La ragazza dei fiori di vetro
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La ragazza dei fiori di vetro

  1. 336 pagine
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La ragazza dei fiori di vetro

Informazioni su questo libro

Erano ormai migliaia i nomi scritti su sottili cartine da sigaretta. Una lista di oltre 2.000 nomi di bambini ebrei con accanto le identità false che li avrebbero salvati. Da quando i nazisti avevano creato il ghetto di Varsavia, Irena aveva convinto i loro genitori ad affidarglieli per nasconderli presso famiglie cattoliche o conventi in tutta la città e la campagna. A guerra finita l'archivio, come lo chiamava lei, sarebbe servito a restituire ai bambini la loro identità. Pochissime persone erano al corrente dell'esistenza di quelle liste, erano informazioni troppo pericolose da condividere.
Il giorno in cui viene prelevata e condotta al quartier generale della Gestapo di Varsavia, Irena è terrorizzata. Nell'autunno del 1943, nella Polonia occupata dai nazisti, e forse in tutta Europa, non esisteva un posto più spaventoso di quello. Tutti sapevano cosa succedeva là dentro, e lei pregava di farcela a reggere alla tortura, di non tradire nessuno. Molte vite dipendevano da lei. I suoi compagni della rete clandestina, il suo amato Adam, anch'egli nella resistenza, tutti i polacchi che offrivano il loro aiuto. E soprattutto i bambini. Solo lei poteva decifrare quegli elenchi e se le fosse successo qualcosa, tutto sarebbe andato perduto.
Mentre l'auto si avvicinava alla sua lugubre destinazione, Irena pensava che doveva farcela, l'aveva promesso a quei genitori che erano saliti sui treni per Treblinka con l'unico sollievo di aver messo in salvo i loro figli. Ancora non sapeva che solo quell'esercito di bambini indifesi e nascosti poteva salvarla.

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Informazioni

Anno
2017
eBook ISBN
9788858516706
Print ISBN
9788856638158
1

Diventare Irena Sendler

Otwock, 1910-1932

Nella tradizione yiddish, la storia della Polonia ebraica comincia al crepuscolo di una tersa serata estiva. Il sole sta calando, la foresta all’orizzonte diventa un’ombra cupa. Una famiglia stanca appoggia i suoi fagotti sul ciglio erboso dello sterrato. Hanno camminato a lungo, ma la strada sembra non finire mai. «Fino a quando dovremo vagare, prima di trovare una patria?» si domandano. Attendono un segno. I padri hanno promesso che la troveranno, ma ormai nessuno di loro ci spera più. Hanno i piedi piagati, qualcuno piange in silenzio la casa perduta.
Poi, nella quiete della foresta, si leva il canto di un uccello. Sono soltanto due note, ma meravigliose. È il segno che aspettavano. Po lin, Po lin, cinguetta. Nella lingua yiddish, quei suoni sono parole. Significano: “Fermati qui”, nel luogo che chiameranno per sempre Polonia.
Dove si trova il mitico villaggio da cui è nata una nazione? Nessuno lo sa. Ma è probabile che somigliasse molto al paesino di Otwock, sorto lungo un fiume, al margine di una vasta foresta di pini, circa venticinque chilometri a sud-est di Varsavia. Nell’Ottocento, quando fu trascritto l’antico racconto yiddish, Otwock era già sede di una storica comunità chassidica.
E a quel tempo non ospitava solo ebrei. Anzi, già negli anni Novanta dell’Ottocento, Otwock stava acquisendo una sua quieta celebrità. Nel 1893, il dottor Józef Marian Geisler vi fondò una stazione termale e una clinica per la cura della tubercolosi. La posizione del villaggio sulla sponda destra della Vistola, immerso nel verde e nell’aria frizzante, era considerata particolarmente salubre. In quel paesaggio bucolico erano spuntate come funghi grandi ville di legno, costruite in stile rustico, con ampie verande aperte ed elaborate decorazioni che pendevano dai tetti aggettanti. Le terme di Otwock diventarono una moda. Appena due anni dopo, nel 1895, un certo Józef Przygoda inaugurò il primo sanatorio per ebrei, perché a quel tempo, in Polonia, ebrei e gentili vivevano in mondi in gran parte separati, e anche quella clinica riscosse un notevole successo. Gli ebrei che vivevano nel villaggio erano poveri, ma Otwock diventò la meta estiva dei correligionari appartenenti all’alta borghesia di Varsavia e di altre città polacche.
