Felicità
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Felicità

Storia del gatto che ci ha insegnato la gioia

  1. 372 pagine
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Felicità

Storia del gatto che ci ha insegnato la gioia

Informazioni su questo libro

L'ingrediente speciale di un matrimonio felice è… un gatto. Anzi, due. Se, dopo molti alti e bassi, Eva ha sposato il suo amore Jeremy è anche merito dell'influenza magica e positiva di Luna e Chopin, i suoi adorati gatti. Adesso le cose in Maremma, dove vivono, vanno a gonfie vele, Eva si occupa del ristorante che gestisce con la sua amica Ingrid, Jeremy dei suoi vigneti, e insieme si prendono cura della loro bambina di quattro anni, Viola.
Ma perfino l'amore che sa resistere alle grandi tempeste può entrare in crisi per le burrasche quotidiane. E contro lo scompiglio portato da una ragazzina in piena crisi adolescenziale, anche i poteri rasserenanti di Luna e Chopin sembrano crollare. La quindicenne è Olimpia, nipote di Eva, venuta a stare dagli zii per un anno, mentre i genitori sono in America. La sua presenza ingombrante porta alla luce le incomprensioni sopite della coppia e fa salire la tensione.
Eppure, come spesso succede ai giovani, sotto la maschera di scontrosità e indifferenza di Olimpia, si nasconde un animo sensibile, intelligente e desideroso d'amore. Non è un'impresa facile, però, farlo sbocciare, e sono molti i guai e gli equivoci che la ragazza provoca.
Sull'orlo di una crisi matrimoniale, Eva si rivolge ancora una volta alle presenze rassicuranti dei suoi maestri zen: Luna, Chopin e un nuovo cucciolo, per ora senza nome, che cercherà di mettere pace nel cuore turbolento di Olimpia e di riportare così la famiglia sulla strada della felicità.

