La gemella sbagliata
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La gemella sbagliata

  1. 396 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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La gemella sbagliata

Informazioni su questo libro

Hai mai avuto paura di restare intrappolata nella vita di un'altra?
Helen ed Ellie sono gemelle. Identiche. Almeno così le vedono gli altri. Ma le due bambine sanno che non è così: Helen è la leader, Ellie la spalla. Helen decide, Ellie obbedisce. Helen pretende, Ellie accetta. Helen inventa i giochi, Ellie partecipa. Finché Helen ne inventa uno un po' troppo pericoloso: scambiarsi le parti. Solo per un giorno. Dai vestiti alla pettinatura ai modi di fare. Ed ecco che Ellie, con la treccia di Helen, comincia a spadroneggiare, mentre Helen si finge la sottomessa e spaventata Ellie. È divertente, le due bambine ridono da matte. Ci cascano tutti, perfino la mamma. Ma, alla sera, quando il gioco dovrebbe essere finito, e Helen pretende di tornare a essere se stessa, Ellie per la prima volta dice di no. Ormai è lei la leader. E non tornerà indietro. Da questo momento, per la vera Helen comincia l'incubo...
Un capolavoro di suspense e inquietudine, che riesce a raccontare in modo straordinario la discesa agli inferi della protagonista, nonché la facilità con cui si possono manipolare le persone e distorcere la realtà. Perché non tutto è come sembra, anche nelle migliori famiglie, e in quella di Helen ed Ellie ci sono molti più segreti di quanti le bambine stesse possano immaginare. Al punto che un gioco innocente, forse, non è mai stato solo un gioco.
Una lettura tesa e avvincente, che vi farà girare le pagine vorticosamente, e che fa di Ann Morgan una delle voci più sorprendenti del thriller psicologico.

