Quando la notte è più luminosa
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Quando la notte è più luminosa

  1. 420 pagine
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Quando la notte è più luminosa

Informazioni su questo libro

«Non sono più una ragazza, né una giovane sposa. Sono una madre, lontana da Kabul come non lo sono mai stata.» Fereiba è una maestra, ed è cresciuta in un Afghanistan dove la felicità e l'amore erano sogni possibili. I talebani non avevano ancora preso il potere, e suo marito tornava a casa ogni sera da lei e dai loro tre bambini. Finché un giorno non è più tornato. È stato allora che Fereiba ha capito che il suo paese non era più casa sua, ed è partita, insieme ai suoi bambini, verso un posto dove ricominciare, vivere, e dimenticare. L'Inghilterra. Attraversando l'Iran, poi la Grecia, col cuore spezzato dalla tristezza, Fereiba accompagna così i suoi figli verso la salvezza. Finché, nella piazza del mercato di una città greca, Saleem, il figlio più grande, sparisce nella folla. Da quel momento Fereiba avrà una duplice missione: mettere in salvo i due figli più piccoli e ritrovare Saleem, prima che sia troppo tardi. Perché Fereiba sa che anche nelle notti più buie prima o poi sorge la luna, a rischiarare e illuminare la strada.
Dopo un debutto di successo, questa giovane autrice torna a raccontare di donne nell'Afghanistan di oggi e delle loro battaglie, con una scrittura elogiata anche da Khaled Hosseini. Un'indimenticabile storia di coraggio e tenacia. «Un romanzo da leggere assolutamente, che racconta della determinazione di una madre che lotta per trovare una casa migliore ai propri figli.» O, The Oprah Magazine «È un libro che racconta i nostri tempi in un modo che riesce sempre a emozionare.» Bookreporter