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Informazioni

Anno
2017
eBook ISBN
9788858519059
Print ISBN
9788856662313

1

Se ne stava sullo sgabello davanti a una delle finestre e mi mostrava la schiena. Quando qualcosa la irritava faceva così. E se adesso mostrava la schiena non era certo per la pioggia che batteva i vetri. A irritarla eravamo noi quattro con le nostre chiacchiere. Erano le nostre recriminazioni che rimbalzavano nella cucina, era il nostro risentimento per le illusioni cadute. Erano anche le nostre risate a irritarla, risate di beffa con ampie schiarite di rumorosa allegria: tutto sommato, anche se ci credevamo deluse dalla vita, eravamo giovani. Questo nostro subbuglio la irritava, la conoscevo abbastanza per saperlo. Lei amava l’armonia, amava l’accordo e la letizia. Potrei dire che amasse la felicità, ecco.
Sì, questo: la mia gatta amava la felicità.
Adesso a irritarla era anche la voce pungente di Gina che passandoci vicino ci aveva sgridate con un «sempre lì a sparlare di uomini, voi, vi pare bello?».
La gatta lasciava penzolare la coda e ne muoveva l’estremità di qua e di là come dire no no no… a lei non pareva per niente bello.
«Allora?» incalzò Gina. Mani sui fianchi si ergeva minacciosa accanto al tavolo dove eravamo sedute noi quattro. «Allora?»
«Perché? Tu non ne avresti da dire su tuo marito che fa un accidente tutto il giorno?» Era stata Paola a saltar su, quella con due fossette su guance di seta, si era voluta sposare infischiandosene delle nere previsioni della madre e adesso, dopo cinque anni, si mangiava le mani. «Tuo marito sempre al bar, Gina, e tu sgobbi come un demonio?»
«In compenso lui è un demonio a letto.» Gina infilò lo sformato di verdure nel forno e sbatté con violenza lo sportello. «Dici niente?» Ci rivolse un’occhiata circolare, definitiva come un colpo di falce in un campo di margherite. «Il mio uomo è così. Un demonio. Non so voi.» Derisoria.
«Oh, i nostri…» sghignazzò Paola. Noi tre zitte, nel mio caso era da un po’ che c’era tensione con Jeremy, e quando c’è tensione non ci si butta uno nelle braccia dell’altro.
Ma Paola, lei invece, audace: «…volete sapere che cosa combina il mio? Al mio, il letto fa l’effetto di una bara, sembra morto» e affondò il coltello nella torta di prugne. «Lui a sera si infila nella bara, rimane così a occhi chiusi con le mani incrociate sul petto… poi mi gira la schiena e si mette a russare. Ragazze… e calcoliamo che ha quarantadue anni e io non sono niente male». Depose una fetta di torta nel mio piatto: «Sì, mi gira la schiena… proprio come fa la tua gatta, che tipa!». Distribuì la torta alle altre e aggiunse un piatto per Gina che stava ripulendo i fornelli con l’aceto, fortuna che non c’era Jeremy, l’odore dell’aceto lo manda fuori dai gangheri. Strano, mi dicevo, per uno che produce vino e che vino! O è logico che sia così?
«Cos’è la tua gatta? Offesa?» E questa era Elena, ogni volta che Paola tirava fuori quella storia del letto come una bara, cercava di cambiare argomento da quando suo marito aveva comperato casa proprio nei pressi del cimitero. Elena stendeva i panni sul balcone e se alzava gli occhi poteva far la conta delle lucine dei loculi e dei fiori finti. Una volta mi aveva detto che le sembrava di sentir rumore di ossa, di notte, come uno sgranocchiare.
Ora indicava Luna: «Di solito la gatta ti sta in braccio… che cos’ha oggi?».
Dal suo sgabello Luna voltò la testa verso di me, non fosse stata una gatta avrei detto che mi fissava con le sopracciglia alzate, ma bastavano i baffi ritti a darle un’espressione di rimprovero. Pare che i gatti in genere non riescano ad avere un’espressione di rimprovero ma Luna ci riusciva a meraviglia. Aveva ovviamente, tra un pelo e l’altro, anche altre espressioni: tenerezza, curiosità, sorrisi, solidarietà… tutta la gamma propria dei gatti bianchi come lei, quelli magici per intenderci. Quelli che la sanno lunga. Ma anche rispetto a loro, lei aveva la sua brava marcia in più, lei era capace di farti capire quello che andava fatto e quello che, secondo lei, non andava fatto. Mi stava rimproverando: ma la smetti di tirare in ballo Jeremy che ti adora? Lascia che siano le tue esimie amiche a dir male dei mariti, tu non farlo perché lui non lo merita.
Ah sì? Davvero non lo merita? Davvero? Non avevamo forse litigato di nuovo prima che partisse e sempre per la stessa faccenda che non gli voleva entrare in testa?
Non lo merita, insisteva lei a baffi ritti.
Credessi nella reincarnazione – e perché no? – sarei sicura che in una vita precedente, medioevale per esempio, Luna fosse stata una badessa, di quelle importanti, colte e intransigenti, una che ci tiene a regole e norme.
