La ragazza nel parco
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La ragazza nel parco

  1. 324 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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La ragazza nel parco

Informazioni su questo libro

Quando Olivia Randall, avvocato newyorchese, viene svegliata da una telefonata, non ha idea di chi sia la ragazzina che, dall'altro lato della cornetta, la implora di aiutarla. Ma basta un nome a farle capire. Jack Harris. Il famoso scrittore, padre della ragazzina, accusato di omicidio e ora in cella, in attesa di processo. Jack Harris è un nome che dice troppe cose a Olivia: perché Jack e Olivia hanno un passato. Un vecchio amore finito male vent'anni prima. Un amore di cui lei porta ancora dentro i segni e forse la colpa di aver lasciato che le cose andassero come sono andate. Di fronte alla richiesta della figlia di Jack, Olivia sa che non ha altra scelta. Aiuterà Jack. A costo di lasciare che lui dia sfogo a una vendetta tenuta a bada per tutti questi anni.
Jack non ha un alibi, non ha testimoni, e non ha un motivo plausibile per essere dov'era quando qualcuno ha fatto fuoco nel parco, ammazzando tre persone. E ben presto Olivia sarà costretta a chiedersi se Jack sia davvero innocente, e non la stia manipolando...Bestseller in America, La ragazza nel parco è un thriller psicologico che entra silenziosamente nella mente del lettore; un romanzo dal ritmo serrato e dalla suspense irresistibile che vi lascerà col fiato sospeso. Della Burke, autrice anche di Una perfetta sconosciuta, è ora disponibile il NUOVO THRILLER LA RAGAZZA CHE HAI SPOSATO: un altro romanzo di suspense psicologica che si fa divorare, di cui trovate qui i primi capitoli. «Alafair Burke conosce le luci e le ombre di New York come nessun'altra.» Michael Connelly «Con i romanzi della Burke siete in buone mani, e i suoi personaggi femminili sono sempre fortissimi.»
Gillian Flynn, autrice di Gone Girl. L'amore bugiardo «Una delle migliori autrici di thriller oggi in circolazione.»
Dennis Lehane, autore di Mystic River

