Ragazzi di camorra
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Ragazzi di camorra

  1. 176 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Ragazzi di camorra

Informazioni su questo libro

PER LETTORI A PARTIRE DAI 12 ANNI Antonio ha dodici anni e a Scampia, dove vive, sono abbastanza: è il momento di entrare nella criminalità organizzata per cominciare la carriera di moschillo, il giovane camorrista. Una carriera fatta di spaccio, furti e rapine… Ma se nel suo quartiere tutto questo può sembrare normale, in un angolo della sua mente Antonio immagina un'altra vita. E, proprio quando si sta guadagnando la fiducia del boss, conosce Arturo, un insegnante che tenta di diffondere la cultura della legalità nel quartiere. Iniziando a frequentare il suo "rifugio", Antonio scopre quell'infanzia che gli era stata rubata. Per la camorra, però, questo non va bene e il clan decide di intervenire…

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Informazioni

Print ISBN
9788856658866
eBook ISBN
9788858517949

1. Scampia

Lo so che sono stato io a risponderle male, però Ma’ poteva dirmelo prima. Non si fa così, nossignore.
E pensare che stamattina ero proprio contento: oggi si è sposata mia sorella Letizia!
Tutto il quartiere Sanità le ha fatto festa, non c’era balcone o finestra a cui non ci fosse gente affacciata.
Peccato che Pa’ non abbia potuto vedere com’era bella nel suo abito da sposa… papà non c’è più, è morto due anni fa. Per tutta la vita ha sperato di trovare un lavoro decente. Era stufo di vendere accendini e mollette per i panni ai pendolari della metropolitana.
Comunque, a che serve pensarci? Ormai è andata così. Peccato, però… Il matrimonio di sua figlia! Da non credere. Lei che giurava di voler restare zitella e poi si è fatta accalappiare da Bruno.
«Nu’ bello guaglione» dice mammà.
Bruno non è soltanto un bel ragazzo, è uno che sa farsi rispettare. E poi è fortunato.
Cavolo, è riuscito a farsi dire “sì” da mia sorella!
Quando Letizia è scesa in strada la gente ha fatto un applauso lunghissimo e io, come fratello della sposa, mi sono sentito molto orgoglioso e sorridevo a tutti, sistemandomi i Ray-Ban sul naso.
Ma’ è diventata rossa e non sapeva a chi dare retta, tutti volevano congratularsi e farle gli auguri.
Letizia è entrata in auto mentre io sono rimasto davanti al portone, a dare i confetti ai vicini.
Mi sentivo un po’ scemo, quel lavoro non toccava a me ma a Giorgio e Giovanni, i gemelli. Ma’ però ha tanto insistito che alla fine non sono riuscito a dirle di no. Del resto, che altro potevo fare? Quelle streghe dei Servizi Sociali si sono portate via i miei fratellini e li hanno messi in un istituto, in attesa di affidarli a un’altra famiglia.
Ma’ non riesce a rassegnarsi, dice che i figli stanno bene soltanto coi propri genitori, quelli veri, anche se sono così poveri che non hanno neppure gli occhi per piangere…
Ma allora, perché mi sta facendo questo?
– Antonio – mi ha detto all’improvviso mentre eravamo al ristorante per il pranzo di nozze. C’era un sacco di roba buona, lei però non aveva mangiato nulla e aveva un’aria più stanca del solito. – Dopo la festa vai con Bruno e Letizia, la tua valigia è già in macchina.
Per un minuto non ho fiatato, giuro, non riuscivo a crederci. Pensavo che stesse scherzando. Poi l’ho guardata e ho visto che i suoi occhi erano diventati piccoli piccoli.
Conosco troppo bene quello sguardo, e so che vuol dire una cosa sola: «Ho deciso così e nessuno mi farà cambiare idea». Le ho chiesto se fosse arrabbiata con me, ma sapevo già che in questi giorni era stata troppo impegnata con il matrimonio per fare caso a quello che stavo combinando io.
Di solito Ma’ mi lascia tranquillo, posso starmene per strada quanto mi pare, però all’ora di cena ci vuole tutti seduti intorno al tavolo perché dice che la nostra è ancora una famiglia, anche se Pa’ non c’è più.
