La notte del 20 dicembre Livio Sala, inviato speciale in Afghanistan, viene sequestrato sulla strada per Kabul. Suo figlio Tommi lo viene a sapere dalla televisione, mentre sta cenando con la mamma. Inizia così un fitto scambio di lettere: quelle di Livio, scritte di nascosto nella sua prigione, e quelle di Tommi, scritte ogni sera con la vecchia macchina da scrivere di papà...

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Mio papà scrive la guerra
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9788856649901
1.
SEI SPARITO,
DICE LA TELEVISIONE
Milano, 20 dicembre
Ti sei messo a tavola con noi all’ora di cena. Capotavola, per la precisione. La tua faccia ha riempito per intero la televisione, mentre la signorina del telegiornale raccontava che erano scomparsi quattro giornalisti in Afghanistan, probabilmente rapiti sulla strada che va da Jalalabad a Kabul, e che tra i quattro c’era anche un inviato italiano, Livio Sala, cioè tu, papà.
La faccia della mamma è diventata bianca come la mozzarella che si stava portando alla bocca. Sai bene quanto le piaccia la caprese con l’insalata.
Ha posato la forchetta, ha detto: «Mio Dio…», si è messa una mano sulle labbra ed è rimasta immobile così, come una statua, con gli occhi fissi al televisore. Lei ti guardava, tu le sorridevi. La signorina del telegiornale spiegava che non si avevano più notizie dei quattro giornalisti e che su quella strada già in passato c’erano stati agguati dei terroristi.
Se il compito dei terroristi è quello di mettere terrore, questa volta ci sono riusciti alla grande. Mamma sembrava scolpita nel marmo, bianca e immobile, le tremava solo un po’ la mano sulle labbra. Anch’io mi sono spaventato, ovvio, ma poi ho pensato a cosa mi avresti detto in quel momento: «Tommaso, quando esco io, sei tu l’uomo di casa».
Giusto, pa’?
Allora mi sono alzato dalla sedia, sono andato vicino alla mamma, le ho messo una mano sulla spalla e le ho detto: «Non preoccuparti, papà se la caverà come sempre. È troppo bravo, lo sai».
Mamma ha sorriso e mi ha abbracciato forte. È come se si fosse svegliata di colpo. Forse si è accorta che, a farsi vedere troppo preoccupata, avrebbe impressionato anche me. Perciò, appena la signorina del telegiornale ha cominciato a parlare dell’America, si è alzata quasi di scatto, si è passata una mano tra i capelli e si è messa a sparecchiare. L’ho aiutata a portare piatti e bicchieri sul lavello. Nessuno dei due aveva più voglia di mangiare.
Poi ha iniziato a squillare il telefono. Credo che la nonna Ada volesse venire a dormire da noi, la mamma però le ha detto che non era il caso. Ha chiamato anche il nonno Berto, poi un tipo dell’aeroporto che ha detto alla mamma di stare pure a casa dal lavoro per qualche giorno. Infine il tuo collega Daniele, che è in montagna in vacanza e ha saputo del rapimento dalla televisione. È stato molto carino, ha voluto parlare con me. Mi ha assicurato che tutto finirà bene e si è fatto promettere che finalmente uno di questi giorni verrò a vedere dove lavori.
Anche la mia amica Lilli, la figlia della portinaia, è stata molto carina. È venuta a bussare alla porta e mi ha detto: «Tranquillo, Tommi, uno in gamba come tuo papà non finisce mai nei pasticci. A quest’ora sarà da qualche parte a scrivere l’articolo più bello del mondo».
Lo sai che Lilli è la tua prima ammiratrice. Te ne sarai accorto da come ti sorride quando ti porta su la mazzetta dei giornali. A un giornalista certe cose non sfuggono, giusto pa’?
Finito di sparecchiare, la mamma ha telefonato alla redazione del tuo giornale e ha chiesto di Vocalello. A un certo punto l’ho sentita gridare in corridoio: «Ho dovuto saperlo dalla televisione!».
