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Sherlock, Lupin & Io - 2. Ultimo atto al teatro dell'Opera
- 288 pagine
- Italian
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- Disponibile su iOS e Android
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Sherlock, Lupin & Io - 2. Ultimo atto al teatro dell'Opera
Informazioni su questo libro
Irene, Sherlock e Lupin hanno appuntamento a Londra. Ma Lupin non si presenta: suo padre Théophraste è in arresto, accusato di furto e dell'omicidio di Alfredo Santi, segretario del grande compositore Giuseppe Barzini. I ragazzi avviano un'indagine per scagionarlo e il salvataggio della celebre soprano Ophelia Merridew nel sordido quartiere di Bethnal Green è solo il primo dei colpi di scena che condurranno Sherlock e i suoi amici a smascherare il più insospettabile dei colpevoli.
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Informazioni
Editore
EDIZIONI PIEMMEAnno
2015Print ISBN
9788856644708eBook ISBN
9788858513545Capitolo 1
INQUIETI GIORNI, INQUIETE NOTTI

Atanti anni di distanza da quegli avvenimenti, mi è difficile ammettere che nei giorni terribili in cui l’esercito prussiano stava stringendo d’assedio Parigi i miei pensieri fossero tutti per i due straordinari amici che avevo dovuto salutare al termine delle vacanze estive.
In quei giorni i prussiani continuavano ad avanzare, inarrestabili, mentre il meschino esercito francese si ritirava, dopo la vergognosa sconfitta a Sedan. Per fortuna, Sherlock era al sicuro, lontano dalla Francia, mentre Lupin, ovunque si trovasse, era la persona più capace di badare a se stessa che io conoscessi. Non posso quindi dire che fossi in pensiero per la loro incolumità, eppure...
Del resto, le stesse parole che ho appena usato, parole come “vergognosa” e “meschino”, a quell’epoca non mi appartenevano, ma sono frutto di considerazioni più mature, che vennero con il tempo.
Allora, in quel lontano settembre del 1870, il mio cuore batteva al ritmo imprevedibile della giovinezza e i miei pensieri erano più capricciosi, o forse sarebbe giusto dire più incoscienti.
La guerra, come ho già detto, era ormai persa e per le vie di Parigi non si parlava d’altro che della disfatta dell’impero e di un’imminente caduta sotto le baionette del principe Alberto di Sassonia, e ci si azzuffava tra coloro che sostenevano la necessità di un armistizio dignitoso e chi invece si diceva pronto ad arruolarsi volontario o a unirsi ai gruppi di patrioti pronti a resistere combattendo casa per casa, via per via, fino alla morte.
Intanto io, Irene Adler, in quegli stessi giorni mi spostavo in carrozza tra quelle folle tumultuose e spaventate e continuavo a vivere nel nostro bel palazzo di Saint Germain des Prés, dove la mia famiglia adottiva decideva il da farsi.
Parlo ora di famiglia adottiva anche se a quel tempo, nella mia ingenuità, avevo solo qualche sospetto sulle mie reali origini, e non avevo mai indagato, o voluto indagare, sul perché il mio visino a punta costellato di lentiggini, i capelli accesi e gli occhi azzurri non assomigliassero ai lineamenti né di mamma né di papà.
Ripensandoci, allora c’erano tante cose che non ero sicura di voler sapere.
E ce n’erano altre, invece, che non mi davano pace, la guerra e l’assedio di Parigi, certo, ma la mia domanda più insistente era un’altra: in tutto quel marasma di lettere e comunicati, di nere ciminiere e soldati con le divise imperiali a brandelli, in tutto quel via vai di gente, di gazzette vendute dagli strilloni italiani a due monete all’angolo della strada… che ne era di Sherlock e di Arsène?
Ripensando a quei giorni mi tornano alla mente le continue rassicurazioni che mi venivano rivolte: non dovevo preoccuparmi, né essere spaventata. E molte delle giovani amiche che mia madre avrebbe voluto che frequentassi per garantirmi un agevole ingresso nei salotti buoni della città erano appunto così: né preoccupate, né spaventate.
Un certo numero di loro, madri e figlie per bene della Parigi che contava, si trovava quel martedì nel salotto di casa nostra. A me, che dal lucernario della mia camera le avevo viste entrare, ricordavano quelle anatre che svernavano al laghetto delle Tuileries: anziché piume iridescenti, le amiche della mamma con le loro figlie (le quali amiche mie, invece, non lo erano affatto!) mettevano in mostra elaborati abiti color azzurro, rosa e giallo zafferano. Mascheravano quei loro occhi da triglia sotto vezzosi cappelli a veletta, e le mani bianche e mollicce in morbidi guanti color crema. Di certo dovevano essere arrivate per il tè armate di minuscoli ventagli di seta e di gioielli che avrebbero fatto gola a qualsiasi ladro.
