Quello che l'acqua nasconde
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Quello che l'acqua nasconde

  1. 300 pagine
  2. Italian
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Quello che l'acqua nasconde

Informazioni su questo libro

Edoardo Rubessi è un genetista di fama mondiale, un probabile premio Nobel. Quando, dopo trentacinque anni trascorsi negli Stati Uniti, torna nella sua Torino, tutti lo accolgono come colui che ha il potere di cambiare il destino dei bambini malati: tutti tranne il vecchio. Il vecchio è un uomo venuto dal passato, da quegli anni di piombo che Edoardo credeva di aver lasciato dietro la porta chiusa di una vita precedente. Ma basta una minuscola fenditura nel legno di quella porta perché il dolore e i misteri imprigionati per decenni escano in un soffio violento che investe Edoardo, e che fa vacillare la fiducia che sua moglie, Susan, ha sempre avuto in lui. E sarebbe bello poter liquidare il vecchio con una battuta, dire che è solo un mitomane, ma Susan non ci casca: il vecchio ha lo sguardo di chi sa farsi ubbidire, lo sguardo di un Lagerkommandant, e Susan quel lager domestico, quell'orrore alle porte di casa dovrà esplorarlo mattone per mattone prima di scoprire chi è veramente suo marito.
Dopo Le colpe dei padri, Perissinotto torna a proporci un nuovo viaggio tra le rovine del nostro passato recente, a farci esplorare le memorie rimosse: perché i lager non si sono chiusi nel 1945 e il crudele gioco di vittime e torturatori è continuato a lungo, troppo a lungo.

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Informazioni

Anno
2017
eBook ISBN
9788858516942
Print ISBN
9788856658057
1

La pura realtà I

LA STAMPA

Anno 111 – numero 275 – sabato 3 dicembre 1977, pagina 4

Incatenato e ferito con tre colpi di pistola

Ancora un sussulto di violenza terroristica in una città che ha subito negli ultimi tempi una tempesta di omicidi e aggressioni: ieri sera, un “commando” di quattro giovani a viso scoperto ha ferito nel suo studio, sparandogli alle spalle e a un ginocchio, il prof. Giorgio Coda, 53 anni. Lo ha lasciato sanguinante con un cartello appeso al collo: «II proletariato non perdona i propri torturatori». L’attentato è stato rivendicato da «Squadre armate proletarie». [...]
Il “commando” agisce rapidamente come se seguisse un “copione” studiato a memoria e si trovasse a suo agio in un appartamento conosciuto. Ecco un bandito che con un balzo si mette di fronte all’ingresso per “piantonarlo” ed ecco gli altri due che afferrano Coda e lo immobilizzano. Il professore si dibatte inutilmente: gli aggressori gli imprigionano mani e braccia con doppie catenelle d’acciaio, lo spingono con le spalle contro il termosifone e l’obbligano ad inginocchiarsi. Giorgio Coda è costretto con la violenza a obbedire mentre i terroristi fissano le catene agli elementi del termosifone. Lo psichiatra non può far nulla per difendersi: di fronte a lui una rivoltella calibro 7.65. Secondo la prima ricostruzione degli agenti della mobile e della scientifica, s’inizia a questo punto un breve processo dall’esito ormai scontato. Sono passati pochi minuti da quando il “commando” è entrato nello studio seminando il terrore. Uno dei banditi grida sul viso del medico: «Sporca carogna». Poi spara cinque colpi. Ma il “rito” non è ancora concluso. Coda è privo di sensi; sangue su tutto il suo corpo, sangue sulla moquette, sul muro: un bandito gli cala sulla testa il calcio dell’arma, poi appende al collo un cartello su cui è spiegato il motivo della vendetta. Vi è scritto, a stampatello: IL PROLETARIATO NON PERDONA I PROPRI TORTURATORI.
2