«La gatta è scocciata perché qui dentro c’è un tale nervosismo… siete così voi ragazze, lo spargete voi il nervosismo, siete tutte ormoni e rabbia a fior di pelle. E a lei non piace.» Gina fece spostare Paola per sedersi al tavolo davanti a me. Mi fissò con i suoi occhiacci pungenti, sapeva che quando mi fissava così mi sentivo a disagio, come se avessi qualcosa da nascondere, cosa peraltro vera. Gina conosceva i miei punti deboli, accidenti a lei. «E tu» proseguì «vuoi per caso piantarla lì con tuo marito? Guarda che a scatenare i conflitti tra voi due è quello che c’è in te di isterico, di ingiusto. Non certo lui che è un santo.»
Stavo per ribattere sdegnata, macché isterica! E non volevo affatto piantarla lì con Jeremy, per niente, ma che fosse un santo però…: «Ehi, Gina!» sbottò Elena e per parlare lei al mio posto mi spinse all’indietro con un braccio di traverso come si fa in auto per impedire, quando guidi, che quello accanto sbatta la faccia per una frenata. «Guarda che qui stiamo mica parlando di mollare i mariti… stiamo solo dicendo che siamo diventate opache, capito? Opache ai loro occhi e cerchiamo di capire se è colpa nostra o sono loro ad accasciarsi» e le altre annuivano approvando e io anche. «Come fossimo diventate una cosa qualsiasi da sempre nel suo angolo, una specie di vecchia credenza in cui senza badarci butti dentro di tutto, così, per abitudine… e da quanti anni siamo sposate? Mica un secolo, sai, mica un secolo…» abbondava con quel mica, tanto che Gina: «Mica di qua e mica di là e intanto vi comportate come ragazzine che si sono perse il ballo con il principe azzurro».
«Ma dai, Gina… noi parlavamo di quella cosa che uno entra in casa e quasi non ti vede, mi spiego? Potrei dipingermi il naso di verde, alla sera, ci scommetti che quando lui torna dal lavoro non lo nota?» e questa era Marta, severa, anzi autorevole come sa esserlo lei che insegna matematica e sa moltiplicare a mente in un battibaleno un numero a dodici cifre, in compenso è incapace di cuocere un uovo. «Opacità vuol dire che dopo i primi tempi, tutti fuoco e fiamme, scivoli nella piatta… diventi appunto opaca anzi trasparente. Ciao cara che cosa hai fatto per cena? Eccolo mio marito, mi spiego? Ciao cara che cosa hai fatto per cena… le parole più eccitanti che sa dirmi… e io: che cosa vuoi che ci sia per cena visto che cucino da cani? Fortuna che c’è mia madre di fronte e andiamo a mangiare da lei…» e leccava via le briciole della torta e la marmellata dalla punta delle dita, «…se penso che lui è uno degli uomini più belli di Grosseto…» rideva ironica perché lei, Marta, è un vero splendore, con quei capelli scuri e occhi chiarissimi, dalle nostre parti è seconda in bellezza solo a Elvira – la famosa Elvira che ha sposato mio suocero, trent’anni più vecchio di lei. Su Elvira ne avrei da raccontare di cose, io.
«Be’, tu non sei da buttar via» obiettò Gina rivolta all’impeccabile profilo di Marta. «Tanto per non farti mancare niente hai anche un naso perfetto. Impossibile che tuo marito non vada matto…»
«Non più» fu la secca risposta. «Se ci vuole qualcosa di speciale per essere due sposati che continuano a far sesso, io quella cosa lì non ce l’ho. Non so le altre…»
Ridacchiavamo, noi, chine sul secondo pezzo di torta e questa volta rise anche Gina che dopo un po’ si alzò per accendere le lampade, pioveva ancora più forte, la cucina si stava rabbuiando in quel pomeriggio dal cielo denso di nuvoloni. Dalla stanza in fondo all’ala sinistra, una stanza che Jeremy aveva voluto sistemare perché da ripostiglio di vecchie cianfrusaglie diventasse una specie di stanza dei giochi, ci arrivavano, attutite dalle porte chiuse, le risate e le esclamazioni dei bambini e la voce serena di Ingrid che li teneva a bada affascinandoli con i suoi racconti di avventura e le fiabe che aveva portato insieme alle matite colorate e agli album.
Riconobbi la risata di Viola, il mio tesoro, la mia bambina di quasi cinque anni.
Passò allora nell’aria della grande cucina un’improvvisa scia fatata, un invisibile pulviscolo magico e risuonò per un istante tra le tante pentole di rame appese alle pareti e poi intorno ai barattoli delle marmellate fatte in casa.
Luna saltò giù dallo sgabello e venne ad accucciarsi sulle mie ginocchia. La grattai dietro le orecchie. Permetteva che ce l’avessi con Jeremy e lasciava i rimproveri? Almeno per un po’? Pace pace? Sembrava di sì a giudicare dal tremore delle fusa sotto la sua morbida pelliccia.
Provai una lunga ondata di benessere, non solo fisico. Qualcosa di simile a una botta di gioia. Quanto a Jeremy, un lampo di nostalgia di lui, che da quindici giorni era partito per lavoro. Uno di quei momenti di nostalgia che ti fanno il cuore a brandelli. Torna, accidenti a te, implorai.
