Luna
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Luna

  1. 432 pagine
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Informazioni su questo libro

Allo sguardo magico di un gatto, depositario di un sapere innato, gli innumerevoli modi in cui gli umani riescono a complicarsi la vita devono apparire ben strani. È facile dunque immaginare lo stupore felino con cui Chopin e Luna guardano Eva, la loro compagna umana, ingarbugliarsi con caparbietà tutta femminile con un problema inesistente: una storia d'amore corrisposta.
In effetti tutto sembra andar bene nella vita di Eva, il ristorante che gestisce in Maremma con la sua amica Ingrid funziona, e la relazione con Jeremy, un viticultore della zona, anche se appena nata sembra destinata a consolidarsi. Una gravidanza inaspettata complica però le cose. Troppo presto, pensa Eva, che ama Jeremy ma comincia a temere di non conoscerlo abbastanza. Ha paura di tutto, di non essere più attraente, di perdere l'autonomia, di doversi affidare all'altro.
Mentre equivoci, litigi e tensioni si moltiplicano ed Eva e Jeremy si trovano sempre più imprigionati in un vortice di dubbi, Chopin, il gatto certosino di Eva, e la sua compagna felina Luna, anche lei in dolce attesa, affrontano con naturalezza i cambiamenti e gli aggiustamenti nel loro rapporto. Osservandoli Eva comincia a chiedersi se il segreto di una relazione non sia proprio quell'accogliersi ogni volta da capo, azzerando le recriminazioni, e assecondare il flusso della vita anziché contrastarlo. Ma riuscirà lei, una complicata umana, a imparare dai suoi saggi amici?

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Informazioni

Print ISBN
9788856656428
eBook ISBN
9788858516621

1

Temere il futuro toglie sorrisi al presente.
(LAURENCE STERNE)
Avevo chiuso il foglio in un cassetto.
La sera prima, a casa di Jeremy, c’erano stati i brindisi e volevano scegliere perfino un nome. Eravamo in cinque a tavola, Jeremy con suo padre e Ingrid con Diego che le teneva la mano. Io accanto a Jeremy che mi aveva messo un braccio intorno alle spalle. Loro quattro tutti allegri e in chiacchiere, io zitta con un sorriso gelato sulle labbra. Mi sentivo un niente in mezzo a un deserto. Pensavo a quel foglio nel cassetto e continuavo a domandarmi se quello che c’era scritto fosse proprio vero. Magari mi ero sbagliata. Magari si erano sbagliati. Lo speravo. Non se n’era accorto neanche Jeremy che avevo paura. Che il sorriso era finto.
Del resto, come avrebbe potuto accorgersene? Mi conosceva da quanto? Sei mesi? Otto? Circa un anno. Di me sapeva solo l’aria ridente, le braccia buttate al collo, e che il mio compleanno è il diciotto luglio. Sapeva i baci e il sesso estroso quando veniva a dormire da me la notte, o io da lui. E le passeggiate sulla spiaggia e che il vino mi piace bianco e fermo e bello freddo. Mi conosceva innamorata e amante, e anche giocatrice di scacchi, mai che gli riuscisse di darmi matto. E che so cinque lingue come fossero ognuna la mia madrelingua, e che sono riuscita, con non pochi sforzi, a cavarmela benino nel ristorante che gestisco insieme a Ingrid.
Sapeva anche che adoro i gatti e che con Marian, la mia gatta magica, avevamo vagabondato per mezza Europa, ma da quando vivo qui in Maremma è il mio fantasioso gatto certosino di nome Chopin a starmi alle calcagna per farmi da guida, e a far le fusa sulla mia spalla di notte. Ed è Chopin a strofinarmi il muso sulla guancia, alle prime luci del giorno.
Ecco, Jeremy sapeva tutte queste cose. Ma del resto? Di quello che davvero sono io nel profondo di me? Cioè dei miei difetti e delle mie difficoltà? Della mia indole autentica?
Del resto non sapeva nulla. Non sapeva nulla di ciò che conta davvero, insomma. E io? Che cosa sapevo in realtà di lui?
Anche quel mattino, fu il tocco umido e gentile del naso di Chopin a svegliarmi dopo una notte di incubi. La prima cosa che sentii fu il frusciare della pioggia contro i vetri e sugli alberi davanti alla mia finestra. La prima cosa che pensai fu che di quello che mi stava accadendo non ne volevo sapere.
