"Laura sa far schioccare la parole come piace a me! E questo libro mi ha fatto scricchiolare il cuore" La Pina - speaker di Radio DeeJay Nella vita di Clara le strade hanno nomi mutevoli, quelli dei pensieri che le attraversano la mente mentre il corpo le percorre. Si perde nella geografia della città così come nel passato da cui è fuggita da ragazza. Sposata a un uomo che non ama, insegue invano una maternità che dia senso al matrimonio e, insieme, alla sua vita. Ma quando ogni speranza sembra persa, Clara si ritrova a compiere un gesto atroce, inaspettato, e nello stesso drammatico istante a realizzare il proprio sogno.
Marcel e Jean sono migliori amici. Jean vive l'amicizia con Marcel come una compensazione alla felicità mancata, sempre rimandata nell'infanzia e nell'adolescenza. Marcel, invece, non ha mai conosciuto il padre ed è una voragine quel vuoto. Soggiogato dall'amore soffocante della madre e dalla possessività dell'amico, conduce un'esistenza piatta, insignificante, indegna del suo valore. Poi, però, un giorno per Marcel arriva la gioia, una gioia che quasi non si osa dire ad alta voce. È Momoko, una donna giapponese, anche lei con un segreto doloroso che ha segnato la sua storia personale, eppure determinata a fare della propria vita la loro, rovesciando l'Oriente nell'Occidente di Marcel e insegnandogli un diverso modo d'essere e di amare. Tuttavia la gioia è complicata da gestire, soprattutto quella altrui, e quando appartiene solo a due persone, essa sa scatenare sentimenti d'odio e di vendetta in chi sta loro accanto.
Roma e Tokyo, passato e futuro, presenza e assenza si intrecciano indissolubilmente in questo romanzo che, nella crudezza che solo la verità possiede, svela i molti modi in cui si ama e si è amati.

- 408 pagine
- Italian
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Non oso dire la gioia
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9788856663075
Nel nome della madre
La leggenda vuole proprio questo: che l’assassino torni sempre sul luogo del delitto […]. È preso da una fascinazione morbosa per i luoghi che hanno visto la sua ira imperversare… Ogni delitto è anche una perdita di sé, così dicono… e l’assassino torna nel posto dove ha gettato una parte di sé, per ritrovarla, o forse anche solo per contemplare l’entità della sua perdita, cosa che gli suscita una certa vertigine esaltante.
DACIA MARAINI
La madre di Marcel struscia i piedi, ricorda a malapena dove era prima di partire, conosce a stento il proprio nome. Sa però dove sta andando, cosa sta cercando.
Stamane, dopo aver sonnecchiato in dormiveglia tra le sponde del viale che taglia in due Villa Borghese, su una panchina accanto alla fermata, è stata destata dallo sfiato di un autobus che accelerava e dal brusio di passi accentati nella corsa. Ha aperto gli occhi. Oltre la gente che iniziava a passeggiare, ha rivisto se stessa quella notte, ha capito che il momento era arrivato. Con un pudore che a fatica ha ricacciato, si è alzata e si è messa in marcia verso il commissariato, uno qualunque, dove con una lucidità che da tempo non avvertiva, e con la certezza netta e ineludibile d’essere nel torto, ha deciso che confesserà d’aver ucciso una persona.
È stata lei. Eppure, come dirlo? Come spiegare una cosa talmente intima e complessa a uno sconosciuto?
«Ho ucciso me stessa» inizia piano.
Ascoltando con orrore le parole che le sfuggono di bocca, si contrae, rilascia dalle minuscole narici un filo d’aria, tiene lo sguardo basso sulle mani.
Il carabiniere che, con uno sbadiglio e i resti di un panino nella bocca, l’ha accolta intorno a mezzogiorno, lo stesso che l’ha invitata a sedere avanti a sé, dall’altra parte della scrivania, alza adesso il sopracciglio, getta l’occhio sulla vestaglietta di flanella a fiori della donna, ne scandaglia la figura. Cerca possibili bagagli, eredità delle ore precedenti, tasche in cui potrebbe custodire qualche tesoro, un documento, un segno di violenza. Non trova però niente e allora pensa: “Ci risiamo, ecco la matta”.
La guarda, le sorride senza gentilezza e posando spazi innaturali tra una parola e quella successiva, dice: «Signora, lei è qui davanti a me, e non solo non è morta, ma neppure mi pare sia ferita».
Lo fa lentamente e con toni molto alti, come se l’incomprensione nascesse dall’udito, dal volume della voce.
«Ovvio che son viva, ma una parte non c’è più. L’ho ammazzata.»
Il carabiniere alza le sopracciglia, mimando incomprensione.
«Sto cercando di arrivare a dire tutto, abbia un poco di pazienza» replica lei. Un filamento dopo l’altro, tenta di sbrogliare la matassa.
«Capisco… signora, mi può fornire un documento?»
L’uomo scandisce ogni segmento, con i pollici e gli indici mima la forma di un rettangolo.
