Vietato dire non ce la faccio
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Vietato dire non ce la faccio

  1. 160 pagine
  2. Italian
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Vietato dire non ce la faccio

Informazioni su questo libro

È la sera di Capodanno, e Nicole non vede l'ora che i festeggiamenti abbiano inizio. I suoi familiari però vogliono prima ascoltare il discorso del Presidente della Repubblica. All'improvviso tutti ammutoliscono perché Sergio Mattarella sta parlando proprio di lei... Nicole si spaventa. – Che ho fatto? – domanda con un filo di voce. Ma Niki non ha combinato nulla: viene citata perché ha vinto quattro medaglie d'oro ai Mondiali di atletica. È una campionessa del mondo, ma una campionessa un po' speciale: è nata con la sindrome di Down. Un problema? Non per lei. La sua vita è come correre i 100 metri controvento: ci mette un po' di più ma taglia sempre il traguardo. E vince. Perché fin da bambina le hanno spiegato che "è vietato dire non ce la faccio". Un motto che le ha permesso di conquistare medaglie, avere amici, amare, viaggiare, divertirsi... Con la sua inesauribile carica di simpatia, Nicole ha dimostrato contro ogni pregiudizio che nelle persone come lei non c'è solo la disabilità ma tanta, tantissima abilità.

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Informazioni

Anno
2016
eBook ISBN
9788858516836
Print ISBN
9788856656534
1

La lettura della mano

Io sono una velocista, una campionessa nei 100 e 200 metri. Non a caso, quando mamma ha avvisato papà al lavoro che stavo per nascere, l’ho bruciato sul tempo! Sono stata più rapida di lui ad arrivare. Erano le 12.35 dell’8 novembre 1993.
E così, nei primi minuti in cui mi sono affacciata al mondo, in sala parto la mamma è rimasta sola con i medici. Lei è una donna meravigliosa. Da giovane è stata una giocatrice di basket della squadra di Biella, mentre ora è impiegata in un’azienda di tessuti. È come una torta: è la dolcezza in persona.
Ma in quel momento è preoccupata. Si accorge che stanno tutti intorno a me senza parlare. E si ricorda di quando, quattro anni prima, era nato mio fratello: con entusiasmo le avevano subito detto: «Che bel bambino! Congratulazioni!». Stavolta, invece, si è avvertito un attimo il mio pianto e poi solo silenzio.
«Che aspettano a portarmi la bimba?» si domanda. Decide di far sentire la sua, di voce.
– Va tutto bene?
– Sì, signora – risponde il dottore che mi tiene in braccio. – Il cordone ombelicale aveva fatto tre giri intorno al collo della piccola, abbiamo dovuto toglierlo delicatamente.
Ma non ha detto tutta la verità. In realtà sta controllando con attenzione anche il mio corpo, soffermandosi in particolare sulla manina. Proprio come fanno i chiromanti, quelle persone che dicono di prevedere il futuro leggendo le righe che abbiamo sul palmo. Per il dottore però è più facile riuscirci, perché sulla mia manina non ci sono tante righe ma una sola, lunga e profonda. E per lui rappresenta una sentenza inequivocabile: il mio futuro sarà difficile e doloroso.
Nel frattempo è arrivato papà. Non veloce come me, ma comunque scattante perché era uno sportivo anche lui. Ha giocato a calcio in Serie C: nel Cosenza e nel Crotone. È calabrese, ma si è trasferito in Piemonte rincorrendo il pallone. Poi ha smesso di fare il calciatore e ora si occupa di “gestione patrimoniale”. Non so che cosa vuol dire, però so che è simpatico, carino e mi riempie di coccole, ecco. È solo un po’ gelosetto se abbraccio gli altri. Ma adesso è lui che vorrebbe abbracciare me. Raggiunge subito la mamma in camera, dove l’hanno riportata da poco.
– Come state? Dov’è la piccola? – domanda emozionato Giovanni.
– Bene, ma non me l’hanno ancora fatta vedere – risponde un po’ stanca Roberta.
Contento che tutto sia andato per il meglio, senza farsi troppe domande, mio papà telefona subito ai nonni materni Sandro e Fiorella e alla nonna Giovanna, sua mamma, che vive in Calabria. Deve informarli che ora ci sono anch’io.
Ha appena attaccato soddisfatto quando sente una mano poggiarsi sulla sua spalla. È il dottore di prima.
– Signor Orlando, può seguirmi? Vorrei parlarle un attimo.
– Vengo anch’io! – interviene Roberta.
– No signora, ha appena partorito. Deve riposare.
Papà segue il dottore, che lo fa entrare in una stanza dove ci sono altri medici.
– Si vuole sedere? – gli chiedono indicando una sedia.
– No. Sto in piedi, grazie – risponde deciso.
– Per caso avete fatto indagini prenatali durante la gravidanza?
– No, non lo abbiamo ritenuto necessario. Abbiamo già avuto un figlio in ottima salute e mia moglie è giovane – spiega Giovanni.
Il dottore ha un’espressione molto seria. – Dobbiamo informarla che c’è la possibilità che la vostra bambina abbia la sindrome di Down.
A papà tremano le gambe.
– Bisogna operarla? – farfuglia Giovanni.
– Non si può operare, è una condizione che dura per sempre.
Ora papà vede tutto bianco, come le pareti della stanza e i camici dei dottori. Gli gira la testa. Ha bisogno di appoggiarsi, gli avvicinano velocemente la sedia che aveva appena rifiutato e ci crolla sopra. Si prende la testa tra le mani e inizia a piangere. Nessuno parla, lo lasciano tranquillo. Ha bisogno di qualche minuto per riordinare le idee, capire. Deve farsi coraggio per poter poi parlare con sua moglie.
Che, nel frattempo, è rimasta in attesa nella sua stanza d’ospedale. Cerca di rimanere calma fissando un po’ i muri, guardando fuori dalla finestra, sistemando il lenzuolo del letto. Ma non ci riesce, sta passando troppo tempo. Ormai ha capito che non le hanno detto tutto. Si alza dal letto ed esce con passo veloce in corridoio. Si avvicina al nido, dove ci sono tutti i neonati. Si guarda intorno, ci sono tante camere e non sa quale sia quella giusta. L’indecisione dura poco, una porta si sta aprendo. È da lì che vede uscire suo marito. Nota subito gli occhi rossi e gonfi. Roberta li fissa. Non ha bisogno di altro per capire.
