Commissario Laura Damiani. Roma, oggi.
La farmacia Bessone in via Tuscolana è aperta 24 ore su 24. È dotata di un vecchio sistema di telecamere a circuito chiuso ma nessun dispositivo per il ricovero automatico dei contanti. Questo la rende un obiettivo perfetto per “lo slavo”, il bastardo con l’accento dei paesi dell’Est che ha rapinato quattro farmacie in due mesi, tutte nella zona compresa fra Tuscolana e Casilina, nei quartieri di Don Bosco, Quadraro e Centocelle. L’unica volta che si è spinto un po’ oltre è stato con quel supermercato a Tor Vergata. E c’è scappato il morto.
Il tipo è uno metodico. Sono certa che, dopo quell’esperienza, abbia deciso di ricominciare con le farmacie. Smettere no, non è da lui. È freddo e razionale come un serpente a sonagli. Nessun colpo di testa né gesto inconsulto, non è un drogato in cerca di spiccioli per una dose… questo è un professionista. Al supermercato non ha esitato un attimo a sparare alla guardia giurata che aveva portato la mano alla fondina. Un riflesso che, a quel poveraccio, è costato la vita. Lo slavo non si è scomposto, ha concluso la rapina, obbligando le due cassiere terrorizzate a svuotare l’incasso nella sua borsa di tela. E via nel nulla, come al solito.
Qualcosa mi dice che, prima dei colpi, studi a fondo i suoi obiettivi, valuti la distribuzione degli spazi, la disposizione delle uscite secondarie, gli impianti di sicurezza. Mi sono sciroppata i filmati delle rapine per ore e sono quasi sicura che lui sapesse già dove rivolgere lo sguardo per non essere ripreso, che conoscesse l’ubicazione delle telecamere, le caratteristiche di ogni singolo locale e il numero dei dipendenti in servizio notturno. Il bastardo è abituato a fare dei sopralluoghi prima di ogni colpo.
Per questo ho fondato una mini task force formata dalla sottoscritta, dall’ispettore capo Paolo Silveri, mio storico braccio destro, e dal vice sovrintendente Leo Fragassi, ventisettenne, originario di Vittorio Veneto. Abbiamo passato una settimana intera a visionare filmati di farmacie e supermercati di un’area triangolare che va dal tratto urbano della A24 Roma-Teramo alla statale 7. In pratica tutta la zona del municipio Roma V.
Visto che ci hanno negato gli straordinari, io ho fornito la pizza e Paolo le birre. Location casa mia, orario da fine turno a notte fonda. Speranze poche, voglia di prendere quel figlio di puttana tanta. E alla fine abbiamo dovuto constatare che qualche volta i colpi di fortuna possono capitare.
È stato Paolo a individuarlo, mentre era stravaccato sul mio vecchio divano, col pc portatile appoggiato sulla pancia e un trancio di margherita fredda in mano. «Porca vacca, commissario!» ha esclamato sobbalzando. «Questo è lui, sono sicuro!»
Paolo Silveri è uno spilungone semicalvo, di trentadue anni, Leo Fragassi una montagna di muscoli di quasi due metri, con i capelli biondi a spazzola. Ci siamo seduti tutti e tre sul divano a studiare il filmato, e in mezzo a loro due, nonostante il mio metro e settanta, mi sono sentita una nana.
Le immagini sgranate ritraevano un cliente della stessa corporatura e altezza del nostro uomo aggirarsi fra gli scaffali, apparentemente in cerca di qualcosa. Si guardava intorno, non alzava quasi mai gli occhi in direzione delle telecamere. Alla fine ha acquistato un tubetto di dentifricio da un cesto di prodotti in offerta ed è uscito.
Dal filmato digitale non siamo riusciti a estrarre un primo piano abbastanza definito per una eventuale identificazione. Ma non era quello il mio scopo. Io volevo conoscere il suo prossimo obiettivo.