«Lei capisce? Che capisce? Veda invece di ascoltarmi» si altera di colpo.
Lei stessa non capisce, come può capire quell’uomo corpulento che ha di fronte, con la divisa stirata e i bottoni lucidati?
«Risolverà così un caso che è rimasto sepolto per decenni: io ho ucciso una persona.»
«…lei stessa» replica l’uomo arcuando nuovamente il sopracciglio. Tira fuori dal cassetto carta e penna, spiana il foglio con il palmo.
«No, cioè sì. Ma è perché devo arrivarci piano alle cose. Non l’ho detto a nessuno per trent’anni, avevo da proteggere un bambino e ora le parole non mi escono bene come le ricordo. Vedo le cose… molto chiaramente, ma fatico a raccontarle.»
«Va bene, va bene, signora» ripete il carabiniere, dominando il sarcasmo. «Solo per avere qualche dato più sicuro, potrebbe per favore fornirmi il recapito telefonico di un suo parente? Magari dirmi il nome della strada in cui abita?»
Ma la madre di Marcel, che è più lucida in questo giorno di quanto non lo sia stata negli ultimi trent’anni, e potrebbe dimostrarlo – le basterebbe aggiungere ancora due o tre dettagli, azzeccare un paio di risposte –, resta impigliata nell’ultima domanda.
Qual è il nome della via?
Come si chiama la strada in cui abita?
Sarebbe probabilmente sufficiente pronunciare l’indirizzo di una volta, quello dove abitava col marito, oppure la casa in cui è nato Marcel, in campagna, tra le braccia amorose della loro governante.
Ma per lei le strade non hanno un solo nome. Conservano piuttosto traccia dei pensieri che le attraversano la mente mentre il corpo le percorre. E ora la sua mente è altrove, nell’omicidio che la assorbe tutta, nella coerenza che racimola a fatica e a fatica trattiene. Paiono i pensieri su cui ci si concentra prima di dormire e che si sfilacciano a mano a mano che ci si abbandona al sonno. Tutto quanto ora è al sicuro, tra un istante svanirà.
Tanto è impegnata in quello sforzo che anche a costo della vita non saprebbe già più dire dove sia.
Il carabiniere la fissa, le tiene le pupille premute tra le dita.
«Mi dica il quartiere, perlomeno» incalza.
Lei schiude le labbra ma subito si arresta, come se il percorso fosse compromesso, la via ostruita da un tronco o da una frana. Presto tutto ancora si confonde, nella nebbia ogni cosa torna ad affondare, la cima delle mani è immersa nella foschia che sale dal fiume che ricorda sempre meno chiaramente.
Ieri notte, quando le ville, gli alberi, i palazzi partorivano ombre immense, blocchi bui che schiacciavano le cose, lei ha atteso. Aspettava la mattina, il primo accenno d’un lampione che si spegne, il momento giusto per uscire. Si sentiva piena di coraggio, per nulla impaurita all’idea di essere sola, nel tramestio della città. Insieme a lei, come rassicurato dall’impunità che porta il nero, tutto si nascondeva e custodiva il segreto che lei voleva invece confessare. Attendevano insieme la mattina per andare a dirla in coro quella cosa, con le dita intrecciate, pronti infine a liberarsi del peso di anni.
Ma adesso lei è nuda, senza direzione, senza niente da spartire col mondo che la affronta e non la lascia confessare. Tutta la fatica per arrivare fino a lì sembra sprecata. In quel commissariato che puzza di vernice fresca e sigarette spente in fretta, nessuno è interessato al suo segreto.
Ammutolisce, serra gli occhi, come faceva da bambina quando era certa che qualunque cosa avesse detto nessuno le sarebbe stato amico, che più giusto fosse stato quello che gridava, più affilata le sarebbe stata servita la vendetta.
“Zitta e taci, cretina! Tu sei viva per errore”
Quante volte le era stata scagliata addosso quella frase. Così tante che aveva finito per crederci anche lei, proprio lei che per principio non si fidava di nessuno.
Il carabiniere smette di guardarla. Struscia gli occhi sul database per i casi di scomparsa, scorre le denunce degli ultimi sei giorni.
La donna si ritira a minuscoli passi nel silenzio, dove il carabiniere scompare dalla vista e lei torna a ripercorrere ogni gesto di quel giorno quando aveva ancora trent’anni ed era sdraiata in riva al fiume: il taglio netto sulla gola, il carminio sensuale del sangue che colava densissimo sulla maglia del ragazzo, l’imperturbabile gorgogliare dell’acqua, nuvole grigie che cadevano a picco nel fiume, dietro a un ponte ornato a festa, sulle dita l’odore dolciastro della glassa e di una deliziosa crema al pistacchio e cioccolato.
Nell’arco di sei ore dal suo arrivo al commissariato, verrà diffuso il bollettino della scomparsa di una settantenne, malata di una forma precoce di Alzheimer, fuggita nella notte dalla clinica di Villa Margherita presso cui era in cura. Probabilmente vestita di rose e tulipani, con una vestaglia chiusa da un laccetto giallo in vita e ciabattine azzurre ai piedi, ha un neo sulla guancia sinistra, occhi nerissimi, capelli madreperla.
