La donna che scambiò suo marito per un gatto
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La donna che scambiò suo marito per un gatto

Psicologia di coppia e di famiglia

  1. 252 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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La donna che scambiò suo marito per un gatto

Psicologia di coppia e di famiglia

Informazioni su questo libro

Una donna sa della doppia vita del compagno ma finge di non sapere. Una moglie soffre per anni del matrimonio bianco imposto dal marito senza sospettare un'omosessualità nascosta. Una coppia cela a famigliari e amici la vera paternità del figlio. Una sorella si macera nel senso di colpa per non aver difeso il fratello da bambina. Quanti imbarazzi, omissioni, mezze verità o bugie palesi accompagnano la vita delle coppie. A volte innocenti, altre pesanti. Alcuni di questi sedimentano nel tempo e diventano segreti di famiglia che si tramandano come eredità silenti. Non sempre sono segreti tragici, spesso si tratta di cose di piccola entità, mai dette per vergogna, per dolore, o per quieto vivere. Cose che se rivelate potrebbero venire assorbite senza problemi nel fluire della quotidianità. In alcuni casi invece gli eventi, se portati a galla, distruggerebbero la serenità famigliare. Quasi sempre i non detti causano malessere, tristezza, senso di colpa, confusione. Il silenzio che doveva proteggere acuisce il disagio. Attraverso storie vere raccontate con piglio narrativo, la psicologa Anna Oliverio Ferraris illustra i mille modi in cui i segreti condizionano la vita di tutti, di chi li mantiene e di chi li subisce.