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Informazioni

Anno
2016
eBook ISBN
9788858515099
Print ISBN
9788856652307

PARTE PRIMA

1

Fereiba

Il mio destino fu segnato dal sangue il giorno stesso in cui nacqui. Mentre lottavo per venire al mondo, mia madre rinunciò a restarvi e mi privò della possibilità di essere una vera figlia. Recidendo il cordone ombelicale, la levatrice la liberò da ogni obbligo verso di me. E mentre il suo corpo sbiancava, il mio si arrossava; mentre io emettevo il primo vagito, lei esalava l’ultimo respiro. Ripulita, avvolta in una coperta, fui portata da mio padre, ormai vedovo per causa mia. Cadde in ginocchio e impallidì. Lui stesso, Padar-jan, mi raccontò che gli ci erano voluti tre giorni prima di avere il coraggio di prendere in braccio la figlia che gli aveva sottratto la moglie. Vorrei tanto non riuscire a immaginarmi i pensieri che gli passarono per la mente; purtroppo ne sono perseguitata. Sono quasi sicura che, se avesse potuto scegliere, avrebbe preferito salvare mia madre, non me.
Fece del suo meglio, ma non era all’altezza del compito. A sua difesa va detto che non era facile a quei tempi. Per la verità non lo è mai. Padar-jan era figlio di un visir, che aveva una certa influenza a livello locale. Molti in città si rivolgevano a mio nonno, Boba-jan, per avere un consiglio, sollecitare la sua mediazione, ottenere un prestito. Era un uomo equilibrato, risoluto, sagace. Decideva rapidamente e non si lasciava scoraggiare dal dissenso. Non so se avesse sempre ragione, ma sapeva convincere.
Poco dopo il matrimonio, Boba-jan era riuscito, da abile mercante qual era, ad acquisire un notevole patrimonio terriero, e i frutti di quei terreni nutrirono le successive generazioni della sua famiglia. Mia nonna, Bibi-jan, morta due anni prima della mia tragica nascita, gli aveva dato quattro figli – Padar-jan era il più giovane – e tutti crebbero godendo dei privilegi che il padre aveva assicurato loro. Erano rispettati in città; i miei zii fecero buoni matrimoni e ciascuno di loro ebbe una parte dei terreni sui quali, a loro volta, allevarono i loro figli.
Anche mio padre possedeva della terra – un frutteto, per la precisione – ed era un funzionario nella nostra città, Kabul, l’operosa capitale dell’Afghanistan, annidata nel cuore dell’Asia centrale. La geografia sarebbe diventata importante per me soltanto anni più tardi. Padar-jan era una copia carbone sbiadita del nonno, come se l’originale non fosse stato premuto sul foglio con sufficiente forza. Era animato dalle stesse buone intenzioni di Boba-jan, ma gli mancava la risolutezza.
Quando sposò mia madre, Padar-jan ebbe il frutteto, la sua parte del patrimonio familiare. Lo curava dalla mattina alla sera, si arrampicava sugli alberi per cogliere i frutti e le bacche mature. Nelle calde notti estive dormiva sotto i loro rami, lasciandosi inebriare dal profumo dolce delle pesche succulente. Barattava parte del raccolto con prodotti e servizi di prima necessità e tanto gli bastava. Non cercava niente di più di quello che il destino gli aveva riservato.
Dalle notizie frammentarie che appresi crescendo, mia madre era stata una donna molto bella. I capelli color ebano le ricadevano in folti riccioli sulle spalle. Il suo sguardo era affettuoso e gli alti zigomi le davano un’aria regale. Lavorando, canticchiava sommessamente; portava sempre un ciondolo verde ed era conosciuta per la sua squisita aush, la zuppa allo yogurt con carne di manzo macinata e speziata e delicate tagliatelle, che faceva venire l’acquolina in bocca e riscaldava lo stomaco nel freddo dell’inverno. Il breve matrimonio dei miei genitori fu felice a giudicare da come gli occhi di mio padre si riempivano di lacrime nelle rare occasioni in cui parlava di lei. Mi ci è voluta quasi tutta la vita per mettere insieme i frammenti che avevo su mia madre e convincermi che probabilmente mi aveva perdonato il torto che le avevo fatto venendo al mondo. Non l’avrei mai vista, ma avevo bisogno di sentire il suo amore.
Dopo circa un anno dal matrimonio, mia madre partorì un maschietto. Vedendo l’aspetto robusto di suo figlio, mio padre lo chiamò Asad, «leone». Il nonno sussurrò all’orecchio del neonato l’azaan, il richiamo alla preghiera, impartendogli così il suo battesimo musulmano. Dubito che Asad fosse diverso allora da come è ora e molto probabilmente non udì l’azaan di Boba-jan, già distratto dalla malizia del mondo e immemore del richiamo alla rettitudine. Asad si sentiva onnipotente. Dopo tutto era il primogenito, fonte di immenso orgoglio per la famiglia. Avrebbe portato il cognome, ereditato la terra e curato i genitori, quando fossero invecchiati. Quasi sapesse quello che ci si aspettava da lui una volta raggiunti gli anni della maturità, Asad succhiò voracemente il latte della mamma e logorò le energie del papà. Lei lo allattò fino a sfinirsi; lui si affannò a costruirgli giocattoli speciali, progettò la sua educazione e si dedicò con impegno a portare a casa il necessario per tenere la neo mamma nutrita e in buona salute.
Mia madre era orgogliosa di avere dato a suo marito un figlio maschio, e robusto per giunta. Temendo che i vicini o i parenti, mossi dall’invidia, gli gettassero il nazar, il malocchio, per neutralizzarlo cucì sull’abitino di Asad un amuleto, una piccola pietra blu che le aveva dato sua cognata. Comunque la mamma aveva un arsenale di trucchi per neutralizzare il nazar. Se le sembrava che il bambino avesse guadagnato peso o se un conoscente diceva qualcosa sulle sue gote rosee e paffute, lei si guardava le unghie e a intervalli regolari sussurrava le lodi a Dio, nam-e-khoda, ben sapendo che l’orgoglio attira il malocchio con la rapidità crudele di un lampo in campo aperto.
Di giorno in giorno, grazie al latte materno, Asad crebbe, il suo viso prese forma e le sue gambe si irrobustirono. A quaranta giorni dalla nascita, mia madre trasse un respiro di sollievo: il bambino aveva superato il periodo più pericoloso. Aveva visto il figlio di una vicina, a due settimane di vita, irrigidirsi e scuotersi disperatamente come se fosse stato artigliato da una mano diabolica. E prima ancora che al neonato fosse attribuito un nome, lo spirito era fuggito da lui. Venni a sapere successivamente che forse il cordone ombelicale era stato reciso con un coltello sporco e che questo aveva trasmesso al sangue batteri tossici. Comunque sia, noi afghani crediamo fermamente che non è il caso di cantar vittoria prima che siano passati quaranta giorni dalla nascita.