Credo che si sia infuriata perché nessuno del giornale l’aveva ancora chiamata per dirle della tua scomparsa. Lo sai che quando la mamma si mette a disegnare stelle sulla copertina della rubrica, vuol dire che è proprio furibonda.
Il signor Vocalello le ha spiegato che stavano raccogliendo informazioni per tranquillizzarla, che lui stesso aveva contattato gli altri inviati in Afghanistan e il Ministero degli Esteri a Roma. Secondo le testimonianze di alcuni giornalisti, pare che l’agguato sia avvenuto vicino a Kabul. La mamma ha ordinato al signor Vocalello di chiamare a ogni ora del giorno e della notte per qualsiasi novità. Poi ha messo giù la cornetta senza troppa delicatezza, l’ha fatta rimbalzare. Se c’è qualcuno che la rende nervosa è proprio il tuo capo. E a me suo figlio Guido…
Dopo abbiamo guardato un bel film in cassetta: L’uomo dei sogni, con l’attore che ha fatto anche Balla coi lupi e la pubblicità delle scarpe che respirano. Non mi ricordo come si chiama. Kevin, forse… Sì, Kevin e qualche cosa. Il film è davvero molto bello, parla di un uomo che ha costruito un campo di baseball in mezzo alla campagna, anche se tutti lo prendevano per matto. Ma lui, testardo come un mulo, sentiva che quella era la sua missione e lo ha costruito lo stesso. Lì, poi, sono venuti a giocare delle specie di fantasmi che uscivano da un campo di granoturco. Cioè, non erano proprio fantasmi, ma giocatori famosi già morti, che su quel campo potevano divertirsi come un tempo. Una specie di paradiso, insomma. E alla fine è spuntato anche il papà di Kevin, ma non vecchio: bello e giovane come quando era un campione di baseball, e si è messo a giocare con suo figlio. Mamma si è commossa. Aveva le lacrime agli occhi. Si è alzata tre volte per andare a bere durante il film, o meglio, per controllare sul televisorino della cucina se c’erano notizie nuove al Televideo, ma senza farsi vedere da me per non preoccuparmi.
L’ultimo telegiornale però lo abbiamo seguito insieme, sul divano della sala. Hanno fatto rivedere la tua foto, ma non hanno aggiunto nulla di nuovo. Hanno trasmesso immagini di Kabul dove c’erano degli uomini barbuti con lunghe tonache nere che avevano un turbante in testa e una mitraglietta in mano. A me sembravano tutti uguali.
Mi sa che sei prigioniero di una di quelle barbe.
La mamma si è raccomandata che andassi subito a letto, perché avevamo fatto già molto tardi. Io le ho promesso che avrei scritto pochissimo. Ma qualcosa dovevo scrivere.
È nei nostri patti, giusto pa’?
Mi sono spogliato, mi sono messo il pigiama e, sopra il pigiama, il giubbotto senza maniche, quello con mille tasche che sembra da pescatore ma è da giornalista, perché si possono infilare dentro blocchetti, penne, agende con i numeri di telefono e anche macchine fotografiche. Quello verdino che mi hai regalato a Natale. Senza quel giubbotto addosso, non mi viene l’ispirazione.
Non sto scrivendo con il mio computer portatile, ma con la tua vecchia macchina per scrivere. Stai calmo, papà… Lo so che non vuoi assolutamente che la tocchi, ma questa è un’occasione speciale. Giuro che la tratterò bene, non ti preoccupare.
Mi sono messo seduto sul letto con le gambe incrociate, ho infilato un foglio bianco nel rullo della macchina e ho cominciato a scrivere tutto quello che è successo oggi. Come promesso.
Ti avrei scritto che si è staccato nuovamente lo spruzzino della doccia e che la mamma, che lo ha preso in testa, ti ha spedito qualche gentile parolina… Ti avrei raccontato il nuovo caso che è scoppiato nel condominio: il signor Bovolenta, quello simpatico che ti dice sempre in milanese «Tel chi el giurnalista!», ha smesso di andare a lavorare e passa le giornate ad ascoltare dischi chiuso in casa. La signorina Sandra, la sua vicina di casa che vive con i gatti, è già andata a lamentarsi dalla portinaia e ha già telefonato all’amministratore. Forse non ha un fidanzato proprio perché non le va mai bene niente… Lilli, che ha il fiuto della grande giornalista, sta indagando. Poi ti avrei raccontato dei miei giri con don Ambrogio a benedire le case per Natale e altre cose…
Invece, come vedi, ho dovuto scrivere nel diario che sei scomparso e annotare tutto ciò che è successo in casa dopo che ti sei messo a tavola con noi, all’ora del telegiornale.