Considerando che in certi quartieri i forni razionavano già il pane, e molti empori della città esibivano il triste spettacolo di scaffali vuoti e desolati, avrei dovuto infuriarmi per quello sfarzo così fuori luogo.
Ma in quella casa io ero considerata ancora una bambina e per quanto sapessi bene, dentro di me, che non era più così, spesso tra quella mura mi ritrovavo davvero a comportarmi come una bambina, a dispetto della mia età. Fingevo così di avere un animo molto più tranquillo e accomodante di quello che invece, quando ero sola o con i miei due grandi amici, lasciato libero, s’infiammava dando vita a mille pensieri tumultuosi.
Dunque le parigine erano in salotto, e il maggiordomo Nelson, come una civetta, fuori dalla porta della mia camera all’ultimo piano, dove di solito dormiva la servitù.
– Signorina Irene… – mi chiamò, ancora una volta. – La signora vi sta aspettando.
Ma più che di un richiamo si trattò di un sospiro.
Io lanciai un’ultima occhiata alle due lettere che avevo disteso sul piano di cuoio del mio scrittoio e sospirai di rimando.
– Arrivo subito – mentii, incapace di scollarmi dalla grafia flessuosa ed elegante che ricopriva fittamente la lettera più lunga, che Sherlock mi aveva consegnato il giorno della mia partenza da Saint-Malo, l’estate precedente.
Conoscevo a memoria quanto mi aveva scritto, perché l’avevo letta più e più volte, durante il viaggio di ritorno in città.
E nei giorni che erano seguiti.
Sherlock mi augurava un buon ritorno a casa, e per la prima volta da quando ci eravamo conosciuti faceva un rapido accenno a quanto stava succedendo in Francia. Protetti dalla lontananza, dalla villeggiatura a Saint-Malo e dalla lentezza degli uffici postali, quell’estate avevamo ignorato gran parte delle vicende che il Paese stava attraversando.
Ma non è possibile vivere sempre circondati dagli agi, e lontano dal mondo.
E così io sarei tornata a Parigi, mentre lui e i suoi fratelli avrebbero seguito la madre in quel di Londra, dove Holmes era pronto a scommettere che tutto sarebbe andato per il meglio. Anche se sua madre si sarebbe lamentata di ogni cosa: dal rumore infernale delle strade affollate al tanfo insopportabile dei vicoli, dalla maleducazione dei cittadini al fastidioso mercanteggiare dei negozianti... Sherlock, ovviamente, era di avviso completamente opposto. Sapeva, o forse solamente sperava, che in quella città si sarebbe facilmente procurato ogni libro che gli fosse venuto in mente di leggere, semplicemente entrando in una delle botteghe dei librai di Charing Cross. E poi avrebbe anche iniziato a prendere lezioni di violino! La notizia, annunciata così, senza preamboli, nella lettera, mi aveva fatto sorridere, e, anche se all’inizio avevo pensato a uno scherzo, il suo modo di scrivere asciutto e deciso mi aveva infine convinto che il mio amico diceva sul serio.
Holmes che suona un violino! Sherlock mi sembrava troppo inquieto e impaziente per potersi cimentare in un’arte che richiedeva, per essere appresa, un’infinità di esercizi noiosissimi e ripetitivi. Tanto valeva che mi immaginassi Arsène Lupin con un saio da frate!
...La verità?
La verità era che avevo trascorso alcune nottate insonni, avvolta nella bianca luce della luna, mentre fuori Parigi tuonava l’artiglieria prussiana, a immaginarmi Sherlock Holmes in piedi a suonare il suo violino. Era solo un modo per non pensare alla guerra ormai arrivata alle porte della mia città? Chissà.
Il seguito della lettera di Sherlock era più sbrigativo e vagamente impacciato: si augurava che il nostro incontro a Saint-Malo non fosse destinato a essere l’unico e sperava che, prima o poi, io lo potessi raggiungere a Londra o gli Holmes avessero occasione di visitare Parigi, magari quando le acque si fossero calmate e viaggiare fosse divenuto meno pericoloso. La lettera concludeva:
In entrambi i casi, ti prometto che sarà mia cura accompagnarti in tutti i luoghi più disdicevoli e poco raccomandabili della città nella quale ci capiterà di trovarci nuovamente insieme!
Tuo, Sherlock Holmes
Avevo appena finito di rileggerla per l’ennesima volta, quando il signor Nelson bussò delicatamente alla porta, richiamandomi all’ordine. Il salotto reclamava il mio tempo. E io non avevo nessuna intenzione di concedergliene un attimo più del necessario.
– Vieni pure, Nelson… – dissi, ripiegando la lettera di Holmes.
La porta si socchiuse.
– Non sono io a dover entrare, signorina Irene… – mi ricordò l’imponente uomo di colore che era al servizio della nostra famiglia da quando ero nata. – Siete voi a dover uscire. Le signore e le signorine vi reclamano.
– Davvero? – domandai, alzando un sopracciglio. – Ed esattamente che cosa reclamano, di me? La mia cultura in fatto di poesia latina, le mie opinioni sulla moda in tempo di guerra o la mia spiccata simpatia?
