SCOMMETTIAMO CHE TI AMO? (Forever)
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SCOMMETTIAMO CHE TI AMO? (Forever)

  1. 60 pagine
  2. Italian
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SCOMMETTIAMO CHE TI AMO? (Forever)

Informazioni su questo libro

Storie romantiche che ti catturano e che leggeresti FOREVER Charlotte Roy gestisce con amore il ristorante che le ha lasciato il padre. Ha un'amica del cuore, una madre algida con cui azzuffarsi e un ex fidanzato, che lavora per lei, ma che non la rispetta. Nel suo mondo, fatto di piccole certezze, sono le emozioni a mancare.
Ma la vita è fatta di imprevisti, così quando una sera incrocia Alec, un uomo affascinante e dai modi sicuri, la passione è palpabile e tra loro si accende subito la scintilla che li porta a vivere una notte di coinvolgente passione. Al mattino, però, un biglietto sbrigativo saluta Charlotte al posto di Alec, fornendole la prova scientifica della sua convinzione profonda: gli uomini sono tutti stronzi.
Per uno strano scherzo del destino, tuttavia, i due si rincontreranno poco dopo e scopriranno che i rispettivi genitori hanno deciso di sposarsi. Che cosa succederà? Riusciranno Alec e Charlotte, entrambi contrari alle nozze, a coalizzarsi nonostante sembrino detestarsi?
In un racconto romantico e appassionante, una storia d'amore intrigante e dal finale inaspettato, dove nulla si può dare per scontato.