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Informazioni

Print ISBN
9788856647914
eBook ISBN
9788858514146

TESTIMONIANZE

I

Al primo incontro venne Tania, la matrigna moldava. Si presentò da sola anche se al telefono aveva richiesto un appuntamento per lei e per il marito, il padre della bambina. Un tipo deciso tra i trentacinque e i quarant’anni. Capelli biondo cenere legati a coda di cavallo. Camicetta di maglina grigia come il colore degli occhi incrociata sul davanti e un paio di jeans neri al polpaccio. Alle orecchie due pendenti luccicanti, grigi anch’essi.
Mi lanciò un’occhiata frettolosa e sorrise soltanto con la bocca. Mi presentai e ci stringemmo la mano. La scortai nello studio lungo il corridoio e le indicai la poltrona di fronte alla mia. Si sedette pesantemente e poggiò un borsone sul pavimento. Al telefono, nel prendere l’appuntamento, mi aveva spiegato in un discreto italiano che Catia, la figlia dodicenne di suo marito, non voleva più saperne di andare a scuola, parlava solo a monosillabi e a gesti e di recente aveva anche fatto dei tentativi di fuga.
Sistemai il mio quaderno degli appunti sulle ginocchia e la invitai a raccontare.
«Saranno state le cinque quando avvertii il clic della porta che si chiudeva. Ho un sonno molto leggero. Ho infilato l’impermeabile sulla camicia da notte e in ciabatte l’ho raggiunta in strada. Per fortuna non c’era gente. L’ho inseguita e afferrata. Lei si divincolava, mi dava dei calci, ma io sono riuscita a trascinarla a casa. Aveva con sé lo zainetto con due slip, una maglietta, una felpa, un paio di calze e 350 euro. Non abbiamo idea di dove avesse intenzione di andare. A me non l’ha detto. Non l’ha voluto dire nemmeno a suo padre. Noi pensiamo che volesse andare da Sonia, la sua amica. Di sicuro non voleva andare da sua madre.»
«È la prima volta che cerca di fuggire in quel modo?»
«Non proprio. Un’altra volta è successo che è rimasta fuori fino a tardi e non sapevamo dove fosse. È stato poi il fratello di Sonia a telefonarci dicendoci di andare a prenderla perché si era rintanata nella stanza della sorella e non voleva saperne di tornare a casa.»
«È stato il fratello dell’amica...»
«Sì, Matteo ha quindici anni ed è il capofamiglia. I genitori sono in lite permanente e i figli sono quasi sempre soli. È un ragazzo molto responsabile, molto maturo per la sua età.»
Appuntai queste informazioni e con un cenno la incoraggiai a proseguire.
«Io e mio marito siamo molto pazienti con Catia, lei non ha idea quanto... ma più il tempo passa più lei si chiude in se stessa. È muta, distaccata da noi, scossante.»
«Scostante...»
«Suo padre è preoccupato per le amnesie, come le chiama lei... chissà cosa intende. In più c’è la madre, che vuole denunciare mio marito per incuria se non risolve in fretta questo problema. Ecco perché ci siamo rivolti a lei. È urgente.»
«Ma Catia a chi è affidata? Con chi abita?»
«È affidata a mio marito. Sta con noi da un anno e mezzo. Un tempo era affidata alla madre. Ora con la madre sta dalle quattordici del sabato alle diciannove della domenica. C’è anche il fratellino. Anche lui è affidato a mio marito.»
«Ah, stanno poco con la madre.»
«È il tempo che ha stabilito il giudice» tagliò corto. Mi fissò per qualche istante e io le lessi nel pensiero: si chiedeva se ero la persona giusta o se non sarebbe stato meglio rivolgersi a qualcun altro. Le sorrisi amichevolmente e lei riprese il suo racconto. «Abbiamo lasciato passare un po’ di tempo per vedere se migliorava. Come si dice da noi in Moldavia il tempo è il miglior medico...» Nel pronunciare queste parole emise un sospiro. «Di psicologi la bambina ne ha già visti tanti, troppi secondo me, ma l’avvocato della madre ha inviato una diffida, perciò mio marito ha deciso di muoversi. È una questione legale. Urgente. Abbiamo già avuto abbastanza grane...» sospirò di nuovo «quella donna non ci dà pace... ci sta addosso, non ha idea quanto.»
«Capisco» mormorai mentre appuntavo i nuovi elementi.
«Per alcuni anni, quando erano piccoli, è stata lei il genitore affidatario. Poi mio marito ha chiesto l’affido condiviso, l’ha ottenuto, ma lei ha continuato a essere il genitore collocatario, è così che si dice?»
Annuii.
«Nel senso» volle precisare sottolineando le parole «che Catia e Niki abitavano con lei, cioè nella casa che mio marito aveva dovuto lasciare ai figli. Quando erano con la madre era molto meglio per tutti, poi è successo quel che è successo... e adesso lei, la madre, vorrebbe riavere di nuovo i bambini come affidataria ed è per questo che non ci dà pace.»
«Ma che cosa è successo? Perché questi cambi di regime?»
«È una storia lunga, che le spiegherà meglio mio marito» disse abbassando di una ottava il tono della voce. «Le cose sono cambiate dopo che la bambina ha raccontato a una poliziotta delle cose scabrose, è così che si dice?»
«Sì, si dice così, dipende da che cosa è successo.»
«Già da prima le cose non andavano per il verso giusto perché quei due, mio marito e quella donna, proprio non si sopportano, ma dopo è scoppiato l’inferno. Il giudice ha deciso di allontanare i bambini dalla casa materna, per motivi precazionali.»
«Precauzionali?»
«Sì, precauzionali. Però è meglio che sia lui a spiegarle. Io non voglio dire cose sbagliate. Non so tutto quanto, il linguaggio giuridico è difficile e non voglio nemmeno chiedere, capisce... io vorrei restarne fuori del tutto, però, vede dottoressa, lui lavora, e dà a me questi incarichi.»
«Già...»
«Il problema adesso è tirare fuori la ragazzina da questo stato di mutismo e capire che cosa sono queste amnesie.»
«Mutismo, amnesie... cose scabrose» dissi soppesando le parole. «Ma che cosa è successo? Cosa intende per cose scabrose?»
«Cosa intendo? Dottoressa, cosa vuole che intenda?» e sulle labbra di Tania comparve una smorfia di disgusto. «Intendo l’abuso, si dice così, non è vero?»
«Abuso di che tipo?»
«Abuso di che tipo?... ma sessuale s’intende. È quella l’età in cui succedono quelle cose, no?» Fissò i suoi occhi nei miei quasi a sfidarmi.
«Abuso sessuale, dunque...»
«Già, un’esperienza di abuso a quell’età, a undici anni...» mormorò scuotendo il capo e con la stessa smorfia di prima. «Ne so qualcosa io.»