Ora finisco.
La mamma ha già infilato la testa nella stanza per dirmi di spegnere la luce e di dormire che è tardissimo e domani devo andare a scuola. Mi ha dato la buona notte, e io le ho detto: «Non preoccuparti, mamma. Sparano ad altezza d’uomo, papà passa sotto…». La frase che ci dici sempre tu quando ci saluti sulla porta con le valigie in mano. Io sono convinto che ogni volta ripeti quelle parole perché ti portano fortuna, e non solo perché sei alto (si fa per dire…) 165 centimetri. È come mettersi in tasca un cornetto o un quadrifoglio. Infatti sei sempre tornato a casa sano e salvo.
Ho ragione, pa’?
E c’è un altro piccolo rito scaramantico che fai sempre prima di partire, quando sei già sulla porta. La mamma ti consegna qualcosa senza farsi vedere, un bigliettino forse, che tu le restituisci appena torni. Credi che non me ne sia accorto? Tu sarai un grande giornalista, ma io sono tuo figlio… Quando torni, la storia del biglietto me la devi proprio spiegare.
Si è messa a ridere la mamma, quando le ho detto: «Sparano ad altezza d’uomo, papà passa sotto». Dopo lo spavento iniziale, si è fatta forza. L’ho capito da come ha urlato al signor Vocalello per telefono. Mamma è una tigre, lo sai. Una gran bella tigre. D’altra parte se una donna sposa un giornalista di guerra, sa bene che prima o poi suo marito potrà trovarsi nei guai. Così come la moglie di un astronauta sa bene che da un momento all’altro può ritrovarsi il marito sopra la testa. Se tu fossi un astronauta, io sarei sempre alla finestra a guardare la luna e forse, nelle notti di mezza luna, avrei paura: cosa succede nella metà che non c’è?
Siccome non sei un astronauta, ma un giornalista, invece della luna io guardo spesso il mappamondo. Lo sai che ho appeso a una parete della mia camera una carta geografica magnetica e metto sempre una bandierina nel punto del mondo in cui ti trovi.
Ho cercato sull’atlante geografico la strada che porta da Jalalabad a Kabul. Sulla scrivania tengo una sveglia che segna l’ora dell’Afghanistan. Da te adesso sono le tre e mezza di notte, qui a Milano è mezzanotte. Da te, per quel che ho visto al telegiornale, deve fare un po’ più caldo. Qui fa molto freddo. Dicono che a Natale avremo la neve.
Ma lo vedrai da te. Sarai già a casa per quel giorno. Sicuro.
Notte, pa’.
2.
UNA BENDA
SULL’OCCHIO
Afghanistan, 20 dicembre
L’errore, Tommi, è stato di non viaggiare uniti. Quando si percorrono strade a rischio d’imboscata, più è lungo il convoglio, meglio è. Ma le auto devono stare vicine una all’altra.
Mi ero raccomandato alla partenza:...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Mio papà scrive la guerra
- Da piccolo ho giocato alla guerra. Da grande l’ho vista da vicino
- 1. Sei sparito, dice la televisione
- 2. Una benda sull’occhio
- 3. Scrivere, altro che cucinare!
- 4. Il giornalismo si fa con le scarpe
- 5. Nel presepe non voglio soldatini
- 6. Forse sono un egoista, Tommi
- 7. Eri meglio pescatore, pa’
- 8. Ti racconto quando sei nato
- 9. Notizie in anteprima
- 10. Ho fatto un sogno
- 11. Il coccodrillo è una bufala
- 12. Una mitragliata e poi…
- 13. Darò un buco a tutti
- Il glossario del giornalista
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