Irena Stanisława Krzyvanowska – il suo cognome da nubile – non nacque a Otwock, ma il villaggio avrebbe svolto un ruolo cruciale nella sua vita. Era nata a Varsavia il 15 febbraio 1910, nell’ospedale cattolico del Santo Spirito in cui suo padre, Stanisław Henryk Krzyvanowski, era medico e ricercatore specializzato in malattie infettive. Il dottor Krzyvanowski era originario di Otwock, e un problema famigliare fece sì che vi tornasse, portando con sé la giovane moglie Janina. Lei era una ragazza carina e vivace, priva di una formazione professionale, lui uno zelante attivista politico, orgoglioso di essere stato tra i primi iscritti a un partito in seguito diventato movimento di massa, il Partito socialista polacco. In gioventù aveva pagato a caro prezzo il suo impegno in tal senso.
Oggi le posizioni dei socialisti di allora ci appaiono moderate, ma al tempo erano considerate radicali. Stanisław Krzyvanowski credeva nella democrazia, nella parità dei diritti, nell’accesso senza distinzioni all’assistenza sanitaria, nella giornata lavorativa di otto ore e nell’abolizione dello sfruttamento del lavoro minorile. Erano tutti obiettivi rivoluzionari, soprattutto in quella parte di mondo che aveva una lunga storia feudale e imperiale alle spalle. Per il suo ruolo di leader negli scioperi e nelle proteste organizzate in difesa di quei valori, Stanisław fu espulso in rapida successione da entrambe le università in cui studiava medicina: prima quella di Varsavia e poi quella di Cracovia. Lui però non aveva abbassato la testa. Restava convinto della necessità di correggere i mali del mondo. «Se vedi qualcuno che annega, hai il dovere di aiutarlo» era uno dei suoi motti preferiti.
Per fortuna trovò una situazione ben diversa all’università di Charkiv, un vivaio di radicalismo distante più di mille chilometri verso est, in Ucraina, dove riuscì a laurearsi. La città era anche un centro nevralgico della vita intellettuale e culturale dell’ebraismo nell’Europa orientale. Stanisław disprezzava profondamente l’antisemitismo che regnava in Polonia: per lui le persone erano tutte uguali. La sua famiglia aveva qualche lontano parente in Ucraina, come pure quella della moglie, i Grzybowski, ma non c’era bisogno di essere nato in un posto specifico per essere un buon polacco, o almeno il dottor Krzyvanowski la vedeva così.
Dopo la laurea e le nozze, lui e la moglie tornarono a Varsavia, dove forse sarebbero rimasti per sempre se nel 1912 la figlia di due anni non avesse contratto una forma gravissima di pertosse. Data la sua formazione, il padre ne conosceva bene i sintomi – il respiro affannoso che scuoteva la fragile gabbia toracica della bambina – e sapeva che l’esito poteva rivelarsi mortale. Doveva portare Irena lontano da quella città congestionata. L’aria pulita della campagna l’avrebbe aiutata a respirare meglio. Otwock era la soluzione più ovvia. Lui vi era nato, la sorella e il cognato avevano degli immobili da quelle parti, e i sanatori e le stazioni termali della zona avrebbero offerto ampie possibilità di lavoro a un energico giovane medico. Quell’anno la famiglia si trasferì nel villaggio. In una casa di proprietà del cognato, Jan Karbowski, il dottor Krzyvanowski aprì uno studio privato come specialista di tubercolosi, e attese i suoi primi pazienti.
