È stato un calciatore unico, indimenticabile, una leggenda.
"Il simbolo del mio Milan, quando partiva in progressione si portava via anche il vento", nel ricordo di Arrigo Sacchi.
"Maestoso come cervo che esce di foresta", nell'impagabile definizione di un indimenticabile Vujadin Boškov.
Ora ci insegna a vedere con sguardo nuovo e consapevole il gioco che abbiamo osservato - palpitanti - da sempre.
Perché un solo attaccante può essere più efficace di tre? Perché il miglior difensore è quello che non ha bisogno di ricorrere a un tackle? Qual è il segreto profondo del tiki-taka?
Dalla sua prospettiva privilegiata di grande campione, allenatore e commentatore, Ruud Gullit svela ogni mistero del gioco più amato da miliardi di appassionati in ogni angolo del pianeta, e spiega tutto quello che bisogna tenere d'occhio nei fatidici 90 minuti. Ovvero, la differenza che passa tra guardare la palla - come generalmente fanno gli spettatori - e guardare veramente una partita.
Dopo, per noi, il calcio non sarà più lo stesso. E sarà ancora più bello.

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9788856657326
Testa o croce
Quando l’arbitro lancia la moneta, se ti va bene puoi scegliere quale porta difendere nel primo tempo. I club preferiscono sempre giocare rivolti verso i loro tifosi nel secondo tempo. Il Liverpool ama giocare verso la Kop dopo l’intervallo, il Feyenoord verso il Vak S, e il Borussia Dortmund verso il Gelbe Wand. Psicologicamente, giocare in direzione dei tifosi dà a una squadra un incentivo in più a segnare. Puoi guardarli negli occhi e sentire la loro voglia di goal.
Come capitano ne ho sempre tenuto conto, e ribaltavo la cosa nelle partite in trasferta. Sapendo che la squadra di casa avrebbe voluto giocare in direzione dei suoi tifosi nel secondo tempo, facevo in modo che accadesse il contrario se vincevo il lancio. A quel punto saremmo stati noi a giocare verso i tifosi di casa dopo l’intervallo. Era grandioso.
Il lancio della moneta è un’opportunità per punzecchiare l’avversario. È una tattica come un’altra. Alcuni capitani preferiscono non farlo, per rispetto verso la squadra di casa. Ma che senso ha? Loro farebbero lo stesso se fossero la squadra in trasferta. La partita comincia col lancio della moneta.
Come si guarda il calcio
I calciatori devono pensare due o tre passi in anticipo quando sono in campo. I commentatori, invece, guardano due o tre passi indietro.
Quasi tutti sanno qualcosa di calcio, almeno un minimo, ma non ci sono due persone che abbiano esattamente la stessa prospettiva. C’è chi basa il suo punto di vista sulle statistiche e chi segue la palla o i movimenti dei giocatori, mentre altri guardano l’organizzazione in campo. Io osservo soprattutto i dettagli che mostrano perché le cose vanno bene o male a una squadra.
Spesso gli errori non sono imputabili alla persona direttamente coinvolta; di solito la causa è qualcosa che non ha funzionato all’inizio dell’azione. L’ultimo giocatore in genere finisce nei guai per via di qualcosa che un altro compagno di squadra ha fatto in una fase precedente. Bisogna capire cos’è.
Causa ed effetto
Per il grande pubblico, causa ed effetto non sono sempre evidenti, quindi come commentatore mi concentro su questo. In effetti, è così che la maggior parte dei calciatori e degli allenatori guarda una partita. A casa davanti alla televisione, allo stadio, o nello studio televisivo o radiofonico, la domanda che mi faccio è: “Cosa non ha funzionato?”.
Un buon esempio è Ross Barkley, che la stampa e il pubblico ritenevano uno dei calciatori inglesi di maggiore talento. Io ho commentato una partita dell’Everton in cui il centrocampista portava palla troppo spesso e la perdeva continuamente. Più a lungo porti palla, più corri il rischio di perderla. È una semplice questione di probabilità. Ma era colpa di Barkley se continuava a farlo? Perché altri giocatori non si smarcavano per riceverla?