Avevo ancora nelle narici l’odore del vino, ricordavo i brindisi della sera prima, risentivo la voce di Jeremy, mentre all’orecchio mi diceva… che cosa mi diceva? Non riuscivo a ricordare le sue parole, risentivo solo il tono della voce, il tono di uno che ti vuol baciare per poi andarsene. Infatti non avevamo dormito insieme, come facevamo ogni tanto. Ciascuno a casa sua. Lui doveva partire prima dell’alba per lavoro.
«Adesso gli telefono.» Il cellulare era rimasto sul comò. Lo vedevo dal letto. «Mi alzo, lo chiamo, sento la sua voce rassicurante…»
No, non lo chiamo pensai. Aspetto che mi chiami lui. Lui detesta le telefonate personali quando è in giro per lavoro. Lo avevo capito dal suo tono, quando gli telefonavo io, il tono di uno che ha fretta e ogni volta mi diceva secco «ti richiamo». Poi richiamava dopo secoli. O almeno, a me sembravano secoli.
E l’avevo anche sentito parlare con suo padre, una volta, a casa sua, cioè all’azienda, non si era accorto che ero tornata dall’orto, mi ero fermata sulla soglia del magazzino perché l’avevo sentito dire: «…ogni tanto anche Eva fa così».
«Così come?» disse suo padre. Stavano riordinando gli scatoloni dei vini. «Mi sembra strano che faccia così.»
Avrei dovuto entrare, chiedere a Jeremy che cosa facessi ogni tanto, secondo lui. Chiarire subito, insomma. Invece me ne stetti zitta a spiare.
«Ma sì», Jeremy non sembrava stizzito, ma sorpreso, come avesse scoperto qualcosa in me di insospettato. «Ma sì, vorrebbe che le telefonassi spesso… tra l’altro il cellulare a me serve per il lavoro, per il resto lo uso solo nell’emergenza… mi ci vedi a chiamarla tre volte al giorno quando sono in viaggio, come vorrebbe lei?»
«Impossibile che Eva abbia certe pretese.»
«Invece le ha, me lo fa capire anche se non lo chiede in modo esplicito.»
«Ti sbagli. È così sicura di sé… sempre sorridente», il padre mi stava difendendo?
«È anche un tipo ansioso.»
«Va là. Ti sbagli. Eva non è per niente ansiosa.»
Non so che cosa abbia risposto Jeremy, a quel punto mi allontanai silenziosa, mi spaventava sentirlo parlare così di me. Che brutto: mi giudicava ansiosa ma non me lo aveva mai detto, non mi chiedeva neanche il perché.
Quando infine rientrai feci finta di niente. A Jeremy non parlai di quello che gli avevo sentito dire, ma mi ripromisi di cercare di darmi una regolata.
Che fatica però.
E poi c’era quel foglio nel cassetto.
«Dimmi che non è vero, Chopin.» Mi rigirai tra le lenzuola, lui si spostò insieme a me. Si era acciambellato contro la mia spalla e mi fissava tranquillo invece di balzare dal letto come faceva di solito per precedermi in cucina. «Allora?»
Si stiracchiò, si sistemò più comodamente, mi appoggiò una delicata zampa sulla guancia come a dire stai giù, continuiamo a dormire, riposiamoci: è così che si fa adesso.
«Neanche per sogno, adesso tutto continua come prima, chiaro?» e mi alzai in fretta; rabbrividivo dal freddo, eppure eravamo solo a settembre. Non aprii il cassetto della scrivania in cui avevo rinchiuso quel foglio. Come se non ci fosse. Raccolsi invece il cellulare che avevo posato accanto ai vocabolari. C’era un messaggio di Jeremy. Sono in viaggio per Arezzo. Tre o quattro giorni almeno di assenza, per una fiera del vino. Lo sapevo già, no? Quando posso ti telefono. Nient’altro.
E pazienza.
