Il giorno in cui Eva trova un cucciolo sperduto di certosino sulla spiaggia dell'Ile d'Oléron, in Francia, non ne vuole proprio sapere di un nuovo gatto. Sta cercando disperatamente Marian, la gatta che dopo tanto tempo e tanti viaggi condivisi con lei è scomparsa nel nulla. Eva non si dà pace, la cerca ovunque, ed è seguendo le sue tracce sulla sabbia che trova il gattino. Ovviamente lo prende per portarlo in salvo, ma sa che non c'è e non ci sarà mai posto nel suo cuore per lui. Di questo Eva è sicura: si ama una volta sola, vale sia per gli uomini che per gli animali.
Ospite di una coppia stravagante, piantata in asso dall'amica Ingrid con cui era in vacanza, Eva si trova da sola ad affrontare il ricordo di un amore finito, la sparizione di Marian, e la cura di questo cucciolo, che deve essere nutrito e accudito giorno e notte. Qualcuno le dice che è un regalo di Marian, ma lei non intende lasciarsi conquistare dal pelo lucido e bellissimo, dall'affetto sconsiderato che le dimostra, e dalla fierezza con cui la corteggia. Non c'è verso che la magnetica danza felina che lui balla quando sente Chopin possa farla capitolare. Chopin, quello ormai il suo nome, non ripartirà con lei.
Ma intanto, le arti di cui i gatti sono padroni danno i loro frutti, ed Eva si accorge all'improvviso che forse è vero che Marian le ha lasciato Chopin perché le insegni a lasciarsi alle spalle il passato e ad aprirsi al futuro. Così, ritrovata Ingrid e con il certosino in borsa, Eva riparte verso una nuova avventura in Italia, dove Chopin eserciterà le sue doti di seduttore e le insegnerà tante nuove cose sull'amore...

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9788856649451
1
Nessun incontro è un caso.
(KAY POLLAK)
Sulla spiaggia deserta dalle parti di Deauville, in un piovoso mattino di luglio un cane correva avanti e indietro e un uomo senza ombrello camminava assorto, affondando le mani nelle tasche del giaccone. Velati dalla foschia sullo sfondo di un mare inquieto color piombo, l’uomo e il suo bracco si muovevano sperduti nella spiaggia immensa, e tra le strida dei gabbiani.
Li seguivo con lo sguardo percorrendo lentamente la strada che costeggia il mare.
«Li hai visti, quei due?» Ingrid era alla guida e aveva rallentato.
«Sì, li ho visti.»
Quell’immagine solitaria – la spiaggia battuta dalle onde e il cane che corre avanti e indietro, l’uomo a testa bassa sotto una pioggia sottile e un cielo sconfinato pesante di nubi –, quell’immagine a un tratto mi toccò il cuore.
«Aspetta,» disse Ingrid «adesso ci fermiamo.»
Dal finestrino appena abbassato l’umidità riversò una fragranza salmastra che fece fremere le orecchie di Marian, acciambellata sulle mie ginocchia. Smise di fare le fusa. Alzò il muso con un movimento così brusco che chinai la testa per guardarla. Mi fissava a occhi sbarrati, come per dire stai all’erta. O almeno così mi sembrò.
Rivolsi di nuovo lo sguardo alla spiaggia: stai all’erta?
«Mi danno una strana sensazione quei due.» Ingrid parcheggiò sul ciglio della strada. «Anche a te?»
«Anche a me.»
Sì, proprio una strana sensazione. Mi sentivo commossa da un sentimento struggente, come quando qualcuno della tua vita se ne va e sai che non lo rivedrai. Mai più. Curioso provare un simile sentimento di congedo, un addio per sempre osservando da lontano qualcuno che non conosci, qualcuno di assolutamente estraneo, di cui non sai nulla e di cui non saprai mai nulla. Neanche il nome del suo cane.
«Non so perché mi intrighino tanto...» Ingrid parlava a voce bassa eppure quei due erano troppo lontani per sentirci, o forse il momento chissà perché era in qualche modo solenne. «Mi sembrano così soli con tutto il cielo addosso e tutto il mare e con la pioggia... Mi sembrano così soli, lui e il cane.»
