"Ascoltai le parole del giudice senza abbassare lo sguardo, mentre all'esterno del tribunale un gruppetto di estremisti accoglieva la sentenza e festeggiava al grido di Allah Akbar! Non sapevo di essere un simbolo, né mi importava. Pensavo soltanto a mio marito, al piccolo Martin e alla vita che cresceva dentro di me. Pensavo che sarebbero bastate due parole per uscire dall'incubo e tornare a una vita normale. Ma che non le avrei dette. Né allora né mai. Avrei sopportato qualsiasi pena pur di difendere la mia dignità e tutelare la libertà di scegliere e credere nella propria religione. Qualsiasi essa fosse." Il suo caso ha tenuto milioni di persone con il fiato sospeso. Meriam Ibrahim Ishag, una giovane sudanese di religione cristiana, è stata arrestata da un tribunale di Karthoum dopo che un parente - un perfetto sconosciuto - l'aveva denunciata per apostasia. Incarcerata incinta con il figlio piccolo, in condizioni durissime, all'ottavo mese di gravidanza è stata condannata a cento frustate con l'accusa di adulterio per aver sposato un cristiano e alla morte per impiccagione per aver rifiutato di abiurare. In catene, Meriam ha dato alla luce sua figlia. Anche per quella bambina non ha abbassato lo sguardo. Anche per lei non ha smesso di lottare. E con lei ha lottato Antonella Napoli, la giornalista italiana che ha promosso la campagna per portare il caso all'attenzione del mondo. Ora racconta la sua storia. Una storia che non è solo la sua. Perché ci sono troppe bambine, ragazze, donne vittime della sharia, troppe Meriam, Malala, Hina, Sanaa, Asia, Sakineh. Oggi più che mai.

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Il mio nome è Meriam
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9788856648157
1
Meriam entrò nell’aula a passo lento. Le catene le mordevano le caviglie, già lacerate nel corso della lunga detenzione, e producevano un rumore sinistro, simile a un lamento. Ma avanzava a testa alta, con uno sguardo fermo e deciso.
Quando sedette al banco degli imputati lanciò un’occhiata verso lo scranno più alto, dove si ergeva la figura di colui che da lì a poco avrebbe deciso la sua esistenza. Il giudice del tribunale periferico di Khartoum, Abbas Mohammed Al-Khalifa, aveva un’espressione arcigna, che confermava la fama di magistrato intransigente e severo, il più duro della capitale.
«Adraf Al Hadi Mohammed Abdullah,» chiese in tono sprezzante, chiamandola con il suo nome islamico, «cosa hai da dire?»
«Il mio nome è Meriam, vostro onore, e non ho nulla da aggiungere a quanto ho già dichiarato» rispose con una voce calma e chiara. «Sono un’ortodossa praticante e non ho commesso apostasia, visto che non ho mai conosciuto altra religione che quella cristiana.»
Sapeva che avrebbe potuto pagare un prezzo altissimo per quelle parole, ma la voce della coscienza era troppo forte per tacere. Ormai aveva imparato a domare la paura, a sopportare minacce e umiliazioni, era quasi abituata. D’altra parte il processo aveva preso una brutta piega sin dal principio, non era che il culmine di una persecuzione cominciata alcuni mesi prima, quando dei presunti parenti del padre, di cui Meriam non ricordava neppure il volto, l’avevano denunciata perché, pur essendo musulmana, aveva sposato un cristiano. Sostenevano che il suo vero nome fosse Adraf e l’avesse cambiato dopo avere abbandonato la famiglia ed essersi convertita.
I suoi avvocati avevano chiesto al giudice di ascoltare alcuni testimoni che parlassero in sua difesa, pronti a smentire la tesi degli accusatori, ma la richiesta non era stata accolta. Nel corso di tutto il dibattimento non era stata ammessa nessuna testimonianza a suo favore.
«Ti sono state concesse settantadue ore per tornare all’islam, ma non hai voluto accettare la benevolenza dei tuoi fratelli musulmani. Per questo meriti di essere impiccata.»
Le parole del magistrato riecheggiarono nell’aula e rimbalzarono sui presenti atterriti dei presenti. Meriam si voltò verso gli avvocati, poi guardò Daniel. Restò impassibile, mentre il volto di suo marito si riempiva di lacrime. Lei no, non riusciva a piangere. Osservava il giudice, lo guardava dritto negli occhi.