All’inizio, i residenti più ricchi e i villeggianti facoltosi lo snobbarono. I contadini e la vasta popolazione di ebrei poveri si dimostrarono, invece, meno schizzinosi. Molti medici polacchi si rifiutavano categoricamente di assistere gli ebrei, visti anche i miseri compensi che quella gente poteva permettersi. Il dottor Krzyvanowski era diverso. A lui interessava fare la differenza. Non respingeva nessuno, accoglieva tutti con un sorriso e non si preoccupava dei soldi. E poiché gli ebrei rappresentavano circa la metà della popolazione locale, c’erano abbastanza pazienti da tenerlo occupato. Così si guadagnò in fretta una buona reputazione e molti nella comunità ebraica – ricchi o poveri – cominciarono a rivolgersi a lui.
Poiché erano i diseredati ad avere bisogno più spesso di un gesto di generosità, il dottor Krzyvanowski, per nulla altezzoso, visitava molte persone indigenti. La sua casa era aperta a tutti, e Janina era una donna socievole ed estroversa, che amava stare in compagnia. Entrambi furono felicissimi del fatto che la bambina stringesse amicizia con i figli degli ebrei e dell’accoglienza che le riservavano quelle famiglie. A sei anni, Irena parlava correntemente lo yiddish popolare e conosceva a menadito i calanchi migliori, dietro il sanatorio, per vincere a nascondino, e i muri più adatti a far rimbalzare una palla. Era abituata alla vista delle madri ebree con la testa coperta dai foulard colorati, e indovinava subito quando, insieme a quello del pane con il cumino, l’aroma proveniente dal forno annunciava un dolce speciale per i bambini. «Io sono cresciuta con quella gente» avrebbe detto in seguito. «La loro cultura e le loro tradizioni non mi sono mai state estranee.»
Non è escluso che, insieme ai bambini ebrei conosciuti quando aveva cinque o sei anni, Irena abbia incontrato anche Adam Celnikier. Nessuno conosce con certezza la storia del loro primo incontro. Forse avvenne allora, o forse no. Magari già a quel tempo Adam era un sognatore, più portato per lo studio che per l’azione. Di certo lo sarebbe diventato in seguito. Aveva i capelli ricci di un castano scuro ramato, la carnagione olivastra e il naso lungo e aristocratico che alcuni consideravano un tratto caratteristico degli ebrei. È possibile che ci fosse anche lui tra i primi compagni di giochi di Irena, sebbene provenisse da un ambiente ben diverso. I genitori erano benestanti e lui era cresciuto parlando polacco. La madre si chiamava Leokadia; la famiglia comprendeva un gran numero di zii e zie, e frotte di cugini di nome Jakob o Józef. Non abitavano tutto l’anno a Otwock. Erano proprietari di case e attività in tutta Varsavia. Ma Irena potrebbe aver incrociato Adam qualche volta, nelle estati spensierate della sua infanzia.
Lei conservava un ricordo idilliaco degli anni passati a Otwock, e soprattutto del padre, che la adorava. Aveva un gran paio di baffi a manubrio, con le punte che salivano ancora più in alto quando sorrideva, e riversava tutto il suo affetto sull’unica figlia. Le zie, che lo chiamavano “Stasiu”, lo rimproveravano quando abbracciava la piccola, coprendola di baci: «Non dovresti viziarla tanto, Stasiu, cosa ne sarà di lei?». «Non possiamo sapere quale futuro le riserverà la vita» rispondeva lui. «Forse i miei abbracci saranno il suo ricordo più bello.» Una profezia destinata ad avverarsi.
Abitavano al 21 di via Kościuszki, in una villa spaziosa di proprietà del ricco cognato di Stanisław, un edificio enorme e squadrato, con venti stanze e un solarium a vetrate, inondato di sole. Irena però sapeva già che non tutti i bambini erano altrettanto fortunati. Aveva visto i pazienti del padre, sia accompagnandolo nelle sue visite a domicilio sia assistendo al loro arrivo in clinica, e poiché in gran parte provenivano dal ceto più basso, fin da piccola era stata consapevole della povertà e delle privazioni che circondavano la sua oasi felice. E, lentamente, arrivò anche a capire che non tutti i polacchi del villaggio erano come il dottor Krzyvanowski. Lei era amica degli ebrei, ma con il tempo dovette rendersi conto che in molti li tenevano a distanza.