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Informazioni

Print ISBN
9788856657227
eBook ISBN
9788858516775

1

Rumori confusi. L’allegro echeggiare della risata di un bambino, il camioncino dei gelati, chiacchiere dopo un gioco ormai finito. Il cinguettio di uccelli che va su, su, e poi ricade, trasformandosi in un suono duro e metallico, quasi meccanico. Uno squillo acuto. Ancora un altro. Una pausa. Poi un altro squillo.
Smudge aprì gli occhi e li strizzò. Un raggio di luce si era fatto strada attraverso il telo dai colori sgargianti che copriva la finestra, e adesso illuminava qualche mosca morta, le buste di plastica e una bottiglia di vodka rovesciata sul lato. Era mattina? No, pomeriggio. Era sempre pomeriggio quando la luce del sole entrava con quell’angolazione. La giornata era quasi finita.
Penne, accendini e Tampax giacevano sparpagliati sul tavolo. Una sigaretta fumata a metà bucava la tovaglia di plastica, increspandola come una cicatrice. Un pennello era abbandonato accanto a una vaschetta per il ghiaccio con chiazze di pittura magenta e viola, simili a sangue rappreso.
Dalla poltrona, Smudge contemplò la tela sistemata sulla mensola sopra la stufa a gas rotta. Definirla tela forse era eccessivo. Era soltanto una pagina di giornale attaccata a quello che era stato il piano d’appoggio di una sedia. Eppure la sera prima – o era quella prima ancora? – quella tela improvvisata era stata più che sufficiente ad animarla e a farla vagare per casa in cerca di qualcosa che la aiutasse a fissare i colori e le forme che le affollavano la mente. Avrebbe voluto poterla riafferrare adesso, quell’ispirazione che la investiva a ondate per poi infrangersi contro il muro della sua coscienza e scivolare via, lasciandosi alle spalle soltanto macerie. La tela era una muta testimonianza dell’accaduto: un brillante ingorgo di colori in alto a destra a cui seguiva una parte più slavata e poi più nulla. Un titolo di giornale su un pensionato aggredito in un vicolo.
Dell’ispirazione non c’era più traccia, ma le voci che di solito si affrettavano a riempire ogni momento di vuoto della sua mente, mormorando e sbraitando, non si erano ancora fatte sentire. Bene. Era già qualcosa.
Si stropicciò gli occhi, e lo squillo ricominciò. Il telefono, pensò annoiata. Possibile che non gliel’avessero ancora staccato? C’erano almeno una ventina di solleciti di pagamento nella pila di lettere ammucchiate all’ingresso.
Ascoltò il suono senza muoversi. Non c’era motivo di rispondere. Sicuramente era uno di quei messaggi registrati. O quello, o i volontari del gruppo Samaritans, che chiamavano per sapere come stava, ignari del fatto che il giorno successivo avrebbe contattato un’altra filiale raccontando una storia diversa.
Oppure quello squillo se lo stava immaginando. Non poteva escludere che il suo cervello le giocasse un simile scherzo.
Strizzò gli occhi per mettere a fuoco il calendario. Che giorno era? Niente di più facile, perdere il senso del tempo. Era questione di un attimo, il giovedì si faceva strada occupando il posto del martedì e ti ritrovavi al venerdì. Oppure quel bastardo del lunedì durava settimane. Il calendario non ti portava mai nulla di buono. Di sicuro non il giorno di paga, quello non arrivava mai. Fece un sospiro profondo e sentì lo stomaco brontolare.
Avrebbe fatto meglio a mangiare qualcosa. Si alzò e per un attimo ebbe come la sensazione di essere sulle montagne russe. La vista le si annebbiò e si appoggiò alla sedia per non cadere. («Vergogna!» sentenziò una voce da qualche parte nel suo cervello.) Calma.
