La famiglia di Irene si è trasferita a Evreux, in Normandia. Qui la ragazza viene avvicinata da una dama sconosciuta che, dopo averle mormorato oscure parole sul pericolo a cui sarebbe esposta sua madre, si dilegua misteriosamente. È solo il primo di una serie di eventi inquietanti di cui Irene, Sherlock e Lupin cercheranno di venire a capo. I tre ragazzi si troveranno infatti alle prese con una cripta segreta nei sotterranei di Parigi e con un'antica reliquia che si dice abbia un immenso valore…

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Sherlock, Lupin & Io - 4. La cattedrale della paura
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Sherlock, Lupin & Io - 4. La cattedrale della paura
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9788856647723
Capitolo 1
RITORNO A CASA

Le guerre non si combattono mai in campagna. Si osservano da lontano, con l’occhio indulgente e ipocrita dei più vecchi, che confondono appositamente i fumi neri degli incendi con quelli di un falò, per rassicurare i bambini. Attraversando la campagna francese, nelle lente tappe del nostro viaggio di ritorno nel continente, protetti dalla dolcezza delle colline, dalle mani intricate degli alberi, potevamo immaginare che nulla di quanto si ascoltava dalle voci della gente fosse vero. Ma non era così, lo sapevamo tutti. Ed eravamo scappati lontani, papà, mamma e io. Ma eravamo anche tornati indietro.
Gli strilloni che non sapevano leggere sventolavano a voce alta le pagine scure dei giornali, e i nomi che sentivo, Le Mans, Saint-Quentin, Lisaine, mi passavano nella testa come rondini. Avevo scelto di non sapere nulla della guerra, perché avevo l’impressione che se solo avessi cominciato a informarmi su quanto stava realmente accadendo alla mia città, a Parigi, sarei potuta impazzire dal dispiacere. O, peggio ancora, avrei chiesto di tornare alla casa che avevamo lasciato ormai da sei mesi.
Un intero inverno era infatti trascorso da quando avevamo preso il traghetto per Dover, e da lì avevamo proseguito, su quei treni formidabili per i quali gli inglesi sono giustamente famosi, per Londra. Il traghetto dell’andata, secondo mio papà, avrebbe dovuto segnare l’inizio della nostra nuova vita. Uno stacco radicale, come un colpo di coltello, tra ciò che era accaduto prima e ciò che sarebbe accaduto là, in Inghilterra, lontano dalla guerra che stava scompaginando Parigi.
Nei mesi che avevamo trascorso al di là della Manica i francesi avevano perduto ciò che potevano perdere: una guerra e molta parte della loro dignità, sempre secondo mio padre, che, anche se aveva sempre vissuto a Parigi, francese non lo era affatto. Era prussiano, come quelli che la guerra l’avevano vinta, e questo lo poneva in una luce bizzarra agli occhi di tutti coloro che erano stati suoi amici. E con gli importanti contatti che, anche nel corso della guerra, non gli avevano impedito di lavorare. Il ferro, di questo si occupava mio padre. E anche se mai, nemmeno per una volta, mi confessò che il ferro che lavoravano alle acciaierie Adler era servito per fabbricare moschetti e palle di cannone, io avevo pensato che da un certo punto di vista la guerra non gli dispiacesse poi così tanto.
«È un tempo di grandi fermenti, questo…» mi diceva quando ero più piccola, scompigliandomi i capelli. «Chissà che non ne nasca un mondo migliore in cui vivere, figlia mia.»
E su quelle parole, «figlia mia», sentivo a volte la sua mano che tremava appena, impercettibilmente, tanto che impiegai molti anni, e molte avventure, prima di ricordarmi di quel particolare, il cui significato, ora che sto scrivendo, mi è chiarissimo.
«Figlia mia» diceva mio padre, prima che scoppiasse la guerra e cambiasse a tutti il proprio ruolo: ricchi che divennero poveri, ribelli che divennero uomini di stato. Soldati che disertarono e disertori che finsero di aver combattuto in difesa della nostra bandiera.
Bandiera che, scoprii, era stata travolta dai tumultuosi eventi di quei mesi, così come tante altre cose.
– A quanto pare il vessillo di Francia non esiste più… – lesse un giorno papà, mentre eravamo sulla via del ritorno. La bandiera era quella della Rivoluzione, rossa, bianca e blu.
– No? E che cosa ne hanno fatto? – domandò mia madre, rintanata nell’angolo più protetto della carrozza, la voce debolissima.
Mio padre non le rispose o, se le rispose, io non sentii, perché stavo guardando la campagna che scorreva dolcemente fuori dal nostro finestrino.
Un altro taglio di coltello, pensavo. Una seconda traversata della Manica, questa volta al contrario: da Dover a Calais.
E Londra, la fumosa Londra, era scomparsa nel grigio.