Nel 1916, quando Irena aveva sei anni, suo padre decise di condividere le sofferenze di quel popolo. A Otwock era scoppiata un’epidemia di tifo e, come diceva il dottor Krzyvanowski, non ci si può sottrarre al dovere di aiutare le persone per timore di correre un rischio individuale. I ricchi non erano granché toccati dal problema. Loro non abitavano nei quartieri sovraffollati e malsani, focolai dell’infezione, e si guardavano bene dall’avvicinarvisi. Era nelle case senza acqua corrente e sapone per lavarsi che il tifo mieteva le sue vittime. I poveri si arrangiavano come potevano, ma la malattia si portò via alcuni degli amici ebrei di Irena, insieme alle loro famiglie. Stanisław Krzyvanowski, malgrado tutto, continuò a prendersi cura dei pazienti malati e infetti.
Poi, all’inizio dell’inverno del 1916, cominciò ad avvertire i primi brividi e la debolezza tipici del contagio. In poco tempo, la febbre salì: in quei pomeriggi Stanisław farneticava sommessamente, in preda al delirio. Le zie, allarmatissime, tennero la bambina lontana dalla stanza del padre, impedendole di vederlo. Bisognava disinfettare tutto, e la mamma per sicurezza la portò a vivere in casa di parenti. Non ci sarebbero più stati abbracci e baci finché Stanisław non fosse guarito. Il rischio di infezione era troppo alto.
Per settimane il malato cercò di resistere alla febbre, ingaggiando una battaglia privata e solitaria, ma non si riprese. Il dottor Krzyvanowski morì di tifo il 10 febbraio 1917, cinque giorni prima del settimo compleanno della figlia.
Dopo il funerale, la vedova cercò di conservare un’apparenza di serenità, per il bene della bambina. A volte però Irena la sentiva piangere, oppure coglieva i bisbigli preoccupati delle zie. Ora che il papà era morto, si domandava, anche loro sarebbero diventati poveri come i suoi pazienti? In fondo era quello il destino degli orfani. Nella sua mente di bambina, Irena si convinse che fosse colpa sua se il padre se n’era andato, perciò si impegnò con tutte le forze a essere obbediente e ad aiutare la mamma, per non rischiare che anche lei la lasciasse sola. Le persone tristi se ne andavano sempre, e Janina era triste. Però era difficile restarsene zitta e tranquilla in casa, quando non desiderava altro che uscire a correre e saltare nei campi. Irena era piccola, ma il suo cuore era stretto in una morsa di paura e le gracili spalle portavano un peso sproporzionato alla sua età.
Era vero che la perdita del marito aveva impoverito la vedova. La casa in cui vivevano era di proprietà della famiglia, ma Stanisław non aveva lasciato molti risparmi. Janina era ancora giovane, ma era madre e casalinga, non un medico, e per lei era difficile gestire la clinica e al tempo stesso prendersi cura della figlia piccola. Il marito non si era mai preoccupato molto delle faccende pratiche. Era un idealista, non un uomo d’affari: per Janina il futuro non si presentava roseo. Da sola, non aveva alcuna possibilità di mantenere Irena agli studi. A Otwock, presto si sparse la voce che la famiglia del defunto medico aveva qualche problema economico, arrivando fino alle orecchie della comunità ebraica. Il dottor Krzyvanowski aveva aiutato tanti bambini ebrei, quando i loro genitori non potevano permettersi di pagarlo. Perciò adesso sarebbero stati loro a dare una mano alla figlia e alla vedova.
Quando i rappresentanti della comunità vennero a incontrare sua madre, Irena si tenne in disparte, in silenzio. La lunga barba del rabbino si agitava quando parlava, i suoi occhi sembravano enormi, dietro gli occhialini con la montatura di metallo. Irena si sentiva più vicina alle madri ebree, con le lunghe trecce fissate intorno alla testa, le mani che si muovevano come uccellini in volo mentre loro chiacchieravano e tenevano d’occhio i bambini. «Pani Krzyvanowska,» dissero gli uomini «penseremo noi a pagare gli studi di vostra figlia.» In polacco, pani significa “signora”. La madre di Irena era commossa, ma si asciugò le lacrime. «No, no» disse, risoluta. «Vi sono molto grata, ma sono ancora giovane. Posso mantenerla da sola.» Janina era una donna orgogliosa e cocciutamente indipendente, e Irena era felice che fosse sua madre a occuparsi di lei.
