Il campione è tornato
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Il campione è tornato

  1. 84 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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Il campione è tornato

Informazioni su questo libro

DAL PREMIO PULITZER COAUTORE DI OPEN CON AGASSI E AUTORE DI IL BAR DELLE GRANDI SPERANZE Ogni uomo è un mistero. È questo che mi ha insegnato Campione. La maturità è sapere quando risolvere il mistero di un altro uomo e quando rispettarlo. Non sono solo la passione per la boxe e l'istinto da giornalista a mettere J.R. Moehringer sulle tracce di Bob Satterfield, uno dei pesi massimi più forti degli anni Quaranta e Cinquanta, scomparso dalla scena all'improvviso. È anche una sorta di richiamo, quasi un'ossessione. Ed è solo dopo aver esplorato obitori, chiese, ospedali, bassifondi, biblioteche, palestre, archivi di polizia che arriverà a scoprirne la ragione, e a imparare molto più di quanto si aspettasse sulla boxe e sulla vita.
La sua ricerca lo porta sui marciapiedi di una città del Midwest, dove incontra Campione, un senzatetto ex pugile che dice di essere Satterfield. E di lui infatti è in grado di raccontare ogni incontro, ogni pugno, ogni vittoria. "Il più grande puncher che si sia mai visto", come è stato definito, ha due mani enormi e un fisico imponente. Ma è veramente chi dice di essere? Non impari niente finché non sei stanco, ha detto un vecchio pugile, e solo dopo essere sceso nel passato di Campione, scoprendo anche quello che non avrebbe voluto, con molta stanchezza sulle spalle, il giornalista impara che ogni uomo è un mistero. E che siamo tutti in cerca di qualcosa, chi di un padre perduto, chi di un riscatto, e siamo anche disposti a ingannare o a ingannarci, pur di trovarlo. Come Campione. Come Moehringer. Come ognuno di noi. «J.R. MOEHRINGER, OBBIETTIVAMENTE, È DI UNA BRAVURA MOSTRUOSA.» ALESSANDRO BARICCO

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Informazioni

Print ISBN
9788856650105
eBook ISBN
9788858514399

1

Sono seduto in una stanza d’albergo a Columbus, Ohio, in attesa della chiamata di un uomo che non si fida di me, sperando che abbia delle risposte su un uomo di cui io non mi fido, che potrebbero riabilitare il nome di un uomo di cui a nessuno frega niente. Per distrarmi da questa veglia inquieta – e dal telefono che non suona mai, e dalla pioggia ghiacciata che non smette di picchiettare sulla finestra – accendo un sigaro e apro un quotidiano di quarant’anni fa. «Il più grande puncher che si sia mai visto» dice il giornale celebrando Bob Satterfield, un combattivo boxeur degli anni Quaranta e Cinquanta. «L’uomo della speranza – e l’uomo che ha sbriciolato la speranza nel pugno come un biscotto.» Ancora una volta ripenso alla cattiva sorte di Satterfield, che lo ha inseguito per tutta la vita, come io inseguo lui adesso.
Ho cercato Satterfield in lungo e in largo. Ho esplorato i fetidi ricoveri per senzatetto di Santa Ana. Ho esplorato le antiche e venerabili palestre di boxe di Chicago. Ho esplorato la memoria incredibilmente lucida di un pugile di New York che nel 1946 trovò il punto debole sul mento di Satterfield e non ha mai dimenticato il panico sul suo volto mentre cadeva. Ho esplorato cimiteri, obitori, chiese, musei, bassifondi, galere, tribunali, biblioteche, verbali di polizia, album di fotografie, elenchi telefonici e registri. Ora sto esplorando questa tetra città del Midwest avvolta dal nevischio, dove tutte le strade sembrano quadri di Edward Hopper liquefatti e il cielo sembra un mare sconvolto da una burrasca.
Sarà la stanchezza, sarà la caffeina, sarà la nebbia che arriva dietro la pioggia, ma ho la sensazione che Satterfield sia diventato la mia personale Moby Dick di ottanta chili. Come l’oggetto dell’ossessione di Achab, getta una luce cruda sul suo inseguitore. Braccandolo da una città all’altra e da un decennio all’altro, ho imparato quasi tutto quel che c’è da sapere su di lui, insieme a preziose lezioni sulla boxe, sul coraggio e sull’eterna tensione tra padri e figli. Ma ho imparato più di quanto mi aspettassi su me stesso e per questo ho un debito con lui. Non posso ripagare il debito se il telefono non squilla.

