
- 144 pagine
- Italian
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eBook - ePub
Il ragazzo che non uccise Hitler
Informazioni su questo libro
1940. Un treno viene attaccato dai bombardieri tedeschi. Nel buio di una galleria, per sconfiggere la paura, uno sconosciuto racconta qualcosa a Barney e alla sua mamma. È la storia di un giovane soldato che, durante un'altra guerra, fece quella che allora sembrava la cosa più giusta e che invece si sarebbe rivelata il peggior errore della Storia: non uccidere Adolf Hitler. Ispirato alla storia vera del soldato che avrebbe potuto fermare la Seconda Guerra Mondiale.
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Informazioni
Editore
EDIZIONI PIEMMEAnno
2016Print ISBN
9788856652451eBook ISBN
9788858515945 QUARTA PARTE
Un’aquila nella neve
1
– Tornando a casa dalla biblioteca con il libro in mano, Billy è passato davanti al chiosco dei giornali alla stazione. C’era uno strillone che gridava i titoli di testa: «Hitler marcia sull’Austria! Hitler invade l’Austria!».
Billy si è bloccato in mezzo alla strada, ormai convinto di essere l’unico responsabile di qualsiasi azione di Hitler passata o futura. Avrebbe potuto fermarlo vent’anni prima alla battaglia di Marcoing, ma non l’aveva fatto. E ora sapeva, come tanti altri, che prima o poi Hitler avrebbe rivolto la sua attenzione all’Inghilterra. Era solo questione di tempo.
– E ci aveva visto giusto, no? –. Mamma ha parlato all’improvviso nell’oscurità, interrompendo lo sconosciuto. Credevo si fosse riaddormentata, ma mi sbagliavo. – Voglio dire, pensandoci bene, se quel suo amico, quel Billy… Billy Byron si chiamava, giusto? Se avesse premuto il grilletto quel giorno, magari ora non saremmo in guerra e il Papà di Barney non starebbe a combattere nel deserto, non ci sarebbe stato Dunkerque e neanche il bombardamento di Londra o Coventry. Tutti quei morti. È solo colpa sua, di quel verme schifoso di Hitler. Avremmo ancora una casa e Nonno avrebbe ancora il suo cavallo adorato, il suo Big Black Jack. Un proiettile, non serviva altro, un solo proiettile e non sarebbe successo niente, giusto? Mi scusi se glielo dico, non voglio essere scortese, ma è sicuro che questa storia sia vera? Perché a me, se lo vuole sapere, pare campata in aria. Non è che accenderebbe un altro fiammifero, per favore? Non riesco più a trovare i ferri –. Stava cercando a tentoni sul sedile accanto a me. – Quand’è che questo benedetto treno si muove?
Ho sentito la scatoletta di fiammiferi che si apriva. L’uomo ha cercato di accenderne uno, ma dopo una scintilla si è spento. – Questo non va, deve avere preso umidità. Questi fiammiferi in genere sono affidabili, ma non c’è problema – ha detto, anche se per me il problema c’era. – Ecco qua –. Ha continuato a strofinare e alla fine, con mio grande sollievo, il fiammifero si è acceso. Mamma ha ritrovato quasi subito i ferri: erano scivolati tra i sedili.
Mi stavo godendo ogni istante di quel fiammifero, tremando al pensiero di quando si sarebbe spento. Ne era rimasto uno solo, stava già bruciando in fretta, e io avevo bisogno della storia per non pensarci.
– Allora è proprio vera tutta questa storia? – ho chiesto. – Che è successo? Cos’è successo dopo?
– Certo che è vera, ragazzo. Magari non fosse così – ha risposto l’uomo sottovoce. – Per Billy era come una maledizione che da quel momento gli è pesata addosso in ogni istante di ogni giorno della vita. Non ne ha mai parlato con nessuno, a parte Christine. Ma tutti, anche i suoi amici, capivano che non era più lo stesso, si vedeva che era pieno di tristezza, che aveva un problema. Naturalmente, sapevano che era stato in guerra, quello che aveva fatto e le cose che aveva visto. C’erano stati quasi tutti e avevano visto le stesse cose e anche loro volevano dimenticare.
