Quando vengono a dirti che tuo padre sta morendo, e deve parlarti di qualcosa di molto importante prima di andarsene, ti senti come se all’improvviso ti ritrovassi in un romanzo di Dumas. Hai la sensazione che qualche pazzesco segreto di famiglia stia per essere rivelato: un’eredità perduta, l’identità del tuo vero padre, cose del genere. Ma poi ben presto capisci che il fatto che tuo padre voglia parlarti prima di morire è la cosa più naturale del mondo. Perché la morte è la fine di tutto, e se un uomo non si apre prima di dover tacere per sempre, anche le cose che ha più care moriranno con lui.
In un certo senso, la fine di mio padre me l’aspettavo fin da quando aveva avuto il suo primo attacco di cuore e io frequentavo ancora le scuole superiori. A cinquant’anni aveva già un triplo bypass, cosa che a quei tempi non era tanto comune. Ma Tom Cage era la tenacia personificata. Continuò a fare il medico anche dopo il secondo e il terzo infarto. Pur con il diabete e una grave artrite, sopravvisse a mia moglie, nata trent’anni dopo di lui. E quando tornai nella mia città natale, Natchez, nel Mississippi, con mia figlia così sconvolta dalla perdita della mamma da non riuscire ad allontanarsi dal mio fianco, furono lui e mia madre a fare quello che gli psicologi di Houston non avevano saputo fare: restituire alla normalità una bambina spezzata dal dolore. Sette anni più tardi, quando l’uragano Katrina si abbatté sulla costa del Golfo e io, in quanto sindaco di Natchez, dovetti fronteggiare l’emergenza, mio padre – che allora aveva settantatré anni – era ancora accanto a me, e mi aiutò a coordinare gli sforzi per distribuire farmaci ai profughi che si erano rifugiati da noi.
Eppure stamattina è successo. Ero in barca sul Mississippi con Caitlin, la mia fidanzata: ci eravamo assunti il compito di disperdere le ceneri di una giovane donna, morta per aiutare un mio amico in una delle battaglie più importanti che ci siamo trovati a combattere in questa città. Ma su questo tornerò dopo. Stamattina è arrivata la telefonata, quella che per anni avevo temuto di ricevere. Papà era crollato nel suo studio. Non era morto sul colpo solo grazie all’intervento della sua infermiera, che lo aveva rianimato e l’aveva fatto portare al Pronto soccorso. Al telefono, la mamma mi aveva detto che papà era sicuro di morire e che voleva assolutamente parlarmi prima della fine: parlare con me, da solo. Dovevo raggiungerli al più presto.
Così Caitlin e io ci siamo precipitati a riva, siamo saliti sulla mia Audi, e siamo volati all’ospedale. Nei venticinque minuti che ci sono voluti per arrivarci avevo un solo pensiero: che fosse troppo tardi. Ma quando siamo finalmente entrati nel reparto rianimazione, ci hanno informati che mio padre era vivo, nonostante il cuore devastato, e forse ce l’avrebbe fatta. L’unico cardiologo di Natchez, Peter Bruen, era appena decollato dall’aeroporto locale per andare a Disneyland con la sua famiglia quando anche lui aveva ricevuto la stessa telefonata: era immediatamente tornato indietro, ed era arrivato di corsa in ospedale, dove aveva impiantato a mio padre un nuovo stent in un’arteria: un tipo di intervento che non era mai stato eseguito a Natchez, ma soltanto a Brookhaven e Jackson. Ed era quell’aggeggino a tenerlo in vita, adesso.
Quando sono arrivato, Bruen stava appunto finendo di operarlo. Nella sala d’attesa si era raccolta una piccola folla di persone che, parlando sottovoce, aspettavano di conoscere il destino di quell’uomo che a Natchez conoscevano tutti, e che per quarant’anni aveva esercitato la professione medica lì e, ancora prima, nell’esercito. Quando infine è comparso, in barella, per essere trasferito in terapia intensiva, tutti hanno trattenuto il respiro, e nella sala è calato un silenzio di tomba. Poco dopo, è uscito anche il dottor Bruen, e allora è scoppiato un applauso scrosciante e liberatorio.