Scelto da 375,005 studenti

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Informazioni

eBook ISBN
9788858514306
Anno
2017

1

Fuori si gela.
La neve cade imperiosa, gettata senza scrupoli dalle nubi dense e lattee che sovrastano Norwalk, nel Connecticut.
Mi stringo dentro la giacca pesante mentre incedo a passo svelto, ansiosa solo di trovare riparo dalle intemperie. Ho le mani e le orecchie gelate, avrei dovuto indossare il ridicolo regalo di mia madre Sophie: un paio di paraorecchie con il pelo viola con due orecchi da coniglio appiccicate sopra. L’idea di andare in giro con qualcosa che sembra un animale morto appollaiato sulla testa mi appare improponibile! Io, Charlotte Roy, ho una dignità da difendere!
Peccato che questo vento gelido mi stia entrando fin dentro i timpani, provocandomi dei terribili dolori. Cerco di scaldarmi le mani sfregandole tra loro. I guanti di lana che indosso sono del tutto inutili, l’aria s’infiltra come punte di spillo tra la trama del tessuto e temo che perderò ogni sensibilità nel giro di pochi minuti.
Maledetto Mitchell! Mi aveva assicurato che la mia auto sarebbe stata pronta entro stamattina, ovviamente non ha tenuto fede alla promessa e, la mia povera Ford scassata è ancora parcheggiata nel suo garage con il cofano spalancato, in paziente attesa che il meccanico si decida a cambiare le candele.
Arrossisco nel ricordare la pessima figura fatta il giorno precedente. Quando gli ho portato la macchina, mi sono avvicinata baldanzosa, elencando tutti i difetti del veicolo.
«Singhiozza quando accelero e per di più è caduto il pezzo 710
Lui mi ha guardata con un’aria confusa stampata sul viso raggrinzito e sporco di olio.
«Che cos’è il pezzo 710?» mi ha domandato lentamente, come fossi pazza, e io, anziché capire di essere palesemente in errore, mi sono stizzita sbattendo le mani sul cofano e guardandolo truce.
«Se non lo sai tu che sei il meccanico, come posso saperlo io?» l’ho rimbeccato con sguardo fiero.
Lui si è passato una mano sugli occhi, esausto.
«Fammi vedere questo pezzo ‘710’.»
A quella richiesta ho frugato in borsa e l’ho tirato fuori, certa di mettergli sotto il naso la prova inconfutabile della sua negligenza.
«Questo è il tappo dell’olio» ha enunciato monotono.
«Ah sì?» ho replicato io, allungando il collo per guardare meglio l’oggetto, sul quale non c’era scritto 710, ma OIL. Ok, lo avevo letto al contrario.
Ancora mi risuonano nella testa le risate di Mitchell e degli agli altri due ragazzi dell’officina, cui lui si è affrettato a raccontare il fatto.
Me ne sono andata con la coda tra le gambe, desiderosa solo di fuggire da quell’imbarazzante situazione, certa che sarei stata oggetto di scherno per le ore successive, se non addirittura settimane.
Qualche gatto scorrazza tra la neve adagiata sui marciapiedi e nei giardini di questa piccola cittadina. Affretto il passo, se mi attardo ancora qui fuori dovranno venire a scongelarmi con un phon. In lontananza scorgo finalmente il ristorante che appartiene alla mia famiglia da un decennio.
Fino a sei anni fa era mio padre a occuparsene e la gente del posto affluiva numerosa per assaggiare i suoi piatti tradizionali e genuini. Usava solo prodotti freschi di prima qualità e io ho passato l’infanzia a osservare le sue sapienti mani creare squisitezze culinarie.
Maneggiava il coltello con una maestria superiore a quella di un samurai con la katana. Una fitta m’invade il cuore al pensiero che adesso mio padre non c’è più. È morto sei anni fa in un incidente stradale e ancora non mi sono del tutto abituata alla sua assenza. Da allora sono subentrata io nella gestione del ristorante, assieme a mia madre, che però si occupa per lo più della contabilità.
«Bonjour, ma petite!» mi accoglie maman in francese, la sua lingua madre, alzando la mano in segno di saluto.
«Ciao, maman» rispondo senza slancio, mentre, infreddolita, poso la giacca sulla sedia dietro di lei.
«Potresti anche rispondermi in francese, sai che…»
«…che le origini sono importanti,» le faccio il verso, completando la frase al posto suo. «Sì, lo so. Me lo ripeti di continuo.»
«Ma non sembra che questo concetto venga assimilato dal tuo intelletto.»
«Perché io sono americana! Per l’amor di Dio, mamma, sono nata a Chicago!» ribatto e mi avvicino al grande camino di pietra in cui scoppietta un fuoco accogliente.
«Ma nel tuo sangue scorre Parigi» precisa indignata.
«La Tour Eiffel non farà danni alle mie arterie?» la prendo in giro e lei s’indispettisce, permalosa come poche. Anche se devo ammettere che ho ereditato anch’io quest’aspetto del suo carattere.
«Hai sempre voglia di fare dello humor inutile» mi rimprovera massaggiandosi una spalla.
Vicinissima al caminetto, resto in silenzio a osservarla: è ancora una gran bella donna. Ha cinquantaquattro anni e un fisico invidiabile. Il viso raffinato è marcato da qualche ruga attorno agli occhi e sulla fronte, ma lei ne va fiera, asserendo che quella è la cartina della sua storia personale. Ha due grandi occhi grigi che ha donato anche a me e folte ciglia nere. Le labbra sono piccole e sottili e il naso è proprio alla francese, esattamente come il mio. I capelli biondo cenere sono acconciati in una crocchia a treccia e ai lobi sfoggia due eleganti perle bianche.
Indossa un dolcevita color panna e un paio di pantaloni dal taglio morbido, ai piedi un paio di raffinate scarpe con il tacco non troppo alto e decorate con delle perle. Non mi dispiacerebbe essere come lei a cinquantaquattro anni. Per ora ne ho ventinove e ho l’aria più vissuta di lei. I miei capelli sono di un docile castano ramato, mossi e indomabili, liberi di cadermi sulla schiena fino a sfiorarmi il sedere.
«Charlotte, stavo pensando che abbiamo bisogno di aiuto» inizia a dire mia madre con gli occhiali sul naso, mentre guarda i registri delle entrate e delle uscite.
«Che tipo di aiuto? Vuoi chiamare Gordon Ramsey?» domando ironica avvicinandomi a sbirciare le note fiscali.
«Non sei affatto simpatica. Il ristorante non va molto bene e credo che tu te ne sia accorta anche da sola»