È il quarto turno di notte che faccio qui in farmacia, ormai nemmeno mi ricordo più cosa si provi a dormire per sei, sette ore di seguito. Col proprietario l’ho fatta passare per una operazione ufficiale. Una mezza verità. In realtà, grazie al filmato, abbiamo avuto l’autorizzazione a sorvegliare il locale con una concessione di straordinario molto limitata. Ma io me ne frego dello straordinario. La guardia giurata uccisa aveva una moglie di ventott’anni e un bambino di tre. Lo voglio prendere questo assassino, voglio che passi il resto dei suoi giorni in galera.
Io e Paolo stiamo al bancone e Leo Fragassi è nascosto nell’ufficio interno, a controllare il monitor. Il piano è di assecondare lo slavo, dargli i soldi e fingerci spaventati. Poi, mentre batte in ritirata, Fragassi lo blocca alle spalle e noi gli diamo manforte estraendo le armi da sotto al banco. Sulla carta sembrerebbe semplice, se non fosse che questo tizio ha sangue freddo da vendere e il grilletto facile.
Entra all’una e trentacinque, lo riconosco subito. Paolo sta sfogliando una rivista farmaceutica seduto in un angolo. Spero che la reazione alla sorpresa non lo tradisca.
«Buonasera» lo saluto tenendo lo sguardo basso. Lui non risponde. Giubbotto trapuntato, jeans, scarponcini. E un cappello di lana che, con un gesto veloce della mano, si trasforma in un passamontagna. «Tutti soldi dentro» esclama porgendomi una borsa di tela militare, mentre con l’altra mano mi punta un revolver in faccia. Sposta il braccio verso Paolo che, lentamente, s’è alzato senza mollare la rivista. «Tu siede subito e tiene mani sopra testa. Se fa una mossa troppo, io sparo.» Paolo obbedisce annuendo, mentre finge spavento. O forse non finge affatto.
Cercando di apparire più tremolante e angosciata che mai, svuoto il contenuto della cassa nella sua borsa. «Anche sotto! Alza cassetto!» urla lui. Lo faccio e un altro mazzetto di banconote, da cinquanta e cento, finisce dentro. Mi strappa la borsa di mano e torna a puntare l’arma su Paolo. Sembra tranquillo, pronto ad andarsene. Ora si volta, penso, e in un secondo Fragassi gli piomba addosso, come un bisonte inferocito.
Invece succede un casino. Una ragazza di colore, molto giovane, entra in farmacia. Con un neonato in braccio.
Accade tutto in fretta. Fragassi esce dalla porta laterale ma, nel vedere la ragazza, ha un attimo di esitazione. Lo slavo non ci pensa nemmeno un istante. Con la borsa a tracolla afferra la giovane e la stringe a sé, usandola come scudo, poi spara due colpi contro Leo Fragassi che fa un balzo indietro e crolla a terra travolgendo uno scaffale di assorbenti e cotton fioc.
Faccio un gesto con la mano e blocco Paolo che stava muovendosi verso il bancone per afferrare la pistola d’ordinanza. Non possiamo sparare rischiando di colpire la madre e il piccolo.
«Era imboscata! Sbirri bastardi! Ve la faccio pagare…» Si gira verso l’uscita sempre stringendo a sé la ragazza e suo figlio. Lei urla, il piccolo piange come un ossesso. Lo slavo teme che fuori ci sia qualcuno dei nostri appostato pronto a catturarlo. Si volta verso di noi e mi sembra di leggergli nel pensiero. Vuole barricarsi dentro ma non può tenerci tutti sotto controllo. Punta la pistola verso Paolo e nella farmacia riecheggia uno sparo.
