vita. Quindi non è colpa sua se, un giorno, Marshall decide di tagliare per la scorciatoia che passa dal bosco, anche se non dovrebbe nemmeno pensare di farlo. Ma chi vuole essere pestato da un bullo grande e grosso, per di più di fronte a una ragazzina? Nei giorni e nelle settimane successive, a una velocità esponenziale, le conseguenze di quello che è successo nel bosco diventeranno inarrestabili, minacciando la sopravvivenza di ogni specie sulla Terra.

Scelto da 375,005 studenti

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Informazioni

Anno
2017
eBook ISBN
9788858517703
Print ISBN
9788856653366

1.

Martedì, 2 novembre
11.55 a.m.
La Woodridge Academy, scuola privata di Heath Cliff, Pennsylvania, era stata in passato la residenza di William Heath, personaggio a cui la cittadina doveva il suo nome. Ora, i quattro piani in pietra di quell’edificio marrone e nero, abitato dal 1891 al 1917 soltanto da William Heath, sua moglie e le loro tre figlie, erano diventati una scuola per trecento studenti.
Tamaya Dhilwaddi era in quinta e la sua classe, al quarto piano, era stata la camera da letto della più piccola delle sorelle Heath. L’asilo occupava l’area delle vecchie stalle.
La mensa era originariamente una grande sala da ballo dove coppie in abiti eleganti sorseggiavano champagne e danzavano accompagnate dalla musica di un’orchestra. Dal soffitto pendevano ancora lampadari di cristallo, ma ora nella sala aleggiava costantemente un odore stantio di maccheroni al formaggio. Duecentottantanove ragazzini, dai cinque ai quattordici anni, si riempivano la bocca di patatine, si tiravano le caccole, rovesciavano il latte e strillavano senza una ragione apparente.
Tamaya non strillava, ma sussultava silenziosamente coprendosi la bocca con la mano.
– Ha una barba lunghissima, – diceva uno dei ragazzi – tutta chiazzata di sangue.
– Ed è senza denti – aggiungeva un altro ragazzo.
Erano studenti delle medie. Tamaya era emozionata dal fatto di parlare con loro, anche se, fino a quel momento, era stata troppo nervosa per dire qualcosa. Sedeva al centro di un lungo tavolo, e mangiava insieme alle sue amiche Monica, Hope e Summer. Le gambe di uno dei ragazzi più grandi erano a pochi centimetri di distanza dalle sue.
– Quel tipo non può masticare il cibo – disse il primo ragazzo – e così sono i suoi cani a masticarlo per lui. Poi lo sputano e lui lo mangia.
– È disgustoso! – esclamò Monica, ma dal modo in cui le brillavano gli occhi mentre parlava, Tamaya si rese conto che la sua migliore amica era emozionata quanto lei nel ricevere l’attenzione degli studenti più grandi.
I ragazzi avevano raccontato loro di un eremita pazzo che viveva nel bosco. Tamaya non credeva nemmeno alla metà di quanto dicevano. Sapeva che ai ragazzi piaceva darsi delle arie, ma era comunque divertente dar loro corda.
– Però non sono proprio cani – disse il ragazzo seduto di fianco a Tamaya. – Sono più simili ai lupi! Grossi e neri, con enormi zanne e occhi rossi che brillano.
Tamaya scrollò le spalle.
La Woodridge Academy era circondata da chilometri di boschi e colline rocciose. Tutte le mattine, Tamaya andava a scuola a piedi insieme a Marshall Walsh, uno studente del settimo anno che viveva a tre case di distanza dalla sua, sul lato opposto del viale alberato. Dovevano camminare quasi tre chilometri, ma il tragitto sarebbe stato molto più breve se non avessero dovuto compiere un lungo giro attorno al bosco.
– E allora cosa mangia? – domandò Summer.
Il ragazzo accanto a Tamaya fece spallucce. – Qualsiasi cosa i lupi gli portino – disse. – Scoiattoli, topi, persone. Non gli importa, purché sia cibo!