Come se la vista dell’uomo solitario desse la stura a confidenze più significative, Ingrid che di solito galleggiava in superficie, per così dire, parlando per lo più di uomini o di ricette di cucina o di creme contro la cellulite, ora si dilungò su quel che si prova a essere oppressi dalla solitudine. Lei la sapeva lunga sulla solitudine, mi disse, sua madre avrebbe potuto meritarsi il Nobel per tutte le volte che l’aveva fatta sentire orribilmente sola da piccola – «Non te l’ho mai detto, ma lei stava per ore e ore senza rivolgermi una parola e guai se aprivo bocca» –, mi raccontò che la lasciava seduta in un angolo della stanza in cui spargeva i tarocchi sul tavolo sotto gli occhi delle sue clienti, vecchie babe sfasciate ancora ansiose del principe azzurro o di un risolutivo colpo di fortuna al lotto; e quando era adolescente rimaneva di notte da sola sui gradini di casa, davanti al piccolo prato spelacchiato aspettando fino all’alba che la madre tornasse da quelli che definiva i suoi affari notturni – «Avevo paura a rimanere chiusa in casa da sola e fuori spesso pioveva proprio come adesso su quel poveraccio lì, tutto solo sulla spiaggia con il suo cane». Avrebbe potuto, mi disse, continuare per giorni e giorni a raccontarmi della solitudine ma si limitò a tirare un sospirone che sembrava salirle dai piedi per tutto il corpo sfociando in un «tu non sai, Eva, che cosa significhi sentirsi soli», e mi appoggiò sul collo una mano dalle dita fredde, mano di bambina abbandonata. «Io invece lo so, altroché se lo so...»
«Che mai ne sarà di te, piccina mia?» canticchiai senza acrimonia. Mi sembrava fuori luogo farle l’elenco delle mie personali scorpacciate di solitudine. «Che ne sarà?»
Rise di una risata striminzita: «Mi prendi in giro?».
«Forse un po’.»
«Alludi al fatto che adesso ho un marito?»
«Non solo.» Mi voltai un attimo verso di lei, le sorrisi scherzosa: «O no?».
«Che cosa c’entra?» sbuffò ma continuava a ridacchiare. «Che cosa c’entrano gli uomini con la solitudine?»
«Be’, quello lì c’entra.» Indicai oltre il finestrino l’uomo e il cane, ormai due lontane figurine, due graffietti di penna scuri sulla spiaggia chiara. «Guardali, stanno svanendo...»
«Eh no!» Ingrid accese il motore, inserì la marcia, proseguì per poi fermarsi più avanti. «Adesso ce li abbiamo di nuovo di fronte, non ho intenzione di perdermeli e non piove più.» Azionò il pulsante e abbassò del tutto i finestrini. «Mi affascinano quei due, starei ore a guardarli.» Frugò nel pacchetto delle caramelle, me ne offrì un paio: «Abbiamo fretta di arrivare a Deauville?».
«Nessuna fretta, direi. Proprio nessuna.»
Perché stavamo facendo questo viaggio a Deauville, Ingrid e io? Non è facile da spiegare. C’erano motivi limpidi e ovvi, motivi da brave ragazze, tipo «voglio raggiungere finalmente mio marito, è un mese e undici giorni che non lo vedo!», e questa era Ingrid; quanto a me, l’appuntamento con l’editore era stato rimandato e mi ritrovavo un mese e mezzo di insperata libertà per andarmene in giro con Ingrid che detestava viaggiare da sola.
Per entrambe, però, sotto sotto c’erano diversi e robusti motivi né limpidi né ovvi. Ingrid aveva deciso quel viaggio per ben altre ragioni che non si era presa la briga di spiegarmi; non avevo faticato a intuirle con notevole preoccupazione, la conoscevo da tanto. A me poi, quando Ingrid mi aveva implorata di accompagnarla, non era parso vero di potermi lasciare alle spalle un ginepraio che rischiava di soffocarmi, la cui causa non ultima, anche se non la più imbarazzante, era la gatta Marian da cui non mi separavo mai. Un ginepraio che non avevo alcuna voglia di districare con faticose giustificazioni a cui nessuno avrebbe creduto e di cui mi sarei senz’altro vergognata. Meglio tagliare la corda.
Intanto, sedute in macchina con i finestrini abbassati, in silenzio continuavamo a osservare l’uomo e il suo cane nel respiro potente delle onde che si disfacevano laggiù. E i gabbiani.
L’uomo si era fermato sulla battigia, di fronte al mare; il cane gli si sedette accanto. Ci voltavano la schiena.
«Che cosa fa? Sta per buttarsi?» sussurrò Ingrid.
«Perché dovrebbe?»
«Che ne sai? Magari è disperato. Rimugina sui suoi guai, non ne può più.»
«Magari adora il mare, la spiaggia senza nessuno, i colori e anche la pioggia, che ne sai tu?»
«E tu?»
«Io mi immagino che venga spesso qui a passeggiare.»
«Anche quando piove? Quando in giro non c’è nessuno a parte il suo cane?»
«Passeggiare da soli nella natura secondo me è una gran cosa...»
«No, no, uno non se ne va da solo in giro in una giornata come questa se non ha dei pensieracci che gli frullano in testa» affermò Ingrid. «Quello sta rimuginando, credi a me, vorrei proprio sapere su che cosa.»
«Vai a chiederglielo...» la sfidai.
«Vai tu!» rise lei.