Tutto quel che faceva Barkley mostrava che stava cercando di essere all’altezza delle aspettative. Nel suo desiderio di dar prova di sé, continuava a chiedere palla, ma spesso la perdeva. È solo un esempio, non sto dando la colpa a un ragazzo così giovane. Tutt’altro. Accanto a Barkley c’era l’esperto Gareth Barry, che avrebbe potuto risolvere il problema del compagno dicendogli: «Non tenere palla, Ross, passala, cerca la strada più semplice». È questo il tipo di insegnamento di cui hanno bisogno i giovani giocatori, non di una strigliata per aver perso la palla. Senza il sostegno di un giocatore come Barry, potrebbe continuare a ripetere gli stessi errori.
Devi individuare il vero responsabile. Prima evidenzi l’errore di Barkley, poi discuti del perché succede. Di fatto stai dando agli spettatori un libretto di istruzioni, e se sono in gamba anche Barkley e soprattutto Barry ne trarranno beneficio. È così che io analizzo il calcio: identificando causa ed effetto. Il giocatore che perde la palla in un contrasto può sembrare il colpevole, ma in realtà il vero errore spesso non è suo.
Come allenatore cercavo di assicurarmi che i giocatori meno esperti non diventassero mai dei capri espiatori; attribuivo la responsabilità ai giocatori migliori. Stava a loro fare da guida. Spesso dovevo usare un linguaggio duro. Poi prendevo da parte il giocatore e gli spiegavo. Se sei così bravo come dicono, e hai tutta questa classe e sicurezza, dovresti aiutare gli altri e avvertirli di quel che sta per succedere e degli errori che stanno facendo. Sei tu il responsabile e dovresti sentire questa responsabilità. È facile prendersela coi giocatori inesperti. Quando i veterani fanno degli errori, è giusto che se ne facciano carico.
In studio
Alla BBC seguo una o talvolta due partite. Spesso mi chiedono di commentare gli incontri del Chelsea, perché ho giocato in quella squadra e l’ho allenata. Oppure, se c’è un giocatore o un allenatore olandese di primo piano, come Louis van Gaal quando allenava il Manchester United, sono il primo che viene chiamato per analizzare le sue mosse.
Spesso sono in Olanda, in Inghilterra o in Qatar, con vari commentatori in studio. In Match of the Day, alla BBC con Gary Lineker, seleziono dei momenti della partita per mostrare dove le cose sono andate bene o male. Poi vado in sala montaggio per riguardarli e scegliere quali usare nel programma. A volte chiedo delle frecce per indicare come si muovono i giocatori.
La mia combinazione preferita è due commentatori e un presentatore, come in Match of the Day, nei programmi sulla Champions League del canale olandese SBS6, e nella rete televisiva a pagamento beIN Sports. Lì hai più tempo per parlare della partita e dei momenti chiave, e riesci ad andare un po’ più in profondità, a spiegare alcune cose. Con tre commentatori diventa meno interessante, e con quattro non riesci praticamente a parlare. Specialmente nell’intervallo, perché gli inserti pubblicitari ti lasciano solo un paio di minuti per esporre la tua analisi.
Di solito mi segno un paio di nomi durante la partita, e quando poi vedo le immagini durante la trasmissione mi ricordo cosa volevo dire e sottolineo i dettagli più importanti. Per esempio, un giocatore che non scatta, o che si lascia sfuggire un avversario, o che non dà istruzioni a un compagno.
Dico queste cose a modo mio, calmo e rilassato, e senza fare il serioso. Non c’è motivo per non scherzare e farsi due risate. Sorrido e chiacchiero con tutti e sono a mio agio con chiunque.
La cosa più importante è analizzare la partita nel modo più originale possibile, e mostrare agli spettatori gli aspetti chiave del gioco e gli effetti prodotti da quegli episodi, nel bene e nel male: cose che vedo ma che a molti spettatori potrebbero essere sfuggite.
Momenti decisivi
Quando analizzo una partita non seguo semplicemente la palla. Guardo vari aspetti del modulo e dello schema di gioco, e cerco di individuare i momenti decisivi: perché le cose vanno in questo modo?
