Prima dell'incidente che lo ha mandato in coma, Tom Harvey era un ragazzo come tanti. Ma ora si è risvegliato con il potere di sapere e vedere tutto. I frammenti di iPhone che sono rimasti nel suo cervello lo hanno trasformato in un super computer, una sorta di mente artificiale iperconnessa. Tom può arrivare ovunque, tutte le risposte a domande che non sa nemmeno di aver posto sono già lì, nella sua testa. E dopo aver scoperto della violenza subita da Lucy, la ragazza di cui è innamorato, Tom usa i suoi poteri per punire le gang che dettano legge nel quartiere. Ma qual è il confine tra giustizia e vendetta?

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9788856658088
1
La formula per calcolare la velocità di un oggetto in caduta libera da una data altezza è: v = √(2ah), dove v = velocità, a = accelerazione (9,81 m/s²) e h = altezza.
Lo smartphone che mi ha fracassato il cranio era un iPhone 3GS da 32GB. Pesava 135 grammi, misurava 115,5 mm × 62,1 mm × 12,3 mm e viaggiava a una velocità di circa 123 chilometri orari. Ovviamente al momento dell’impatto non sapevo nulla di tutto ciò. L’unica cosa di cui mi accorsi in quel momento fu che un piccolo oggetto nero mi piombò addosso dal cielo e poi…
CRACK!
Un lampo improvviso di dolore accecante…
Poi niente.
Quindici minuti prima tutto era perfettamente normale. Era venerdì 5 marzo 2010 e le strade erano ancora fangose per via della neve della settimana precedente. Ero uscito da scuola alla solita ora, poco dopo le tre e mezza, e mi ero incamminato verso casa con in testa gli stessi pensieri di sempre. Mi sentivo bene, ma non alla grande. Solo, ma non disperato. Un po’ giù di corda per una serie di motivi, ma non preoccupato per qualcosa in particolare. Il mio solito me stesso: Tom Harvey, un ragazzo sedicenne di Londra. Nessun problema grave, nessun segreto, nessuna fobia, nessun vizio, nessun incubo ricorrente, nessun talento speciale… nessuna storia da raccontare. Un ragazzo come tanti, tutto qui. Con i miei sogni e le mie speranze, come chiunque altro. Ma non erano che quello: sogni e speranze. Una di quelle speranze, uno di quei sogni, era la ragazza a cui stavo pensando, camminando per la strada principale in direzione del familiare agglomerato grigio di Crow Town, il complesso popolare in cui vivevo (nome ufficiale Crow Lane Estate, ma per tutti semplicemente Crow Town).
La ragazza si chiamava Lucy Walker.
La conoscevo da anni, da quando eravamo piccoli e vicini di casa. Ogni tanto la madre faceva da babysitter per mia nonna e mia nonna faceva da babysitter per lei. Poi, quando io e Lucy siamo diventati un po’ più grandi, giocavamo insieme tutto il tempo: a casa mia o a casa sua, nei corridoi del palazzo, negli ascensori, sulle altalene giù in cortile. Ora lei non abitava più nell’appartamento accanto al mio, ma era ancora nello stesso palazzo (Compton House), solo qualche piano più su. Ed eravamo ancora amici. Ogni tanto la incontravo a scuola, qualche volta tornavamo insieme a casa a piedi e di tanto in tanto andavo a trovarla, oppure veniva lei da me…
Ma niente più altalena insieme.
E un po’ mi mancava.
Mi mancavano tante cose di Lucy Walker.
Perciò, quando quella mattina mi si era avvicinata nel cortile della scuola e mi aveva chiesto se potevo passare da lei dopo la scuola, ero al settimo cielo.
«Devo parlarti di una cosa» mi aveva detto.
«Ok» le avevo risposto subito. «Nessun problema… A che ora?»
«Verso le quattro?»
«Ok.»
«Grazie, Tom.»
E da quel momento non avevo smesso di pensare a lei neanche per un secondo.
Adesso, tagliando per il prato tra Crow Lane e Compton House, mi chiedevo di cosa volesse parlarmi. Speravo c’entrassimo io e lei, ma in fondo sapevo che probabilmente si trattava di altro. Probabilmente voleva parlarmi di nuovo di quell’idiota di suo fratello. Ben aveva la mia età, un anno più grande di Lucy (ma circa cinque anni più sottosviluppato), e di recente aveva iniziato a prendere la strada sbagliata: saltava la scuola, se la faceva con persone poco raccomandabili, fingeva di essere qualcosa che in realtà non era. Non mi era mai piaciuto molto, ma in fin dei conti non era un cattivo ragazzo, solo un po’ idiota e facilmente condizionabile, che non è poi la fine del mondo… se non fosse che Crow Town è il tipo di posto che si nutre di idioti facilmente condizionabili. Li ingoia in un boccone, li sputa via e non ne lascia nulla.
Mentre superavo il cancello della piazza sotto Compton House, mi convinsi che era di Ben che avremmo parlato. Sapevo in che guai si stava cacciando? Avevo sentito qualcosa in giro? Potevo fare qualcosa? Provare a farlo ragionare? E ovviamente avrei risposto: “Tranquilla, lascia fare a me, sistemo tutto io”. Sapendo benissimo che non sarebbe servito a niente. Ma con la speranza che Lucy l’avrebbe apprezzato molto.