La descrizione s’appunterà su un occhio stanco e poi su un altro ancora, fino ad arrivare a quello del carabiniere che osserva di sottecchi la donna che mima incomprensibili racconti con le mani.
Il personale di Villa Margherita, dopo aver cercato invano di trovarla, telefonerà a Marcel intorno alle dieci di mattina, gli spiegherà la situazione, si profonderà in mille scuse.
Marcel non avrà il tempo né la testa di arrabbiarsi, e quando sarà giunto trafelato alla clinica, e accenneranno brevemente alla moglie del custode, alla lasagna riscaldata, al cancello lasciato socchiuso, e giureranno sulla loro professionalità mettendo avanti tutto il corpo, non ci farà neppure caso. Osserverà attonito il letto della madre, tirerà come un sipario le lenzuola, incredulo di fronte a quella assenza. Mentre in sottofondo una voce ripeterà meccanicamente che sua madre non c’è, che è inutile cercarla lì, che i video di sorveglianza mostrano chiaramente che è uscita nella notte, Marcel frugherà ostinato la sua stanza, convinto invece che sia proprio lì da qualche parte, rannicchiata in un angolo di armadio, ad abbracciarsi stretta il torso, con le ginocchia sotto il mento, a combaciare con l’altra metà di una se stessa conchiliforme.
Il responsabile della struttura sarà andato intanto a denunciarne ufficialmente la scomparsa e Marcel, incapace di convivere con il vuoto di luoghi che senza sua madre non significano niente, preferirà scendere in strada, mettersi a cercarla per le vie di Roma, nei tracciati della memoria, dove abitavano una volta, nel parco in cui sua madre amava passeggiare, dove puntualmente si smarriva e poi, come per scusarsi del tempo perso, gli offriva un gelato, una granita.
Ormai al tramonto, quando Marcel inizierà a prospettarsi scenari tragici di incidenti, sirene spiegate, ricoveri d’urgenza in ospedale, o la crederà smarrita in un angolo strettissimo di mondo – una fessura invisibile dell’abitato, una cantina, un cantiere, un brandello di città in cui nessuno immaginerebbe di trovare una persona – oppure ancora se la figurerà in un posto elementare verso cui l’hanno guidata i suoi piedi – un luogo che una volta le era familiare ma che ora non le parla più e che per questo la farà sentire tradita –, ecco che allora, quando ogni speranza di ritrovarla si sarà affievolita, gli comunicheranno che sua madre è in custodia nel commissariato di San Lorenzo, che un bug sul portale del commissariato ha eccezionalmente ritardato la procedura, che un’infermiera è già in strada con il necessario, che un medico la accompagna. Che lo aspettano là.
Marcel partirà a perdifiato verso la confusione disperata della donna che si sforza ora, in questa ultima mezz’ora, di ricordare come era. Quella che da bambino lo prendeva in braccio e posava baci su ogni graffio o sbucciatura. Che amava abiti di semplice fattura, sempre degli stessi due o tre colori, la stessa che talvolta indossava vestiti fantasiosi, comprati per errore, per un eccesso d’allegria. La donna che si alterava immensamente ogni volta che ordinava un caffè macchiato con latte abbondante e il barista, ironico, le consigliava di ordinare invece un caffellatte. Quella che al tavolo della cucina preferiva leggere romanzi piuttosto che imbastire la cena, e si addormentava con il capo chino su pagine intrise di note. Quella donna che amava immensamente e che, nella stessa identica misura, gli sembrava invincibile e indifesa.
Ma ciò che Marcel ricorda più di lei era l’andatura spedita, cui penava a stare dietro, veloce almeno quanto l’operazione del mangiare. La gente pareva porgerle la strada, concederle la precedenza come a un coltello ch...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- NON OSO DIRE LA GIOIA
- Prologo
- I nomi delle strade
- Il seme di Marcel
- Qui e là
- Il marito di Clara
- Corso Trieste
- Nel bel mezzo di tutto
- I quaderni
- Elisabetta
- Tenerezza
- Odio la gente
- Quando iniziano le cose
- Lo spazio dell’errore
- Zenzero
- Verso la festa
- Il silenzio possiede tutte le risposte
- Lei uccide
- Dal due in poi
- Banalità
- Cena di classe
- Frutti
- La vita davanti a sé
- Adagio moderato
- L’ora nel piatto
- Persa
- Mi ami ancora?
- Il dono
- CS15617
- Quando il cambiamento infine arriva
- Mi prometti
- Vediamo
- Ci vuole ferocia
- La paura d’esser perdonata
- Raccordi
- La fuga
- Funambolo
- Annunciazione
- La chiave
- Jeanette
- Nel nome della madre
- La partenza
- Sangue
- Epilogo
- Passato
- Futuro
- Glossario
- Ringraziamenti
- Copyright