È Leo Fragassi che, da terra, presa a due mani, ha mirato al braccio teso del rapinatore, prima di accasciarsi nuovamente al suolo. Un colpo di striscio, ma il revolver cade e lo slavo urla di dolore, mollando la ragazza e stringendosi l’avambraccio con la mano. Balzo sul bancone e gli salto addosso. Rotoliamo a terra fra creme idratanti e barrette dietetiche che precipitano dagli espositori, mentre madre e figlio scappano all’esterno. Mi stringe il collo digrignando i denti, non ci sta ad arrendersi. Paolo è qui, gli punta la pistola alla testa: «Basta così, stronzo! Mollala o ti ammazzo!».
Il verme, finalmente, si rilassa, si stende a terra con le braccia spalancate mentre io rotolo su me stessa e mi rialzo. So che non dovrei farlo ma gli sferro lo stesso un calcio nelle palle. Urla come una bestia ferita e si rannicchia su se stesso, portandosi entrambe le mani fra le gambe. Mentre Paolo lo tiene d’occhio, corro a controllare le condizioni di Leo Fragassi. Gli strappo la camicia e verifico che entrambi i proiettili si sono conficcati nel giubbotto antiproiettile in kevlar. Prevedo almeno tre costole rotte e un ematoma grande come una frittata da sei uova, ma niente di più grave.
Tossisce, riprende fiato. «Commissario… scusi, io…»
«Scusa un cazzo, Leo! Sta’ zitto e resta a terra, riposati. E complimenti per la mira! Hai salvato il culo a tutti.»
Casa.
Laura getta le chiavi sul tavolino antico, all’ingresso, senza accendere la luce. Non lo ha mai potuto sopportare, quel mobiletto, ma non se la sente di cambiarlo, di prenderne un altro più funzionale e semplice, magari di quelli svedesi che puoi montarti da sola. È uno dei pochi ricordi di sua madre che se n’è andata, quando lei era ancora una bambina, per colpa di quella “brutta malattia”. È così che la chiamavano i grandi, quando tentavano di spiegarle lo strappo doloroso e inumano che avrebbe sfigurato in modo irreparabile i suoi indifesi dieci anni. Suo padre le raccontava sempre di come, da sposini, lui e la madre avessero girato tutti i mobilifici del raccordo alla ricerca di ogni singolo pezzo per arredare il loro appartamento in via Ettore Pais, nel quartiere Nomentano. Sorrideva, l’ingegner Damiani, quando cenava insieme a sua figlia e, perso nei ricordi, commentava le discussioni a proposito di certi orribili pezzi finto-antichi che la giovane moglie si ostinava a scegliere, mentre lui avrebbe preferito mobili più moderni e pratici. Da qualche anno nemmeno lui c’è più. Stavolta i dottori sono stati meno vaghi nello spiegare a Laura la causa della morte. Stavolta la “brutta malattia” che l’ha ucciso in pochi mesi ha avuto un nome preciso: tumore al pancreas.
Laura si chiede che significato abbia, oggi, per lei, la parola casa. Tutta la sua famiglia è costituita, ormai, dal fratello Andrea, più grande di quattro anni, che vive a Londra con Sandy, sua moglie, e Luca, il loro figlio di otto anni. Vengono di rado in Italia e lei vola ancor più di rado da loro.
Casa.
Una casa sono i sentimenti delle persone che condividono lo stesso spazio, che si proteggono a vicenda e affrontano la vita insieme, anche percorrendo strade diverse. Laura, da ormai troppo tempo, percorre la sua da sola, e questo luogo ha perso ogni connotazione di rifugio e porto sicuro. È solo un posto come un altro.
L’orologio a muro, in cucina, segna le quattro e cinquantasette. Il dilemma, ora, è se sia il caso di dormire qualche ora e svegliarsi ancora più stanca o gettarsi sotto la doccia, imbottirsi di caffè e tornare in questura. Ha passato buona parte della notte al pronto soccorso dove è stato ricoverato lo slavo. Con il suo calcio gli ha provocato la rottura dello scroto. In pratica gli ha spaccato a metà un testicolo. Hanno dovuto operarlo d’urgenza per scongiurare una emorragia grave e ora toccherà rimandare il confronto con le cassiere del supermercato, il processo per direttissima e l’incriminazione per omicidio.