Lo sconosciuto ha scosso il fiammifero per spegnerlo. Siamo ripiombati nell’oscurità, un’oscurità più nera che mai. Ma io avevo deciso che non dovevo più preoccuparmene, dovevo solo ascoltare la storia, perdermici dentro.
– Gli amici di Billy alla fabbrica, loro capivano – ha continuato l’uomo. – O almeno così credevano. Anche loro, come Christine, si sforzavano di tirarlo su di morale, ma il più delle volte lo lasciavano in pace. Sapevano che era meglio così. Billy continuava ad andare in fabbrica tutte le mattine, come al solito, faceva il suo lavoro e la sera tornava a casa da Christine, ma il pensiero di quello che aveva fatto, o non aveva fatto, non gli usciva mai di mente, neanche per un istante.
Lui non ne parlava più, neanche a casa. Si teneva tutto dentro, mentre una settimana dopo l’altra, un mese dopo l’altro, dall’Europa arrivavano notizie sempre più brutte. Cosa avrebbe fatto Hitler? Quale altro Paese avrebbe invaso? Quando sarebbe venuto il nostro turno? La gente non parlava d’altro in quei giorni. Tutti s’erano accorti che Billy era cambiato. Pareva che ora vivesse in un mondo tutto suo, lontano dagli amici e dai compagni di lavoro, lontano perfino da Christine, senza più la voglia di scherzare sulle sue “paturnie” come un tempo. Lui e Christine avevano smesso di andare al cinema, non uscivano quasi mai. Aveva smesso addirittura di disegnare, non aveva più ripreso in mano i suoi album neanche una volta e Christine sapeva che era un gran brutto segno. Gli piaceva tanto disegnare. Ma ora non più. Ormai tutti i giorni erano giorni di “paturnie” e Billy non pareva in grado di tirarsene fuori.
Christine, però, non si è data per vinta. Sperava che un giorno Billy sarebbe riuscito a lasciarsi alle spalle la tristezza e tornare l’uomo che conosceva, l’uomo che amava, l’uomo che era convinta fosse ancora dentro di lui, quello che le aveva salvato la vita da piccola e aveva fatto solo quello che credeva giusto e ora stava soffrendo per questo.
Poi è arrivato il settembre del 1938, un paio d’anni fa, sembra ieri!, e il Primo Ministro Chamberlain va a trovare Hitler nella sua casa di montagna, Berghof la chiamano, in un posto di nome Berchtesgaden nelle Alpi bavaresi, e fa di tutto per stringere un accordo con lui. Ve lo ricordate? Be’, ormai lo sappiamo tutti, e dovevamo saperlo anche allora, che non si può fare un patto con il diavolo. Così il nostro Chamberlain torna a casa qualche giorno dopo tutto sorridente, sventolando un pezzo di carta e dicendo al mondo intero che tutto sarebbe filato liscio come l’olio, che aveva sistemato le cose con Hitler e che per noi sarebbe stato un «tempo di pace». Bella pace che ci siamo ritrovati, eh? Ci abbiamo voluto credere, certo, ma tanti di noi non ci hanno creduto, e Billy Byron meno di tutti.
– Be’, a quel Chamberlain non gli ho creduto manco io – è intervenuta Mamma, infervorata. – E, se è per questo, nemmeno il Papà di Barney e il Nonno. Se vuole sapere la mia, quell’uomo era proprio rincitrullito per credere a Hitler a quel modo. Ma Nonno dice che non si può dare la colpa a Chamberlain come non si può incolpare la povera gallina quando quella furba della volpe fa la posta al pollaio. L’unica maniera di salvare le galline è tenere lontana la volpe o, meglio ancora, darle la caccia e ammazzarla. Ed è quello che dobbiamo fare. È quello che il Papà di Barney sta facendo. Gli dà la caccia. Quel furbastro di Hitler tra poco lo conciamo noi per le feste, vero, Barney?