Ma la sua ostinazione a dimostrarsi autosufficiente significò lottare ogni giorno per la sopravvivenza. Alla clinica le cose andavano di male in peggio. Lo zio Jan era proprietario sia di quell’edificio sia della casa e, nel 1920, decise di averne avuto abbastanza e mise in vendita la clinica. Lui e la zia Maria erano ricchi, ma la madre di Irena non voleva vivere della loro carità. Preferiva rovinarsi la vista con i lavori di ricamo piuttosto che essere un peso per la famiglia. Meglio i sacrifici e le rinunce che abbassarsi a chiedere favori. Così drizzò la testa e disse al cognato di non preoccuparsi: lei e la figlia se la sarebbero cavata benissimo anche da sole. Si sarebbero trasferite nella cittadina dei suoi genitori, non lontano da Varsavia: Piotrków Trybunalski.
A Piotrków, la vita di Irena cambiò in modo radicale. Dovette dire addio alle fitte foreste di pini, alle case di legno e ai suoi primi compagni di giochi. La campagna le mancava terribilmente. «Ho sempre sentito il bisogno di tornare da quelle parti» avrebbe detto in seguito. Otwock era un luogo idilliaco, il paradigma di una perfetta estate polacca.
Ma per lei l’infanzia era finita. Quando arrivarono gli operai a caricarsi in spalla i bauli, riempiti con cura dei pezzi del servizio buono e della biancheria di casa, Irena si domandò dove avrebbero messo tutta quella roba, nell’appartamento di città. Piotrków era un’indaffarata cittadina di mercato, con cinquantamila abitanti, posta sulla linea ferroviaria che da Varsavia portava a Vienna. Quanto di più distante dal silenzio delle notti in campagna, interrotto soltanto dai suoni sommessi della foresta. Lì, attraverso le finestre arrivavano molti suoni: dallo sferragliare dei tram alle grida degli ambulanti. Ma Irena coglieva anche altre voci. Le conversazioni animate e appassionate delle persone che parlavano di politica e di libertà.
Per secoli, la Polonia aveva dovuto difendere la propria indipendenza dall’aggressività dei paesi confinanti: la Russia a est e la Germania a ovest. L’anno in cui Irena e sua madre si trasferirono a Piotrków, il conflitto con i russi aveva raggiunto un altro punto di svolta, e la cittadina ribolliva di patriottismo e ideali di sinistra. Se la storia della rivoluzione polacca avesse avuto un Tea Party, Piotrków sarebbe stata la sua Boston. L’orgoglio nazionale si respirava per le strade. Nelle associazioni scout i bambini non imparavano soltanto a cantare intorno al fuoco, ma familiarizzavano con le tattiche paramilitari per difendere la patria dall’invasore. In fondo proprio quell’estate, a Varsavia, i polacchi avevano respinto l’avanzata dell’Armata Rossa, un’impresa che tutti avevano definito impossibile. Se fosse scoppiata di nuovo la guerra, gli scout sarebbero stati l’esercito dei piccoli del paese, e Irena fu orgogliosa di impararne a memoria il giuramento, impegnandosi a essere modesta, generosa e leale quanto l’antico cavaliere dai capelli corvini: Zawisza Czarny. I bambini non si stancavano mai di ascoltare l’epopea del guerriero che aveva combattuto valorosamente per la Polonia. Ma il voto più solenne di Irena fu quando giurò, sul suo onore di scout, di diventare amica di chiunque le avesse chiesto aiuto.