– Di che si tratta? – cerca di essere forte.
– Sindrome di Down – mormora Giovanni.
Come in una tempesta, Roberta si sente travolta da ondate di domande. Cerca risposte a tanti perché. «Ho preso medicine sconsigliate in gravidanza? Ho giocato a basket? Mi sono stancata troppo?»
E intanto piange, non si dà pace. Ma una risposta non c’è. Succede e basta. Non c’è un motivo per cui un figlio non nasca perfetto come tutti lo sognano. Bisogna farsene una ragione. E mia mamma ci proverà. È una tipa tosta lei, ecco.
Nel frattempo mi hanno fatto un esame del sangue per avere la conferma dei sospetti dei medici, ma finalmente mi portano da lei. Mamma vorrebbe guardarmi negli occhi, farmi sentire la sua voce. Ma io dormo come un ghiro.
– Non ha ancora mangiato, possibile che non si lamenti per la fame? – si domanda, coccolandomi tra le braccia. Una puericultrice le spiega che dormo e non mangio perché «tutti i bambini con la sindrome di Down sono pigri». Poi arriva un’infermiera che ammette: mi hanno nutrita con una sostanza glucosata perché «tutti i bambini con la sindrome di Down hanno malformazioni all’intestino». Una terza persona aggiunge che non posso essere allattata perché «tutti i bambini con la sindrome di Down hanno problemi allo stomaco». Pare che l’intero personale ospedaliero non veda l’ora di far aumentare la sua angoscia. E così non perdono occasione per dirle che «tutti i bambini con la sindrome di Down hanno qualcosa che non va nel sangue». Che bisogna fare attenzione perché «tutti i bambini con la sindrome di Down soffrono di disturbi cardiaci». Un medico annuncia fiero di avermi trovato anche un soffio al cuore. Si sbaglia, il mio cuore è perfetto, lo scopriranno dopo.
Ma il premio per l’affermazione più incredibile se lo aggiudica il medico che mi visita quel pomeriggio. Come prima cosa fa notare a Roberta i segni che indicano la mia “diversità”: le orecchie piccole, il mignolino della mano un po’ storto, lo spazio tra l’alluce e il secondo dito del piede, l’assenza di tono muscolare e i legamenti lassi, cioè le articolazioni molto snodate. Poi allarga le braccia con un gesto di rassegnazione e dà il suo verdetto: – Questo è il caso più grave che abbia mai visto!
Mamma lo sta guardando già da un po’, perché gli sembra talmente giovane da non avere quasi nemmeno la barba. Può avere già tanta esperienza in questo campo?
– Scusi, ma quanti casi ha studiato finora? – domanda perplessa.
Lui fa un sospirone e poi risponde: – Questo è il… secondo!
Mamma non ne può più. Ora è talmente arrabbiata che in ospedale pensano sia un po’ fuori di testa. Le offrono un calmante. Un gesto gentile che nasconde un messaggio molto meno cordiale: “Stai tranquilla e non rompere le scatole”. Prendono anche un’altra decisione: allontanarmi nuovamente da lei. Mi portano al piano di sotto, nel reparto dei bambini prematuri.
E così mi ritrovo tutta sola con una flebo infilata nella mia testolina. Hanno scelto di nutrirmi con questa specie di cannuccia. E di lasciarmi in quella stanza per una settimana. Permettono solo a mamma di entrare. Papà dovrà aspettare giorni prima di potermi stringere tra le sue braccia, accontentandosi intanto di guardarmi da un vetro.
Già, papà. Non ci siamo ancora presentati io e lui. Per questo, sopraffatto dal dolore, Giovanni lascia di corsa l’ospedale. Sembra una fuga da tutti noi. Ma non lo è.
Prende la macchina e si dirige al Santuario di Oropa, in montagna, poco lontano da Biella. È un posto bellissimo con una vista incantevole. In quella chiesa c’è la Madonna nera. Papà le è molto devoto. Infatti è lì che ha voluto sposare mamma. E ora sente il bisogno di tornarci, vuole pregare.
Quel pomeriggio c’è tantissima gente, anche persone che conosce e che lo salutano. Ma lui non vede nessuno, perché i suoi occhi sono pieni di lacrime. Non riesce nemmeno a trovare subito la Madonnina, stanno facendo dei lavori e le hanno cambiato posto. Appena la raggiunge, accende una candela. E si inginocchia. Resta così per un po’ di tempo. Poi, sempre piangendo, riprende la strada per Biella.
Dopo qualche chilometro, però, sente improvvisamente il bisogno di fermare l’auto. Lo fa in una curva, sul ciglio della strada. Sta provando una strana sensazione. Stenta a crederci ma è una bella sensazione. Le lacrime sono sparite. Gli sembra di sentire la Madonnina che gli parla. Ha un messaggio per lui: «Questa bambina vi regalerà grandi soddisfazioni!».
Vuole crederci. Adesso non c’è più nulla che lo preoccupa, è nuovamente un papà felice.
Appena rientra in ospedale, trova i miei nonni che stanno tranquillizzando Roberta. E si prendono subito cura anche di lui. – Vedrete che andrà tutto bene, vi aiuteremo noi, non dovete preoccuparvi.
– Ma io non sono preoccupato. Guardate com’è bella la mia bimba – risponde allegro mentre mi osserva al di là del vetro.
Prima che possa trovare la serenità anche mamma, però, deve passare ancora una settimana. In ospedale non la smettono più di ricordarle ogni possibile problematica legata alla sindrome di Down.
Finché un giorno prende la situazione in mano nonno Sandro: – Adesso basta piangere, Roberta, andiamocene a casa e rimbocchiamoci le maniche. Così come è cresciuto Michel, crescerà anche Nicole.
Ah, già! Mi ero dimenticata di dire che hanno scelto di chiamarmi Nicole.
Prima di andare avanti con la mia storia, però, devo chiarire subito tre cose.
Primo: non è vero che i bambini che nascono con la sindrome di Down sono tutti uguali.
Secondo: non è vero che sono bambini malati, è una condizione genetica, non una malattia.
Terzo: non è vero che… ricordo così bene i primi momenti della mia vita, me li hanno raccontati!
Però è vero che mi chiamo Nicole Orlando e che sono una campionessa.
Perché la sindrome di Down è anche un carico di coraggio.
2