Avanzò nel corridoio, reggendosi con le unghie mangiucchiate alla carta da parati scollata. Dalla porta della cucina proveniva un odore di latte rancido. Dei sacchetti di spazzatura strapieni erano sparsi sul pavimento, sembravano come galline in un allevamento. Nel lavandino c’era una pila di piatti sporchi.
Smudge aprì il frigo e il telefono riprese a squillare, facendole perdere l’equilibrio. Allungò una mano per frenare l’urto ma si impigliò in un filo, staccando qualcosa dalla parete mentre cadeva per terra. Il soffitto le si spalancò davanti agli occhi.
Poi sentì un’altra voce, ma questa volta non sembrava provenire dalla sua testa.
«Ellie?» diceva con tono austero e rigido. «Ellie?»
Si guardò intorno. A parte il gocciolio del rubinetto, la stanza era silenziosa. Si coprì gli occhi con le mani, sentendo la pelle screpolata graffiarle il viso, e scosse la testa per liberarsi dell’allucinazione.
«Ellie?» ripeté la voce.
Si girò e sbirciò attraverso lo spazio tra le dita. Il suono proveniva dalla cornetta che penzolava accanto alla sua testa. La prese con cautela e la portò all’orecchio.
«Ellie» disse il telefono. «Sono tua madre.» Poi aggiunse: «Senti, non ho tempo per i giochetti. So che è il tuo numero, me l’ha dato Nick».
Silenzio. Sopra di lei il frigorifero, con l’anta ancora aperta, iniziò a ticchettare.
«E va bene, visto che fai così, parlo io. Si tratta di Helen.» Un sospiro. «Ha avuto un incidente ed è entrata in coma. Ecco, l’ho detto. Gli altri hanno pensato che era meglio se ti avvisavo. Fosse stato per me, probabilmente non l’avrei fatto, ma… insomma, questo è quanto. Almeno non verrai a saperlo dai giornali.»
Sagome scure presero a muoversi per la cucina, schiudendosi come boccioli velenosi e dall’aspetto mostruoso. Le voci ridacchiavano in attesa di assalirla. Si sentì impotente, paralizzata.
«Inutile dirti che siamo tutti sconvolti» continuò il telefono. «Horace è fuori di sé. Richard ha chiesto un congedo straordinario.»
Le ombre si avvicinavano, fluttuando come fumo e avvolgendo le mattonelle di polistirene del soffitto, mentre una sensazione di formicolio si faceva strada dal braccio puntando dritta al suo collo. Provò a muoversi, ma era bloccata. Il panico la afferrò mentre il suo cuore batteva al ritmo del ticchettio del frigorifero.
«Stiamo cercando di stare con lei in ospedale il più possibile» proseguì la voce al telefono. «Come puoi immaginare, i giornali ci stanno addosso come avvoltoi.»
Un’altra pausa e poi una domanda rabbiosa. «Non hai niente da dire?»
L’oscurità l’aveva quasi raggiunta, soffocandola, mentre lampi di luce comparivano ai limiti del suo campo visivo. Deglutì, fece un respiro profondo e strinse il ricevitore, sbattendo le palpebre.
(«Cattiva» sibilò una voce nella sua testa. «Riprovevole.»)
Smudge chiuse gli occhi e inspirò di nuovo a fondo. «Temo che abbia sbagliato numero» disse, mettendo in fila le parole una alla volta, come monete sul bancone del negozio di liquori.
La cornetta cadde mentre la confusione la assaliva. Si accasciò tra i sacchi di spazzatura. Un cartone di latte iniziò a gocciolare sulla sua spalla senza che lei se ne accorgesse. Sentiva soltanto il frastuono nella sua testa e, da qualche parte, la luce del frigo che le accarezzava le palpebre come il sole, il suo ticchettio simile a quello di un camion che faceva retromarcia in una strada residenziale in un pomeriggio d’estate di molti anni prima.