Guardai l’orologio.
Le quattro meno dieci.
(Mi restavano ancora trentacinque secondi di normalità.)
Attraversando la piazza in direzione dell’entrata principale del palazzo, ricordo di essermi accorto che, nonostante la poltiglia di neve a terra e l’aria gelida, era una giornata comunque stupenda, fresca e frizzante, luminosa e limpida, con tanto di uccellini cinguettanti in un cielo primaverile. Il loro canto appena udibile sotto la solita colonna sonora del complesso popolare: grida in lontananza, motori su di giri, latrati, musica a tutto volume da una decina di finestre diverse. Il sole era alto e splendente e il cielo era di un blu mai visto, eppure la piazza intorno a Compton House era adombrata e lugubre come al solito.
Ma era comunque una bella giornata.
Mi fermai un attimo, guardai di nuovo l’orologio e mi chiesi se non fossi troppo in anticipo. Alle quattro, aveva detto Lucy. Mancavano ancora dieci minuti. Ma non aveva detto alle quattro in punto, giusto? Aveva detto verso le quattro.
Un’altra occhiata all’orologio.
Le quattro meno nove minuti e trenta secondi.
Verso le quattro quindi, no?
(Mi restavano cinque secondi.)
Presi un lungo respiro.
(Quattro secondi…)
Dissi a me stesso di non essere così stupido.
(Tre…)
Stavo per rimettermi in marcia quando sentii un grido dall’alto.
«Ehi, HARVEY!»
(Due…)
Era una voce maschile e arrivava da molto in alto, forse dal tetto, e per un attimo pensai si trattasse di Ben. Non c’era motivo che fosse lui, solo che stavo pensando a lui in quel momento, abitava al trentesimo piano ed era un maschio.
Alzai lo sguardo.
(Uno…)
Fu allora che lo vidi, quel piccolo oggetto nero in caduta libera verso di me e poi…
CRACK!
Un lampo improvviso di dolore accecante… Poi niente.
(Zero.)
La fine della normalità.
10
Il sistema numerico binario utilizza soltanto due simboli: 0 e 1. I numeri sono espressi in potenze di due, invece che in potenze di dieci, come nel sistema decimale. Nella rappresentazione binaria, il 2 viene scritto come 10, il 3 come 11, il 4 come 100, il 5 come 101, e così via. I computer calcolano utilizzando il sistema binario, dove le due cifre corrispondono alle due posizioni di un interruttore: on o off, sì o no. È da questa contrapposizione di on-off, sì-no, che tutto scaturisce.
La prima cosa che ricordo (o, almeno, la prima cosa che ricordo coscientemente) è di aver aperto gli occhi e visto un tubo al neon impolverato appeso a un soffitto bianco. La testa mi pulsava da morire, avevo la gola secca e quella sensazione di distacco che hai quando ti svegli da un lungo sonno. Però non mi sentivo stanco. Né assonnato. Né intontito. A parte quella lieve sensazione di distacco, mi sentivo incredibilmente lucido.
Rimasi perfettamente immobile e in silenzio per un po’, a fissare il neon sul soffitto, assorbendo tutti i particolari in modo irrazionale: la plafoniera rotta a un’estremità, la plastica vecchia e sbiadita, due mosche stecchite a zampe all’aria nella polvere…
Poi chiusi gli occhi e mi misi in ascolto.
Da qualche parte arrivava un rumore lieve, qualcosa che ronzava, un tenue ticchettio. Sentii il mormorio di voci sommesso in sottofondo, il sibilo ovattato di porte scorrevoli, la vibrazione di cellulari senza suoneria, lo sferragliare sordo di carrelli…
Mi lasciai scorrere addosso i suoni e mi concentrai su me stesso. Il mio corpo. La mia posizione. La mia condizione.
Ero sdraiato di schiena, in un letto. La testa appoggiata a un cuscino. Qualcosa sulla pelle, nella pelle, sotto la pelle. Qualcosa su per il naso. Qualcosa giù nella gola. Nell’aria un lieve odore di disinfettante.
Aprii gli occhi una seconda volta e, senza muovere la testa, mi guardai intorno.
Mi trovavo in una stanzetta bianca. Accanto al mio letto, tutta una serie di macchinari. Strumenti d’ogni tipo, bombole, flebo, monitor a led, spie. Diverse parti del mio corpo erano collegate a queste apparecchiature attraverso un groviglio ordinato di tubi di plastica – il naso, la bocca, lo stomaco… posti che non sto a specificare – e una serie di sottili cavi neri che partivano da un altro apparecchio sembravano finirmi nella testa.
Stanza d’ospedale…
Ero in una stanza d’ospedale.
Non è la fine del mondo, mi dissi. Nessun problema. Sei in una stanza d’ospedale, tutto qui. Non c’è niente di cui allarmarsi.
Quando chiusi gli occhi per cercare di alleviare le pulsazioni alla testa, sentii un respiro secco alla mia sinistra – un suono decisamente umano – e quando li riaprii e mi voltai, fui immensament...
Indice dei contenuti
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- Ringraziamenti
- Nota bibliografica
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