Lei e Janina si sistemarono in un piccolo alloggio di viale Maja, oggi indicato da una targa commemorativa, dove la bambina compì dieci anni. L’appartamentino era angusto, e magari non sempre ordinato, ma presto si riempì di amici e di ospiti. Dopotutto, Janina era rimasta vedova prima dei trent’anni, era ancora giovane e aveva un’indole un po’ bohémien. Adorava gli intrattenimenti e il teatro. Lei stessa sapeva essere un po’ melodrammatica, ma era una madre affettuosa e piena di attenzioni. A Piotrków, i palazzi circostanti la piazza della Città Vecchia dove lei e la figlia andavano al mercato nei fine settimana, erano dipinti di colori caldi, sfumature di rosa, verde e giallo. Nelle tiepide giornate primaverili i gruppi scout andavano al fiume per le esercitazioni e i picnic. Le ragazze esibivano con orgoglio le proprie competenze di infermiere in erba e imparavano a marciare in formazione militare, fianco a fianco con i coetanei maschi. Irena si sentiva elegante nell’uniforme inamidata con il giglio sul distintivo, l’emblema degli scout di tutto il mondo. Quando qualche tempo dopo si iscrisse alla scuola media del quartiere, la Helena Trzci–ska, pronunciò anche il nuovo giuramento scout, impegnandosi «a essere pura nei pensieri, nelle parole e nelle azioni, a non fumare e a non bere alcolici».
Ma Irena era una ragazza vivace e piena di spirito, e già al ginnasio aveva un fidanzatino fisso: Mieczysław “Mietek” Sendler. Nella Polonia cattolica anteguerra, un casto bacio tra adolescenti era un peccato grave da confessare subito al prete, ma già prima del diploma l’amicizia affettuosa della giovane coppia era diventata una faccenda seria. Per le famiglie era naturale combinare le nozze, fissate subito dopo la laurea. Entrambi i ragazzi avevano superato gli esami di ammissione all’Università di Varsavia e nell’autunno del 1927, in tempo per l’inizio dell’anno accademico, Janina trovò un appartamentino in città per sé e Irena, così da permetterle di vivere in casa mentre frequentava i corsi. Il futuro era già deciso.
Presto, però, una voce nella testa di Irena cominciò a farle rimpiangere quella decisione. Lei si sforzò in ogni modo di zittirla… ma la vita universitaria era nuova ed emozionante. Mietek si era iscritto a lettere classiche, mentre lei pensava di studiare giurisprudenza. Era una scelta audace per una diciassettenne più incline a ragionare con la propria testa che a tacere e obbedire; inoltre, l’antiquata facoltà di legge non considerava l’avvocatura una professione adatta alle donne. I docenti la intralciarono a ogni passo. Irena era indignata, ma dovette rassegnarsi. Passò alla facoltà di storia e cultura polacca, cambiando programma e ambizioni: sarebbe diventata maestra di scuola. Nel suo ambiente, era opinione comune che il mestiere di insegnante fosse più decoroso per una signorina polacca perbene.
Nel mentre, però, e forse proprio durante quel primo e unico anno di giurisprudenza, Irena aveva rivisto Adam Celnikier, ora suo compagno di studi e ragazzo sensibile, con lunghi ricci scuri e una passione per la poesia romantica e i gesti teatrali. Chissà, magari le ricordava il bruno Zawisza, il leggendario eroe polacco protagonista dei racconti epici degli scout. I due appartenevano allo stesso gruppo di studio e la loro intesa fu immediata. Cominciarono a trascorrere sempre più tempo insieme. A volte sedevano sotto gli ...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. LA RAGAZZA DEI FIORI DI VETRO
  4. Prefazione
  5. Prologo
  6. 1. Diventare Irena Sendler
  7. 2. Le ragazze della professoressa Radli–ska
  8. 3. Il muro della vergogna
  9. 4. Il circolo giovanile
  10. 5. Una telefonata al dottor Korczak
  11. 6. La valanga del ghetto
  12. 7. Verso Treblinka
  13. 8. La fata dell’Umschlagplatz
  14. 9. L’ultimo chilometro
  15. 10. Agenti della resistenza
  16. 11. Vegota
  17. 12. Verso il baratro
  18. 13. Ala in rivolta
  19. 14. Viale Szucha
  20. 15. L’esecuzione di Irena
  21. 16. Varsavia lotta
  22. 17. La fine delle storie
  23. Coda. La storia dimenticata di Irena Sendler1946-2008
  24. Postfazione. Nota dell’autrice
  25. Ringraziamenti
  26. Elenco dei personaggi. La rete di Irena
  27. Bibliografia
  28. Copyright