Peccato, voleva risolvere la questione in fretta. Un po’ di giustizia, una volta tanto, come una salutare boccata d’ossigeno.
Laura stacca la fondina con la Beretta calibro nove dalla cinta dei jeans e la appoggia sul tavolo del soggiorno. Esegue qualche esercizio di stretching spostandosi nella cucina buia. Si avvicina alla finestra a osservare la tangenziale che dal raccordo con la A25 porta alla nuova stazione Tiburtina. Medita, come ha fatto già tante altre volte, di vendere questa casa e andare ad abitare in un alloggio più piccolo, magari un residence, dove non avrebbe nemmeno il problema di bollette, pulizie e altre seccature.
Ma, come al solito, è un pensiero che scaccia via con decisione. La sua smania di fuggire sempre, di spostarsi da un luogo a un altro, di accanirsi sulle indagini, dimenticandosi di mangiare, dormire, di avere una qualsiasi parvenza di vita sociale, non la aiuterà a trovare pace. Gli uomini che ha amato sono stati, spesso e volentieri, troppo simili a lei: votati a una missione. Magari anche a loro serviva per mascherare l’incapacità di vivere e assumersi delle responsabilità.
Sono anni che Laura si sente a un bivio. E a ogni giorno che passa le sembra che le sue possibilità di scegliere si riducano. A trentasette anni può ancora sognare una relazione stabile? Magari dei figli? Può ambire a un futuro diverso dal rischiare la vita a giorni alterni e combattere contro i mulini a vento, pranzando con pizzette fredde e passando le nottate in bianco?
Ormai, ogni momento di pausa dal lavoro è scandito da questi pensieri. E sono pensieri dei quali non regge il peso, perché le presentano il conto di una vita sbagliata, spesa a rincorrere traguardi che non esistono. Sopraffatta dalla stanchezza, si allunga sul divano e serra le palpebre, ricacciando indietro le lacrime. Un sonno profondo e immediato la aggredisce quasi subito.
Passano due ore e mezzo prima che il suono del cellulare la svegli di soprassalto.
L’indirizzo è via Micheli, angolo via Savastano, nel quartiere dei Parioli. È considerato uno dei più esclusivi della città, dal punto di vista residenziale. A Laura Damiani, queste villette anni Quaranta trasformate in palazzine tri o quadri famigliari, tutte uguali, tutte rosa pallido o giallo ocra, non hanno mai trasmesso un’idea di particolare ricchezza e opulenza. La prima cosa che nota, osservandole, sono i difetti. L’intonaco staccato, a chiazze, sotto ai balconi. Le ringhiere arrugginite, le scritte a vernice sui muretti perimetrali. Se ci abitano solo ricchi, perché non spendono di più in manutenzione? Forse contano sul fatto che un aspetto esterno sciatto e poco curato tenga lontani i ladri dalle loro abitazioni. O magari concentrano tutti i propri sforzi all’interno di quei rifugi dorati. Ciò non toglie che il prezzo delle case, in questa zona, nonostante gli effetti della ormai cronica crisi immobiliare, resti saldamente al di sopra dei seimila euro al metro quadro.
È a questo che pensa la poliziotta mentre cerca parcheggio per la sua Smart nera. Lo trova, con un po’ di fantasia, davanti alla sbarra semovente di una via privata, stringendosi su un lato per lasciare lo spazio sufficiente a far transitare almeno un’autovettura alla volta. All’agente in divisa che scende dalla volante e le si fa incontro con sguardo minaccioso mostra il portadocumenti con il tesserino da commissario e lo scudetto della polizia, in metallo smaltato. Non sono regolamentari questi emblemi da taschino, ma sono molto diffusi tra i colleghi, ...