Scelto da 375,005 studenti

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Informazioni

Anno
2016
eBook ISBN
9788858515815
Print ISBN
9788856653939

1

Il rumore bianco è pura magia, come la carta stagnola, il Bluetooth e il caffè in cialde. Fa scomparire i rumori della città. Clacson, camion dell’immondizia, sirene: basta un’app sul mio iPhone per zittirli tutti. Quando il rumore bianco riempie la stanza, potrei essere ovunque – o da nessuna parte –, ed è l’unico modo per dormire.
Fino allo squillo del telefono.
Risposi senza aprire gli occhi, una specie di riflesso condizionato: non ero ancora pronta ad affrontare la luce della stanza. «Olivia Randall.»
«Ciao.»
Lo riconobbi subito dalla voce: era Einer, il nostro assistente-barra-investigatore. Una voce più profonda alle mie spalle mi chiese, farfugliando, che ore fossero; e solo in quel momento mi resi conto che un braccio pesante cingeva i miei fianchi. Mi divincolai, strisciando in avanti, lontano da quella presenza nel mio letto. «Ciao» risposi.
«Don pensa che ti prenderai la mattinata libera, per via di Mindy» esordì Einer. «Dice che riposi sugli allori. Secondo me, è solo invidioso di tutte le attenzioni che ricevi.»
Mi sforzai di aprire gli occhi. La sveglia segnava le 11.17, quindi era già passata quasi metà della giornata lavorativa di una persona normale.
Sul comodino, accanto alla sveglia c’era una bottiglia di grappa mezza vuota. Grappa? La forma bizzarra della bottiglia mi riportò alla mente da dove proveniva: un cliente – un ex compagno della facoltà di legge che, a differenza di me, lavora come associato alla Preston & Cartwright – che mi regalò una bottiglia a forma di Tour Eiffel per ringraziarmi di aver fatto decadere un enorme fascio di contravvenzioni non pagate. Gli avevo detto che non avrebbe dovuto disturbarsi, e il tizio sembrò non capire che in realtà trovavo offensivo quel regalo. La bottiglia era finita in un armadietto della cucina. A quel punto si fece largo un altro ricordo, collegato al proprietario del braccio che cingeva i miei fianchi: la sera prima, aveva aperto l’armadietto. «Grappa? Io adoro la grappa.»
Mi sforzai di concentrarmi su quello che mi stava dicendo Einer. Mattinata libera per via di Mindy. Giusto: Mindy, ex bambina prodigio, ora ventiquattrenne, che ieri ho salvato dalla prigione nascondendo la cocaina trovata nella sua Porsche che era stata rimossa mentre stava ritirando un compenso di diecimila dollari per una campagna pubblicitaria nel Meatpacking District.
La mia parcella era più alta.
«Di’ pure a Don che non sto riposando su nessun alloro» borbottai, appoggiandomi alla testata imbottita del letto. Don è il mio socio nello studio legale, ma è anche il mio mentore, oltre che padre onorario, o zio, o qualcosa del genere. E con ogni probabilità adesso si stava chiedendo dove diavolo fossi finita. Sentivo ancora il rumore bianco riecheggiare nelle mie orecchie, mentre spremevo le meningi per inventare una storia credibile che non avessi già usato di recente. «Un cliente di un paio d’anni fa mi ha chiamato questa mattina presto. Il figlio è stato trovato positivo all’alcoltest mentre tornava a casa da una festa a Brooklyn. Credeva di aver smaltito la sbornia dormendo, ma era ancora ubriaco dalla notte prima.» «E non è l’unico» borbottò la voce alle mie spalle. «C’è voluto un po’ più del previsto per riuscire a non farlo schedare» spiegai.
«Bene, sono certo che Don sarà felice di sapere che non sei in zona. Non lo ammetterà mai, ma quel vecchio tenerone si preoccupa da matti per te.»
Pur non afferrando il nesso tra le due frasi, ho fatto appello al sesto senso tipico dei bugiardi: quello che, quando ci sfugge qualcosa, ci spinge a far credere al nostro interlocutore che abbiamo capito perfettamente a cosa si riferisce. «Non c’è motivo di preoccuparsi. Ma non hai chiamato solo per controllare dov’ero, giusto?»
«No, c’è qualcuno che continua a telefonare chiedendo di te. Non lascia il suo nome. È giovane, non si capisce se maschio o femmina. Questo lui, o lei, o qualunque cosa sia, sta minacciando di venire in ufficio se non ti fai viva. E io, con i ragazzini, proprio non ci so fare.»
