Da questo serratissimo thriller psicologico, bestseller in USA, è stata tratta la serie TV The Undoing, prodotta da HBO e diretta da Susanne Bier, con Nicole Kidman, Hugh Grant e Matilda De Angelis. Ci sono segreti che possono distruggere la vita.
Pensi davvero di conoscere tutte le ombre del tuo matrimonio? Grace Reinhart Sachs conduce una vita perfetta a Manhattan, dove fa la psicoterapeuta, abita in una bellissima casa e ha una splendida famiglia composta da Henry, il figlio dodicenne, e il marito Jonathan, oncologo pediatrico di fama. Grace è anche in procinto di pubblicare un libro di consigli per tutte quelle donne che si fidano troppo degli uomini, come accade spesso alle sue pazienti. Non fidarti della prima impressione. Ascolta il tuo istinto anche quando ti dice cose che non vorresti sentire. È più facile annullare una festa di nozze che dieci anni di matrimonio. Frasi che ha ripetuto infinite volte a tante donne accorse nel suo studio in cerca di aiuto, senza mai pensare che, un giorno, sarebbero valse anche per lei. Quel giorno arriva quando suo marito, una sera, non torna a casa da un convegno nel Midwest. Tentando di rintracciarlo, Grace scopre che si è lasciato dietro il BlackBerry e, soprattutto, che da settimane non si fa vivo in ospedale. Quando, nelle stesse drammatiche ore, la madre di un compagno di scuola del figlio viene trovata morta nel suo appartamento, vittima di un'aggressione, la paura di una verità terribile si fa strada dentro Grace. « Intrigante e bellissimo. » PUBLISHERS WEEKLY - starred review « Un thriller straordinariamente avvincente. » VANITY FAIR « Una trama costruita con incredibile bravura, in cui la tensione cresce lentamente fino alle sconvolgenti rivelazioni finali. » PEOPLE

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9788856635348
PARTE TERZA
DOPO
16
La fonte di ogni abbondanza
Nel 1936, quando ben pochi dei suoi vicini potevano vantare un impiego di qualunque genere, il nonno materno di Grace, Thomas Pierce, si alzava ogni mattina alle cinque, prendeva il treno da Stamford e andava al lavoro a New York. Faceva il pubblicitario, non proprio il mestiere dei suoi sogni, ma almeno la società era in attivo, il presidente gli aveva dato a intendere di considerare prezioso il suo contributo e, francamente, quando uscivi dalla Grand Central Station scavalcando i corpi dei senzatetto, le code per il pane si snodavano per tutta la strada del tuo ufficio e a casa, nel Connecticut, ti aspettava una moglie incinta, era già una fortuna poter contare su uno stipendio, quindi cercavi di non rimpiangere troppo ciò che non era stato.
Lui e la moglie avevano già un maschietto, Arthur, e tra sé lui sperava in un secondo, ma Gracie era talmente certa che il nascituro fosse femmina da averle già dato un nome: Marjorie Wells (il secondo era il suo cognome da nubile).
Di solito, Thomas Pierce tornava a Stamford verso le sei e mezza, entrava nella loro bizzarra villetta di pietra (con una torretta rotonda sul tetto, sormontata da una decorazione di false travi) nel quartiere di Turn of River e sedeva a bersi un drink mentre la moglie metteva a letto il bambino e poi preparava la cena. Se la cavava bene ai fornelli sebbene, cresciuta con uno stuolo di domestici, al momento delle nozze non sapesse minimamente come si gestisce una casa. A cucinare aveva imparato da sola, affidandosi a un libro intitolato Il ricettario della signora Wilson, che comprendeva tutti i piatti tipici dell’infanzia di Thomas, oltre ad altri più esotici, per esempio il Chop Suey, una prelibatezza orientale a base di carne di maiale, cavolo e cipolle e condita con una salsa densa e scura. In tempi più recenti, Gracie aveva scoperto il Libro di cucina dello shtetl, e l’arrivo in tavola di halva e mazot aveva entusiasmato Thomas, procurandogli nel contempo un profondo senso di colpa. Alla moglie non aveva mai confessato di essere figlio di un’ebrea.
