Bestie da vittoria
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Bestie da vittoria

  1. 288 pagine
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Bestie da vittoria

Informazioni su questo libro

La gente non si rende conto che cos'è correre una tappa di 250 chilometri dopo venti giorni che sei in sella a una bici, la neve l'acqua il freddo il caldo la febbre la dissenteria il dolore la fatica. Quando sai che domani devi correre la stessa distanza e anche il giorno dopo e il giorno dopo ancora, tutto quello che puoi ingerire lo ingerisci. Non siamo eroi, siamo dei pazzi scatenati, dei coglioni. Gente che sta in dialisi, che si è bruciata le palle, che è morta per ispessimento della parete cardiaca. Per un ciclista l'importante è vincere, non pensi mai che ti ritiri, che ti possono beccare, che ti puoi ammalare, che puoi farti male. Esiste solo la vittoria. Quando i direttori sportivi dicono: "Non so niente", mentono. L'ambiente non ti obbliga a doparti, ti sollecita perché tutti hanno interesse che tu vinca, la squadra e gli sponsor hanno bisogno del campione, il campione crea un indotto che dà da mangiare a un sacco di famiglie. Ogni ciclista sa che tutti si dopano eppure nessuno parla. La verità è che nessuno di noi pensa di sbagliare, facciamo tutto quello che un ciclista professionista deve fare. La verità è che tutti si dopano e che tutti lo rifarebbero, la verità per la società civile è inaccettabile. Come si fa a dire la verità e a essere credibile? Bisognerebbe accettare l'inaccettabile. Questa è l'altra faccia del ciclismo, il racconto di quel mondo parallelo fatto di ipocrisia, interessi e giochi di potere che sta dietro ai colori, ai tifosi lungo le strade, ai carrozzoni festanti delle grandi gare. Un sistema cannibale di cui tutti sono a conoscenza, ma di cui nessuno parla, perché tutti hanno troppo da difendere. Un libro denuncia che chi fa parte del sistema non potrebbe scrivere. Solo uno che non ha più nulla da perdere, come Di Luca, radiato a vita per doping, poteva farlo.

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Informazioni

Anno
2016
eBook ISBN
9788858515174
Print ISBN
9788856649994

1

Ho gli occhi incollati al televisore.
Dalla finestra che dà sul cortile entra un raggio di sole, illumina le foto appese alla parete, sono ciclisti che si arrampicano sulla strada, gesti atletici e fatica.
Fuori, appoggiata al muro di cinta, la biciclettina con cui ho disputato le mie prime otto gare, tutte vinte.
Sullo schermo scivolano le immagini del 67° Giro d’Italia, 1984.
Il divano è piccolo, la cucina a vista, qualche oggetto di poco valore e i mobili fatti da mio padre, falegname. Alla mano destra gli mancano tre dita, una per ogni figlio.
Seduti nell’aria calda e ferma, uno accanto all’altra, siamo soli, mia madre e io, ipnotizzati dall’impresa che si sta per compiere davanti ai nostri occhi: l’ultima tappa, la cronometro di Verona se la giocano Moser e Fignon. Fignon parte con un vantaggio di un minuto e ventuno secondi, ma Moser è una fucilata.
Sento la coscia di mia madre incollata alla mia, siamo immobili, quando compaiono i risultati dei tempi parziali lei non riesce a controllare qualche fremito involontario, Moser è in netto vantaggio. Infila l’ingresso dell’arena ed esplode il finimondo. Fignon deve ancora arrivare ma tutti hanno già capito che Moser si è preso tappa e giro. In un attimo siamo in piedi e gridiamo, gridiamo forte, con i pugni chiusi alzati verso il cielo.
Dopo scoppierà il putiferio, scriveranno che Moser ha rubato la vittoria, che l’elicottero della RAI ha frenato il francese e sospinto l’italiano, che le ruote lenticolari l’hanno avvantaggiato, che per lui hanno annullato all’ultimo minuto la scalata dello Stelvio.
Ho otto anni e sono così lontano dall’immaginare trucchi, veleni, guerre intestine. Per me la bici è tagliare l’aria con la faccia, è vedere la linea dell’arrivo scorrere sotto la ruota.
Moser imbraccia il trofeo e mia mamma scoppia a piangere. La guardo da sotto, non ho mai visto piangere un adulto, soprattutto uno dei miei genitori. Le afferro la gonna e tiro forte: «Ma’, stai a piangere per Moser? Allora mo’ che vado io al Giro e lo vinco tu che fai? Svieni qui?».
Abbassa gli occhi, mi prende il viso tra le mani e ride, poi si asciuga la faccia con il grembiule, non immagina che da quel giorno avrei inseguito il Giro, avrei fatto di tutto per tagliare il traguardo ed entrare nell’albo d’oro.
Quando sei un ciclista professionista passi 330 giorni all’anno in sella a una bicicletta, tra gare e allenamenti. Ogni giorno consumi tra le 5.000 e le 7.000 chilocalorie – il consumo medio di una persona normale è tra le 2.000 e le 2.500.
Per capire la fatica di un ciclista gli devi guardare le mani, sono scarnificate, sotto la pelle in filigrana puoi intuire nervi e tendini. Tutto il suo corpo è così, asciugato nella ricerca del rapporto più spinto tra peso e potenza.
Vincere poi è un’altra questione, una combinazione di fattori: meticolosità, carattere, senso tattico, classe, determinazione, fantasia. Destino.
Oggi peso 69 chili per 170 centimetri, quando ho vinto il Giro d’Italia ne pesavo 61.
Oggi sto anche venti giorni filati senza salire su una bicicletta.