Uscii dalla mia stanza e chiamai Ingrid, una, due volte, e intanto mi sorprendeva il senso di solitudine che a un tratto mi strinse lo stomaco e mi fece mancare il respiro. Mai avevo provato qualcosa di simile, io che a nemmeno diciotto anni me n’ero andata dalla casa dei miei con due libri e qualche indumento in una sacca per vivere da sola e non mi ero mai sentita sola, mai nei treni che attraversavano l’Europa, mai nelle città in cui non conoscevo nessuno e di cui non conoscevo nulla, e non avevo sofferto di solitudine neppure in quel gelido inverno vicino ad Aberdeen, a studiare inglese come una matta nella casa isolata e percorsa dai topi di una vecchia signora squinternata che andava e veniva dall’India e a ogni partenza mi avvertiva di stare attenta a non disturbare gli spettri. Neanche lì mi ero mai sentita sola.
«Ingrid…» chiamai di nuovo.
Nessuna risposta. Il silenzio mi corse dietro come un’ombra lungo il breve corridoio, fino in cucina. Dalle finestre spioveva dentro una luce livida, la sedia di Ingrid era scostata malamente dal tavolo, la sua tazza azzurra ancora semicolma di caffè, il cucchiaino buttato di lato, un avanzo di torta di mele sbocconcellato piantato lì a metà e il libro di ricette aperto sotto un coltello appoggiato di traverso a fermare le pagine come una minaccia.
Un momento dopo, con Chopin in braccio, ero china sul biglietto che Ingrid mi aveva lasciato accanto al barattolo della marmellata: Non ho voluto svegliarti, mi sembravi un po’ stravolta ieri sera, ti precedo al ristorante, vedi di sbrigarti ad arrivare.
Lei era già a lavorare e io ero ancora qui.
La cucina che fino al giorno prima mi era sembrata tanto ridente con le sue lucide pentole appese alla parete e l’infilata di piatti gialli e azzurri, i vecchi mobili in legno in cui banchettavano i tarli, i gerani aggrovigliati al davanzale, e anche tutta la casa dove Ingrid e io vivevamo da poco più di un anno, che avevamo amato fin dal primo giorno, bassa e solida con le sue forti mura allineate in coda alle altre intorno al lungo cortile, e il prato che risaliva la collina e gli alberi dalle fronde famigliari… e anche il sentiero che si teneva ben cara l’immagine di Jeremy in bicicletta, nelle albe estive quando arrivava all’improvviso, «solo per bere un caffè» diceva, e invece facevamo l’amore in fretta, affannati e traboccanti di voglia, prima che Ingrid si svegliasse… ecco tutto questo, ma proprio tutto, dalla cucina ai ciuffi d’erba sul sentiero, là fuori, tutto all’improvviso si era trasformato in un mondo che non mi apparteneva più, un qualcosa di ostile e arcigno che mi consegnava a un senso di vuoto, come un rottame.
Sussultai quando due galline dei vicini, quelle nere e forzute che chiamano livornesi, saltarono sul davanzale chiocciando tra i gerani e beccarono con violenza i vetri rigati di pioggia; chiedevano di entrare per scorrazzare in cucina a caccia di briciole, in cambio avrebbero deposto nella cuccia di Chopin qualche uovo, una sera Ingrid e io ne trovammo tre ancora calde.
Non aprii la finestra alle livornesi. Beccarono più forte sui vetri. Mi squadravano di sbieco con tale comica indignazione da esigere non dico una risata, ma un sorriso sì.
Fu quell’affettuosa ilarità a soccorrermi, a sciogliere la morsa dell’ansia mentre Chopin si infilava nella gattaiola per uscire, e con due salti faceva sloggiare dal davanzale le livornesi che starnazzando se la diedero a gambe per mettersi in salvo nel pollaio.
Mi sentii restituita a un mondo improvvisamente tornato amichevole e consueto. Ora potevo mettere in ordine la cucina, come facevo ogni mattina, fare la doccia, vestirmi, infilare la lunga cerata azzurra per proteggermi dalla pioggia, uscire con Chopin in braccio, sistemarlo nel cestino della bicicletta, proteggerlo con un lembo della cerata.
Ero di nuovo io. Riuscii a non guardare il cellulare neanche una volta.
Pigiando forte sui pedali mi inerpicai sulla collina, la strada prendeva quota, tortuosa tra gli alberi, pioveva più forte, sentii squillare il cellulare, impossibile rispondere adesso ma mi batté forte il cuore, non credo proprio per la salita. Arrivai al ristorante sudata fradicia, appena entrata cavai il cellulare dalla tasca: era stato proprio lui a chiamarmi, Jeremy.