2

La luce del sole che filtra tra le foglie e l’odore dell’erba appena tagliata. Il brusio di un tosaerba in lontananza e un ticchettio ripetuto nella strada di fronte a casa. Ritorniamo sul viale dopo esserci scambiate tutto: i vestiti, le scarpe, i calzini, gli elastici per capelli. Mi sono persino fatta i codini come Ellie e ho pettinato i suoi nella treccia che Mamma fa di solito a me, così riesce a distinguerci senza problemi anche nei giorni neri. Non ci siamo scambiate le mutandine. Ma chi le guarderà mai? Sento il tessuto ruvido e stropicciato dei pantaloncini arancioni di Ellie tra le mie cosce e quando abbasso la testa vedo i resti di cibo sulla maglietta rossa. Mi viene da ridere così tanto che riesco a stento a trattenermi.
Faccio andare Ellie avanti perché deve essere lei a guidare, ma continua a fermarsi e a guardare indietro con quegli occhi da cane bastonato che ha ogni volta che le do una lezione o quando vuole attirare l’attenzione delle signore della mensa a scuola.
«Dai, Ellie» dico. «Devi essere tu il capo!»
Ma lei se ne sta lì con le dita nel naso.
«Come faccio a fare il capo?» chiede, e io penso che è strano, perché anche se indossa i miei pantaloncini e la mia maglietta verde con la fantasia di uccelli in volo, si vede benissimo che è lei. Si riconosce dallo sguardo e dal modo inconfondibile in cui agita la gamba.
«Per l’amor di Dio, Ellie!» esclamo. «Basta che fai quello che faccio io. Devi essere me!»
Abbasso lo sguardo e osservo i sandali bianchi di mia sorella e i calzini bucati che si stagliano sull’asfalto polveroso della strada. Mi viene di nuovo la ridarella. Inizio a camminare ondeggiando, come fa sempre Ellie quando è stanca a fine giornata.
Lei mi copia.
«No!» grido. «Non devi fare come me adesso. Ma come faccio di solito. Per esempio, come cammino quando sono al parco giochi con Jessica?»
Ellie si ferma un attimo a riflettere.
«Fai così» risponde, e inizia a camminare in linea retta, marciando con le braccia lungo i fianchi come un soldato.
«Va bene.» Non sono sicura che sia giusto, ma almeno Ellie ci sta provando e bisogna sapersi accontentare. «Adesso prova a parlare. Che genere di cose dico sempre?»
«Dici: “Per l’amor di Dio, Ellie! Cos’hai che non va oggi?”» risponde. Ci studiamo per un istante e all’improvviso scoppiamo entrambe a ridere. È divertente sentire le cose che dico sempre io venir fuori dalla sua bocca.
«Ellie, ne ho fin sopra i capelli!» mi imita ancora, e continuiamo a ridacchiare.
Poi Ellie mi guarda e solleva l’indice. «Dovrò darti una bella lezione» sentenzia. E questa volta ridiamo a crepapelle, tenendoci la pancia e piegandoci come se stessimo per vomitare.
Si tocca il collo della mia maglietta verde e la strattona soddisfatta. È una delle mie preferite, l’ultima superstite di una spedizione di un milione di anni fa durante la quale Papà ci comprò una cosa per ogni colore in un negozio del centro commerciale. Quel giorno in cui noi tre saltellammo per tutta la strada dalla fermata del bus a casa, ridendo forte senza riuscire a fermarci, finché non arrivammo e Mamma vide le buste. Ho paura che Ellie mi allarghi la maglietta, facendola assomigliare a una bocca aperta, come fa con tutti i suoi vestiti, quindi mi avvicino e le tiro via la mano.
«Va bene» le dico con voce calma e gentile, come la signora Appleby a scuola quando ci spiega le operazioni. «Devi solo continuare così e funzionerà di sicuro.»
Proviamo ancora a camminare e parlare facendo su e giù per la strada. Ma è noioso essere Ellie quando non c’è nessuno che ci possa vedere. Sto iniziando a pensare che il gioco non sia più così divertente quando da un angolo, con un barattolo di latta tra le mani, compare Chloe, che di solito a scuola sta in una piccola stanzetta accanto all’ingresso e scrive tutto quello che diciamo.
«Ciao, Ellie, tesoro» mi dice, e mi sento invadere da un’ondata di soddisfazione. I codini stanno funzionando.
«Ciao, Chloe» rispondo, spostando il peso da una gamba all’altra e strisciando la scarpa nella terra come fa sempre mia sorella. Qualche metro più in là, accanto alla buca delle lettere, vedo Ellie che si porta una mano alla bocca per trattenere una risata, ma la ignoro e mi volto di nuovo verso Chloe, decisa a continuare lo scherzo.
«Stai passando delle belle vacanze?» chiede Chloe, togliendo una mano dal barattolo per scostarsi i capelli dal viso. Oggi le sue unghie sono di un rosa scintillante e ha un grosso anello d’argento a forma di farfalla.
Annuisco e provo a pensare a cosa direbbe Ellie, ma Chloe, che nella stanzetta a scuola è sempre molto paziente, non aspetta che io risponda. Oggi sembra che voglia parlare solo lei.
«Sono qui per vedere mia mamma» dice, facendo un cenno verso una villetta. «Non è stata molto b...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. LA GEMELLA SBAGLIATA
  4. Prologo
  5. 1
  6. 2
  7. 3
  8. 4
  9. 5
  10. 6
  11. 7
  12. 8
  13. 9
  14. 10
  15. 11
  16. 12
  17. 13
  18. 14
  19. 15
  20. 16
  21. 17
  22. 18
  23. 19
  24. 20
  25. 21
  26. 22
  27. 23
  28. 24
  29. 25
  30. 26
  31. 27
  32. 28
  33. 29
  34. 30
  35. 31
  36. 32
  37. 33
  38. 34
  39. 35
  40. 36
  41. 37
  42. 38
  43. 39
  44. 40
  45. 41
  46. 42
  47. 43
  48. 44
  49. 45
  50. 46
  51. 47
  52. 48
  53. 49
  54. 50
  55. 51
  56. 52
  57. 53
  58. 54
  59. 55
  60. 56
  61. 57
  62. 58
  63. 59
  64. 60
  65. 61
  66. 62
  67. 63
  68. 64
  69. 65
  70. 66
  71. 67
  72. Ringraziamenti
  73. Copyright