1
Sissignore
Il silenzio.
C’è qualcosa di più meraviglioso di uno spazio completamente avvolto dal più assordante silenzio? Io non lo saprò mai, dato che ho avuto la malaugurata idea di andare a vivere nel vecchio appartamento di mia nonna materna Davina in via de’ Benci.
Lei ora vive nella casa costruita sulle campagne assolate e tranquille di Fiesole, dove sono cresciuta con i miei genitori, e io ho avuto la brillante pensata che un appartamento in centro a Firenze sarebbe stato strafigo. Non avevo calcolato che, nella mia via, di notte impazza la movida fiorentina. Anche questa volta sono rientrata a casa con una rosa aranciata raggrinzita che mi ha appioppato l’indiano che vende fiori davanti al mio portone. Ormai ho stretto con lui una sorta di amicizia, si chiama Rajesh, ha ventisei anni ma ne dimostra quaranta e ha una famiglia in India, che mantiene con regolari invii di denaro. Monti lo definirebbe un truffatore dell’economia italiana, in quanto asserisce che i soldi italiani non dovrebbero uscire dal nostro Paese. I soldi che escono non fanno ritorno, dice sempre, senza tuttavia contare che lui i soldi dall’estero li accetta eccome. Rajesh, che io ho preso a chiamare Raj per via della mia fissazione con la serie The Big Bang Theory, è un ragazzo dall’animo buono e ogni volta che gli allungo una banconota lui insiste per regalarmi uno dei suoi fiori, ignorando che ne ho la casa invasa.
«Ehi, bentornata!» È la voce di Federico, il mio ragazzo, che ultimamente si starà chiedendo se siamo ancora una coppia. Lo raggiungo in cucina, dove mi accoglie con un sorriso affabile e il naso impiastricciato di un qualche impasto. La casa è satura del profumo di cannella, mele cotte e zucchero di canna.
«Dove hai messo le chiavi di casa?»
«Sul tavolo all’entrata» mi risponde indifferente.
Lo so, è strano, ma non ho mai avuto il desiderio di lasciargli la copia delle chiavi, non mi piace l’idea che qualcuno possa entrare in casa mia senza permesso o senza preavviso. Soprattutto lui.
«Cosa cucini?»
«Apple pie» risponde di spalle, tornando a controllare la cottura nel forno, non prima di avermi salutata con un bacio che macchia anche il mio naso.
«Adesso sei più carina» chiosa teneramente pulendomi con l’indice.
«Stasera abbiamo di che mangiare, allora.» Mi tolgo le scarpe e nel tragitto fino al bagno mi libero anche dei vestiti, che butto direttamente nel cestino dei panni sporchi. Apro l’acqua della doccia e mi infilo sotto il getto tiepido del soffione, sciogliendo la crocchia che cominciava a irritarmi il cuoio capelluto. Ah, santa pace. Finalmente! Mentre mi godo il momento di relax, cerco di non fare caso al frastuono dei turisti americani che vociano come forsennati nel locale di sotto. Ormai comincio quasi a farci l’abitudine, alla fine è una questione di sopravvivenza: o riesci a smettere di sentirli o sei rovinata. Tra happy hour, il ristorante messicano, il kebap all’angolo e il karaoke di fronte, la pace qui non esiste.
Per stasera ho già il mio programma e lo sto rispettando nei minimi particolari: sushi, un buon bicchiere di chardonnay e la TV sintonizzata su Fox, dove mandano in onda tutti i generi di telefilm, dei quali io sono una vera drogata. Fede è un ottimo compagno perché, anche se odia qualsiasi commedia rosa, mi sta a fianco e sopporta in silenzio. E così passo un’ora buona con indosso una tuta troppo larga a ingozzarmi di sashimi, chiacchierare e sospirare a ogni bacio. Lo so, è ridicolo, visto che ho un uomo splendido a mia disposizione per aver Baci&Co, ma a volte ho la sensazione che Federico sia come un fratello. Tra noi persino il sesso è programmato: il martedì e il sabato, con le grandi occasioni come extra. È squallido e triste, ma con la vita lavorativa che mi ritrovo – al guinzaglio di Monti tutto il tempo – è già tanto che riesca a trovare quei venti minuti per mettermi in posizione orizzontale senza dormire. Il mio unico problema col sesso è, fondamentalmente, che non ho il tempo di farlo.
Sto quasi per appisolarmi quando la suoneria del cellulare invade la stanza facendomi rovesciare tutto il contenuto del bicchiere sulle gambe.
«Merda!» esclamo mentre mi allungo verso il cellulare e tento di ripulirmi.
Oh no. Oh no, no, NO! Monti che chiama alle 22:44 non è mai un buon segno e qualcosa mi suggerisce che non potrò terminare di guardarmi The Walking Dead in santa pace.
«Pronto, signor Monti?» rispondo con tono professionale mentre mi aggiusto, neanche potesse vedermi.
«Aida c’è un problema.»
«Quale?» tremo.
«Devi assolutamente prenotarmi un volo per domani diretto a Nizza» spiega frettoloso col suo tono alla Hartman.
«Nizza?» balbetto colta alla sprovvista.
«Sì, sei sorda per caso? Quante volte devo ripetertele le cose, ciccia?»
«Mi scusi, mi metto subito all’opera.» Manca solo che dica Sissignore! e, da come Fede mi sta squadrando, intuisco che è anche il suo pensiero.