– Si può sapere che cosa ti ho fatto? – ho gridato, ma nessuno se n’è accorto, c’era un tale casino! Bruno e Letizia avevano aperto le danze e si stavano tutti scatenando in un ballo latino-americano.
Ma’, con la faccia scura, mi ha risposto che non dovevo discutere perché non era il momento.
– Mi stai cacciando di casa! – ho urlato, alzandomi e rovesciando la sedia.
Che posso farci, quando mi innervosisco non riesco a controllarmi. Ma’ mi conosce, lo sa che sono fatto così! E invece stavolta si è messa a piangere ed è corsa a chiudersi in bagno. Io mi sono subito pentito e sono andato a bussarle. Sono stato lì un bel po’, lei però non mi ha risposto, così mi sono preoccupato: forse si sentiva male!
– Apri! – ho gridato, prendendo a calci la porta.
Poi è arrivato un cameriere a dirmi che dovevo piantarla, se no mi avrebbero fatto pagare i danni. Non sopporto quelli che mettono il naso negli affari degli altri, perciò l’ho mandato al diavolo e lui è corso a chiamare il padrone, un ometto con la faccia da spaventapasseri.
Mammà, intanto, era uscita dal bagno con la faccia pallida pallida, e si è messa a strepitare che per quella festa lo sposo aveva sborsato un bel po’ di quattrini, quindi erano compresi pure i danni. E poi, quante storie… la porta non aveva neanche un graffio!
Sono andati avanti per un pezzo, tanto che alla fine è intervenuto Bruno: ha detto qualcosa all’orecchio del proprietario e quello è sbiancato.
– Non lo sapevo, scusate… – ha farfugliato, arretrando.
Bruno si è messo a ridere e ha detto agli invitati che non era successo niente e che potevano continuare a divertirsi. Il padrone del ristorante non si è visto per il resto della serata.
Che fesso! Non lo sapeva che Bruno è parente di quelli che a Scampia contano? Mio cognato è un duro, mi piacciono quelli come lui che non si fanno mettere sotto.
Ma’ ha continuato a tenermi il muso, si è seduta al tavolo degli sposi e ha fatto finta che non esistessi. Allora ho sbuffato e mi sono infilato gli auricolari nelle orecchie. Volevo ascoltare Gigi D’Alessio. Ho comprato la settimana scorsa il suo ultimo Cd e non ho ancora avuto il tempo di sentirlo.
Mannaggia ’a morte! Nel locale c’era un tale baccano che non riuscivo a capire niente, neppure con il lettore a tutto volume.
Allora sono andato verso la porta che dà sul giardino e mammà mi è venuta dietro.
– Non devi rovinare la festa a tua sorella! – ha detto, e poi si è messa a piangere e ha aggiunto che andare a vivere con Letizia e Bruno era l’unico modo per evitare che anch’io finissi in istituto.
Ma la mia risposta poteva essere una sola: che non voglio andare a Scampia e che Bruno, sì, mi piace, però voglio restare a casa mia.
– Quelli dei Servizi Sociali ti porteranno via – ha farfugliato mia madre. – Da quando tuo padre è morto, non ce la facciamo a tirare avanti… lo sai. Mi piacerebbe tanto tenervi tutti con me, la nostra è sempre stata una famiglia unita… –. A questo punto un lacrimone le è rotolato lungo la guancia, portandosi via l’ultimo resto di fondotinta. – Bruno è stato generoso, si è offerto di ospitarti… Ha pure insistito. Come potevo rifiutare?
A quel punto la rabbia mi è sbollita, non mi sentivo così a terra dai funerali di papà. Non voglio andare in istituto, si capisce, ma non mi va neanche di cambiare quartiere! I miei amici stanno tutti alla Sanità, siamo cresciuti insieme, cosa ci faccio da solo a Scampia?
Ci ho pensato su, poi ho detto a mammà che secondo me non c’è pericolo, ho già tredici anni e nessuno vuole prendere in affidamento quelli della mia età, la gente preferisce i piccolini.
– Allora diventerai vecchio in istituto – ha replicato lei, allontanandosi.