2

Ci siamo incontrati perché a una collega è venuta voglia di fare pulizia. Erano i primi di gennaio del 1996. La cronista di nera che siede accanto a me nella redazione per l’Orange County del «Los Angeles Times» stava riordinando la sua scrivania quando si imbatté in una vecchia segnalazione, qualcosa su un ex pugile famoso che dormiva sulle panchine di un parco a Santa Ana. Passandomi la dritta, liquidò il mio grazie con un avvertimento estemporaneo: «Magari è morto».
L’esperto di pronostici sportivi non ebbe difficoltà a ricordare il pugile, quando gli telefonai. «Sì, Bob Satterfield» disse. «Combatteva negli anni Cinquanta. Lo guardavo quando davano gli incontri in tv.» Quarant’anni dopo, però, Satterfield non combatteva più, se non coi poliziotti. L’ultima volta che era stato visto, il vecchio pugile vagava per le strade, tracannando whisky e facendosi chiamare “Campione”. «È solo un tizio che è vissuto troppo a lungo» disse l’esperto, anche se temeva che la sua compassione fosse fuori tempo. C’erano buone probabilità, ipotizzò, che Satterfield fosse morto.
Se Satterfield era vivo, trovarlo avrebbe richiesto un lento giro dei quartieri più squallidi di Santa Ana. Cominciai da uno dei ricoveri maschili più grandi della città. Vari candidati promettenti si aggiravano dentro e fuori dal ricovero, ma nessuno corrispondeva alla mia idea approssimativa di un nero anziano col fisico robusto da pugile. Da lì andai in macchina in 1st Street, un ampio viale con bancarelle di tacos e fermate d’autobus che fa da passeggiata ai senzatetto. Ancora nulla. Poi girovagai per i vicoli e le strade secondarie della vicina McFadden Avenue, dove nei canali di scolo luccicavano ancora le decorazioni smontate dagli alberi di Natale. Parcheggiai la macchina in un angolo particolarmente animato e proseguii a piedi, fermando i passanti e chiedendo dove potessi trovare il pugile degli anni Cinquanta, quello che si faceva chiamare Campione, quello che piantava grane ai poliziotti. Nessuno sapeva niente, a nessuno importava niente, ed ero sul punto di lasciar perdere quando sentii qualcuno gridare: «Ciao, Campione!».
Mi voltai e vidi un vecchio nero che spingeva in mezzo alla strada un carrello della spesa pieno di ciarpame. Abiti fetidi, sguardo assente, faccia nerissima, sembrava un qualunque barbone americano. Poi notai le sue mani, le mani più grandi che avessi mai visto, pesanti e voluminose come palle da bowling. Mani come quelle non erano solo inconsuete, erano dei fenomeni naturali. Guardando più da vicino, tuttavia, mi accorsi che integravano la corposa robustezza delle spalle e il torace possente come un muro, attributi straordinari in un uomo che doveva far fatica a mettere insieme tre pasti al giorno. Per mantenere una simile corporatura con avanzi di cibo ed elemosine doveva essere stato enorme ai suoi tempi.
Più che il fisico, ciò che lo distingueva era un tenue barlume di stile. Malgrado gli abiti smessi, malgrado le incrostazioni di sporcizia, dava la vaga impressione di conservare un residuo di amor proprio nell’aspetto. Sotto il lurido giaccone da sci portava un panciotto pied-de-poule quasi professorale. Sopra la corona di capelli brizzolati aveva un bizzarro cappello marrone con una penna di piccione infilata spavaldamente nella falda.
La pelle di un intenso color sigaro era liscia per un ex pugile, a parte una nitida cicatrice tra le sopracciglia che somigliava a un carattere dell’alfabeto cinese. Sotto l’ombra di barba aveva un viso piacevole: occhi scuri e zigomi alti contornavano un naso importante e ben disegnato, e tutti i lineamenti si armonizzavano al mento deciso e quadrato. Sicuramente aveva rubato il cuore a qualcuno una volta. Purtroppo aveva perso i denti da un pezzo, a parte qualche spuntone ostinato lungo la mandibola.
Sorrisi e mi avvicinai.
«Ciao, Campione» dissi.
«Ciaaao, Campione» fece lui, alzando lo sguardo e sorridendo come se fossimo vecchi amici. Per un attimo pensai che volesse abbracciarmi.
«Tu sei Bob Satterfield, vero?»
«L’indomito Bob Satterfield!» rispose lui, entusiasta di essere stato riconosciuto. «Io sono il Campione, ho combattuto con tutti, Ezzard Charles, Floyd Patterson…»
Gli dissi che ero un reporter del «Los Angeles Times», che volevo scrivere un articolo sulla sua vita.
«Quanti anni hai?» chiesi.
«Io ne conto sessantasei» disse. «Ma l’enciclopedia del pugilato dice che ne ho settantadue.»
«Hai mai combattuto per il titolo?»
«Non mi hanno dato l’occasione di combattere per il titolo» rispose mestamente. «Se mi avessero dato l’occasione, credo che sarei stato il campione.»
«Perché non ti hanno dato l’occasione?»
«Dovevi essere nel giro giusto» spiegò «per avere l’incontro giusto al momento giusto.»
Aveva una voce flebile e roca, non più del sussurro di un bambino, le parole piene delle vocali indistinte e delle consonanti impastate di chi ha perso più volte conos...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontispiece
  3. IL CAMPIONE È TORNATO
  4. 1
  5. 2
  6. 3
  7. 4
  8. 5
  9. 6
  10. 7
  11. 8
  12. 9
  13. 10
  14. 11
  15. 12
  16. 13
  17. Copyright