Una sera, per caso, fece il viaggio di ritorno insieme a un nuovo collega, un tale George assunto dall’azienda per scrivere testi radiofonici. In attesa di trovare casa, George era ospite della famiglia della sorella a Darien. Da come la descriveva, la sistemazione non sembrava ideale e, quando il treno arrivò a Greenwich, Thomas decise di invitarlo a cena. Non c’era modo di avvertire Gracie. Il telefono della stazione era guasto e, raggiunto l’emporio, c’erano già due persone in fila davanti alla cabina, così loro erano risaliti in macchina e si erano presentati a casa verso il tramonto.
Com’era prevedibile, Gracie non gradì l’arrivo di un ospite a sorpresa, ma preparò da bere a entrambi e poi andò in cucina, a inventarsi qualcosa per la cena. Non era la serata settimanale in cui di solito preparava il Chop Suey, e il piatto previsto era ben più difficile da far bastare per una persona extra: quattro costolette di agnello, non una di più, comprate dal macellaio quella mattina. In mancanza di meglio, sbucciò e mise a bollire altre patate. Poi rimboccò le coperte al bambino, si versò un bicchierino di sherry, e tornò a raggiungere i due uomini in salotto.
Almeno non stavano parlando di lavoro. La conversazione riguardava la sorella di George, sposata a un tizio piuttosto rozzo e convinto che i diplomati al college fossero tutti finocchi. Tra sé, Gracie aveva già deciso che George finocchio lo era davvero, ma non era quello il punto.
«Peccato» disse. «Per tua sorella, intendo.»
«Già. È una ragazza in gamba. Non riesco proprio a spiegarmi perché si sia scelta un tipo così.»
Bevvero un altro bicchiere, poi Gracie andò in cucina a mettere le costolette sulla griglia, e apparecchiò per tre in sala da pranzo. Se solo le avessero dato un preavviso, sia pure di un paio d’ore, avrebbe avuto il tempo di preparare uno stufato sufficiente per tutti. Si era ripromessa di sperimentare una ricetta dal libro dello shtetl, un piatto che poteva cucinare con il pollo, invece del manzo. Sostituire agli ingredienti varianti meno costose era la sua specialità. In quattro anni di matrimonio, tutti vissuti in piena Depressione, era sempre riuscita a risparmiare qualcosa dai soldi per la gestione domestica, a volte persino quattro o cinque dollari la settimana. Quando doveva far compere per la casa, per il bambino o per suo marito, a Thomas chiedeva più del necessario, e il resto lo metteva da parte. Era quasi come avere uno stipendio. La primavera precedente aveva addirittura aperto un conto alla First Stamford, intestato anche al coniuge, ovviamente, sebbene lui non ne sapesse niente.
«Magari potessi» stava dicendo l’ospite quando lei portò in tavola le costolette. Lui e Thomas si comportarono entrambi in modo educato – e George, affamatissimo, si dimostrò grato, almeno nei fatti – ma nessuno dei due trovò niente da obiettare sull’assenza di carne nel piatto di Gracie. L’ospite parlava con la bocca piena, mostrandole un po’ troppo nel dettaglio i bocconi di agnello che le avevano messo l’acquolina fin dal mattino, ma lei cercò di non pensarci, accontentandosi delle patate e concentrandosi sulla conversazione.
Per la verità un appartamento in città lo aveva trovato, proseguì George, in un complesso chiamato Tudor City, nell’East Side, dalle parti della Quarantesima e non troppo distante dall’ufficio. Era andato a vederlo insieme alla sua “amica” – Gracie si costrinse a restare impassibile – e non soltanto lo aveva trovato molto carino ma, data la situazione in città, e con il palazzo mezzo vuoto, avrebbe potuto comprarlo per due soldi. Era appunto quello, il problema: lui due soldi non li aveva proprio. A suo nome aveva soltanto il salario e una casa finora invenduta, nella zona nordoccidentale del Connecticut.