«Mi raccomando in prima classe, due posti. Prenota anche il ritorno che sarà tra una settimana a partire da adesso.»
«Certo, signore» dico reverente mentre accendo il portatile. Lo sapevo che era un casino.
«Ah, mi raccomando, in questa settimana di assenza gradirei che andassi a controllare che a casa sia tutto in ordine.»
«Sarà fatto.»
«Ti mando i dati del secondo passeggero e tutti i dettagli per email.» Chiude. Mi chiedo come mai i ricchi siano così viziati, non sanno fare niente da soli, nemmeno prenotarsi un volo. Chissà se ha anche qualcuno che gli tiene la carta igienica quando va al bagno… Ringrazio il Signore di non essere io quella persona.
C’è da guardare il lato positivo: una settimana senza Monti!
«Che succede? Il padrone ti ha richiamato all’ordine?» mi prende in giro Federico. Mi limito ad annuire con la faccia scura.
«Non è divertente…» mormoro.
«Oh, sì che lo è invece. Non sai quanto!» ridacchia.
«Prima o poi tutto questo sarà ampiamente ricompensato, ne sono certa. Deve essere così» mi dico convinta, più per consolarmi che per reale convinzione.
Dopo aver vagliato ogni possibile soluzione per trovare un volo per Nizza, mi ritrovo in un’impasse. Merda, tutto pieno!
«Mi rendo conto che è per domani mattina, ma io ho davvero bisogno di due posti su quell’aereo!» dico decisa all’operatore, all’ennesima telefonata alla compagnia aerea.
«Mi dispiace signorina, ma se i posti non ci sono, non possiamo certo inventarli!»
«Voi non capite, è per il signor Monti, Maurizio Monti!» E lei sa che cosa mi farà se non lo accontento? Vorrei aggiungerlo, ma evito.
«Se non c’è posto non è colpa tua, Monti se ne farà una ragione» suggerisce Fede. Lo fulmino. Si vede che non lo conosce.
«Potrebbe pure essere per il presidente della Repubblica, ma non c’è posto» risponde l’operatore che sarà la causa della mia decapitazione pubblica in piazza della Signoria.
«Non posso credere che un uomo con la sua intelligenza e scaltrezza non riesca a trovare una soluzione. Un altro volo, una sistemazione fortuita, insomma… qualcosa.» Tento con la carta della lusinga.
«Scaltrezza dice?» domanda con un tono più morbido, evidentemente ho avuto la fortuna di trovare un narciso.
«Certo, a giudicare dalla sua voce si denota un’intelligenza e una arguzia difficili da trovare in un qualsiasi impiegato. Sono certa che è persino sottopagato per le sue abilità.»
«In effetti non guadagno molto per tutto ciò che faccio» mugugna cadendo nella mia rete.
«Ecco, appunto! Potrei inviare alla sua compagnia una lettera dove sottolineerei le sue notevoli doti, se solo riuscisse a trovarmi due posti liberi.»
«A che nome la prenotazione?»
«Monti!» squittisco vittoriosa.
«Il volo parte alle 10:45, deve presentarsi al check-in un paio di ore prima.»
«La ringrazio.»
«Ah, mi chiamo Ezio Cavani, per la lettera.»
«La invierò al più presto.»
Tiro un sospiro di sollievo, probabilmente non sarò licenziata.
2
La famiglia
Primo giorno senza avere Monti intorno. È letteralmente volato e sono persino riuscita a metter mano su una piccola tela di un artista minore. Sonia, la ragazza con la quale ho lavorato, mi ha riempita di complimenti e mi auguro ardentemente che li faccia presente al caro boss. Magari mi metterà più spesso a restaurare. Oltretutto, a parte qualche intromissione telefonica di Monti – che proprio non riesce a non segnare i confini del suo regno di terrore – sono stata tranquilla tutto il tempo, e per una buona mezz’ora (mezz’ora!) mi sono goduta la mia pausa pranzo affacciata a Ponte Vecchio. Per questo canticchio piuttosto serena mentre mi dirigo verso casa dei miei genitori, che stasera festeggiano il loro anniversario di matrimonio.
Invidio i miei genitori, Dante e Vanna. Sono sposati da trentadue anni e stanno insieme da tutta la vita. Mia madre era a malapena entrata nella pubertà quando si mise con mio padre, che ancora non aveva sul viso neanche un filo di barba. In buona sostanza, erano ancora due bambini.
Ah, ormai con i tempi che corrono un rapporto del genere è utopico. Non ci si mette più con un ragazzo alle scuole medie per starci fino ai cinquant’anni e più. Insomma, è improbabile che il primo uomo con cui andrai a letto sia anche l’ultimo.
Prima le rose si spedivano a casa con un biglietto anticato e due parole romantiche, oggi invece i fiori ti arrivano virtuali sulla finestrella della chat di Facebook, accompagnate da parole del tipo: “Vorrei chattare con te…”.
Per fortuna non ho più questa dannata preoccupazione dei primi appuntamenti e di dover scegliere il compagno giusto tra un’orda di principi azzurri taroccati made in China. Sì perché io, adesso, ho un compagno pressoché perfetto: alto, capelli castani e splendidi occhi scuri su un incarnato abbronzato. Ah, quanto vorrei stare con lui stanotte e invece tornerò a ...