– Be’, è curioso che lei dica così – ha continuato l’uomo. – Perché è proprio quello che Billy aveva in mente. Più ci pensava, e non pensava ad altro in quei giorni, più si convinceva che doveva raddrizzare l’errore fatto tanti anni prima. Naturalmente, il problema è che non sapeva cosa fare, e neanche se poteva davvero fare qualcosa. Gli restava solo la speranza di avere preso un granchio e che quel Crucco a cui aveva salvato la vita fosse un’altra persona, uno che semplicemente assomigliava a Hitler.
Poi, come un fulmine a ciel sereno, nell’ufficio del direttore della fabbrica Standard dove lavora Billy arriva una telefonata. Billy è in pausa e se ne sta per i fatti suoi quando va a cercarlo il signor Bennet, il direttore. È tutto agitato. Dice a Billy che lo vogliono subito al telefono, è un’emergenza. Così Billy corre su in ufficio, pensando che Christine ha avuto un incidente o s’è sentita male e sta in ospedale. Tant’è che quando arriva al telefono s’è già fatto venire il mal di fegato. La voce gli è familiare. È di qualcuno che conosce, ma non riesce ad associarci un nome o una faccia, non riesce a capire chi è.
«William Byron? E lei il signor Byron?» chiede l’uomo all’altro capo del filo. «Scusi il disturbo, ma c’è qualcosa che devo comunicarle.» E Billy è ancora lì che si sforza di dare un viso a quella voce e, alla fine, è la voce stessa che si presenta e lui non crede alle proprie orecchie. «Sono il Primo Ministro Chamberlain, signor Byron. Ho bisogno di parlarle di una questione di una certa importanza.»
2
– Billy non riusciva a credere che era il Primo Ministro in persona. Non sapeva cosa dire. Non trovava più le parole.
«Come saprà anche lei, signor Byron» ha detto Chamberlain «poco tempo fa ho incontrato Hitler nella sua casa di montagna in Germania. Mentre eravamo insieme, mi ha raccontato una storia incredibile, che ho motivo di credere vera e che ho promesso di riferirle al mio rientro, visto che la riguarda da vicino. Hitler mi ha raccontato che, alla fine dell’ultima guerra, un soldato inglese gli ha risparmiato la vita nella battaglia di Marcoing, così ha detto, nel settembre del 1918. Un momento che non ha mai dimenticato. Tempo dopo, grazie a una fotografia su un giornale, ha scoperto che il soldato inglese responsabile di quell’atto di clemenza era proprio lei, signor Byron. L’ha riconosciuta da una foto in cui riceve la Victoria Cross da Sua Altezza il Re. Me l’ha fatta vedere lui stesso. La conserva ancora. Poi mi ha portato nel suo studio e mi ha fatto vedere un quadro alla parete. È un suo ritratto, signor Byron, mentre trasporta a spalla un ferito verso un ospedale da campo, credo sia stato dipinto da un artista italiano, ho dimenticato il nome. È anche un bel quadro, datato 1918. Ho avuto poi conferma che lei ha effettivamente portato un uomo in ospedale in quel modo e sono certo che quanto Hitler mi ha raccontato è verosimile. Lei si trovava alla battaglia di Marcoing, non è così?».
«Sì, signore» risponde Billy.
«È stato per quello che ha ottenuto la Victoria Cross, dico bene?»
«Sì, signore.»
«E sono nel giusto se dico che lei ha effettivamente salvato la vita a un soldato tedesco in quella battaglia?»
«Sì, signore» dice Billy.
«Come pensavo. Bene, il Cancelliere tedesco Hitler mi ha pregato di dirle che le è infinitamente grato e di porgerle i suoi ringraziamenti e auguri. Devo dirle, signor Byron, che quello che lei ha fatto nel 1918, quel suo atto di clemenza, potrebbe essere stato di grande aiuto nel mantenere la pace a vent’anni di distanza. Parlare di quel giorno e di come lei gli ha risparmiato la vita ha messo Hitler di buon umore. Sono lieto di informarla che ha avuto parole di ammirazione e rispetto per lei e l’esercito inglese, cosa che è stata di grande aiuto nel portare le nostre discussioni verso una migliore intesa e in ultimo, come io credo, a un esito positivo. È probabile che con quel suo atto di pietà lei abbia contribuito alla causa della pace. La saluto, signor Byron, e la ringrazio.»