Come molte madri, Madar-jan confidava nei poteri dei semi di ruta, chiamati espand. Ne buttava a manciate sulla fiamma viva lasciandoli scoppiettare e consumarsi, e mentre il fumo si diffondeva sulla testa di Asad, lei cantava:
Allontana il malocchio, è l’espand
la benedizione del re di Naqshband
Occhio di nulla, occhio di parenti
Occhio di amici, occhio di nemici
Chi ti vuole male, tra le fiamme bruci
Il canto risaliva alla religione zoroastriana, preislamica, ma anche i musulmani credevano che potesse allontanare il malocchio. Mio padre guardava compiaciuto sua moglie che vegliava con tanta cura sul figlio. E, tutto considerato, questo fu utile, perché la morte della mamma non incise sulla vita di mio fratello quanto lo fece sulla mia. Era pur sempre il primogenito, abile nell’affermarsi, di solito a discapito del prossimo. La sua sbadataggine era di danno a chi gli stava vicino – che spesso ero io – ma lui ne usciva sempre indenne. Nei due anni in cui si nutrì al seno materno, acquistò abbastanza forza da garantirsi un posto nel mondo.
Mia madre, però, morì prima di poter cucire un amuleto sulla mia veste, di sussurrare nam-e-khoda, di guardarsi le unghie e diffondere amorevolmente il fumo dell’espand sulla mia testa. La mia vita fu un succedersi di sventure, l’esito di una maledizione inesorabile. La morte della mamma funestò la mia nascita e, mentre sul suo corpo privo di vita si recitavano le preghiere dei defunti, Boba-jan mi sussurrava all’orecchio, soffrendo, l’azaan. Il richiamo del nonno ad avere fede penetrò dentro di me, e ascoltandolo mi salvai.
La mamma fu sepolta in un nuovo cimitero vicino a casa. Non ci andavo di frequente, in parte perché nessuno mi portava e in parte perché persisteva in me il senso di colpa. Sapevo che ero stata io a farla finire lì e tutti me lo rammentavano.
Mio padre, ancora giovane, si ritrovò vedovo con un figlio di due anni e una figlia appena nata. Mentre io ingenuamente cercavo il seno della mamma, mio fratello, per niente turbato dalla sua assenza, continuò a essere il bambino capriccioso di sempre. Con due pulcini nel nido, mio padre seppellì sua moglie e cominciò a cercare una nuova madre per loro.
Il nonno accelerò le cose, sapendo che una neonata non sarebbe cresciuta bene se fosse rimasta affidata alle cure di un uomo. Nella sua qualità di visir, conosceva tutte le famiglie del vicinato. Sapeva che un agricoltore del posto aveva cinque figlie, e la maggiore era in età da marito. Boba-jan era sicuro che l’uomo, oppresso dal dovere di provvedere a cinque ragazze finché non si fossero accasate, sarebbe stato contento di accettare suo figlio come pretendente alla mano della maggiore.
Si recò da lui e, tessendo le lodi del proprio figlio e descrivendolo come persona di animo nobile e seri principi che aveva avuto la sfortuna di restare precocemente vedovo, concordò il fidanzamento della primogenita con mio padre. Sottolineò delicatamente che andava preso in considerazione il bene dei due bambini piccoli, e la trattativa procedette velocemente. Di lì a qualche mese Mahbuba entrò nella nostra famiglia e, come avviene per molte spose novelle, cambiò nome. Si pensa che sia un gesto rispettoso non chiamare una donna con il nome che aveva nella famiglia di origine. Secondo me, però, è qualcosa di più. È un modo per dire alla giovane sposa di non guardarsi indietro, di aprire il cuore al futuro.
KokoGul, la prima di cinque figlie, aveva accudito le sorelle fin da piccola ed era perfettamente in grado di allevare due bambini. Decise subito che non voleva vivere nell’ombra di mia madre. Ne scartò gli abiti, risistemò la casa, cancellò ogni traccia della sua esistenza, tranne mio fratello e me. Noi eravamo lì a ricordarle che lei non era la prima moglie.
Allora era usanza comune che gli uomini si sposassero più di una volta, una pratica – mi hanno detto – che derivava dai tempi di guerra e dalla necessità di provvedere alle vedove. Naturalmente tra le mogli si creava una tensione strisciante. La prima godeva di un rango che non era riconosciuto alle successive. KokoGul, privata della possibilità di essere la prima moglie da una donna che non aveva mai conosciuto, si vedeva costretta a crescere i suoi figli.
Non era cattiva, non mi fece mai soffrire la fame, non mi picchiò né mi cacciò di casa. Mi nutrì, mi lavò e mi vestì; fece, insomma, tutto quello che fa una madre. Quando cominciai a parlottare, la chiamai mamma. Mossi verso di lei i miei primi passi, e lei mi curò quando mi ammalavo o mi facevo male.
Ma teneva le distanze. Non ci misi molto a percepire il suo risentimento, ma mi ci vollero anni per capirne la ragione. Lo stesso avveniva per mio fratello, ma il suo caso era diverso. Dopo pochi mesi pareva che si fosse dimenticato che prima di lei c’era stata un’altra donna, sua madre. KokoGul lo accudiva con più sollecitudine di quanta dedicasse a me, sapendo che era la chiave per arrivare al cuore di mio padre. Quando era a casa, mio padre sembrava contento di avere trovato una buona madre per i suoi figli. Il nonno, che l’età aveva reso perspicace, sapeva di doverci tenere d’occhio, per cui era molto spesso da noi.
Non ero orfana. Avevo i genitori e un fratello, una casa confortevole e abbastanza da mangiare. Avrei dovuto sentirmi soddisfatta.
Ma non avere più la mamma è come essere denudati e buttati nella neve. La mia peggiore paura, il terrore che si accompagna all’amore verso i miei figli, è di lasciarli nello stesso modo.
Chissà se passerà mai.
2

Fereiba

KokoGul era una donna piacente, ma non il tipo che si nota in m...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. QUANDO LA NOTTE È PIÙ LUMINOSA
  4. PROLOGO. Fereiba
  5. PARTE PRIMA
  6. PARTE SECONDA
  7. PARTE TERZA
  8. GLOSSARIO
  9. RINGRAZIAMENTI
  10. Copyright