Colsi l’inciso, ovviamente, ma decisi di non aprire per il momento un secondo fronte. Mi limitai ad annuire, ad appuntarmi due parole sul quaderno e a restare in attesa.
Fu lei a riprendere il discorso e a dire, tutto d’un fiato: «Ma ora che quella storia è finita, ora che quell’uomo è in carcere, ora che tutto si è chiarito, la bambina dovrebbe starsene serena e la madre farsene una ragione. Deve accettare la decisione del giudice e mettersi l’anima in pace, la consulente tecnica d’ufficio che interrogò Catia durante il procedimento ci aveva assicurato cha a sentenza avvenuta – aveva detto proprio così – la bambina avrebbe ritrovato la serenità. Quando vicende come queste si risolvono e il colpevole viene punito, aveva detto la CTU, i bambini si sentono risaliti».
«Risarciti, immagino.»
«Okay, risarciti, e possono riprendere la loro vita normale. Proprio così aveva detto la CTU. “Si sentono risarciti e possono finalmente riprendere la loro vita normale.” E invece le cose non stanno andando per nulla in questo modo. Prima del fattaccio Catia parlava in continuazione, ci interrompeva, voleva essere ascoltata, ora se ne sta lì, muta con lo sguardo assente, è così che si dice, as-sen-te?»
Appuntai queste informazioni e annuii.
Ci interruppe la suoneria del suo cellulare.
«Sono dalla dottoressa» rispose seccamente. «Era mio marito.»
«Come mai è venuta lei a parlarmi invece dei genitori?»
«Be’, come le ho detto da oltre un anno ormai la bambina vive con noi e io non sono certo la sua mamma ma sono presente in casa e, che lo voglia o no, devo occuparmi di lei. Anche se, le assicuro, con tutta questa situazione che si è creata non è facile starle vicino... è riottosa, è così che si dice?, poco simpatica. Devo sforzarmi per non essere antipatica e cattiva con lei. Mio marito durante il giorno lavora e non ha molto tempo. Certamente verrà anche lui... anche se di psicologi ne ha visti tanti e...»
«Non gli piacciono?»
«Be’...»
Era evidente che per Tania tutta questa vicenda era una grande seccatura di cui avrebbe fatto volentieri a meno. Erano ormai trascorsi vari mesi, spiegò ancora, dalla sentenza che aveva condannato il fidanzato della ex moglie di suo marito a due anni e un mese di reclusione per abuso sessuale, ma Catia, dodici anni appena compiuti, invece di riprendere la vita normale ora che “il lupo cattivo” non poteva più nuocerle, si era chiusa in se stessa. Aveva cambiato carattere e sembrava persa in un suo mondo lontano.
«Vede dottoressa, io ho una certa esperienza di queste cose, purtroppo... perché anch’io da bambina... come mia sorella d’altronde... sono passata attraverso questa cosa... che non è poi così rara per le bambine graziose, biondine, tenere, ingenue...» Capii dal tono della voce e dalle palpebre abbassate che in quel momento Tania stava rivedendo se stessa bambina in un qualche paesino sperduto della Moldavia.
«Intende, immagino, abusi sessuali...»
«Sì, è questo che intendo. È la storia che si ripete» disse con gli occhi fissi al pavimento. «Il cugino grande che viene a stare per un certo periodo dagli zii in campagna e a cui gli zii affidano le cuginette, felici che lui, simpatico e affettuoso ragazzo, si presti a fare da baby-sitter mentre loro finalmente possono trascorrere una giornata con gli amici. A cantare, a bere, a ballare. In Moldavia non ci sono le stesse leggi che ci sono qui in Italia sulla pedofilia. E così i bambini subiscono senza nemmeno sapere se è bene o se è male quello che viene fatto loro perché nessuno ne vuole parlare, nessuno si indigna più di tanto, anche se il bambino magari qualche volta lo dice...» Si interruppe, appoggiò una mano sul petto, emise un lungo sospiro.
Mi ricordai allora di una paziente anoressica ormai adulta che, abusata per anni da un parente quando era bambina, raccontava che il suo sogno era trasformarsi in puro spirito, scomparire nel nulla. «Non voglio più sentire alcuna sensazione o emozione... non voglio sentire quelle emozioni» mi confidava tenendomi stretta una mano tra le sue. «Che bello se avessi avuto lei come madre,» diceva «la mia era tutta presa nelle sue cose... cose importanti... cose di successo per lei: aveva il suo mondo, le sue amicizie, la sua musica, una vita brillante» ma non andava mai oltre nel descrivere sua madre che, violinista in una grande orchestra era sempre stata in giro per il mondo. Temeva, parlandone, di doverla giudicare, di dover riconoscere di essere stata una bambina trascurata, forse addirittura non voluta.
«Dottoressa, le basta quello che le ho raccontato o vuole sapere dell’altro?» Mi accorsi di essermi distratta e di avere perso l’ultima parte del racconto di Tania. Avevo però già un gran numero di elementi per un primo quadro d’insieme.
«Certamente, ho bisogno di saperne di più» risposi. Le feci poi una serie di domande da cui venni a sapere che il fratello di Catia, Niki, ha sette anni e che i genitori si sono separati quando lui aveva cinque mesi. Che Tania è sposata da tre anni con Ugo, il padre di Catia e Niki. Che sposandosi Tania ha ottenuto la cittadinanza italiana. Che Ugo, geometra, ha quarantacinque anni. Che lei e Ugo sono «molto religiosi». Che la ex moglie di Ugo e madre di Catia e Niki si chiama Marta, ha quarantatré anni e insegna come precaria in una scuola media di borgata. Che Marta è «agnostica e malata di nervi». Che la madre di Marta è ciclotimica. Che i genitori di Marta sono separati fin da quando lei aveva quattro anni. Che Marta è cresciuta con il fratello Angelo. Che il “fidanzato” di Marta, Gianni, ora in galera, possedeva, in centro, un negozio di tessuti. Che il negozio è fallito e tutti i commessi sono a spasso. Che Angelo, fratello di Marta e zio di Catia, esperto in computer, un vero e proprio hacker, è amico di Ugo ma non di Gianni....

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. LA DONNA CHE SCAMBIÒ SUO MARITO PER UN GATTO
  4. INTRODUZIONE
  5. TROMPE-L’OEIL
  6. SEGRETI DI FAMIGLIA
  7. TESTIMONIANZE
  8. NON DIPENDE DA ME
  9. L’ANGELO DI MARMO
  10. SORPRESA!
  11. LA CADUTA
  12. LA DONNA CHE SCAMBIÒ SUO MARITO PER UN GATTO
  13. Copyright