«Bello sapere che anche tu hai un punto debole, Einer. Dammi il numero e di’ a Don di stare tranquillo. Ho solo dovuto occuparmi di uno stupido caso di guida in stato di ebbrezza.»
Aprii il cassetto del comodino e tirai fuori una penna e uno dei tanti taccuini che tenevo sempre sotto mano, annotando il numero.
Avevo già digitato le prime cifre sul mio telefono quando sentii una mano accarezzarmi il fianco, in avanscoperta. Seriamente?
Sollevai le lenzuola, rotolai fuori dal letto e cominciai a raccogliere i vestiti sparsi sul pavimento. «È tardi. L’aereo di tua moglie atterra tra un’ora.»
Il telefono squillò una volta sola.
«Pronto?» Il tono era impaziente. La voce chiara, ma bassa. Ora capivo perché Einer aveva fatto fatica a capire se era maschio o femmina. Femmina, probabilmente. Non una bambina, ma nemmeno una donna.
«Olivia Randall. Ha chiamato il mio ufficio?»
«Sì, sono preoccupata per mio padre. Non risponde al telefono e nemmeno ai messaggi.»
Grandioso. Eravamo arrivati al punto in cui i ragazzini si rivolgevano a un avvocato appena i genitori erano irraggiungibili? Ero tentata di riattaccare, ma se l’avessi fatto, con la fortuna che avevo, avrei poi scoperto che era la figlia di qualche pezzo grosso.
«Sono sicura che tuo padre è solo uscito un attimo.»
«No, lei non capisce. Sono venuti qui dei poliziotti. Lui è andato via con loro. Ha detto che era tutto okay, ma poi gli agenti sono tornati quasi subito…» Nella testa mi risuonò il commento di Einer: Don sarebbe stato sollevato sapendo che ero lontana dall’ufficio. «Si sono presentati alla porta e mi hanno detto che dovevo lasciare l’appartamento.»
«Ti hanno spiegato perché?» domandai, mentre con la mano libera cominciavo a sistemare il letto.
«No, ma ho chiesto se ero in arresto. Loro mi hanno detto di no e poi hanno cominciato a trattarmi con modi fin troppo gentili, mi chiamavano “dolcezza” e cose simili. Alla fine hanno voluto sapere se c’era un familiare che potesse prendersi cura di me. A quel punto, ho smesso di fare domande, e ho detto che sarei andata a lezione e poi a dormire da mia zia.»
«Quindi ora mi stai chiamando da casa di tua zia?» Quella conversazione mi stava facendo venire mal di testa. Tutto, quel giorno, mi faceva venire mal di testa.
«No, io neanche ce l’ho una zia. Ma ho pensato che me la sarei cavata meglio da sola, anziché finire in una casa famiglia o affidata ai servizi sociali.»
«Ma quindi dove ti trovi adesso, in una casa famiglia?» Infilai il copriletto nell’armadio.
La ragazza all’altro capo del telefono emise una specie di ringhio. «Oh, mio Dio. La polizia è venuta a parlare con mio padre. Adesso lui è sparito e gli sbirri mi hanno praticamente buttata fuori di casa. Sono quasi sicura che lo tratterranno per qualche motivo. Io non ho un posto dove andare, quindi potrebbero sbattermi in una casa famiglia. Così mi sono inventata la storia di mia zia, e poi ho chiamato lei.»
Per come la vedevo io, il padre della ragazza era stato arrestato e lei doveva aver letto il mio nome tra i tweet euforici della mia ultima cliente celebre, Mindy Monaghan. Attaccai con il mio solito discorsetto di circostanza che utilizzo per rifiutare nuovi clienti, già facevo fatica a seguire i vecchi, e bla, bla, bla. Per tutta risposta, lei mi chiese di recarmi al primo distretto per aiutare suo padre.
«Come fai a sapere che si trova al primo distretto?»
«Non lo so per certo, ma le auto della polizia parcheggiate davanti a casa nostra hanno il numero 1 scritto sulle fiancate.»
«Posso mandarti dei nominativi di altri avvocati per email, così…»
«No, lo deve aiutare lei. È il minimo che possa fare, dopo quello che gli ha fatto.»
«Stai dicendo che conosco tuo padre?» Troppi clienti sono convinti che, poiché li hai rappresentati in un’occasione, automaticamente diventi il loro avvocato a vita.
«Mi chiamo Buckley Harris. Mio padre è Jack Harris. E, mi creda: è in guai seri.»
Jack Harris. Quel nome fu come un pugno nello stomaco, talmente forte da farmi risalire in gola il sapore della grappa bevuta la sera prima.