Ed è finita lì. Ha riattaccato.
Come potete immaginare, quel giorno Billy è rincasato dalla fabbrica stordito, con le ali ai piedi e il cuore raggiante, pieno di nuove speranze. D’accordo, il Crucco che aveva salvato era proprio Hitler ma, tutto sommato, forse, dico forse, non era poi così importante. Forse tanti anni prima aveva davvero fatto la cosa giusta. E magari Hitler non era quell’orco che Billy e gli altri credevano. Anche lui aveva un cuore. Forse sarebbe stato davvero un «tempo di pace» come Chamberlain ci aveva promesso e, se le cose stavano così, era anche merito del soldato semplice Billy Byron.
– Chamberlain gli ha telefonato sul serio? – lo ha interrotto Mamma. – Come fa a saperlo? Che ne sa se è vero?
– Perché me l’ha raccontato Billy in persona – ha risposto il nostro compagno di viaggio. – E Billy non dice bugie. Come ho detto, lo conosco bene. Lo conosco da una vita. È uno che si fa i fatti suoi, ma non dice bugie. Non s’inventa le cose. Non è da lui.
– La storia finisce così? – ho chiesto, allora. A essere sinceri, ero deluso. Non m’interessava più di tanto se la storia fosse vera o falsa, ma mi piacevano i finali emozionanti e finire con una telefonata non era proprio il massimo dell’emozione, poco importa se a farla era stato un Primo Ministro o chissà chi.
Ma la cosa più importante è che mi ero ricordato che era rimasto un solo fiammifero e il treno era ancora bloccato nell’oscurità della galleria. Avevo bisogno che la storia andasse avanti, che fosse più lunga. Mi serviva qualcosa per togliermi quell’oscurità dalla mente.
– No, non finisce così – ha risposto l’uomo. – Però sarebbe stato il finale migliore, vero, ragazzo? E vissero tutti felici e contenti. In tempo di pace… niente più guerre. Era questo il finale che voleva Billy, che volevamo tutti. Magari potessi tirare fuori un lieto fine apposta per te. Invece le cose non sono andate così, lo sapete. Capita spesso. Altrimenti, Coventry non sarebbe stata bombardata e la vostra casa starebbe ancora in piedi e non saremmo qui e io non starei raccontando questa storia. Forse non è il finale che vorresti, ragazzo, ma ti prometto una cosa: non sarà il finale che ti aspetti.
È rimasto in silenzio per qualche istante prima di riprendere la storia. – A ogni modo, pareva che le cose si sarebbero sistemate sul serio, almeno per un po’. Dopo quella telefonata Billy era tornato quasi se stesso. Aveva ricominciato a disegnare, soprattutto uccelli e in particolare un picchio che andava sempre nel suo giardino, bianco e nero con una chiazza rosso fuoco sulla pancia. Christine era al settimo cielo per quel cambiamento. Il vecchio Billy era tornato.
Hanno ripreso ad andare al cinema. Il problema era che ogni volta c’era uno di quei notiziari con i soldati tedeschi in marcia, a migliaia, e sullo schermo c’era sempre Hitler, che non parlava certo di pace. Eppure, Billy continuava a sperare per il meglio. Come tutti noi, d’altronde. Ma a un certo punto… quand’era?… l’anno scorso a marzo, nel 1939, Hitler marcia col suo esercito sulla Cecoslovacchia e la invade e Billy capisce quello che capivamo tutti: quei soldati con gli stivaloni non si sarebbero fermati lì. Ormai tutti c’eravamo resi conto che quel pezzo di carta che Chamberlain aveva sventolato in aria non valeva niente. Ci avevano presi per il naso. Avevamo creduto quello che volevamo credere, quello che Hitler voleva farci credere. Ma dopo...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- PRIMA PARTE. Il treno delle 11:50 per Londra
- SECONDA PARTE. Billy Byron
- TERZA PARTE. Uno sguardo che uccide
- QUARTA PARTE. Un’aquila nella neve
- Epilogo
- Postfazione
- Ringraziamenti
- Copyright