«Dove, esattamente?» domandò Thomas. In realtà non gli importava davvero; lo aveva chiesto solo per educazione.
La città più vicina era Falls Village, non molto distante da Canaan. La casa era sul lago. Un tempo era appartenuta a sua madre e adesso l’aveva ereditata lui. Non ci andava da un paio d’anni, ma l’aveva messa sul mercato tramite un agente immobiliare di Lakeville. Bel tempismo, eh? Nessuno aveva mai chiesto nemmeno di vederla.
«Che genere di casa?» gli chiese Gracie. Per scansare eventuali richieste di bis, cui avrebbe dovuto rispondere che purtroppo le costolette erano finite, gli passò la terrina con le patate.
«Vecchia» rispose lui. Forse di fine Ottocento. Nel 1905 i suoi genitori avevano aggiunto una sorta di dépendance, con una cucina al pianterreno e una stanza da letto al primo piano, dunque adesso le camere erano diventate tre. In origine il terreno era grande, poco meno di duemila ettari, ma almeno quello era riuscito a piazzarlo quasi tutto, vendendolo in lotti appena prima del crollo della Borsa, quindi il giardino si era ridotto, ma si estendeva dal retro della casa fino alla sponda del lago. Che si chiamava Childe, come lui: George Childe.
«E il prezzo di vendita?» domandò Gracie. Aveva smesso di mangiare.
Quando lui le riferì la cifra, lei si alzò da tavola e salì in camera. Dalla cassettiera prese il suo libretto di assegni. La copertina era di cuoio, rigida. Era la prima volta che Gracie compilava un assegno.
Quando tornò in sala, sarebbe stato difficile dire quale dei due uomini restò più sbalordito.
«Mia moglie, la fonte di ogni abbondanza» avrebbe intonato spesso Thomas Pierce, anni e anni dopo quella serata, indicando Gracie con un gesto teatrale del braccio. Grazie a lei, era diventato un possidente, una sorta di gentiluomo di campagna, e gli piaceva contemplare il suo feudo. Amava sedersi sul portico insieme agli ospiti, a guardare il prato digradante fino alla riva e i suoi due figli, Arthur e Marjorie, che giocavano sul piccolo molo, fingendo di pescare. D’estate, trascorreva nella casetta sul lago l’intero mese d’agosto. Era il luogo dove si sentiva più felice in assoluto. Dopo la guerra (Thomas era riuscito a tornare dal Pacifico del Sud; il suo collega, George Childe, non era stato altrettanto fortunato) aveva detto alla moglie che per riuscire a dormire in trincea, all’addiaccio e all’altro capo del mondo, cercava di ricordare il suono della pioggia sullo specchio dell’acqua.
La casa di pietra a Stamford, quella con la torretta decorata dalle false travi, l’aveva ereditata Arthur, che l’aveva venduta e, chissà perché, si era trasferito a Houston. Sua nipote, Grace Reinhart Sachs, non lo aveva mai conosciuto.
Quella sul lago era toccata a Marjorie, futura madre di Grace, che ci avrebbe passato almeno una settimana ogni estate della sua vita tranne, per ironia della sorte, quella in cui aveva dato alla luce la figlia cui, alla propria morte, avrebbe destinato la casa. Anche Grace la adorava, come sua madre, il nonno e la nonna tanto lungimirante e intraprendente da cui aveva preso il nome. Ma nessuno di loro ne aveva mai avuto bisogno quanto lei adesso.
Dove altro poteva andare, quel pomeriggio, in fuga dal suo appartamento sull’Ottantunesima Strada con un borsone di abiti del figlio, una valigia contenente libri e il portatile, un sacco della spazzatura già sul punto di rompersi, pieno della sua biancheria, golfini e articoli da bagno e un costosissimo violino? Il palazzo era illuminato come un cinema alla prima di un film e assediato da due nuovi furgoni delle televisioni, da un groviglio di cavi elettrici e da un plotone d’esecuzione chiassoso e bellicoso, pronto a sparare le sue raffiche. Il lupo era arrivato alla porta e la aspettava al varco ma, con un gesto di solidarietà inattesa e silenziosa, un custode le aveva preso il borsone e la valigia dalle mani, l’aveva accompagnata nel seminterrato e le aveva aperto la porta di servizio che dava sul vicolo sul retro del civico 35 dell’Ottantunesima Strada Est. Raggiunta la Madison, aveva caricato i suoi bagagli nel baule di un taxi e declinato la mancia. Il tutto senza mai riuscire a guardarla negli occhi.