L’Angelo Azzurro

C’è un’immagine che affiora con una certa regolarità tra i ricordi della mia adolescenza. È quella di un uomo, o, per meglio dire, di una forma umana completamente carbonizzata, seduta su una sedia sotto i portici di via Po, nel centro di Torino. La televisione, che negli anni ha ridotto il proprio senso del pudore a un’ipocrita avvertenza destinata alle persone “facilmente impressionabili”, ci ha offerto, specie con le serie poliziesche americane, una certa familiarità con la morte più orrenda. Centinaia di cadaveri sono sfilati, attraverso lo schermo, davanti ai nostri occhi; corpi mutilati, mummificati, ridotti a scheletro o, appunto, carbonizzati. Ma a rendere l’immagine della mia memoria infinitamente più atroce di qualsiasi trasmissione televisiva sono tre particolari. Il primo, il più ovvio, è che nella fotografia scattata in via Po non ci sono simulazioni né effetti speciali: è tutto orrendamente vero. Il secondo è dato dall’anomala disposizione del corpo. Quel residuo di pietà che ancora è sfuggito agli eccessi della Reality TV vuole che i corpi delle vittime degli incendi ci vengano presentati in posizione distesa, occultati da un sudario che qualcuno cinicamente solleva per offrire allo spettatore la giusta dose di ribrezzo; il corpo di via Po è invece seduto e assomiglia, nella posa, a una statua in bronzo, o in ferro brunito: una riproduzione a grandezza naturale, qualcosa come L’uomo stanco sulla sedia. Il terzo e più raccapricciante particolare consiste infine nel fatto che quella figura umana, così nera che pare ancora fumare e odorare di bruciato anche in fotografia, non è un cadavere: l’uomo carbonizzato sulla sedia è ancora vivo e cosciente. Lo hanno appena “spento”, forse con un soprabito, forse con dell’acqua, e sta aspettando l’ambulanza. Ogni volta che l’immagine mi si affaccia alla mente, mi chiedo quanto dolore possa aver provato in quei momenti eterni: non sono mai riuscito a darmi una risposta.
Credo di non essere il solo a pormi quella domanda, perché la fotografia di Roberto Crescenzio bruciato vivo ha un posto d’onore (e d’orrore) nei ricordi di quanti nel 1977 avevano più di quattordici anni: io ne avevo quattordici esatti.
In fondo, per essere tutta di pietra e mattoni, Torino ha impresso fin troppo spesso le sue memorie con il fuoco. Ci sono città, come Londra ad esempio, che sono state distrutte, spazzate via da incendi giganteschi, da avvisaglie d’inferno; Torino no, a Torino il fuoco ha disdegnato l’ecatombe e si è contentato di ferire la città, talvolta graffiandola, talvolta sfregiandola per sempre. Brucia il Teatro Regio e i torinesi attendono quasi quarant’anni per ricostruirlo. Brucia la cappella della Sindone, e i vigili del fuoco salvano la reliquia, a rischio della loro stessa vita, ma senza perdite. E senza vittime è anche l’incendio del cinema Corso, la più bella sala della città: l’unica volta che mio padre mi ci portò, a vedere L’ala o la coscia con Louis De Funès e Coluche, pretese che mi vestissi a festa. Il Corso bruciò qualche tempo dopo, silenziosamente, durante la notte: di danni quel tanto che bastava per decretarne la chiusura e il cambio di destinazione, per trasformarlo in una buona opportunità immobiliare. Questi i graffi. Lo sfregio, la ferita profonda, arriva nel 1983 con un altro cinema, lo Statuto. E lì non è questione di poltrone bruciate o di galleria inagibile, lì è questione di sessantaquattro morti, asfissiati mentre cercavano di aprire le uscite di sicurezza bloccate. Nei giorni successivi alla disgrazia, gira voce che a innescare l’incendio siano stati dei petardi; è un’ipotesi plausibile visto che siamo in pieno carnevale. Carnevale, divertimento, allegria. Allo Statuto, quel giorno, davano un film comico: La capra, con Gérard Depardieu. Nella bacheca esterna, l’affiche, sempre più stinta e accartocciata, è rimasta dieci o quindici anni, fino a quando hanno demolito il cinema per farci un condominio. Anche dello Statuto resta nella memoria dei torinesi una fotografia, quella dei morti allineati sul marciapiede bagnato: una lunga fila di lenzuoli bianchi.