Il ragazzo diede un gran morso al suo panino al tonno e fece un’imitazione dell’eremita, tirando in dentro le labbra per sembrare senza denti. Apriva e chiudeva la bocca in modo esagerato, mostrando a Tamaya il cibo mezzo masticato.
– Ma che buzzurro! – esclamò Summer che stava di fianco a Tamaya dall’altra parte.
Tutti i ragazzi risero.
Summer era la più carina tra le amiche di Tamaya, aveva capelli biondi come il grano e occhi blu-cielo. Tamaya pensò che se i ragazzi più grandi si erano messi a parlare con loro era soprattutto per lei. I ragazzi facevano sempre gli sciocchi con Summer.
Gli occhi di Tamaya erano scuri, così come i capelli che le arrivavano a metà del collo. Li aveva sempre avuti molto più lunghi, ma tre giorni prima dell’inizio della scuola, quando era ancora a Philadelphia con suo padre, aveva preso la drastica decisione di tagliarli. Suo padre l’aveva portata da un parrucchiere molto elegante che probabilmente non poteva permettersi. Immediatamente dopo averli tagliati se ne era pentita, ma quando era tornata a Heath Cliff tutti gli amici le avevano detto che aveva un aspetto molto più maturo e raffinato.
I suoi genitori erano divorziati. Lei passava con il padre la maggior parte dell’estate, più un fine settimana al mese durante il periodo di scuola. Philadelphia si trovava dalla parte opposta dello Stato, a quasi cinquecento chilometri di distanza. Quando tornava a Heath Cliff aveva sempre la sensazione di essersi persa qualcosa d’importante. Poteva essere semplicemente una battuta che gli altri capivano e lei no: fatto sta che si sentiva sempre un po’ tagliata fuori e le ci voleva del tempo per rimettersi in sintonia.
– È stato a tanto così dal riuscire a mangiarmi – disse uno dei ragazzi, un tipo con l’aria da duro, capelli neri corti e viso squadrato. – Uno dei lupi ha cercato di azzannarmi la gamba mentre stavo scavalcando la recinzione.
Il ragazzo salì sulla panca e, a dimostrazione di quanto aveva detto, mostrò alle ragazze la gamba dei pantaloni. Era tutta sporca, e vicino alla scarpa Tamaya poté vedere un piccolo buco che, però, poteva essere stato fatto in mille modi. Inoltre, pensò, se lui stava scappando dal lupo, il buco sarebbe dovuto essere sul retro dei pantaloni, non nella parte anteriore.
Il ragazzo la guardò dall’alto. Aveva occhi azzurri come l’acciaio, e Tamaya ebbe l’impressione che fosse in grado di leggerle nei pensieri e la stesse sfidando a dire qualcosa.
Lei deglutì, e disse: – Non è permesso andare nel bosco.
Il ragazzo rise, e anche gli altri risero con lui.
– E che cosa pensi di fare? – la provocò. – Vuoi dirlo alla signora Thaxton?
Lei sentì le guance avvampare. – No.
– Non stare a sentirla – intervenne Hope. – Tamaya è una brava bambina.
Queste parole la ferirono. Soltanto pochi secondi prima, mentre chiacchierava con i ragazzi più grandi, si era sentita fantastica. Adesso, invece, tutti la guardavano come se fosse una specie di fenomeno da baraccone.
Provò a scherzarci su. – Immagino che da ora in poi non sarò poi così brava.
Nessuno rise.
– Tu sei proprio la classica brava bambina – insistette Monica.
Tamaya si morse il labbro. Non capiva che cosa avesse detto di tanto sbagliato. Dopotutto, Monica e Summer avevano appena chiamato i ragazzi “disgustosi” e “buzzurri”, ma per qualche strana ragione quello andava bene. A quanto pare, i ragazzi sembravano orgogliosi del fatto che le ragazze li considerassero disgustosi e buzzurri.
«Quando erano cambiate le regole?» si domandò. «Da quando essere buoni era un male?»
Dall’altra parte della stanza, Marshall Walsh sedeva in mezzo a un gruppo di bambini che ridevano e parlavano ad alta voce. Da un lato di Marshall sedeva un gruppo. Dall’altro lato un altro gruppo.
Proprio in mezzo ai due gruppi, Marshall mangiava in silenzio e da solo.