2

Nel ’95 passo da juniores a dilettante. Ho 19 anni e corro con gente di ogni età, anche ex professionisti. Si fanno di tutto.
Quelli che battevo con facilità mi sfrecciano accanto, sono dei bolidi. “Come cazzo è possibile?” continuo a ripetermi mentre li vedo sfilare uno a uno con le facce di chi sta facendo l’uscita della domenica. Io fatico come un dannato, sudo, entro in lattosi1 e i battiti mi salgono a centottanta. Non mollo, anche quando mi staccano e capisco che non ne ho più.
Sono stato un bambino prodigio e la mia mente si è abituata a sentire la vittoria come qualcosa che sta sempre a portata di mano.
A tre anni mi metto in sella a una bicicletta e, dopo aver osservato bene mio fratello Aldo che ne ha tredici, provo a fare il surplace. Il surplace è quando stai fermo in equilibrio sulla bici senza appoggiare i piedi a terra. È come tenere ferma l’auto in salita giocando con frizione e acceleratore.
Mi riesce facile come respirare. Aldo non ci crede.
Da piccolo sono indiavolato e faccio di tutto: gioco a calcio, corro a piedi, nuoto, scio, vado con lo skateboard, e tutto mi riesce bene. Le cose cambiano quando a otto anni mi regalano la prima bici da corsa.
Me la compra mio padre, è usata e me la rivernicia tutta: «Di che colore la vuoi?».
«D’oro.»
Mi guarda.
«La voglio d’oro.»
Mi accarezza la testa e mi sorride, è saldo come una quercia.
Quando me la restituisce tutta scintillante, vado sotto la salita che c’è dietro casa, mi alzo sui pedali e parto. Muovo la bici a destra e a sinistra in modo che controbilanci il mio peso, il corpo sa già come fare, sa tutto. In poche mosse raggiungo una perfetta sincronia, io e lei siamo tutt’uno.
Mi sono detto: “Questo è il mio sport”.
Continuo a fare il resto ma la bici è la mia cosa speciale.
Da quel momento non ci sono state più feste di compleanno, comunioni, sabati pomeriggio con gli amici, niente di niente, solo la bici.
Da piccolo ero timidissimo, avevo paura di parlare con le persone. La presenza degli altri mi faceva sudare, non mi sentivo adeguato, provavo il disagio di non essere mai al posto giusto. La bici mi ha dato coraggio, mi ha dato una carta d’identità con cui presentarmi al mondo. Lo sforzo la fatica l’ostinazione non erano niente, alle gare ero qualcuno.
Mia madre ripete sempre che la distruggeva vedermi correre, arrivavo sul traguardo che non riuscivo a parlare, ero stremato, dovevano tirarmi giù a braccia. Quando facevo le discese e lei mi guardava dalla tv di casa, se ne andava in corridoio dalla paura.
Per capire cosa significa andare in discesa, basta prendere una bici e provare a venire giù a 40, 50 chilometri all’ora senza toccare i freni. Già così si ha una buona sensazione di quello che può succedere. Ecco, noi scendiamo a 60, 70, 80 chilometri con punte di 100, la strada ti viene incontro in un modo violentissimo. Una cosa da perdere la vita.
Per non farsi male c’è bisogno di una lucidità estrema, c’è bisogno di essere affilati e precisi come una lama, freddi. E non puoi avere paura.
In discesa andavo come un pazzo, era l’unico modo di correre che conoscevo, l’unico che mi avrebbe permesso di vincere.
Scalpito per gareggiare, la bici è una fissazione, una malattia.
Mio nonno è stato un ciclista amatoriale, abbiamo la casa tappezzata di sue foto con il numero sulla schiena e lo sguardo saettante. Vorrebbe che almeno uno di noi tre seguisse le sue orme. Massimo, mio fratello di mezzo, non ne vuole sapere e si mette a fare il maratoneta, mentre Aldo lo accontenta.
Sono piccolo, in mezzo alla folla assiepata lungo l’arrivo gli adulti spingono e si spintonano, mio nonno mi solleva e mi mette in spalla così da permettermi di vedere i corridori che tagliano il traguardo. Arriva il primo, esausto, il viso smangiato dallo sforzo, appena sfreccia sulla linea dell’arrivo stacca le mani dal manubrio e le alza al cielo, i suoi occhi in un secondo si fanno vivi e grandi, tutta l’energia rimasta si concentra in un urlo bestiale che scarica a terra la tensione, il desiderio, l’adrenalina. In un lampo so cosa voglio, più di ogni cosa al mondo voglio essere al suo posto, il mio corpo coperto di brividi e rabbia agonistica.