Il nostro viaggio di ritorno non era stato piacevole, né bello. E non solo per le condizioni di salute di mia madre. Ricordavo che, quando l’autunno precedente avevamo lasciato la Francia, il signor Orazio Nelson aveva sofferto in modo particolare il traghetto. Il nostro maggiordomo di famiglia mi aveva in seguito raccontato di una sua brutta esperienza vissuta molti anni prima a bordo di una nave: era a servizio come marinaio semplice, quando era stato accusato di aver ucciso una passeggera e di averla gettata in mare. E, quando la nave era approdata a Londra, era stato ingiustamente arrestato da Scotland Yard.
Ora, durante il tragitto contrario, dall’Inghilterra alla Francia, Nelson era invece stato sul ponte principale, ad annusare l’aria che arrivava dal continente. Enorme, come una polena dalla pelle scura, se ne era rimasto immobile con lo sguardo puntato a sud, come se riuscisse a scorgere, in quella foschia salmastra, il luccicare dell’acciaio e gli scoppi della polvere da sparo.
Mio padre era rimasto per tutto il tempo in cabina, a vegliare sulla mamma, che, pallida come una candela di sego, scompariva nel letto, tanto la consunzione l’aveva indebolita. I dottori inglesi, e pure uno di Vienna, che mio padre aveva chiamato apposta, non avevano avuto dubbi nel diagnosticarle il male di cui soffriva.
«Grave infezione ai polmoni. Colpa del fumo» avevano detto.
E fu tutto.
Mio padre mi aveva guardato con quello sguardo incredibilmente compassionevole che avevo già visto velargli il volto in altre occasioni, e che era poi la vera ragione per cui non gli chiesi mai, fin che visse, se avesse mai fabbricato armi, oltre a rotaie e ruote dei treni.
«Se l’ha detto anche il medico austriaco, figlia mia, deve essere vero» mi aveva sussurrato.
Papà aveva sperato fino alla fine che non fosse così. Che la mamma stesse soffrendo di una polmonite o di un’influenza particolarmente severa, ma niente di più. L’aveva consolata dicendole che presto sarebbe venuta la primavera, e quell’orribile inverno londinese sarebbe stato squarciato da un fiorire di ciliegi e dai pollini dei tigli di Hyde Park, ma era servito a poco.
Le mani della mamma si erano fatte sempre più pallide, i colpi di tosse più pronunciati e sofferenti e il battito del polso, magro e sottile, sempre più debole.
Nel nostro appartamento di Aldford Street si era diffuso un silenzio tentacolare, rotto solo dal ticchettio del pendolo e dal cozzare dei piatti del servizio di Limoges, mentre papà e io cenavamo senza scambiarci una parola.
«Vedi ancora quel tuo amico?» mi domandava quasi ogni sera, dimenticando le mie risposte sempre uguali. Il mio amico era Sherlock Holmes e sì, lo incontravo con una certa frequenza, che l’improvvisa malattia di mia madre aveva però attenuato. «Siete sempre molto legati?»
Sì, lo eravamo. Dietro quella domanda di mio padre se ne nascondeva una molto più complicata. Papà stava pensando di spostarsi di nuovo, di lasciare Londra, e in quel modo goffo, così tipico dei signori uomini, cercava di capire quanto quella notizia mi avrebbe sconvolto.
Lasciare Londra, dove ero appena arrivata. Non mi avrebbe sconvolto, se solo me lo avesse chiesto direttamente.
Ma non lo fece mai.
Mi comunicò solo la data in cui saremmo andati via.
Come i pollini dei tigli, ma senza aspettare la primavera.
Dunque eravamo tornati in Francia, ma non a Parigi, perché non c’era una sola voce, dalla capitale, che suonasse minimamente rassicurante. Papà aveva rilevato una tenuta di campagna nel paese di Evreux, un centinaio di chilometri a ovest di Parigi, ed era lì che eravamo diretti con la carrozza. Ed erano le colline di Evreux quelle che osservavo dal mio finestrino. Stringevo le mani sulle ginocchia, come per tener fermo qualcosa, un pensiero, un’idea, una malinconia, e mi sforzavo di non guardare né mio padre, scuro in viso come un cielo tempestoso, né mia madre davanti a lui, pallida come uno spettro.
In una delle soste di quel lungo viaggio di ritorno domandai a Orazio che cosa sapesse del male che affliggeva mia mamma, e il maggiordomo si limitò a scuotere la testa. Papà era solito fumare qualche sigaro in casa, ma solo dopo cena e neppure tutte le sere. Come avevano potuto i polmoni della mamma subirne un simile danno?
– Non è come pensate, signorina Irene… – mi spiegò il signor Nelson. – La malattia di vostra madre è dovuta all’aria della città. Le ciminiere, i miasmi delle fabbriche di cui Londra è ormai piena. Vostra madre ha i polmoni molto delicati, e quell’aria era per lei come veleno.