La voce della ragazza, come il rumore bianco, coprì tutti gli altri pensieri, mentre immagini del passato si affollavano nella mia mente. «Li ho sentiti parlare di spari e cose simili. Quindi ho pensato che si trattasse di mia madre. Poi ho visto le notizie online e adesso sono in paranoia totale, perché temo che possa avere a che fare con quello.»
Dopo quanto era accaduto alla madre, non mi stupiva che la ragazza fosse paranoica. Ma ancora una volta mi sfuggiva il nesso tra una frase e l’altra… Quali notizie?
«Ottima deduzione, quella sul primo distretto. Andrò là per cercare di capire cosa sta succedendo. Hai un posto dove andare nel frattempo?» Era giugno. I ragazzini andavano ancora a scuola? Non ne avevo la più pallida idea.
«Sto andando da Charlotte.»
Un altro nome che non sentivo da un secolo.
Riattaccai e andai in salotto. La mia borsa era ancora sul divano, esattamente dove l’avevo lasciata cadere la sera prima, mentre Todd mi sfilava la giacca.
Presi il portatile, lo aprii e cercai su Google “New York” e “spari”. Quella mattina, qualcuno aveva aperto il fuoco in Hudson Parkway. Non era chiaro il numero di morti e di feriti. E il mio ex fidanzato, Jack Harris, forse si trovava al primo distretto per motivi che forse avevano a che fare con quella tragedia.
Quando mi avvicinai alla reception, un agente diede una gomitata al suo collega e gli bisbigliò qualcosa. Forse mi avevano riconosciuta, in quanto avvocato difensore di un certo successo o protagonista dei pettegolezzi del primo distretto (pur non subendo affatto il fascino della divisa, nei dieci anni trascorsi da single un’avventura o due in quell’ambiente mi erano capitate).
O, molto più probabilmente, non ero il tipo di persona che potesse passare inosservata in una stazione di polizia. A un qualsiasi agente dotato di un pizzico di “fiuto”, sarebbe subito saltato all’occhio – dal tailleur e dalle scarpe costose – che ero un pubblico ministero, un avvocato difensore, o una giornalista, oppure soltanto una persona di una certa importanza… Insomma, in ogni caso, ero una portatrice di guai.
A quarantatré anni, sapevo ormai fin troppo bene che la mia espressione naturale quando sono concentrata – assorta, con la fronte aggrottata e le labbra arricciate – può incutere un certo timore. Senza dubbio, ho la classica “faccia da stronza”, ma per fortuna riesco a modificarla in determinati contesti e situazioni. La prima impressione è quella che conta, diceva sempre mia madre.
«Buongiorno!» Quando salutai il gruppetto di poliziotti, sfoderando il mio sorriso migliore, mi sentii tirare la pelle del viso, ancora disidratata per la sbornia della sera prima. Annunciai subito che stavo cercando un certo Jack Harris.
Speravo di ottenere in risposta uno sguardo perplesso, come a dire: E chi diavolo sarebbe, questo Jack Harris? Invece il sergente alla reception mi chiese se fossi il suo avvocato. Cercai di continuare a sorridere.
«Esatto» risposi in tono pacato. «E conosco molto bene il mio cliente. È un uomo piuttosto in vista, a New York. Immagino che abbiate un’ottima ragione per tenerlo qui.»
I poliziotti amano riempirsi la bocca e blaterare di quanto sono onesti, imparziali, la giustizia viene prima di tutto, il colore della pelle non conta, eccetera, eccetera. La verità è che sono abituati ad avere a che fare con persone povere e impotenti, così quando un ricco entra nell’orbita del sistema giudiziario, la faccenda si fa seria. È meglio pavoneggiarsi un po’, in certe occasioni.
Tuttavia, il sergente era rimasto impassibile. «Lei dice di conoscere Jack Harris? Be’, sarò onesto: anch’io credevo di conoscerlo. Quello che ha passato è terribile, davvero. Fino a ieri gli avrei srotolato ai piedi il tappeto rosso, se fosse entrato qui dentro. Ma adesso?» Fece schioccare la lingua.
Ancora una volta, av...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. LA RAGAZZA NEL PARCO
  4. 17 giugno 2015
  5. 1
  6. 2
  7. 3
  8. 4
  9. 5
  10. 6
  11. 7
  12. 8
  13. 9
  14. 10
  15. 11
  16. 12
  17. 13
  18. 14
  19. 15
  20. 16
  21. 17
  22. 18
  23. 19
  24. 20
  25. 21
  26. 22
  27. 23
  28. 24
  29. Nota dell’autrice
  30. Ringraziamenti
  31. Scopri “La ragazza che hai spostato”
  32. Copyright