Io corro con il 47

– Posso giocare con lei? –. È la prima domanda che fa Michel quando mamma e papà tentano di spiegargli il mio problema. Ma che ne può capire un bambino di quattro anni di cromosomi? A lui interessa solo che cosa può farsene di questa nuova sorellina. Ha passato nove mesi ad accarezzare la pancia di Roberta, perché il mio arrivo doveva essere un momento di gioia. E ora, invece, guarda che musi lunghi. Sospetta che sarò una bella piantagrane, ecco. Nel dubbio, però, decide di concedermi una possibilità.
Misci, io lo chiamo così, mi prende in braccio e inizia a farmi fare il giro della casa, come una guida turistica. – Questa è la cucina, Nicole. E questa la sala, qui c’è la stanza di mamma e papà –. È così gentile e affettuoso che ...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Buon Anno!
  4. 1. La lettura della mano
  5. 2. Io corro con il 47
  6. 3. Un motto che spacca
  7. 4. Il poi
  8. 5. Inizia lo spettacolo
  9. 6. A lezione da Nicole
  10. 7. Una nuova passione
  11. 8. Scarpe da medaglia
  12. 9. Una sorpresa azzurra
  13. 10. Un fiore in cielo
  14. 11. La regina dell’atletica
  15. 12. I miracoli dello sport
  16. 13. Felici di conoscermi
  17. 14. Una festa olimpica
  18. 15. La marcia in più
  19. Ringraziamenti
  20. Copyright