A qualche decina di metri lo segue il gruppetto dei fuggitivi, Aldo non c’è, lo cerco con lo sguardo, non lo trovo. Spingo gli occhi più in là, fino in fondo al rettilineo che precede l’arrivo, eccolo, sono in due, sedicesimo e diciassettesimo posto. Ora sprinta con quell’altro, penso, e invece lui che fa? Resta dietro, lascia che l’altro faccia la volata e gli si mette a ruota. Arriva diciassettesimo.
Nonno mi posa a terra, mi prende per mano e ci facciamo largo per raggiungere Aldo, lo vedo, scende dalla bici e dà una pacca sulla spalla all’avversario che l’ha battuto. Lascio la mano di mio nonno e mi scaravento contro di lui, tiro un calcio alla ruota: «Manco la volata fai! Cosa corri a fare?».
Sono arrabbiatissimo, non per il diciassettesimo posto, sono furioso perché non ci ha nemmeno provato, perché ha mollato prima di provarci. Aldo è senza fiato per la fatica, mi guarda con gli occhi sgranati e non capisce, so che non capisce.
«Ma che vuoi? Non sai di che parli, perché non ci provi tu?»
«L’anno prossimo mi metto a correre e ti faccio vedere io come si fa.»
A otto anni disputo la mia prima gara a Picciano, provincia di Pescara. Mi allena Mario Di Nicola, l’uomo che mi ha messo in bici e mi ha insegnato come starci.
Il circuito è tutto in paese, due giri su strada. Fa parte delle gare nazionali. Anche se è il mio esordio, non corro in G1, corro direttamente in G2, con i ragazzi più grandi.
Sono emozionatissimo, il cuore mi batte forte.
Mario mi accompagna a fare il controllo rapporti della bici e poi alla partenza, lì mi lascia da solo: «Mo’ quando danno il via, tu parti e vai come sai fare, come fai sempre in allenamento». Ha il potere di farmi sentire che posso sconfiggere qualsiasi drago.
Scatta il segnale, sono così agitato che non riesco a infilare il piede nel fermapunte, non parto. Gli altri sono andati tutti.
Su un circuito del genere che dura massimo 3 chilometri, se parti per ultimo hai già perso. Un altro bambino avrebbe pianto, avrebbe buttato la bici a terra e si sarebbe ritirato, ma io non ci penso nemmeno, non voglio perdere.
Mi fiondo a testa bassa e pedalo come un matto, ci metto tutta la forza che ho, tutta la volontà, l’ostinazione dei miei otto anni. Li rimonto uno a uno. A 500 metri dall’arrivo, a metà dell’ultimo giro supero quello che sta in testa e lo stacco. Non ci credo nemmeno io. Taglio il traguardo. All’arrivo mi aspetta Mario. Alla fine di una gara non si spendeva mai in complimenti, faceva solo delle grandi cazziate quando perdevi. Invece questa volta mi viene incontro, mi prende dalla bici e mi solleva in aria, mi fa festa davanti a tutti i compagni, anche quelli più grandi. Sono così felice che mi tremano le gambe, a stento riesco a trattenere la pipì. Ancora adesso ricordo il calore e l’intensità di quel momento. Mia madre tiene la coppa sul ripiano più alto del soggiorno, 29 aprile 1984, Picciano.
È Mario a insegnarmi tutto sulla bici: stare a ruota, fare le volate, stare in gruppo. Già vede i miei possibili difetti e cerca di correggerli alla radice. Mi urla sempre perché in discesa e in pianura non tengo le mani sulla parte inferiore del manubrio: «Dani’, mani basse sulla bici! Quante volte te lo devo dire?». Ha ragione, si ha più controllo, più stabilità e si è anche più aerodinamici.
Imparo a impennare. Lo faccio talmente bene che Aldo prima di ogni gara mi fa interi servizi fotografici: faccio qualche metro su una ruota sola senza mani, impenno quasi da fermo e resto in equilibrio per una manciata di secondi.
Sono dotato e sono anche vanitoso, esibizionista. Mario se ne accorge e comincia a chiamarmi “il polletto Valle Spluga”. Deve tenere a...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. BESTIE DA VITTORIA
  4. 27 maggio 2013
  5. 1
  6. 2
  7. 3
  8. 4
  9. 5
  10. 6
  11. 7
  12. 8
  13. 9
  14. 10
  15. 11
  16. 12
  17. 13
  18. 14
  19. 15
  20. 16
  21. 17
  22. 18
  23. 19
  24. 20
  25. 21
  26. 22
  27. 23
  28. 24
  29. 25
  30. 26
  31. 27
  32. 28
  33. 29
  34. 30
  35. 31
  36. 32
  37. 33
  38. 34
  39. FINE
  40. Elenco parziale di corridori sospesi o squalificati o risultati positivi dalla fine degli anni Novanta a oggi
  41. Ringraziamenti
  42. Copyright