– L’ultima cosa che avete detto, signorina… – mi sorrise lui.
Ora posso dirlo con franchezza: mi intendevo meglio con il signor Nelson che con mia madre.
Non scandalizzatevi, ve ne prego. La colpa non era di nessuna delle due.
Io non ero una ragazzina a modo.
E lei non era mia madre.
Capitolo 2
COME UN LAMPO

– Questo tè è davvero delizioso! – squittì la ragazzina in abito bianco, delicatamente appoggiata su un divanetto del salotto come un ricciolo di panna su una brioche.
La ignorai, per la sopravvivenza di entrambe, e guardai fuori dalle alte finestre di casa nostra. L’aria stessa sembrava rarefatta. Grandi nuvole solcavano il cielo dirette a ovest, muovendosi a grande velocità. Mi fecero pensare a quanto il tempo scorresse velocemente e di come io lo stessi perdendo, lasciandolo scivolare e sciogliere come zucchero nel tè bollente.
Ero lì da meno di un quarto d’ora, e mi sembrava già di impazzire.
Sapevo che Nelson era in piedi dietro una delle porte laccate del salone, e tutto sommato lo invidiavo. Lui almeno poteva nascostamente ridere di quei vezzi inutili, di quei racconti inconsistenti e di quella conversazione forzata, che mia madre sembrava tanto apprezzare e che mi aveva confessato esserle mancata durante la nostra vacanza a Saint-Malo.
Nei mesi trascorsi al mare, il suo visino languido non aveva preso nemmeno una traccia di sole, e i suoi modi già lenti e compassati erano sembrati infiacchirsi ancora di più. Ed era così che stava raccontando a quelle amiche del periodo passato sulla costa della Normandia: con noia, accentuando tutte le scomodità di un luogo che io avevo trovato invece così bello.
«Sempre meglio che essere a Sedan!» avrei voluto dire io, ricordandole che nello stesso periodo, dalla parte opposta della Francia si moriva al fronte. Ma sarebbe stato davvero scorretto da parte mia, anche se quel giorno mi sentivo terribilmente cattiva. Non volevo ferire mia madre: avrei semplicemente voluto non dover stare lì con loro.
Decisi allora per una sorta di compromesso: avrei tirato, per così dire, un piccolo sasso nelle acque stagnanti di quella conversazione.
– Stamane ho udito dei colpi di rivoltella qui nella piazza, sapete? – dissi, addentando una madeleine. – Pare che ci sia stato anche un morto!
– Un morto?
– E perché è stato ucciso?
– Era sposato?
Si elettrizzarono invece le piccole arpie.
E di nuovo avrei voluto vedere la faccia del signor Nelson.
Mi avevano insegnato che la vanità non è un bel sentimento. Ma tra l’assenza di vanità e il desiderio di essere dimenticati c’è una bella differenza. Io non mi ero dimenticata degli amici di quell’estate di Saint-Malo, e immaginavo che così fosse anche per loro.
Arsène Lupin mi aveva scritto alcuni giorni dopo la mia partenza dal mare e solo per miracolo, io credo, la sua stringata cartolina mi era stata recapitata nonostante i disguidi provocati dalla guerra.
Poche righe, senza le belle frasi della lettera di Sherlock, ma non per questo meno interessanti: capii che stava pensando a me da molti giorni, e che ammetterlo a se stesso doveva essergli costato un certo sforzo.
Sul retro della cartolina, che aveva i bordi tutti ondulati, aveva scritto:
Riparto con mio padre, in cerca di spettacoli. Spero che tu stia bene e che le nostre strade si incrocino di nuovo. Non cercare di rispondermi, non saprei quale indirizzo darti. Ti bacio.
In quell’ardita chiusura mi pareva si mostrasse tutta la confusione di Lupin.
Ti bacio. Come se fosse abituale scrivere una simile frase a un’amica come me.
O come se lo fosse baciarmi.
...La verità?
La verità era che mentre la mia non-amica in abito verde pisello diceva qualcosa a proposito di non...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Ultimo atto al Teatro dell'Opera
- 1. Inquieti giorni, inquiete notti
- 2. Come un lampo
- 3. Il treno blu
- 4. Un incontro inquietante
- 5. La divina Ophelia
- 6. Nel cuore della città
- 7. Sogni e sorprese
- 8. Un’oscura verità
- 9. L’arte del pettegolezzo
- 10. Una trappola spagnola
- 11. Il rivale29
- 12. Notizie dalla strada
- 13. Il Principe dell’Enigma
- 14. Il sottile filo del passato
- 15. Nella nebbia
- 16. Il diavolo di Bethnal Green
- 17. Un brandello di seta rossa
- 18. La magia del teatro
- 19. Il buio oltre il sipario
- 20. Il costume del diavolo
- 21. Come in un sogno
- 22. Un’ultima tazza di cioccolata
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