«Sì, non sono idiota, mamma» la rimbrotto indispettita prendendole il registro di mano e osservando i terrificanti risultati dell’ultimo trimestre.
«Siamo sotto, benissimo!» le rilancio il plico e mi siedo a uno dei tavoli apparecchiati.
«Dobbiamo fare qualcosa. Pierre forse non è più il capo chef di un tempo» asserisce, sfilandosi gli occhiali e posandoli sul bancone della reception.
«Mamma, Pierre lavora qui da nove anni! Lo ha assunto papà, ricordi?»
«Sì, rammento benissimo ma questi dati sono qui a ricordarmi anche che non svolge più il suo lavoro con passione.»
«Non possiamo licenziarlo!» la sola idea di mandare via Pierre mi fa impazzire. Sono affezionata a quell’uomo che si è sostituito a mio padre negli ultimi sei anni. Non posso pensare di fargli un torto simile e di privarmi della sua presenza.
«Lo so che è difficile, ma dobbiamo pensare agli interessi del ristorante.»
«No, tu sei semplicemente una donna cinica e con l’antigelo al posto del sangue!» scatto in piedi.
«Charlotte, cerca di calmarti» tenta di rabbonirmi maman, ma senza successo.
«Non mi calmo affatto, lo farò quando tu rinsavirai. Pierre non può essere licenziato!»
«Il tuo adorato Pierre quest’oggi non si è presentato perché dice che ha un terribile mal di testa! È diventato uno scansafatiche!» sbotta esclama rabbiosa. «Se non vuoi prendere provvedimenti, allora chiudiamo il ristorante di tuo padre!» È un colpo basso. Sa benissimo quanto tenga a questo posto, è il ricordo più prezioso che ho di mio padre.
«Aspettiamo prima di decidere, okay?» domando e lei annuisce freddamente.
Mia madre non è mai stata una donna mansueta e docile. È testona quanto un mulo e di una compostezza che rasenta la glacialità. Mai che il suo viso mostri una qualche emozione: ha sempre un’espressione impostata e calcolatrice.
Di abbracci tra me e lei, neanche a parlarne. In tutta la mia vita posso contare le dimostrazioni fisiche di affetto di mia madre sulle dita di una mano. Tre volte mi ha abbracciata e una sola volta mi ha dato un bacio sulla fronte. È facilissimo elencarli: per la mia comunione (abbraccio); per il mio diploma (abbraccio); per il funerale di mio padre (abbraccio e bacio).
Non che sia una donna cattiva, so che non lo è, ma è sempre stata una che trattiene le emozioni, che odia piangere davanti agli altri, detesta bisticciare nei luoghi pubblici e manifestare il proprio affetto al di fuori delle quattro mura domestiche.
È però d’animo buono e molto legata alle sue origini, non per niente nel locale diffondiamo sempre musica francese. Guardo sopra il pianoforte ora inutilizzato e noto un vaso di cristallo, poggiato su un centrino ricamato a mano da mia nonna Lulù, in cui sono state diposte con cura maniacale delle fresie bianche e arancio. Di fianco, qualche candela profumata a forma di rosa e la foto incorniciata di mio padre. Sento subito le lacrime pungermi gli occhi, ma le ricaccio indietro.
All’improvviso mi torna in mente quanto mi sia stato vicino Kevin durante il lutto per la morte di mio padre, che ancora non ho completamente superato. Pensare a lui mi provoca un brivido lungo la colonna vertebrale; i suoi occhi buoni e le labbra sottili che sfioravano la mia pelle accaldata quando ero agitata, le sue dita gentili che lisciavano i miei capelli quando avevo paura, i suoi baci appassionati che mi facevano sciogliere. Tutti bei ricordi finiti ben presto nella pattumiera emotiva del mio cuore, buoni solo a riaprire una ferita che ancora non si è rimarginata. Quando ho perso Kevin, non ho avuto nessuno che mi asciugasse le lacrime: mio padre, l’unico uomo di cui mi fidassi ciecamente, non c’era più. Caccio il pensiero prima che mi lasci andare alle emozioni e che mia madre cominci a dare fiato ai polmoni, intimandomi di piantarla per poi partire con la sua filippica sull’importanza di lavare i panni sporchi in casa.
Che c’è di sporco nel piangere il proprio padre? Un uomo che mi ha insegnato l’importanza di sorridere, che era sempre di umore allegro e che amava la cucina e il buon cibo. Sommergeva d’amore me e mio fratello e, da quando è morto, la sua mancanza si è fatta sentire con prepotenza.
«Hai sentito Jerôme ultimamente?» domando a mia madre, che ha ripreso a scartabellare tra le scartoffie. La vedo guardarmi al di sopra delle lenti degli occhiali e annuire.
«Proprio ieri sera, ha detto che ha ricevuto una promozione al lavoro e che ora è alla sede principale della banca.» Non si può non cogliere il tono di fierezza che riempie la sua voce flautata.
Come darle torto? Mio fratello Jerôme ha solo un anno più di me, e già sta facendo carriera come esperto di investimenti finanziari, presso una prestigiosa banca americana.
È sempre stato un cervellone e da adolescente passava la maggior parte del tempo chino sui libri, oppure a progettare qualche programma per il computer. A quattordici anni era già in grado di suggerire alla famiglia quali fossero gli investimenti migliori. Un vero genio. Io, che invece con lo studio non ho mai legato troppo e non so nemmeno cosa sia il Dow Jones, ho finito il liceo per un soffio e l’unica cosa di cui mi sono sempre interessata è il ristorante di mio padre.
Infatti, Jerôme è andato all’università e si è trasferito prima a San Francisco per lavorare in una banca di secondaria importanza. Poi è volato a New York, sotto le dipendenze della JPMorgan Chase & Co.
«Oh, sono fiera di lui!» dico orgogliosa del mio fratellone mentre mi dirigo verso la cucina a studiare un modo per evitare un crack finanziario. Non so bene che significhi questo termine, crack finanziario, ma chiamarlo così mi fa sentire magicamente più colta e intelligente.
Dentro la cucina imperversa il caos: i piatti sporchi giacciono dentro il lavello d’acciaio, macchiato da incrostazioni di grasso e salse e i tegami sono ancora sui ...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. 1
  4. 2
  5. 3
  6. 4
  7. 5
  8. 6
  9. 7
  10. 8
  11. 9
  12. 10
  13. 11
  14. 12
  15. 13
  16. 14
  17. EPILOGO
  18. Scopri tutti gli ebook della collana Forever
  19. Copyright