Nessuna delle due si mosse. In compenso si mosse Marian. Con un balzo si slanciò fuori dal finestrino. Un momento dopo la vedemmo saettare sulla sabbia bagnata. Puntava diritto verso il mare, al gran galoppo.
«Marian!» Uscimmo in fretta dalla macchina. «Marian!» gridai di nuovo.
Mi ignorò. Filava via di gran carriera, coda al vento. Era la prima volta che scappava via così. No, anzi, a ben pensarci la seconda.
«Marian!»
Il cane si voltò. Si voltò anche l’uomo. Il cane verso Marian. L’uomo verso di noi. Correvamo, ma non si acchiappa un gatto correndogli dietro. Impossibile. Marian con uno scarto deviò per accucciarsi di colpo a poca distanza dal cane. Quello avanzò rapido e appena sporse il muso per fiutarla – e agitava il codino tutto allegro – Marian gli rifilò una zampata secca sul naso.
«Marian!» Ero indignata. Mi chinai, tesi le mani per afferrarla. Lei schizzò via, riprese a correre e il cane dietro, latrando. Correvano sulla spiaggia tracciando un grande cerchio, Marian in vantaggio di poco più di un metro, il cane all’inseguimento uggiolava neanche stesse alle costole di una lepre.
«Marian... accidenti, fermati!»
«Marian fila, eh? Non l’avrei detto...» osservò Ingrid. Io mi girai verso l’uomo che si stava avvicinando: «Richiami il suo bracco» implorai. «Lo richiami, per favore.» Già mi immaginavo Marian sbranata, fatta a pezzi, stecchita sulla sabbia. «Lo fermi!»
«Non vede che stanno giocando?» sorrise lui. Sorrise proprio e tolse una mano dalla tasca del giaccone per indicare inseguitore e inseguita: «Si stanno divertendo un mondo».
«Come fa a dirlo?» Ero angosciata.
«Conosco il mio cane.»
«Eh sì, Eva, stanno giocando, non vedi?» gorgheggiò Ingrid giuliva. Si era subito schierata dalla parte dell’uomo, ti pareva!
Vidi Marian rotolare: rimase stesa sulla schiena, zampe protese al cielo. Il cane le volò sopra.
«Marian!»
L’uomo mi trattenne per un braccio: «Li lasci stare, non sia apprensiva, si fidi».
Cercai di sottrarmi a quella stretta: non sopporto che qualcuno mi metta le mani addosso. «Il suo cane la ammazza!» strillai.
Invece no. Stavano davvero giocando. Marian aveva agguantato il muso del cane senza artigliarlo, poi si lasciò sospingere su un fianco, rotolò senza rialzarsi, assestò morbide zampate all’aria, si raggomitolò e il cane, lingua a penzoloni, si lasciò andare lungo disteso al suo fianco, ansando. Marian si rigirò verso di lui e prese a leccargli il muso.
«Guarda come sono carini,» Ingrid ora impugnava il cellulare «faccio una foto.»
Nel momento in cui potei finalmente acciuffare Marian riprese a venir giù la pioggia. Stretta sul mio petto, Marian si mise a far le fusa.
«Dobbiamo brindare, no? Che ne dite?» Risata di Ingrid, non più striminzita ma piena, grondante miele e zenzero; rideva guardando l’uomo e anche lui la guardava e sorrideva: «Certo, brindiamo, tutto è andato a finir bene, vero?». Voltò la testa e sorrise anche a me; non aveva affatto l’espressione di uno che si rigira in testa pensieracci e guai. Anzi.
Si alzò il vento e l’aria si fece più fredda.
Nel bar in cui ci rifugiammo avevano addirittura acceso la stufa. Sedemmo sulle panche accostate a un tavolaccio di legno costellato da bruciature di sigarette. Ingrid e io vicine, lui di fronte. La pioggia, ora violenta, sbatteva contro i vetri. Il mare fumigava là in fondo.
Ci servirono caffè, uova al prosciutto, vino, salsicce arrosto con patate. Brindammo con il caffè, con il vino, poco mancò che brindassimo anche con le uova e con le salsicce per celebrare l’incontro amichevole tra il bracco e Marian. Il bracco se ne stava sotto il tavolo. Marian sulle mie ginocchia lasciava penzolare una zampa e ogni volta che il cane alzava il muso e la annusava, Marian gli assestava un affettuoso colpetto.
«Scommetto che anche lei ha un gatto.» Ingrid aveva un tono entusiasta.
«Non più.» Lui sorrideva con indulgenza, non mi sembrava proprio il tipo che passa ore a parlare di gatti e cani.
«E perché non più?»
«Era un certosino. Conoscete i certosini?» Non ci disse com’era andato a finire i...
Indice dei contenuti
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- Frontespizio
- CHOPIN
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