L’ACCUSA IMPIEGÒ SETTE GIORNI per presentare il caso contro Andre La Cosse, concludendo strategicamente i lavori di venerdì, cosicché i giurati ebbero tutto il fine settimana per rifletterci prima di sentire una sola parola da parte della difesa. William Forsythe, il pubblico ministero, aveva fatto un ottimo lavoro nella presentazione. Niente di fantasioso, nessuna esagerazione. Con grande metodo aveva impostato l’atto di accusa sulle dichiarazioni videoregistrate rilasciate dall’imputato e l’aveva saldamente suffragato con gli elementi di prova raccolti sulla scena del delitto. Nella registrazione audio La Cosse aveva detto di avere afferrato per la gola Gloria Dayton nel corso di una lite. E Forsythe aveva convalidato quella circostanza con il rapporto del medico legale, che aveva accertato la frattura dell’osso ioide. Era l’elemento chiave, e da quel dato, come i cerchi concentrici che si formano nell’acqua intorno al punto di impatto di un sasso, si irradiavano tutti gli altri, dalle prove testimoniali a quelle scientifiche.
Eh, sì. Il giorno prima dell’inizio della selezione dei giurati, il giudice Nancy Leggoe aveva autorizzato l’acquisizione del pericoloso video e respinto la mia mozione volta a escluderlo, decretando che la difesa non era riuscita a dimostrare che la polizia avesse utilizzato mezzi coercitivi durante l’interrogatorio o lo avessse condotto in mala fede. La decisione del giudice non mi era giunta inaspettata e volli cogliervi il lato positivo. Ero sicuro che mi offrisse ottimi motivi per ricorrere in appello, qualora il verdetto finale fosse stato sfavorevole a La Cosse.
Grazie ai video e alle dichiarazioni dell’imputato, Forsythe aveva avuto buon gioco nel dimostrare l’esistenza di un movente e delle circostanze in cui aveva potuto essere perpetrato l’assassinio. I venticinque anni di esperienza come avvocato mi avevano insegnato che la cosa più difficile è superare il danno che il cliente si fa con le proprie mani. Ma era questa la situazione in cui mi trovavo. Per i giurati è molto importante ascoltare l’imputato, e non importa che la sua deposizione avvenga in diretta, o sia registrata. Il giudizio che ci formiamo sugli altri si basa molto su una reazione istintiva alla loro voce e agli aspetti del loro carattere. Non c’è niente di più convincente. Neppure le impronte digitali, neppure il dna, neppure il dito accusatore di un testimone oculare.
Forsythe mi giocò un solo tiro mancino, ma fu efficace. Il suo ultimo teste era un escort di sesso maschile, al quale La Cosse aveva fornito servizi digitali e gestionali. L’accusa dichiarò che si era presentato soltanto il giorno prima, non appena aveva saputo del processo in corso dal giornale. Ne contestai, senza esito, l’ammissione, sostenendo che il procuratore mi stava tendendo un tranello, ma Leggoe decise che era ammissibile produrre, quali elementi probatori, i comportamenti discutibili tenuti dall’imputato in circostanze analoghe, e consentì a Forsythe di interrogare il teste.
Brian «Brandi» Goodrich, un ometto non più alto di un metro e sessanta, indossava un paio di jeans stinti e una polo color lavanda. Sul banco dei testimoni dichiarò di essere un travestito che lavorava per La Cosse il quale, convinto che lui non gli avesse versato tutti i contanti che gli doveva, una volta lo aveva quasi soffocato, facendogli perdere i sensi. Quando era rinvenuto, si era trovato ammanettato a una pertica nel suo soggiorno, che andava dal pavimento al soffitto, e aveva guardato, inerme, La Cosse che gli metteva a soqquadro la casa alla ricerca dei soldi mancanti. Brandi si esibì in tutto il suo repertorio di istrione: raccontò piangendo di avere temuto per la propria vita e di considerarsi fortunato di essere ancora vivo.
Al tavolo della difesa, piegato verso Andre, sorridevo, scuotevo la testa come se quel teste fosse soltanto un intralcio da non prendere sul serio, ma le parole che gli sussurravo non erano così spensierate.
«Dimmelo subito: è successo veramente? E non raccontarmi balle, Andre.»
Dopo una breve esitazione, piegandosi verso di me sussurrò: «Esagera. L’ho ammanettato alla pertica del soggiorno per poter setacciare la casa. Non l’ho tramortito. L’ho preso per il collo una volta per costringerlo a guardarmi e rispondere alle mie domande. Non ha mai perso conoscenza e non aveva lividi. Quella sera stessa è tornato al lavoro».
«Dopo questo episodio Brandi ti ha mollato per affidarsi a qualcun altro?»
«Se ne è andato sei mesi dopo, quando ha trovato uno disposto a mantenerlo.»
Mi raddrizzai e attesi che Forsythe concludesse l’interrogatorio. Quando venne il mio turno, cominciai con qualche domanda tesa a sottolineare il modo in cui Brandi si guadagnava da vivere e a ricordare alla giuria che il teste non aveva mai denunciato alla polizia quell’attentato alla sua vita.