* * *
Roma, 15 maggio 2014. Lo squillo inconfondibile di Skype irruppe nel bel mezzo di una conferenza sul razzismo alla quale stavo partecipando. Non avevo silenziato l’iPad appositamente, aspettavo quella chiamata con un misto di speranza e preoccupazione. Khalid Omer Yousif, un attivista di Sudan Change Now, era appena uscito dal tribunale di Khartoum, dove aveva assistito alla lettura della sentenza. La sua voce non riusciva a nascondere una profonda delusione: Meriam Yehya Ibrahim Ishag, la ventisettenne cristiana, incinta e madre di un bambino di un anno e mezzo, arrestata per apostasia pochi mesi prima, era stata condannata a morte.
Da alcune settimane avevamo avviato una mobilitazione che piano piano aveva raggiunto giornali, televisioni, social network e istituzioni, e ci eravamo battuti nella speranza che il giudice non procedesse con le accuse e disponesse la scarcerazione.
Era accaduto l’esatto contrario.
Nei tre giorni di sospensione del processo non era maturata, come auspicavamo, la “coscienza” che si stesse compiendo un atto aberrante, che non aveva nulla a che fare con la legge e men che meno la giustizia. Anzi, di fronte al rifiuto dell’imputata era stato emesso un giudizio duro, durissimo.
Fu una doccia gelata, una botta tremenda, alla quale reagimmo con tutta la rabbia e la determinazione di cui eravamo capaci. Tempo qualche click e rilanciammo la campagna di solidarietà in favore di Meriam e di denuncia verso ciò che stava capitando a Khartoum.
Italians for Darfur, l’associazione che presiedevo, nata nel 2006 allo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica e le istituzioni sullo stato dei diritti umani e la loro violazione nel continente africano, e Amnesty International sottoscrissero una petizione e avviarono una raccolta di firme da inviare al presidente sudanese, Omar Hassan Al-Bashir, perché chiedesse la sospensione della sentenza e concedesse la grazia.
Un tam-tam virale invase la rete. La pagina Facebook raggiunse oltre un milione di contatti in pochi giorni. Attivisti di tutto il mondo, blogger e semplici cittadini rilanciarono la notizia. La storia di Meriam, una storia lontana e al tempo stesso vicina, che riguardava sia lei sia tutti noi, il nostro modo di essere, relazionarci e vivere la spiritualità, conquistò le prime pagine dei giornali e i titoli dei notiziari. L’indignazione fu globale e la reazione del governo sudanese, imbarazzato e preso in contropiede, pressoché immediata.
Abu-Bakr Al-Sideeg, un portavoce del ministero degli Esteri, fu il primo a intervenire. Alla tv di stato dichiarò che il Sudan era impegnato a tutelare la libertà religiosa, come previsto dalla Costituzione, e lo avrebbe fatto anche nel caso di Meriam. Poche ore dopo il presidente del parlamento, Fatih Adam Al-Din, minimizzò la condanna, sostenendo che si trattava solo del primo grado di giudizio e che la campagna internazionale a favore della donna puntava, in realtà, a distorcere l’immagine del paese e del suo sistema giudiziario.
Quelle parole, insieme alla pressione mediatica che non accennava a diminuire, ci diedero forza e fiducia. Capimmo di avere intrapreso la strada giusta e che, dopo una notte lunga troppi mesi, la luce della speranza aveva ripreso a brillare.
Anche gli avvocati della ragazza, con cui eravamo costantemente in contatto, ritenevano che il giudizio finale non potesse che mutare. Mohaned Mustafa Al-Nour, coordinatore dello staff legale del Sudan Justice Center, di cui facevano parte Mohamed Abdelnabi, Osman Mubark, Thabiet Al-Zubier e Ali Al-Sherif, non aveva dubbi: il giudice Al-Khalifa aveva forzato l’applicazione della sharia e aveva contravvenuto alle indicazioni della carta costituzionale, che prevedevano e tutelavano la libertà di culto. In più, diceva, il governo non aveva alcun interesse a che la giustizia procedesse su una linea tanto intransigente, visto che non avrebbe fatto altro che screditare il paese a livello internazionale e fomentare la tensione all’interno dei confini.
L’eventualità di un processo di secondo grado, nel quale Meriam non fosse giudicata in base alla legge coranica, e che perciò non prevedesse la pena capitale, prese piede giorno dopo giorno. Ma se, in teoria, il giudice in appello avrebbe potuto benissimo recepire le indicazioni in materia previste dalla Costituzione, cambiando la sentenza e il destino della ragazza, non era affatto scontato che lo facesse.