Appena tre ore dopo, lei e Henry imboccavano la Saw Mill verso nord, a bordo di un’auto a noleggio, in un clima esterno (freddo e nuvoloso) che combaciava alla perfezione con il silenzio gelido all’interno. Alle domande di suo figlio, Grace aveva potuto rispondere soltanto con una rassicurazione – il nonno ed Eva stavano benissimo –, una conferma – sì, era successo qualcosa – e una promessa: presto gli avrebbe spiegato esattamente “cosa”, e senza mentire (“o comunque non troppo” aveva chiosato tra sé), ma non adesso, perché al momento doveva concentrarsi sulla strada. Non era una scusa. L’asfalto della Saw Mill, già tortuosa di per sé, era scivoloso e almeno un paio di volte lei aveva visto (nella realtà) lastre di ghiaccio e (nella sua immaginazione) il testacoda con cui l’auto sarebbe sfuggita a ogni controllo, finendo a schiantarsi e uccidendo lei e suo figlio. Quell’immagine le fece stringere il volante finché lo sforzo le contrasse la schiena, e di colpo lei pensò (era la prima volta, e il pensiero le sembrò tremendo, diverso com’era da ogni altro mai avuto in passato): “Ti odio per tutto questo”.
Era stato l’amore della sua vita, il suo migliore amico, il suo compagno, suo marito. Il modello che aveva esortato i suoi pazienti maschi a emulare e le lettrici immaginarie del libro che aveva scritto ad attendere, l’uomo ideale che anche loro meritavano e dovevano scegliere. Invece adesso non sarebbe mai più riuscita a non odiarlo, nemmeno per un giorno, finché fosse campata. Le sembrava di aver subito una sorta di dialisi mostruosa, per effetto della quale tutte le cellule del suo organismo che lo avevano voluto, amato e accudito ora lo respingevano e lo rifuggivano. Quella dialisi l’aveva scarnificata e purificata, ma il nuovo corpo che ne era emerso non funzionava a dovere. Non riusciva a tenersi dritta, a parlare, a comprendere e a curarsi di Henry, o a guidare alla velocità raccomandata su una strada insidiosa e forse ghiacciata, per giunta con un bambino in macchina. La sua mente era così concentrata sulla necessità di arrivare a destinazione da non avere la minima idea di cosa fare quando l’avesse raggiunta.
Almeno il tragitto lo conosceva, avendolo percorso infinite volte: prima nella giardinetta dei suoi genitori, con i pannelli di legno finto sulle fiancate, stipata di scorte sufficienti a bastare a lei e alla madre per un’estate intera (suo padre le raggiungeva il venerdì sera, arrivando alla stazione di Peekskill, da dove ripartiva per New York la domenica pomeriggio). Poi con Vita, ai tempi del liceo, in varie fughe segrete per attività clandestine (a volte con i rispettivi fidanzatini) e, in una memorabile occasione, durante il college, per un weekend scatenato e nostalgico al quale avevano invitato le ex compagne della Rearden, a loro volta in vacanza, a bere Rolling Rock e sfogliare le pagine dei vecchi annuari scolastici. Ci era venuta a scrivere la sua tesi la primavera dopo aver conosciuto Jonathan, lasciandolo ai suoi turni di praticantato nel reparto malattie infettive e alle ore di ambulatorio al Brigham & Women’s Hospital, soffrendo poi a tal punto la sua mancanza da passare tutto il tem...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- UNA FAMIGLIA FELICE
- PRIMA PARTE. PRIMA
- SECONDA PARTE. DURANTE
- PARTE TERZA. DOPO
- Ringraziamenti
- Copyright