2. SunRay Farm

In una valle isolata a una cinquantina di chilometri a nord-ovest della Woodridge Academy, c’era la SunRay Farm. Vedendola, non si sarebbe proprio detta una fattoria. Non c’erano animali, niente pascoli verdi, nessuna pianta coltivata, o almeno nessuna che crescesse abbastanza da poter risultare visibile a occhio nudo.
Quello che si sarebbe visto, invece (sempre che si fosse riusciti a superare le guardie armate, la barriera di filo spinato, gli allarmi e le videocamere di sicurezza), sarebbero state file e file di enormi serbatoi di stoccaggio. Non si sarebbe vista nemmeno la rete di tunnel e condotti sotterranei che collegavano i serbatoi di stoccaggio al laboratorio principale, anch’esso sotterraneo.
Quasi nessuno a Heath Cliff sapeva dell’esistenza della SunRay Farm, e sicuramente non ne sapevano nulla Tamaya e i suoi amici. Chi ne aveva notizia aveva solo una vaga idea della sua funzione. Magari avevano sentito parlare del Biolene, ma non sapevano che cosa fosse esattamente.
Poco più di un anno prima, vale a dire, circa un anno prima che Tamaya Dhilwaddi si tagliasse i capelli e iniziasse il quinto anno, la Commissione del Senato degli Stati Uniti per l’Energia e l’Ambiente aveva tenuto una serie di udienze segrete riguardanti la SunRay Farm e il Biolene.
Il materiale riportato di seguito è un estratto di tale indagine.
Senatore Wright: Lei ha lavorato alla SunRay Farm per due anni prima di essere licenziato, è esatto?
Dott. Marc Humbard: No, non è esatto. Non sono mai stato licenziato.
Senatore Wright: Mi scusi, mi era stato detto…
Dott. Marc Humbard: Certo, possono avere cercato di licenziarmi, ma io avevo già dato le dimissioni. Semplicemente non lo avevo ancora detto a nessuno.
Senatore Wright: Capisco.
Senatore Foote: Ma lei non lavora più lì?
Dott. Marc Humbard: Non avrei potuto rimanere nella stessa stanza con Fitzy nemmeno un minuto di più! Quell’uomo è pazzo. E quando dico pazzo, intendo uno fuori di testa al cento per cento.
Senatore Wright: Lei intende Jonathan Fitzman, l’inventore del Biolene?
Dott. Marc Humbard: Tutti credono che sia una specie di genio, ma chi è stato a fare tutto il lavoro? Sono stato io, ecco chi è stato. O, quantomeno, lo avrei fatto, se me lo avesse permesso. Continuava a camminare avanti e indietro per il laboratorio, borbottando tra sé e sé, agitando continuamente le braccia. Nessuno di noi riusciva a concentrarsi. Canterellava! E se gli si chiedeva di smettere, ti guardava come se il pazzo fossi tu! Non si rendeva neppure conto che stava cantando. E poi, all’improvviso, si dava uno schiaffo in viso e gridava: «No, no, no!». Così, di colpo, dovevo mettere da parte tutto ciò a cui stavo lavorando e ricominciare da capo.
Senatore Wright: Sì, abbiamo saputo che il signor Fitzman può essere un po’… eccentrico.
Senatore Foote: E questa è una delle ragioni per cui il Biolene ci preoccupa. È davvero un’alternativa valida alla benzina?
Senatore Wright: Questo Paese ha bisogno di energia pulita, ma è sicura?
Dott. Marc Humbard: Energia pulita? È così che la chiamano? Non c’è niente di pulito in quell’energia. È un’aberra...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. 1. Martedì, 2 novembre. 11.55 a.m.
  4. 2. SunRay Farm
  5. 3. Martedì, 2 novembre. 2.55 p.m.
  6. 4. Marshall Walsh
  7. 5. Martedì, 2 novembre. 3.18 p.m.
  8. 6. Ergie
  9. 7. Martedì, 2 novembre. 4.10 p.m.
  10. 8. Un piccolo Ergonimo
  11. 9. Martedì, 2 novembre. 5.48 p.m.
  12. 10. Mercoledì, 3 novembre. 2.26 a.m.
  13. 11. Puf!
  14. 12. Mercoledì, 3 novembre. 7.08 a.m.
  15. 13. Allerta di disastro
  16. 14. Mercoledì, 3 novembre. 9.40 a.m.
  17. 15. Giù nella prigione
  18. 16. Mercoledì, 3 novembre. 10.15 a.m.
  19. 17. Mercoledì, 3 novembre. 10.45 a.m.
  20. 18. Mercoledì, 3 novembre. 1.00 p.m.
  21. 19. Mercoledì, 3 novembre. 1.10 p.m.
  22. 20. Tre mesi dopo
  23. 21. Mercoledì, 3 novembre. 1.21 p.m.
  24. 22. Mercoledì, 3 novembre. 1.45 p.m.
  25. 23. Mercoledì, 3 novembre. 2.00 p.m.
  26. 24. Il problema di Heath Cliff. (tre mesi dopo)
  27. 25. Mercoledì, 3 novembre. 2.12 p.m.
  28. 26. Mercoledì, 3 novembre. 2.20 p.m.
  29. 27. Mercoledì, 3 novembre. 2.41 p.m.
  30. 28. Mercoledì, 3 novembre. 2.55 p.m.
  31. 29. Mercoledì, 3 novembre. 3.33 p.m.
  32. 30. Mercoledì, 3 novembre. 3.55 p.m.
  33. 31. Mercoledì, 3 novembre. Sera
  34. 32. Tartarughe
  35. 33. Frankengermi
  36. 34. Martedì, 23 novembre
  37. 35. Lunedì, 6 dicembre
  38. 36. Neve
  39. 37. Giovedì, 30 dicembre
  40. 38. Coraggio, umiltà e grazia
  41. Epilogo
  42. Copyright