Forse negli ultimi anni il momento più decisivo, quello che ti cambia una partita, è stato il goal di Robin van Persie nella prima partita dell’Olanda ai mondiali del 2014 contro la Spagna, campione del mondo. Quel colpo di testa in tuffo che batté Iker Casillas fece il giro del mondo. Fu sensazionale.
Ma non fu quello l’aspetto più importante del goal olandese. Dopo aver faticato per i primi quarantacinque minuti, evitando per un soffio il 2-0 quando David Silva fu colto in fuorigioco, di colpo gli olandesi pareggiarono e quando andarono al riposo erano di nuovo in partita. Mentre la squadra di Louis van Gaal entrò negli spogliatoi su di giri, gli spagnoli lasciarono il campo psicologicamente abbattuti. Uno stato d’animo che probabilmente non fece che peggiorare nel corso dei quindici minuti trascorsi negli spogliatoi. Se avessero subito il goal in qualunque altro momento, sarebbero andati avanti con la partita e il pareggio non avrebbe avuto un simile impatto. Ma a quel punto i giocatori spagnoli si ritrovarono negli spogliatoi a chiedersi: “Com’è stato possibile?”, mentre gli olandesi pensavano: “Siamo di nuovo in partita!”.
Questa tempistica può influenzare enormemente il resto del match; infatti nel secondo tempo i campioni del mondo furono demoliti per 5-1 da un team olandese scatenato, con van Persie e Arjen Robben che dilagavano. La Spagna non riuscì a superare lo shock di quel momento prima dell’intervallo: esso influenzò anche le sue partite successive, e la squadra non riuscì ad andare oltre la fase a gironi. Invece gli olandesi approdarono alle semifinali dove incontrarono l’Argentina e furono eliminati ai rigori.
Una partita indimenticabile dal punto di vista di un commentatore fu l’incontro di Premier League del 27 aprile 2014 fra due squadre di pari livello: il Liverpool e il Chelsea. Era in palio il campionato. Se il Liverpool fosse riuscito a pareggiare, avrebbe conservato il suo unico punto di vantaggio contro gli inseguitori del Manchester City, che allora erano a caccia del loro secondo titolo in tre stagioni. All’allenatore Brendan Rodgers si chiedeva un semplice pareggio per dare al Liverpool il suo primo titolo dal 1990.
Ma cosa fece il Liverpool? Decise che voleva vincere quella partita ad Anfield di fronte ai suoi tifosi in delirio, per dimostrare che meritava di vincere la Premier League in quella stagione. Il momento simbolo della loro illusione si verificò appena prima dell’intervallo, quando Steven Gerrard scivolò a centrocampo, perse la palla, e l’attaccante del Chelsea Demba Ba se ne impadronì e la spedì nella rete del Liverpool: 1-0.
In quel momento la partita ebbe una svolta, ma fu davvero l’errore di Gerrard a far perdere la partita al Liverpool? No, la ragione fu un’altra: il Chelsea aveva teso una trappola e il Liverpool ci era caduto dentro. Il Liverpool voleva portare a casa il titolo il più in fretta possibile e andò all’attacco fin dal fischio iniziale. Il Chelsea lasciò che l’avversario prendesse l’iniziativa e giocò la partita di campionato come se fosse un incontro di Champions League. Il Liverpool pensò: “Abbiamo la palla, controlliamo il gioco, stiamo dominando”.
Ma l’andamento del gioco corrispondeva alla realtà delle cose? Io trovavo che fosse il Chelsea a dominare, anche se i Blues ebbero meno possesso di palla nel primo tempo. Il Chelsea lasciò fare al Liverpool quel che voleva e non si fece prendere dal panico: coraggio, attaccate pure se volete, la nostra difesa è in grado di resistere a qualunque attacco. Era questo l’atteggiamento mostrato dalla squadra. Restando fedele alla sua formazione difensiva, il Chelsea attese con estrema calma, barricandosi in difesa e pronto a colpire al volo. E il momento arrivò. Il momento in cui Gerrard perse l’equilibrio e Demba Ba segnò.