2
Daniel Wani era un uomo provato, con lo sguardo inquieto. Poche ore prima un giudice aveva condannato a morte sua moglie, in carcere da tre mesi insieme al loro bimbo di un anno e mezzo, di cui non aveva nemmeno ottenuto l’affido, visto che le autorità consideravano il matrimonio tra lui e Meriam nullo, privo di qualsiasi validità legale, e il piccolo Martin un figlio illegittimo, esattamente come quello che sarebbe nato meno di un mese più tardi.
Era seduto sulla sedia a rotelle in un angolo dell’atrio del carcere di Omdurman, sobborgo della capitale sudanese. Sperava che gli permettessero di vederla prima di riportarla in cella. Nella mano destra tormentava un vecchio cellulare che non smetteva di squillare. L’altra, quasi inerte, la utilizzava per gestire i comandi della sedia a rotelle, sulla quale era inchiodato da qualche anno a causa della distrofia muscolare. La pelle scura tradiva l’origine sudsudanese, così diversa dal colorito tipico dell’etnia araba che a Khartoum costituiva la maggioranza della popolazione. Nel 1998, mentre la guerra civile lacerava il paese, Daniel era fuggito da Giuba, la capitale dell’attuale Sudan del Sud, insieme alla sorella e al fratello minore, e si era rifugiato negli Stati Uniti, nel New Hampshire, dove aveva ottenuto la cittadinanza e aveva studiato, laureandosi in biochimica. Nel 2011 era tornato in Sudan e aveva conosciuto Meriam, che aveva sposato nel dicembre dello stesso anno. E che rappresentava la cosa più preziosa di tutta la sua vita. Anche se riusciva ancora a muoversi, dipendeva da lei e dal suo carattere a dir poco risoluto, in tutto e per tutto. Poi c’era Martin, il frutto del loro amore, costretto a vivere in una stanza di pochi metri sporca e piena di insetti a neanche venti mesi.
«Da quando l’hanno rinchiuso si è ammalato non so quante volte, ogni giorno che passa mi sembra più spento» ripeteva con la voce graffiata dalla preoccupazione. «Senza contare le ripercussioni a livello psicologico. È un bambino sveglio, anche se non ha nemmeno due anni si rende conto di ciò che sta succedendo, che qualcosa non va, che lui e sua mamma non sono liberi. Grazie a Dio, ha un carattere forte, simile a quello di Meriam, e gli piace stare in mezzo ai figli delle altre detenute, però…»
Daniel non si vergognava degli occhi lucidi, non aveva paura di esprimere i propri sentimenti e le proprie frustrazioni. Parlarne era un modo per esorcizzarle. Una sorta di reazione. Per fortuna, anche se a Khartoum non aveva parenti, non si sentiva solo. I suoi amici, sia cristiani sia musulmani, lo sostenevano e gli stavano quanto più possibile vicino. La loro presenza, che rendeva più tollerabile il vuoto lasciato dalla sua sposa, era fondamentale.
Poi, certo, c’era la mobilitazione internazionale, che non accennava a spegnersi o infiacchirsi. Al contrario: le pressioni sul governo sudanese si facevano ogni giorno più autorevoli e insistenti. Quella dimostrazione di vicinanza e solidarietà lo riempiva di orgoglio. Ma, al tempo stesso, sapeva che il clamore e la risonanza mediatica avrebbero potuto rivelarsi un’arma a doppio taglio, al punto da produrre effetti opposti a quelli sperati.
L’aria, in Sudan, era tesa, carica di elettricità, e nessuno si stupì quando, il giorno prima della sentenza, l’avvocato Mohamed Abdelnabi ricevette una telefonata anonima, che gli intimava di abbandonare la difesa dell’infedele e lo minacciava di morte. Mohamed non fece nessun passo indietro, ma, al contrario, ne compì due in avanti, impegnandosi con ancora più determinazione. Il caso di Meriam non lo coinvolgeva solo dal punto di vista professionale. Chiamava in causa la fede, la libertà, la giustizia più vera. Non ci avrebbe rinunciato per nulla al mondo, non avrebbe mai abbassato la testa.
* * *
La petizione online di Amnesty e Italians for Darfur raccolse migliaia di firme in poche ore. Diverse associazioni per i diritti umani, soprattutto cattoliche, fecero sentire la loro voce e «Avvenire», il quotidiano dei vescovi, rilanciò la campagna su Twitter con un hashtag tanto semplice quanto efficace, #mariamdevevivere. Il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, manifestò pubblicamente il suo appoggio all’iniziativa e, poche ore dopo, il ministro degli Esteri, Federica Mogherini, si mosse in modo ufficiale, ponendo l’Italia in prima linea in questa battaglia di libertà.