«In quale ospedale è andato a farsi curare?» chiesi.
«Non sono andato in ospedale.»
«Quindi lo ioide non era spezzato come è avvenuto con la vittima per la quale si celebra questo processo?»
«Non so come sia morta la vittima.»
«Certo che no. Ma lei ha detto di essere stato tramortito dall’imputato, di non essersi rivolto alla polizia e di non essere ricorso a cure mediche.»
«Mi bastava essere ancora vivo.»
«E lavorare, giusto?»
«Non capisco la domanda.»
«Lei ha ripreso il suo mestiere quella sera stessa, nonostante, come dice lei, avesse rischiato la vita. È esatto?»
«Non me lo ricordo.»
«Se producessi i registri del signor La Cosse relativi ai suoi impegni come escort, l’aiuterebbe a ricordare?»
«Se quella sera ho lavorato, è stato perché lui mi ci ha costretto.»
«D’accordo. Torniamo al presunto incidente. L’imputato ha usato una mano sola o entrambe?»
«Entrambe.»
«Lei è un uomo adulto: si è difeso?»
«Ho tentato, ma lui è molto più grosso di me.»
«Lei ha dichiarato di essere poi rinvenuto e di essersi trovato legato a una pertica. Dov’era quando, stando alla sua deposizione, ha perso conoscenza per soffocamento?»
«Lui mi ha afferrato alle spalle appena entrato nel mio appartamento.»
«L’ha afferrata da dietro, allora?»
«Sì, più o meno.»
«Cosa intende per “più o meno”?»
«Mi ha afferrato da dietro mettendomi un braccio attorno al collo. Ho tentato di lottare perché ho temuto che mi ammazzasse. Poi ho perso conoscenza.»
«Come mai ha appena dichiarato che il suo aggressore l’ha afferrata con entrambe le mani?»
«Perché è andata così.»
Lasciai che la risposta rimanesse sospesa nell’aria, perché la giuria potesse rifletterci. Pensavo di essere riuscito a intaccare la credibilità di Goodrich in alcuni punti. Decisi di interrompere il controinterrogatorio mentre ero in vantaggio e di azzardare un’ultima domanda al buio. Era un rischio calcolato, ma sono convinto che i testimoni volontari di solito pretendono qualcosa in cambio. In questo caso, era chiaro che Goodrich voleva vendicarsi, ma avevo la sensazione che ci fosse dell’altro.
«Signor Goodrich, al momento lei ha qualche carico pendente? È indagato per qualche reato grave? Per qualche violazione della legge?»
Per una frazione di secondo lo sguardo di Goodrich si fissò sul tavolo della pubblica accusa.
«Nella contea di Los Angeles? No.»
«In un’altra contea?»
Con riluttanza Goodrich ammise di essere indagato per adescamento nella Orange County, ma negò di essere venuto a testimoniare in cambio di un aiuto in quel processo.
«Nessun’altra domanda» dissi in tono di profonda indignazione.
Forsythe tentò di recuperare nel controinterrogatorio, insistendo sul fatto che la procura non aveva promesso alcun aiuto al teste presso la corte di Orange County. Goodrich fu congedato.
Avevo menato qualche buon colpo, ma non avevo riparato del tutto il danno. Tramite quella deposizione, l’accusa aveva lasciato balenare una ripetitività nel comportamento del mio cliente, che costituiva un solido pilastro quanto a movente e opportunità. Forsythe aveva buone carte in mano e, quando alle quattro di venerdì pomeriggio l’udienza fu rinviata, sapevo che avrei trascorso un fine settimana di sonni inquieti e preparativi angosciosi.
E adesso, di lunedì, stava per iniziare il mio turno davanti alla giuria. Avevo un compito ben definito da svolgere: smontare l’impianto accusatorio che Forsythe aveva costruito. Far cambiare idea ai dodici giurati. In molti processi celebrati in passato, mi ero ripromesso di far cambiare idea a uno solo di loro. Nella gran parte dei casi, quando la giuria va in stallo, cioè non riesce a trovare un punto di accordo, è molto facile che si arrivi a un verdetto di non colpevolezza. L’accusa spesso rinuncia ad avviare un nuovo processo, oppure cerca di derubricare il reato. Il caso comincia a puzzare ed è meglio accantonarlo il più presto e il più discretamente possibile. E la difesa canta vittoria. Ma non sarebbe andata così questa volta. Non con Andre La Cosse. Sapevo che il mio cliente non era uno stinco di santo, ma sapevo anche che non era un assassino. Ero sicuro della sua innocenza e quindi dovevo convincere la giuria, il dio della colpa, a essere benevola nel giorno del verdetto.
Seduto al tavolo della difesa, aspettavo che La Cosse fosse tradotto in aula. Eravamo stati avvertiti che il furgone cellulare partito dal carcere maschile era in ritardo per via del traffico. Con l’imputato presente, il giudice sarebbe salito sul suo scranno e sarebbe venuto il turno della difesa.
Passavo il tem...