Quei sessantaquattro cadaveri distesi, scelti dal caso in una domenica di carnevale, cambieranno per sempre la città, così come cinque anni prima, l’aveva cambiata, per caso, la morte di Roberto Crescenzio. Sì, perché alla fine muore, dopo giorni di agonia, a ventidue anni.
C’è nella morte casuale, nella beffa del destino, un di più di tragedia. Il trovarsi, come si dice, nel posto sbagliato al momento sbagliato, accresce, in chi resta, il senso di ingiustizia, come se, altrimenti, la morte avesse anche un lato giusto, ragionevole, domestico.
Roberto Crescenzio non frequenta abitualmente l’Angelo Azzurro, non ne ha il tempo; lui, figlio di un imbianchino e di una casalinga, deve lavorare e studiare, non si occupa di politica. È un caso se quel giorno, di sabato, è entrato in quel bar con un amico. Forse non sa nemmeno che l’Angelo Azzurro, secondo “i rossi”, è “un covo di fasci”, altrimenti si guarderebbe bene dall’entrare lì dentro proprio mentre fuori, in via Po, sta per arrivare una manifestazione. Quando dentro al bar cominciano a piovere le molotov, lui scappa in bagno, ma poi ha paura che le fiamme lo raggiungano anche lì. Roberto attraversa il rogo e prende fuoco, diventa una torcia. Poi qualcuno lo spegne o lo siede sulla sedia e, mentre assume quella posa da statua o da manichino abbandonato, la sua immagine diventa la cattiva coscienza della sinistra cittadina. No, non solo di Lotta Continua, del circolo Barabba, degli “estremisti”, ma di tutti noi che, a quel tempo, trovavamo naturale dividere il mondo in due.
Ricordo che una volta, a scuola, io e altri due avanzi di parrocchia come me eravamo riusciti a conquistarci uno spazio nel quarto d’ora di “animazione politica” che, dopo mesi di ridicole lotte, ci era stato concesso ogni mattina prima dell’inizio delle lezioni. Tra i fischi dei compagni di classe, avevamo letto un passo del vangelo secondo Matteo. Al Getsemani, Gesù intima a uno dei suoi, che ha appena mozzato l’orecchio di un servo del gran sacerdote, di rinfoderare la spada e lo accusa di non aver capito nulla del suo messaggio di pace. Era la solita tirata sulla non-violenza, fatta di vomitevoli luoghi comuni, ma all’epoca ci pareva di compiere, con quelle omelie d’accatto, il nostro dovere di guide verso il Bene.
Il giorno dopo la nostra esibizione di giovani preti laici (confesso con vergogna di aver accarezzato più volte, in quegli anni, l’idea del seminario), i nostri compagni di destra (tutt’altro che una sparuta minoranza) appiccicarono sulla lavagna la foto di Roberto Crescenzio e, con il gesso, scrissero È QUESTA LA NON-VIOLENZA DELLA SINISTRA. Noi non replicammo. Avremmo potuto dire che quell’immagine, invece di confutarle, sosteneva le nostre tesi. Avremmo potuto ribadire che noi eravamo cattolici di sinistra, ma soprattutto cattolici. E invece tacemmo, schiacciati dal peso di ciò che non avevamo fatto, dal rimorso di aver pensato, almeno una volta, che l’Angelo Azzurro fosse un covo di fasci. Da allora, non prendemmo mai più la parola nel quarto d’ora di “animazione politica” e io, forse salvandomi da un destino in clergyman, persi il gusto per le prediche.
Ma non fu quella l’unica occasione in cui la foto tornò a dare piccoli o grandi colpi di timone alla mia vita e a quella di chi mi stava vicino. A immergermi di nuovo in quel passato è stato, in tempi recentissimi, un libro. Il suo titolo è un manifesto: Fate la storia senza di me. Ma, più che il titolo, è importante l’autore: Albertino Bonvicini. Un nome che, a Torino, è ancora capace di suscitare ricordi. Un nome legato a quello di Roberto Crescenzio e all’Angelo Azzurro. Quel libro era tra le cose del mio amico Edoardo Rubessi. E non era lì per caso, perché un libro non è mai un oggetto innocuo.
3