Dalla cucina: «Allora? Vieni o no a dare una mano?» la voce di Ingrid. Ci voleva poco per capire che a entrare ero io: appena arrivavamo Chopin subito mi precedeva in cucina a consultare la sua ciotola che Ingrid non lasciava mai vuota. «Ti muovi?» mi gridò Ingrid.
«Un attimo.» Richiamai Jeremy. Cellulare spento. Cliente non raggiungibile.
Stupefacente con quale rapidità mi risalì l’ansia. Bastò un istante e mi sentii di nuovo persa. Quasi non mi accorsi che Chopin era tornato svelto svelto e mi stava tra i piedi, si strofinava contro. Mi ero messa a lavorare, andavo avanti e indietro tra la cucina e la sala, di qua apparecchiando i tavoli e di là blaterando nelle orecchie di Ingrid su quanto poco Jeremy sapesse di me, e che ci conoscevamo appena, e che tutto stava accadendo troppo in fretta e che erano guai grossi e che lo amavo e mi sentivo male. Ecco. Ingrid ascoltava zitta, senza alzare lo sguardo dai pesci che stava pulendo sul tavolo di lavoro. Chopin continuava a seguirmi rischiando di farmi inciampare mentre continuavo a dar la stura alle mie lagne, incapace di smettere.
«Insomma…» mi piantai di fronte a Ingrid «…insomma, Jeremy di me conosce tante cose, come ti ho detto, ma non conosce niente del resto. Questo è molto inquietante, capisci?»
«E che cosa sarebbe questo dannato resto?», Ingrid era nervosa come ogni volta che cucina il pesce. «Vuoi vedere che mi scappa di nuovo la cottura?», con gesto accurato infornò la grande teglia affollata di branzini. «Con quel che costano.» Si lavò le mani voltandosi a guardarmi: «Allora? Che cosa sarebbe questo resto di cui mi parlavi e che Jeremy non conosce?».
«E me lo chiedi?», anch’io ero nervosa, anzi nervosissima, non potevo non esserlo con quello che pareva essermi capitato tra capo e collo. «Lasciamo perdere.»
«Eh no, arrivi qui al ristorante in ritardo, abbiamo mille cose da fare, mentre sto cucinando mi rovesci addosso tutti i tuoi rimuginii e adesso… come non detto?» Riordinò rapida il tavolo da lavoro, gettò un’occhiata all’orologio appeso a una parete. «Hai cinque minuti per vuotare il sacco,» andò di nuovo a lavarsi le mani e di nuovo voltava la testa sopra la spalla per guardarmi severa «com’è questa faccenda che Jeremy non ti conosce se non superficialmente?».
«Ma è vero!» sbottai. «Jeremy non sa niente del resto… cioè del mio carattere, niente di come sono io realmente, dentro, nel profondo… quando dico che non conosce il resto di me, parlo per esempio delle tracce che certe esperienze hanno lasciato nella mia personalità… e che io tengo ben nascoste…che ne so, il cupo pessimismo di mia madre, per dirne una, credi che non avrà il suo bel peso?»
«Be’, senz’altro quel suo modo catastrofico di prevedere il futuro ti ha contagiata. Ma che noia, Eva! È che hai paura, tutto qui, hai solo paura del cambiamento… il cambiamento, eh? La tua vita cambierà… eccome se cambierà, ora che hai scoperto di essere incinta.»
Incinta. Una parola che non finiva di sorprendermi. Di più… una bomba. Non mi piaceva per niente.
Ma era scritto bello chiaro su quel foglio ed era proprio vero. Ero incinta, nessun dubbio. Tanto valeva ammetterlo. Solo a pensarlo mi mancava il respiro.
«Lo conosco da pochi mesi, lui… e ci facci...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. LUNA
  4. 1
  5. 2
  6. 3
  7. 4
  8. 5
  9. 6
  10. 7
  11. 8
  12. 9
  13. 10
  14. 11
  15. 12
  16. 13
  17. 14
  18. 15
  19. 16
  20. 17
  21. 18
  22. 19
  23. 20
  24. 21
  25. 22
  26. Copyright