«Continuo a pensare che sia una mamma, come lo sono io» confidò il ministro ad Arturo Celletti, inviato di «Avvenire», mentre lasciava il Palazzo di Vetro, dove aveva incontrato il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, che si era detto pronto a qualsiasi passo per risolvere il caso. «Continuo a pensare al piccolo che porta in grembo e all’altro bambino che è in carcere con lei. Continuo a pensare a questa vicenda così atroce, a questa ragazza così giovane, coraggiosa e determinata a difendere la propria fede. La dignità con cui sta affrontando la vicenda deve essere un insegnamento e uno stimolo per tutti.»
Le sue parole furono di grande incoraggiamento. Noi attivisti comprendemmo che non eravamo soli, che i politici avevano capito che la battaglia per Meriam non riguardava soltanto il suo, ma il nostro destino, il nostro modo di essere oltre che i principi nei quali credevamo e ai quali, come lei, non avremmo mai rinunciato.
Alle parole seguirono i fatti, un impegno concreto e un sostegno tutt’altro che aleatorio. Il viceministro degli Esteri Lapo Pistelli, particolarmente sensibile alla questione dei diritti umani, si mostrò presente e determinato sin dal primo momento. Al suo fianco l’ambasciatore italiano in Sudan, Armando Barucco, che si era mosso prima ancora che fosse emessa la sentenza e i media cominciassero a occuparsene. Era in contatto con gli avvocati della difesa ed essendo laureato in Giurisprudenza aveva seguito con cognizione il percorso legale del caso. Con garbo e competenza aveva indicato alla interfaccia sudanese una possibile via d’uscita, auspicando una revisione della sentenza e preparando, in modo prudente e riservato, il terreno all’azione del governo italiano.
La mobilitazione, nel frattempo, si ampliava giorno dopo giorno, come l’interesse dei media e la partecipazione della società civile. La solidarietà e l’appoggio di migliaia di persone ci davano la forza di affrontare i momenti più difficili e duri, e di tenere lontano ogni senso di frustrazione o, peggio ancora, rassegnazione. D’altra parte, il caso di Meriam non riguardava solo lei, ma tutti noi, cristiani, ebrei, musulmani o atei che fossimo. E l’attacco di cui era vittima era diretto alla nostra umanità, e all’umanità in generale. A quel punto, tutti sapevamo e nessuno avrebbe potuto voltarsi dall’altra parte. Noi attivisti fungevamo da tramite, referente e termine di una coscienza collettiva indignata da un uso aberrante e distorto della religione. La nostra era una sfida a chi fomentava l’oscurantismo, a chi negava valore all’essere umano e al suo tratto più importante, il credo.
Le istituzioni erano al nostro fianco, sia dal punto di vista ideale sia da quello materiale. In quel momento era fondamentale fare quadrato, mettendo da parte differenze, diffidenze e interessi di bottega. Di lì a breve, l’Italia avrebbe assunto la presidenza del Consiglio dell’Unione Europea e avrebbe potuto impiegare quei sei mesi per lanciare una grande riflessione sui diritti dell’uomo, sulla loro applicazione e, soprattutto, sulla loro negazione.
Durante il discorso di inizio mandato, il premier Renzi non usò giri di parole, disse che l’Europa poteva e doveva fare di più, molto di più. Che era giunto il momento di prendere una posizione forte e chiara: «Se di fronte a un caso come quello di Meriam, condannata a morte per non avere rinnegato la propria fede e costretta a partorire in carcere, l’Europa restasse in silenzio o, peggio ancora, si trincerasse dietro a slogan vuoti o parole retoriche, e continuasse a rinchiudersi nelle sue frontiere anziché riaffermare i suoi valori, tradirebbe ciò per cui è nata, e perderebbe per sempre la sua identità, il suo posto nel mondo. E noi non saremmo degni di chiamarci Europa».
3
La valigetta morbida di pelle marrone, che la famiglia gli aveva regalato il giorno della laurea, era colma di atti legali, giudizi espressi dalla corte costituzionale e verbali di vecchi procedimenti che Mohamed Abdelnabi conosceva a memoria. Aveva letto e riletto ogni foglio con un’attenzione quasi maniacale e non aveva alcun dubbio sulla fondatezza legale delle sue argomentazioni. Il problema era un altro: il caso di Meriam travalicava l’ambito della pura e semplice giurisprudenza e aveva a che fare con la miopia e l’integralismo di un giudice che si era spinto b...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Il mio nome è Meriam
- Né allora né mai
- IL MIO NOME È MERIAM
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- 4
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- 7
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- Copyright