Quando ho finalmente visto mio padre, sono rimasto sconvolto. La sua barba bianca sempre curata sembrava stranamente in disordine, la pelle era chiarissima e cerea. Stringendogli la mano fredda, gli ho sussurrato che ero arrivato, e gli ho chiesto cosa volesse dirmi. Ha aperto gli occhi e sbattuto le palpebre parecchie volte, poi ha indicato la gola. Gli ho infilato in bocca un pezzetto di ghiaccio e ho ripetuto la domanda. Guardando mia madre che mi stava di fianco, ha gracchiato: «Che stai dicendo?».
Mi sono girato verso la mamma, esitante, e le ho chiesto di lasciarmi solo con lui. Lei ha acconsentito con riluttanza. Dopo aver rassicurato mio padre che eravamo soli, gli ho chiesto ancora una volta cosa volesse dirmi. Ha risposto che non ricordava affatto di avere qualcosa da dirmi. Ho deciso di lasciar correre, per il momento, e lui ne è stato evidentemente sollevato.
Questo succedeva cinque ore fa.
Le prime due sono trascorse come una veglia funebre, con i dipendenti dell’ospedale che sfilavano in rispettoso silenzio nell’unità di terapia intensiva, mentre il dottor Bruen diventava un po’ più ottimista man mano che arrivavano i risultati degli esami. Quando abbiamo potuto vederlo di nuovo, io e Caitlin abbiamo comunicato a lui e alla mamma la decisione che avevamo preso appena poche ore prima: quella di sposarci. Non che fosse così sorprendente: abitiamo insieme da sette anni, e anche mia figlia di undici anni non desidera altro da molto tempo. Ma loro ne sono stati comunque sorpresi, e felici. Un lieve sorriso ha increspato le labbra di mio padre, e mia madre è scoppiata in lacrime, pensando a quanto sarebbe stata contenta Annie. Ma aspetteremo un po’ a dirlo anche a lei, non sa neanche che il nonno è all’ospedale. Per ora, Caitlin andrà a prenderla a scuola e la porterà con sé al lavoro.
Il resto della giornata l’ho passato a chiamare i parenti; in questo momento molti di loro, in vari angoli del paese, stanno partendo per venire qui. Non è facilissimo arrivare a Natchez. Mia sorella maggiore, che insegna letteratura americana in Inghilterra, si è imbarcata su un volo della Virgin Airways un’ora fa, ma è soltanto il primo passo di un complicato gioco di coincidenze che la porteranno qui domani pomeriggio. Prima di allora dovrebbero arrivare i due fratelli di mio padre, ma non sarà che alle dieci o undici di sera.
Mia madre intanto non vuole staccarsi dal capezzale. L’amministrazione dell’ospedale ha sospeso il regolamento sugli orari delle visite soltanto per lei. Se non l’avessero fatto, probabilmente avrebbero dovuto arrestarla. A settantun anni, la pelle quasi trasparente, lo sguardo vigile per la paura o velato per la stanchezza, Peggy Cage ha un’aria spettrale. Caitlin e io abbiamo tentato di convincerla a cedere il suo posto, ma inutilmente. Verso le due e quaranta Caitlin si è allontanata per andare a prendere Annie e andare in ufficio, al «Natchez Examiner», per mandare avanti il servizio sullo scandalo esploso cinque giorni fa.
Un caso in cui anch’io ho avuto un ruolo centrale, e che continua a tormentarmi. Da giorni, i giornalisti mi assediano, ma per il momento ho deciso di chiudermi nel silenzio. Non è ancora passato abbastanza tempo perché riesca a farmi una ragione dell’enormità di quello che è accaduto entro i confini della nostra cittadina, la più antica di quelle sorte lungo il Mississippi. Dal Magnolia Queen – un battello ancorato a Natchez e adibito a casinò – un’organizzazione criminale internazionale gestiva segretamente e ad alto livello una rete di prostitute e di bische clandestine, che richiamava scommettitori di ogni risma da tutto il mondo: giocatori da Las Vegas, personaggi sportivi, artisti rap, organizzatori di combattimenti fra cani. Le indagini su quell’organizzazione hanno portato alla scoperta di collegamenti con la criminalità cinese – dal riciclaggio di denaro sporco alla tratta di uomini – e ad arrestare un certo Edward Po, che agiva da Macao ed era ricercato dal Dipartimento della Giustizia e dalla CIA. Con l’aiuto del giornale di suo padre, Caitlin ha dato grande risalto alla vicenda, creando un bel po’ di fastidio ai servizi segreti degli Stati Uniti.