Conclusione? Brendan Rodgers aveva commesso un enorme errore di valutazione. Lui e il suo team avrebbero dovuto trattare la partita col Chelsea come un incontro di Champions League. Apparentemente, Rodgers non si rese conto che avrebbe potuto o dovuto giocare una partita in difesa. Si dimenticò il punto fondamentale: in quella partita gli bastava un pareggio.
Se il Liverpool avesse giocato in modo più guardingo, lasciando l’iniziativa al Chelsea, i londinesi sarebbero rimasti totalmente spiazzati. Giocando una partita del tutto imprevista – rinunciando al possesso di palla – Rodgers avrebbe potuto confondere il Chelsea. Ma non piazzò questo colpo da maestro.
Privo della necessaria esperienza, l’ignaro Rodgers finì nella trappola del Chelsea. Scommetto che ha gli incubi ogni volta che ripensa a quella partita. Il Liverpool buttò via la sua occasione di vincere il titolo, in casa, di fronte ai propri tifosi.
Se in una partita decisiva sei costretto a vincere, allora naturalmente cerchi la vittoria. Ma se ti basta non perdere, non devi mai correre il rischio di abbandonare la prudenza e giocare solo per vincere. È una lezione fondamentale quando sei al vertice. A volte devi giocare una partita “negativa”, essere scaltro e intelligente. Invece il Liverpool buttò via ingenuamente il match e la prima occasione di riprendersi il titolo dopo venticinque anni. E nonostante il suo approccio straordinariamente negativo, il Chelsea portò a casa tre punti.
In sostanza, il Chelsea aveva fatto credere al Liverpool di avere il dominio della partita. Un’illusione.
Un messaggio chiaro
Il 1° settembre 2001, nell’incontro di qualificazione per il Mondiale del 2002 tra Irlanda e Olanda, Roy Keane fu protagonista del più straordinario primo contrasto di una partita nella storia del calcio. Al primo minuto fece volare Marc Overmars con uno spietato tackle da dietro alle caviglie. Hellmut Krug fischiò, ma l’arbitro tedesco si tenne in tasca il cartellino rosso, e non estrasse nemmeno il giallo. Con questo primo colpo, il copione fu chiaro fin dall’inizio. Gli irlandesi avevano detto agli avversari: niente da fare per voi oggi!
Spesso gli arbitri sorvolano sui falli nei primi minuti del match, perché temono di abusare dei loro cartellini gialli e rossi. Devono stare attenti a come dispensano la prima bacchettata sulle mani. Un piacevole effetto collaterale è che un fallo come quello spesso porta a qualche forma di ritorsione. E allora non hai che da rotolarti per terra dolorante e gemere un po’, e bum!, giallo per l’altra squadra.
Influenzare l’arbitro è un aspetto cruciale del gioco. Gli arbitri cercano di essere degli automi oggettivi, ma naturalmente sono solo esseri umani. A volte vedi i giocatori passarla liscia dopo scorrettezze di ogni tipo. Xabi Alonso (Liverpool, Real Madrid e Bayern) è il migliore: riesce sempre a farla franca coi falli, e spesso sono falli cruciali. A volte esagera, ma il suo gioco è fastidioso e irritante più che inaccettabile o sporco.
Nel mio periodo al Milan era Franco Baresi a passarla liscia il più delle volte. Se ne stava lì con aria innocente. Baresi non era cattivo, ma a volte poteva essere un giocatore duro. Specialmente quando incontrava l’Inter e affrontava Jürgen Klinsmann, che si avventava continuamente su di lui. Baresi dava al tedesco un paio di colpetti, giusto per liberarsene.
Farsi coinvolgere
Non puoi capire se un giocatore è...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- NON GUARDARE LA PALLA
- Introduzione
- Arrivare in cima
- In Italia
- Rituali
- Testa o croce
- Calcio d’inizio
- Intervallo
- Secondo tempo
- Dopo la partita
- Media
- Profilo di Ruud Gullit
- INSERTO FOTOGRAFICO
- Copyright