Ma’ è tornata dentro e io sono rimasto in giardino a prendere a calci i sassi. Non me ne fregava niente di sciupare le scarpe nuove: un paio di Silver della Nike. Beh, quasi… sembrano originali e invece, proprio come i Ray-Ban, la cintura Dolce & Gabbana e i jeans della Levi’s sono autentici pezzotti.
Qui a Napoli, quello di imitare i prodotti di marca non è un mestiere, è un’arte. Basta farsi un giro tra le bancarelle della ferrovia per accorgersi che il pezzotto è davvero conveniente. Pensate, tutta questa roba è costata meno di cinquanta euro!
– Che fai, non vieni a mangiare la torta?
Letizia sorride. È uno schianto con quel vestito bianco. Peccato che per comprarlo mammà abbia dovuto chiedere i soldi a donna Elvira, che presta denaro con gli interessi.
– Allora, vuoi farti pregare?
Abbozzo un sorriso. Non ho voglia di tornare dentro. Letizia insiste. Spengo il lettore Cd controvoglia.
Chesta sera non ce la faccio a piglià la vita comme viene continua a cantare Gigi D’Alessio nella mia testa.
– Monta! – ha detto Bruno.
La valigia con le mie cose dovrò tenermela tra i piedi, perché nel bagagliaio non c’è spazio. Ma’ voleva darmi un bacio, io ho girato la faccia. Mi ha sistemato, non le basta?
Letizia perde tempo a salutare gli invitati, Bruno è stufo di aspettare e suona il clacson con rabbia.
Mia madre farfuglia i soliti “fammi sapere” e “guida piano”. Letizia finalmente sale in auto, ha gli occhi lucidi, cerca un fazzoletto. Bruno parte a razzo, non abbiamo fatto neanche cinquecento metri che già mia sorella vuole fermarsi, dice che le viene da vomitare e ha bisogno di prendere aria. Da quando aspetta il bambino, Letizia è diventata una lagna. E pensare che un tempo era la ragazza più spericolata del quartiere.
– Valle a dire di sbrigarsi, se non vuole che la lasci per strada – mugugna Bruno.
Che strano, all’improvviso ha deciso di fare l’antipatico. Non sembra più lui. Fino a una mezz’ora fa era tutto un sorriso.
Sguscio fuori dall’auto in un lampo, Letizia sta meglio ed è tornata allegra.
– Hai visto? – mi fa. – C’è la luna piena.
E chi se ne frega, l’unica cosa che voglio è un letto dove dormire. È stata una giornata terribile, di quelle da dimenticare.
– Svegliati, siamo arrivati! –. Bruno si lascia scappare una parolaccia, c’è troppa roba nel portabagagli, così mi consegna una pila di scatole e mi dice di portarle in casa.
La strada è deserta, i lampioni sono rotti, l’unica luce è la lampadina sopra il portone del palazzo. Quante finestre! Sono sicuro che da dietro le persiane ci stanno spiando, mi guardo intorno spavaldo. Sono io, Antonio del quartiere Sanità, e non ho paura di niente, figuriamoci di voi.
Che razza di posto! Le case sono tutte uguali, fanno pensare a enormi scatole da scarpe.
Letizia apre il portone e mi viene subito da starnutire, si sente puzza di muffa, di chiuso e di sporcizia. Le scale sono sudicie quasi quanto le pareti, sui muri ci sono scritte fatte col pennarello e con la vernice spray, graffi e crepe che arrivano fino al soffitto. Mia sorella mi raccomanda di stare attento perché c’è un gradino rotto… Ma dove sono finito?
L’appartamento è al secondo piano: due stanze, il salotto e una cucina abbastanza grande; dopo aver visto il palazzo, mi aspettavo di peggio. La sorpresa è nel salotto. Un televisore al plasma, ultrapiatto. Un modello costoso. Bruno non è un morto di fame e ci tiene a farlo vedere.
Letizia mi mostra la stanza. È piccola e ha il soffitto basso, però c’è una finestra da cui si vede un pezzetto di cielo. Poso la valigia in un angolo, non ries...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Prefazione
  4. 1. Scampia
  5. 2. A scuola
  6. 3. L’Inglese
  7. 4. La banda
  8. 5. Mariolino
  9. 6. Il Rifugio
  10. 7. Il randagio
  11. 8. Musica!
  12. 9. Minacce
  13. 10. Tradimento
  14. Uno sguardo sulla realtà di Napoli
  15. Copyright