Comunità capi

La vita di Edoardo Rubessi incrocia la mia in due periodi ben distinti, a quasi trent’anni l’uno dall’altro: 1976-1979 e 2015-2016.
A dire il vero, anche nel lunghissimo periodo di lontananza, io qualche traccia di Edoardo avevo continuato a seguirla.
La prima volta che vidi la sua fotografia su una rivista scientifica, doveva essere il ’93 o il ’94, quasi mi rifiutai di crederci. Eppure, le possibilità di errore erano poche: tra l’uomo maturo ritratto in primo piano e il ragazzo che io rammentavo poco più che ventenne, la somiglianza era assoluta, come se il tempo si fosse limitato a scavare qualche ruga intorno agli occhi, ma avesse lasciato inalterato quasi tutto, a partire dallo sguardo, quel suo famoso sguardo. Ricordo che telefonai a un vecchio amico della parrocchia.
«Ma secondo te,» gli chiesi «Eddy Merckx di vero nome faceva Edoardo Rubessi?»
«Hai bevuto?»
«Ti ricordi quell’animatore ricciolino che durante le gite in bicicletta staccava sempre tutti? Noi lo chiamavamo Eddy Merckx, ma in qualche modo si sarà pure chiamato, no?»
«Non ne ho la più pallida idea.»
L’amico non mi fu di nessun aiuto, ma io mi convinsi che se lo avevano soprannominato Eddy Merckx e non Francesco Moser o Felice Gimondi era perché in quel nomignolo, Eddy, c’erano i suoni del suo vero nome.
Ma c’era qualcosa che continuava a non tornare. Grazie al nascente internet verificai il suo curriculum: nato a Torino nel 1956. Coincideva. Quello che non coincideva, quello che mi rifiutavo di credere, era che si fosse laureato in Medicina a Torino nel 1980 con una tesi in ambito genetico e che, lo stesso anno, si fosse trasferito negli Stati Uniti per lavorare al National Institutes of Health di Bethesda. E, al di là delle assonanze nel nome, ciò che davvero mi risultava inimmaginabile era che Eddy Merckx, il mio Eddy Merckx, fosse in realtà uno dei più autorevoli genetisti del mondo.
D’altro canto, il mio scetticismo era più che ragionevole: sono certo che nessuno di quelli che avevano diviso con me la zuccherosa felicità dell’oratorio avrebbe potuto ipotizzare un destino tanto luminoso per Edoardo Rubessi, detto l’Idiota, ma con la “I” maiuscola, come se invece che un insulto fosse una citazione dostoevskiana.
Invero, a chiamarlo così e non con il suo soprannome ciclistico, erano “gli altri”, quelli che frequentavano i gruppi parrocchiali come avrebbero frequentato il bar dell’angolo, quelli che non venivano mai a provare i canti per la messa, che non esprimevano mai intenzioni di preghiera all’offertorio, quelli che, ai campi estivi, facevano con le ragazze ciò che era giusto e naturale a sedici anni, ignorando gli anatemi sessuofobici del nostro parroco. Per noi, integralisti del bene, Edoardo era invece, secondo un’espressione molto in voga all’epoca, un “ragazzo difficile”. Di lui sapevamo assai poco, se non che era cresciuto in un istituto e che ora viveva in un collegio salesiano ai piedi della collina. Come mai frequentasse la nostra parrocchia, in una periferia borghese dalla parte opposta della città, non era dato saperlo. Un giorno, don Luigino ce lo aveva presentato e lo aveva assegnato al gruppo degli animatori, alla “comunità capi”. Noi però, benché avessimo sei o sette anni meno di lui, più che come “capo” lo percepivamo come qualcuno da proteggere o, a essere sinceri, da evitare. Le ragazze lo trovavano bello e senza dubbio lo era, con quei riccioli neri, morbidi che gli cadevano sul collo e quegli occhi che, se possibile, erano ancora più neri. Ma dall’iride, dai capelli e dalle sopracciglia, tutto quel nero sembrava discendere fin dentro l’anima per creare qualcosa di indecifrabile e di torbido.
Seguiva le nostre riunioni in silenzio, con una sorta di broncio perennemente dipinto in volto. Non giocava a pallone, a pallavolo, a palla avvelenata e solo quella brutta copia di rugby che chiamavamo “palla scout” riusciva ad appassionarlo per un po’, per un quarto d’ora diciamo, poi, al primo placcaggio troppo violento, mollava tutto e si sedeva a bordo campo, inalberando il suo solito sguardo. “Gli altri”, talvolta ad alta voce, dicevano che aveva uno “sguardo assassino” e noi li zittivamo, ma, sotto sotto, non eravamo così lontani dal crederlo; per questo le ragazze, sia quelle che si sarebbero fatte infilare da lui una mano in mezzo alle cosce, sia le altre, quelle veramente zoccole, che gli avrebbero dato un bacio in cambio di un posto in paradiso, lo tenevano a distanza. Confesso che, nei mesi scorsi, quando ho visto Edoardo sprofondare di nuovo nell’orrore degli anni Settanta, ho pensato più volte a quello “sguardo assassino” e ho cercato di capire se tutto il nero del suo animo fosse davvero trascolorato se non in un rosa, almeno in un grigio col quale fosse possibile convivere.
4

Rientro dei cervelli

Se mi ero interessato tanto alle vicende profes...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. QUELLO CHE L’ACQUA NASCONDE
  4. Premessa dell’autore
  5. 1. La pura realtà I
  6. 2. L’Angelo Azzurro
  7. 3. Comunità capi
  8. 4. Rientro dei cervelli
  9. 5. Villa Azzurra
  10. 6. Chi è il dottor Grubesich?
  11. 7. Campi estivi
  12. 8. Vettori lentivirali
  13. 9. La pura realtà II
  14. 10. A mano armata
  15. 11. Vorrei essere un albero
  16. 12. Lunghi corridoi
  17. 13. Prima Linea
  18. 14. Il bambino legato
  19. 15. La pura realtà III
  20. 16. Portami su quello che canta
  21. 17. Il padiglione degli orrori
  22. 18. Quello che l’acqua nasconde
  23. 19. Il portiere di notte
  24. 20. Fate la storia senza di me
  25. 21. Scheletri
  26. 22. La pura realtà IV
  27. 23. Cinghie e roghi
  28. 24. Cabiria
  29. 25. Una musica in testa
  30. 26. Altre acque per nascondersi
  31. 27. Ossimori
  32. Ringraziamenti
  33. Copyright