Nel corso dell’inchiesta, sia io sia Caitlin abbiamo perduto degli amici e, in parte anche per questi motivi, io sono tornato sulla mia decisione di rassegnare le dimissioni da sindaco. Perfino mio padre aveva cercato di convincermi a tenere duro fino alla scadenza del mandato, tra due anni, anche se era stato lui stesso, all’inizio, a sconsigliarmi di accettare l’incarico. Con mia sorpresa, ho appreso che la passione missionaria di salvare la propria città natale può essere contagiosa.
Ma adesso la mia preoccupazione principale è convincere la mamma ad allontanarsi dal letto di papà, in modo che io possa chiedergli ancora una volta che cosa volesse dirmi. Magari nel frattempo se n’è ricordato o gli è tornata la voglia di parlare. La mamma non ha quasi toccato il cibo che le infermiere le hanno portato e neppure assaggiato quello che le ha preso Caitlin in un ristorante lì vicino.
Intanto io sono qui che lavoro, seduto su una scomoda sedia nell’unico cubicolo libero del reparto di terapia intensiva: ormai è una specie di centro informale di comando per coordinare la crisi.
Il mio PowerBook è appoggiato sul letto vuoto insieme con il BlackBerry, un tascabile di Martin Cruz Smith, l’«Examiner» di oggi e un po’ di scartoffie da sindaco. Un’ora fa, visto che il telefono continuava a squillare, ho silenziato il cellulare e cercato di concentrarmi nella lettura del romanzo. Sforzo inutile. Mi sono trovato più volte a leggere e rileggere la stessa pagina mentre la mente vagava lontano, riempiendosi delle immagini violente degli ultimi dieci giorni, durante i quali tutti i membri della mia famiglia sono stati minacciati di morte, due miei amici sono stati ammazzati e io stesso ho dovuto uccidere un uomo. Due giorni dopo l’accaduto, avevo l’impressione di riuscire a reagire abbastanza bene, ma l’inaspettato infarto di mio padre, a così breve distanza di tempo, ha scatenato una specie di reazione ritardata. Da quando sono arrivato qui, medici e infermieri non fanno che cercare di scuotermi, come se si accorgessero che non sono del tutto in me. Un medico ha persino suggerito di sottopormi a un esame neurologico, dopo lo scontro selvaggio di pochi giorni fa.
Sfregandomi con forza gli occhi, mi concentro di nuovo sul romanzo. Per qualche minuto le descrizioni poetiche che Smith fa della Russia moderna mi catturano. Ma il ronzio di sottofondo delle apparecchiature mediche non mi aiuta a restare vigile. Quando alla mia sinistra si apre la porta a vetri, mi aspetto che un’infermiera o un impiegato mi dicano che hanno bisogno della stanza per un paziente in situazione critica. Invece, è il fratello minore di mio padre, Jack Cage, che mi fissa preoccupato.
«Mio dio,» esclamo con un’occhiata all’orologio, temendo di avere dormito per sei o sette ore. Non è così. «Come diavolo…?»
Zio Jack sorride. «Lo sai che non mi piace aspettare.»
Jack Cage ha diciassette anni meno di mio padre, è un uomo di un’altra epoca. Mentre papà, da ragazzo, ha vissuto l’ultimo periodo della grande crisi del ’29, Jack è il classico prodotto della generazione ottimista del secondo dopoguerra. Da giovane era un “capellone”, gli piaceva andare in moto e, grazie a un difetto congenito dell’udito, scampò il servizio militare in Vietnam. Da ragazzo lo vedevo raramente, ma lo adoravo. A differenza degli altri fratelli di papà, che hanno passato la vita in questo o quel settore delle forze armate, Jack si trasferì sulla West Coast per lavorare nell’industria aerospaziale. Verso la metà degli anni Ottanta, già si occupava di compute...