Nel frusciare continuo della pioggia, la grande casa che ci stava addosso mi sembrò in quel momento senz’altro affettuosa e protettiva anche se austera come un fortino, tanto spesse erano le sue mura. Appollaiata da un paio di secoli sul fianco di una collina di prati e boschi in Maremma, stava in bilico tra il vento che sa di mare e la distesa di vigne. Vigne dei vigneti dell’azienda vinicola di Jeremy. In quella vecchia casa vivevamo Jeremy e io e Viola. Nell’altra ala in certi periodi si fermava a dormire qualcuno tra gli uomini che lavorano nelle vigne, e anche Silvano, braccio destro di Jeremy adesso e di suo padre prima, tanto paterno con me e saggio da essere il confidente dei momenti duri. Fino a poco fa aveva vissuto con noi anche mio suocero soprannominato Fungo, per la sua strepitosa abilità nella raccolta dei porcini, luoghi segreti che conosceva solo lui e di cui era gelosissimo. Poi era andato ad abitare vicino a Montemerano, in una cascina tra i castagni insieme alla moglie, la seconda moglie, ed era la splendida Elvira per l’appunto – detto tra parentesi era stata pazza di Jeremy, prima che io apparissi all’orizzonte. Questa è un’altra storia, che mi sta ancora sullo stomaco.
Ma tant’è.
Il nostro casale è a più di quindici chilometri dal paese e con nessun altro intorno. È un luogo magnifico, naturalmente, la gente che percorre la strada che costeggia la grande proprietà dice ma guarda che meraviglia, come sarebbe bello vivere lì, beati quelli che ci stanno in tutto quel verde e fuori dal mondo. Io ci avevo messo un bel po’ ad abituarmi a viverci fuori dal mondo, in quel vecchio casale con tutte quelle galline che curavo io, e i conigli che curavo io, e i tre cavalli che per fortuna non curavo io, e tutto il daffare nell’orto e nel frutteto, e nelle aiuole dei fiori, la quotidiana lotta con le erbacce. E poi i due cani da guardia di Jeremy che continuavano a farmi paura. E c’erano i gatti, anche quelli li curavo io, ma i gatti sono gatti e tra questi c’è Luna e l’altro mio gatto, l’amato Chopin color grigio fumo ed esperto di un vasto territorio, in perenne compagnia del grosso coniglio, quello che non sta mai in gabbia ma che se ne va in giro dove gli pare, il coniglio bisestile come lo chiama Jeremy.
Un daffare micidiale in quella casa, comunque, anche se chiedevo aiuto a Gina, l’indispensabile Gina che veniva tutti i giorni, dal mattino alla sera, e bene o male era il pilastro di tutta l’immensa baracca. L’indispensabile Gina che si occupava della casa, di me, di Jeremy, delle galline quando non avevo tempo di occuparmene io, e anche di Viola. Gina che faceva contemporaneamente dieci cose e non ne sbagliava una. Cuciva e cucinava, puliva, lavava e stirava, esigeva che mi buttassi dal letto all’alba, prima di Jeremy: una moglie, diceva, prepara la colazione al suo uomo da queste parti, e tu dove credi di vivere per startene a cuccia mentre lui è già in piedi? Jeremy si alza alle cinque.
Ma per tornare a parlare di me, quando ero venuta a vivere qui perché mi ero sposata con Jeremy, mi ero sentita in un eremo, così isolata, così lontano dagli amici. Prima di sposarmi stavo vicino al paese insieme a Ingrid, ci conosciamo da sempre lei e io e tutte le mattine ce ne andavamo in bicicletta nel nostro ristorante, una trattoria con giardino e glicini che va ancora adesso a gonfie vele e in cui ancora adesso sgobbiamo come matte, lei cuoca e io che mando avanti tutto il resto.
Ma il lunedì è giornata di chiusura e quel giorno di gran pioggia era per l’appunto lunedì. Così avevo dato appuntamento qui da me alle amiche, per torta e chiacchiere e risate e rimugini collettivi. Ingrid, che non ha niente da rimuginare – lei e Diego sono un’anima sola – si era offerta di occuparsi dei bambini, che tra me, Paola, Elena e Marta ne avevamo messi insieme sei, cinque piccoli e il primogenito di Elena, un dodicenne troppo alto e ombroso, rapato a zero eccetto un’isoletta di capelli a ciuffetto sul cocuzzolo.
Ingrid invece figli non ne ha e non sembra proprio disperata per questo, anzi. Diceva che ha troppa paura di far passare a un figlio quello che le ha fatto passare sua madre. Certi veleni restano dentro, diceva, ben nascosti, ma saltano fuori appena fiutano un qualcosa di familiare per riversarsi sulla testa di un innocente. Quanto a me, dei miei veleni non c’è traccia quando si tratta di Viola.
O almeno così credo.
Ingrid era arrivata presto, quel lunedì di chiusura, l’aveva accompagnata su Diego che poi sarebbe tornato a prenderla alla sera. Era arrivata prima di Gina, che Ingrid chiamava l’angelo custode quando non litigavano, cioè raramente, e se no l’odiosa Gina perché troppo prodiga di consigli, suggerimenti, osservazioni, sgridate, rabbuffi. Quel giorno però Gina sarebbe arrivata più tardi proprio perché io non andavo a lavorare al ristorante, così avevamo pranzato insieme noi tre, Ingrid, Viola e io. Viola sulle ginocchia di Ingrid che la imboccava, convinta che fosse troppo piccola per mangiare da sola, cosa di cui io invece non ero c...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. FELICITÀ
  4. 1
  5. 2
  6. 3
  7. 4
  8. 5
  9. 6
  10. 7
  11. 8
  12. 9
  13. 10
  14. 11
  15. 12
  16. 13
  17. 14
  18. 15
  19. 16
  20. 17
  21. Copyright