In effetti era vero: capitavano giornate in cui sembrava di doversi far largo in una cortina di polveri sospese, di fuliggine densa e soffocante. E ricordavo di quando scrosci di pioggia improvvisa avevano coperto i miei vestiti di rivoli simili a lacrime scure. Di questo male soffriva mia madre, aggravato da una nostalgia acuta della Francia e dei modi francesi.
– È per questo che non siamo andati a vivere nella campagna inglese, a Bath o a Oxford? – domandai al signor Nelson. Sapevo che avrei dovuto invece chiederlo a mio padre, ma parlare con lui era diventato insolitamente difficile. L’uomo allegro e dolce di pochi mesi prima, quello che mi abbracciava e mi faceva volteggiare intorno a lui con una piroetta, aveva senza preavviso nascosto i suoi sentimenti dietro un sipario chiuso, come un teatro che avesse chiuso i battenti all’improvviso.
– Vostro padre pensa che tornare in Francia faccia bene alla signora più di ogni altra cura… – mi rispose il signor Nelson, mentre ci preparavamo a ripartire. – E io credo che abbia ragione.
Lo credevo anch’io.
Era il 6 marzo 1871.
Capitolo 2
UN PAESINO DI CAMPAGNA

La villa di campagna che mio padre aveva acquistato si trovava appena fuori dal paesino di Evreux, un centro di basse casette stretto intorno a una maestosa cattedrale che, quando la scorsi dalla carrozza, mi intimorì. Era visibile da grande distanza, e svettava sugli altri edifici del paese con il suo doppio campanile e le guglie acuminate come cuspidi di freccia. Il rosone centrale, affacciato sul parco, mi sembrò un vortice pronto a inghiottirmi e distolsi lo sguardo.
– Ecco le tue cattedrali… – sorrise mio padre, stringendo dolcemente la mano di mia madre. – Ti senti un po’ più a casa, ora, mia cara?
Lei annuì, e un debole sorriso le illuminò il volto. Un volo di corvi si scompigliò al nostro passaggio e ci lasciammo alle spalle la cattedrale e le botteghe del paese, fino a superare l’arcata di un ponte. La nostra nuova casa comparve subito dopo, sulla sinistra, ma dal posto che occupavo in carrozza mi era impossibile osservarla.
Era davvero troppo, per me.
– Irene! – provò a sgridarmi mio padre, quando mi vide armeggiare con la serratura della portiera.
Non sentii altro. Spalancai lo sportello e mi sporsi fuori, attaccandomi alla sbarra d’ottone del portapacchi, che correva poco sopra il finestrino. Mi tirai su con un unico movimento ben bilanciato, come mi aveva insegnato a fare Arsène Lupin. L’altro degli amici a cui ero così fortemente legata.
Dalla cassetta del cocchiere puntarono su di me due coppie di occhi allibiti, ma poi Orazio fece segno al vetturino di fingere che fosse tutto normale e di proseguire senza interruzioni.
– Fate attenzione con i bagagli, signorina Irene… – mi ammonì, con un tono di voce che non suonò, tuttavia, affatto preoccupato. – Non sono sicuro che siano stati tutti ben assicurati alla vettura.
Non gli credetti, poiché conoscevo la metodicità del signor Nelson, e mi sedetti sopra uno dei bauli di mia madre, mentre papà, da dentro la cabina, batteva il pomello del suo bastone sul soffitto sotto ai miei piedi, cercando di convincermi a tornare là sotto insieme a loro, dove una signorina come me doveva stare. Sembrava proprio che, data la malattia della mamma, papà avesse deciso di fare anche lui la sua parte.
Sbuffai, e mi concentrai su ciò che vedevo.
La villa aveva un...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Capitolo 1. RITORNO A CASA
- Capitolo 2. UN PAESINO DI CAMPAGNA
- Capitolo 3. UNA CAMERA COLOR LILLA
- Capitolo 4. UN’AGGRAZIATA SCRITTURA FEMMINILE
- Capitolo 5. UN OSPITE INATTESO
- Capitolo 6. UN FIUME IMPETUOSO
- Capitolo 7. UNO SCACCHISTA SFORTUNATO
- Capitolo 8. BOTTONI E SEGRETI
- Capitolo 9. UNA BUONA RIPARAZIONE
- Capitolo 10. UNA FAMIGLIA SINGOLARE
- Capitolo 11. UNA DECISIONE COMUNE
- Capitolo 12. GLI ALCHIMISTI DI PARIGI
- Capitolo 13. L’ARCHIVIO DUMAS
- Capitolo 14. LA SIGNORA DELLE CAMELIE
- Capitolo 15. LA CANTINA DEL CARDINALE
- Capitolo 16. SCENDENDO NEL BUIO
- Capitolo 17. IL CUORE TENEBROSO DI PARIGI
- Capitolo 18. LA VOCE DEL MAESTRO
- Capitolo 19. UN IMPERATORE
- Capitolo 20. LE PIÙ OSCURE VERITÀ
- Capitolo 21. UNA GIORNATA FUORI DEL COMUNE
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